Part 14
Poppea non portava il _flammeum_[80], ma un candidissimo velo che dalla sommità del capo le scendeva per di dietro, e sotto il quale traspariva la nera capellatura disciolta. Aveva la testa coronata di rose e la prestante persona coperta tutta di sindone bianca trapunta in argento. Un ricco monile di piropi le scendeva sul petto, e cerchi gemmati le adornavano i polsi e la parte superiore delle nude braccia.
Molti e molti rimasero estatici alla vista di quella sublime bellezza, e quasi si sentivano inclinati a scusare, se non a perdonare, il ripudio d’Ottavia.
L’Imperatore cingeva la corona d’alloro; sulla tunica laticlavia portava il manto di porpora, e nella destra stringeva il bastone d’avorio, sormontato da un’aquila d’oro.
Al tempio li attendevano presso l’ara il Pontefice Massimo e il Flamine di Giove, detto _Dialis_, insieme ad altri Sacerdoti ed ai Camilli[81].
Poichè l’Imperatore e l’Imperatrice furono seduti davanti al delubro sopra sgabelli ricoperti dalla pelle d’una pecora, sacrificata poco prima dal Popa in loro onore, uno dei Camilli s’avanzò portando su piatto d’argento una focaccia di fior di farina.
Il Pontefice, unite ch’ebbe le destre degli sposi e messa sul capo di Poppea una corona di verbena, come fu terminato il rito, al quale assisteva come pronuba Domizia, zia di Nerone, presentò, giusta il costume, la focaccia alla sposa, che la divise col marito.[82]
Il _Commentarium rerum Urbanarum_ non risparmiò iperbole quel giorno per lodare la bellezza della sposa, la solennità del rito, l’entusiasmo popolare, che non esisteva, e la magnificenza del banchetto nuziale.
In questo, come usavasi nelle grandi solennità, le dame eran sedute e gli uomini alquanto prostesi.
Le più avvenenti matrone e i più eleganti giovani del patriziato romano prendevano parte alla festa. Di concenti risuonava l’incantevole triclinio, reso ancor più splendido dalla presenza della vaghissima sposa.
Nerone era radiante ed al suo umor lieto tutti cercavano d’uniformarsi; ma un fondo di mestizia si nascondeva nell’animo dei convitati pel ricordo d’Ottavia, per l’assenza d’Agrippina ch’erasi ritirata sdegnosa nella villa di Baja, e pel severo mutismo di Seneca.
Solo Cercopiteco Panerote e qualche altro ghiottone non pensavano ad alcuno, nulla osservavano, d’altro non preoccupati che del proprio ventre.
Terminato il banchetto, come giunse la sera, si congedarono i convitati, Domizia prese per mano Poppea, e seguita da schiavi ed ancelle che portavano rami di pino accesi e torce, la condusse nella stanza dov’era preparato il _letto geniale._
Quivi unse d’aromati il corpo di Poppea, e adagiatala nel letto, invitò Nerone ad entrar nel cubiculo, ed augurando loro felicità, ritirossi, seguita dalle ancelle.
E cessarono finalmente pel sitibondo Cesare le pene di Tantalo.
Alla cerimonia nuziale tennero dietro nei giorni seguenti publici spettacoli, feste nella casa Aurea, divertimenti popolari.
E Nerone era sempre più radiante d’amore e di gioia, e a Poppea si leggeva sul volto la soddisfazione per la raggiunta grandezza.
Ma sul loro sereno orizzonte non tardarono a riapparire delle nubi.
Il popolo romano non aveva dimenticata la promessa fatta da Cesare ai Consoli ed ai Senatori, e vedendo che si tardava a mantenerla, cominciò di nuovo a lagnarsene, dapprima sommessamente, e poi con clamori, che chiedevano il ritorno d’Ottavia.
E di quando in quando alternava alle grida parole offensive per Poppea.
Nerone era in preda per questo a tal furore, che avrebbe di buon grado ordinato ai pretoriani il massacro degli schiamazzatori, ma si tratteneva per non accrescere la popolarità della ripudiata e di suo fratello Britannico.
A Seneca, che lo esortava a mantener la promessa e prendere una risoluzione,
— La prenderò, — rispose, — e tale che rovescerà dal loro piedistallo gl’idoli di questo popolo insensato.
Gettando poi, come suol dirsi, una pietra nel giardino del suo maestro, aggiunse:
— E che i nemici della diva Poppea tremino!
Seneca non addimostrò turbamento di sorta.
Già da un mese Ottavia viveva sofferente e solitaria a Nettuno col solo conforto delle visite, che a lei facevano di tratto in tratto Antonina e Britannico.
Una sera, dopo il tramonto, essa, indossato il peplo notturno e avvolta la persona in un leggero amitto, uscì dal cubiculo sul _meniano_[83] e sedutasi in un _bisellio_[84], posando i piedi sopra uno scranno, rimase mestamente assorta. Guardava le onde che venivano ad infrangersi negli scogli, guardava le fiammelle che andavano a poco a poco estinguendosi nelle casupole dei pescatori, e intanto alla sua mente s’affacciavano le memorie del passato.
— Misera, — essa pensava tra sè, — a che ti giovarono la fede, l’amore, la rassegnazione? Eccoti ripudiata dall’uomo cui portavi tanto affetto, privata di tutti i tuoi cari, del tetto coniugale, del trono, della grandezza, e condannata all’esilio come una colpevole. E s’arrestassero qui le mie sventure, ma un presentimento funesto mi stringe il cuore. Tremo per me e per tutti quelli che m’amano.
In questo si scosse da quella specie di letargo, in cui era immersa, e tese l’orecchio.
A poca distanza udivasi il suono d’una cetra, che aveva intonata una melodia a lei nota.
Non si vedeva il citarista, nascosto forse dietro un gruppo di piante, ma essa immaginò chi fosse, e sentì balzare il cuore e sorrise tra le lagrime.
Chiamata l’ancella _cosmeta_[85], le dimandò se avesse udito quel suono.
L’altra rispose:
— L’udii, o diva Ottavia. Egli è per certo l’onesto Menecrate, apportatore forse di qualche lieta novella.
Dopo lunga esitazione, Ottavia disse sospirando:
— Discendi a cercarlo, e conducilo a me.
Alcuni istanti dopo il citarista compariva sul meniano, e piegando un ginocchio a terra, disse:
— Mercè, o divina Ottavia, che mi concedesti di prostrarmi nuovamente a’ tuoi piedi.
— Tu non mi dimenticasti dunque, o Menecrate?
— Non v’è acqua di Lete che possa darmi codesto oblio. E chi potrebbe dimenticarti? Non certo il popolo romano che ti reclama, ed è pronto a qualunque eccesso se dal tiranno non gli verrà reso il suo idolo.
— E Roma s’illude se crede colle minacce d’indur Nerone a cedere. Non farete che inasprire la sua ingiusta collera contro di me.
— Invece, — ripetè Menecrate, — in lui si tradisce il timore.
E qui narrò dell’impunità, in cui si lasciavano gli arditi partigiani di lei; della clemenza usata ad Isidoro Cinico.
— Non vi fidate di siffatte apparenze, — interruppe Ottavia, — e voi, che m’amate, siate prudenti e guardinghi, perchè lo sdegno di Cesare può colpir da un momento all’altro. Tu, specialmente, o Menecrate, la cui devozione per me lo fece entrare già da lungo tempo in sospetto. Quand’anche io stessa di ciò non mi fossi avvista, Seneca lo rivelò dopo il ripudio all’Apostolo cristiano che ne fece avvertita mia sorella Antonina. Esitai per questo a riceverti stasera, ma non ebbi il coraggio, o mio fido, di respingerti, senza averti veduto.
— Ma se Poppea la dicono gelosa di te, perchè teme che Nerone t’ami ancora....
— E d’onde lo sai?
— Molti lo ripetono, e in questi ultimi giorni a me lo disse Aniceto.
— Ah disgraziato, non fidarti di quel mostro, che m’odiò sempre perchè non diedi ascolto alle sue infami proposte.
— E perchè non lo denunziasti a Cesare?
— Per essere generosa fui stolta, lo so. Ma tu gli confidasti forse che verresti qui?
— No, perchè sempre ho provato per lui profonda avversione, quantunque egli m’addimostrasse benevolenza, e cercasse d’accompagnarsi con me tutte le volte che c’incontravamo.
— Ma non ti sfuggì mai dal labbro una parola imprudente?
— O divina Ottavia, e quale parola poteva io dire, che non fosse dettata da profonda venerazione per te, che non affermasse l’immensa distanza che separa la figlia di Claudio, la moglie di Cesare dall’umile citaredo? Adoro i Numi, ma più dei Numi l’onor tuo, la tua virtù. Io non ebbi mai da te nè una parola, nè uno sguardo, che lusingassero l’immenso amor mio, che a tutti nascosi sempre. Lo stesso Nerone, col suo maligno istinto, col suo geloso orgoglio, lo ha sospettato, ma non lo ha scoperto.
— E questo basta, o Menecrate, per farci tremare ambedue, me per la mia fama, te per la tua vita.
— Io questa vita la disprezzerei, ove non mi addolorasse l’anima il pensiero di lasciar la povera madre mia sola in questo mondo, immersa nel dolore. Ma se Nerone vuol togliermela, se la prenda; sarà l’unica voluttà concessa allo sventurato amor mio, quella di morire per te. Alla tua fama poi Roma alzò monumento così alto e sublime, che sfida tutte le mene dei calunniatori. Non v’è onesto cittadino che non sorgerebbe a difenderti, ed io per l’onor tuo sono pronto, ove occorra, a versare il mio sangue fino all’ultima stilla.
— Cuor generoso! — esclamò Ottavia, fissandolo teneramente.
Il citaredo diede in un sospiro, e riprese:
— Invocare dai Numi, come io feci sempre per te, un’esistenza di gioia e di pace, e vederti invece tanto infelice, vederti circondata da ingiusti sospetti, che turbano le tue veglie e i tuoi sonni, e sentir da te che di questi mali son fors’io l’innocente cagione, mi rende desolato, m’agita così, ch’io non so più quel che debba fare. Vedi, non ho resistito al desiderio di rivederti, ero beato qui giungendo, ed ora mi pento d’esser venuto, perchè un arcano presentimento mi dice che posso involontariamente, aver giovato ai tuo nemico, e te danneggiata. Facciano almeno i Numi che paghi io solo la mia imprudenza.
— Confidasti a qualcuno il tuo progetto?
— Non sono così stolto.
— Sei sicuro che nessuno t’abbia riconosciuto qui?
— Non m’imbattei che in poveri pescatori.
— Rassicurati dunque, che i miei schiavi son fidi, e non parleranno. È più prudente però che tu esca da questa villa ed approfitti della _suprema tempesta_ per tornare in Roma.
— Il tuo volere è legge per me, — rispose Menecrate, — ed io ti lascio. Sanno gli Dei quando ci rivedremo. Forse mai più.
— Non dir questo, o fido Menecrate, non accrescere i sinistri presentimenti dell’anima mia.
— O divina Ottavia, là dove regna il feroce Enobardo ogni addio può esser l’ultimo.
— Non straziarmi così.
— Almeno, se non devo più rivederti, se sono destinato a morire, mi sia conforto nella solitudine, renda meno crudele la mia agonia il ricordo d’una tua soave parola. Concedimi questa grazia, pronunzia questa parola.
La vittima allora, ribellandosi alle ingiuste pretese del suo carnefice, rispose:
— Sì, poichè sono libera del mio cuore, nè devo più render ragione a chicchessia de’ miei sentimenti, io ti dichiaro, o Menecrate, che t’amo, sì, t’amo, e che se riusciremo a salvarci, la sventurata moglie di Cesare diverrà forse un giorno la felice sposa del citaredo.
A queste parole Menecrate cadde in ginocchio e prese nelle sue le mani di lei, le inondò di lagrime e di baci.
Quando la commozione gli permise di parlare, esclamò:
— Ah tu mi rendesti adesso l’uomo più beato della terra!
Quindi, levatosi in piedi e prendendo la cetra, che aveva ad armacollo, soggiunse:
— Compisci l’opera, o divina Ottavia, e permetti che questo istrumento rimanga con te, come ricordo del povero citaredo.
— Ora tu sai che il mio cuore non ha bisogno di pegni per rammentarsi di te. Conserva dunque la tua cetra, che varrà a renderti meno penose le ore della solitudine.
— È quella che portava sempre con me nel palazzo dei Cesari, e le sue melodie eran da te benignamente ascoltate. Queste corde non devono più vibrare ove tu non sei. Prendila, e me la renderai, se verranno giorni più felici per noi.
Ottavia levossi, prese la cetra, e porse la fronte a Menecrate che v’impresse un lungo bacio.
Sapeva che nulla di più avrebbe potuto ottenere dalla casta riservatezza di lei, e per timore d’offenderla più nulla chiese.
Poichè egli fu partito, Ottavia andò ad appender l’istrumento presso il suo letto, e chiamò quindi l’ancella cubicularia perchè l’aiutasse a svestirsi.
S’udì un mormorio di voci, quindi i passi frettolosi di persona, che quasi gemendo s’avvicinava al cubiculo.
Era la schiava _vestiplica_[86] la quale, tutta spaventata, veniva ad annunziare che Menecrate, appena uscito dalla villa, veniva in presenza dell’ostiario afferrato da alcuni pescatori, legato con funi e condotto via.
Ottavia si mise le mani nei capelli, e gettando un grido cadde svenuta tra le braccia delle ancelle.
Successero a quello giorni per lei d’indescrivibile angoscia.
Non una parola, non uno scritto che le desse notizia del citaredo.
Una nuova circostanza venne invece ad accrescere il suo spavento. Giunsero all’improvviso alcune schiave, che venivano a surrogare le sue ancelle fedeli, che da alcuni soldati furono, per ordine di Cesare, condotte in Roma. Si vide allora perduta, comprese d’esser vittima di perfide mene, e la sua disperazione fu al colmo.
Una mattina giaceva ancora in letto, estenuata dalla febbre, allorchè tutt’a un tratto udì nelle stanze attigue una voce che gridava:
— Lasciatemi, maledette schiave di Cesare, lasciatemi! Voglio salvarla!
CAPITOLO XX.
Tormentati.
— Tu dovrai scoprire se Menecrate osa amare la moglie di Cesare, e s’egli si recò furtivamente a Nettuno. Adopera a ciò tutti i mezzi, ch’io ti do ampia facoltà.
Questo diceva un giorno Nerone ad Aniceto, e l’incarico era con gioia accettato dal maligno pedagogo, che sperava vendicarsi d’Ottavia, conservar la benevolenza di Cesare e acquistare quella della nuova Imperatrice.
S’era subito messo all’opera, e non riuscendo a cogliere a volo qualche parola imprudente del giovine, nè ad avere informazioni da altre persone, meditava subito l’impresa di farlo sorprendere a Nettuno.
Aveva dunque spedito colà alcuni scherani travestiti da pescatori, e che di vista conoscevano il citaredo, e dava loro ordine di vegliare intorno alla villa, ove dimorava Ottavia, di lasciarvelo entrare, e catturarlo appena ne fosse uscito.
L’agguato, come vedemmo, riuscì a meraviglia, e il misero, giunto in Roma, veniva rinchiuso nel carcere Tulliano.
Ivi fu interrogato dai giudici, i quali con subdole dimande cercarono d’indurlo a confessare l’adulterio commesso con Ottavia.
Il prigioniero, mal frenando lo sdegno, esclamò:
— O giudici, non vi fate complici di calunniatori malvagi, e rispettate la più virtuosa, la più casta delle donne romane.
E continuando gli altri nel triste ufficio, soggiunse che smettessero, perchè i loro vani artifizi non riuscirebbero a fargli rinnegare la verità.
Dopo queste parole si chiuse in sdegnoso silenzio.
Tanta fermezza adirò quei satelliti del tiranno, i quali ordinarono ai soldati di legar Menecrate con una fune, e calarlo nella _carneficina_. Così chiamavasi il sotterraneo, dove i rei erano torturati e giustiziati.
Era stato scavato nella roccia a 17 palmi e mezzo dal piano di Roma da Servio Tullio e sottostava a tutte le celle della prigione. Da un’apertura, praticata in mezzo alla vôlta, venivano con funi calati abbasso i rei ed i carnefici. Una piccola porta a sinistra dava accesso ad una galleria, che metteva nel Tevere, dove si gettavano i cadaveri, quando non venivano esposti sulle gradinate Gemoniane.
Manette, catene, collari, marchi di ferro, eculei, nervi, flagelli, corde, numelli, patiboli, ed altri istrumenti di tortura erano disposti intorno alle rozze pareti.
Menecrate venne dal carnefice racchiuso nel _numello_[87] e sottoposto al supplizio del flagello a cui i romani avevano applicato l’epiteto di _horribile_. Le sue corde ritorte con nodi, che rassomigliavano ai numerosi tentacoli del polipo, facevano strazio di quel corpo. Grondava il sangue dalle carni lacerate, che cadevano in brandelli, e il paziente gemeva, ma non chiedeva pietà, ma rimaneva saldo nel proclamar l’innocenza e la virtù d’Ottavia.
Finalmente il dolore lo vinse, e perdette i sensi.
Allora fu tolto dal _numello_, e colla corda tirato verso il foro della volta e consegnato all’_ergastolario_, che lo fe’ ricondurre nella prigione e gli fe’ ungere di balsamo le ferite.
Nerone, per giustificare agli occhi dei romani il ripudio d’Ottavia, e diminuire di questa il prestigio, ed accrescerlo a Poppea, voleva ad ogni costo che Ottavia risultasse colpevole; ma nello stesso tempo il sentir confermata la virtù di lei lusingava il suo amor proprio.
Provò dunque quasi un senso di gratitudine verso Menecrate, e d’ammirazione per la fermezza di lui.
L’avrebbe forse rimandato libero, ove Aniceto, a cui ciò non garbava, non gli avesse fatto osservare che conveniva prima provare ch’egli non avesse per nobiltà d’animo mentita la verità. E il perfido suggerì allora di far tradurre da Nettuno a Roma le ancelle d’Ottavia.
E a quelle sventurate toccò la stessa sorte del citaredo.
Non fu adoperato il _numello_, ma bensì, il sistema del _catomidio_[88] e invece del flagello furono ad una ad una percosse col _flagro_, di cui i lunghi cordoni intrecciati con dei pasturali di pecora non laceravano nè pestavano le carni.
Di questo istrumento i preti di Cibele si servivano per farsi la disciplina. Ma i preti fingevano, e il carnefice faceva davvero, per cui le strida delle pazienti s’udivano, non solo dai prigionieri, ma dai cittadini che passavano per via.
Ad onta però degli spasimi, la loro fedeltà vinse la prova e nessuna accusò.
La fama dei supplizii, così eroicamente sopportati dai martiri, non tardò a divulgarsi fra il popolo, che ascrivendoli all’influenza della nuova Imperatrice, cominciò a dimostrare clamorosamente il suo malumore contro di lei.
La si malediceva publicamente, si chiedeva giustizia, tanto dalla plebe che dai patrizi per la ripudiata Ottavia, per l’innocenza oppressa.
Nerone, furibondo, non sapeva più a qual nuovo infame partito appigliarsi per difender la donna adorata e confondere il popolo romano.
Lo scellerato pedagogo venne nuovamente in suo soccorso e gli dimandò:
— Vuoi tu che Ottavia risulti ad ogni costo colpevole?
— Sì, per l’Averno! Purchè io non sia stato ingannato, lo sian pure gli altri.
— Or bene, fa porre in libertà i prigionieri, e punisci Ottavia, dichiarata adultera dal suo stesso amante.
— E chi sarà costui?
— Il tuo Aniceto, se vuoi.
— Tu!.... Ma non è vero?
— E che monta? Il popolo cadrà nell’inganno.
— Mi spiace, che un miserabile par tuo sia creduto il rivale di Cesare.
Aniceto, ch’era avvezzo a simili oltraggi, si strinse nelle spalle e non profferì parola.
In questo entrò nella stanza l’Imperatrice, trascinando seco Atte, alla quale impose di ripetere al cospetto dell’Imperatore quanto aveva detto a Domizia, purchè non tradisse la verità.
— Non ho mai mentito, — interruppe Atte, fissando Poppea con alquanta alterigia.
Quindi, rivolgendosi a Nerone, continuò:
— La tua zia Domizia vituperò davanti alle schiave la divina Ottavia, ed io ch’era presente, ne presi le difese e ne esaltai le sublimi virtù. Essa disse che tu, o Claudio Nerone, avevi ben operato ripudiandola e condannandola all’esilio, ed io dichiarai il tuo atto indegno d’un cuore generoso. Essa si scagliò contro il popolo romano, che osa ribellarsi ai decreti di Cesare, che fa d’una giovine ipocrita l’idolo suo, e non vuol riconoscere i pregi della divina Poppea. Ed io risposi che il popolo è saggio, e che dalla sua bocca esce sempre la parola dei Numi. Ecco la verità.
Nerone tacque. Egli era distratto perchè, tra il parlare d’Atte, rapide attraversarono la sua mente le memorie dei gaudi soavi divisi con quella donna, che si mostrava in quel momento sì franca e leale.
— E sei tu, — disse Poppea con beffardo sorriso, — tu, che compiangi colei, a cui per la prima rapisti il marito?
— Ah! Avrei voluto, — rispose la citarista, — morir prima che un’infelice passione mi facesse portar nella tomba il rimorso di quel tradimento.
— Codesto rimorso risparmialo, — entrò a dire Nerone, che vedeva finalmente giunto l’istante di portar coll’estrema calunnia il colpo fatale alla riputazione d’Ottavia. — Voi tutti adorate un idolo bugiardo. Quella virtù, così decantata da voi, non impedì ad Ottavia di.... prostituirsi a costui....
Ed additò Aniceto, mormorando quasi a stento le ultime parole, come se le sue labbra rifuggissero dal pronunziarle.
— Tu! — esclamò Atte, guardando biecamente il pedagogo, — ed osi asserirlo?
— La coscienza m’impone questa volontaria confessione per salvare l’innocente Menecrate.
Intanto Poppea teneva fisse sul marito le sue nere pupille, in cui leggevasi la sorpresa e l’incredulità.
Forse nella sua intenzione travedeva l’ordito inganno, e ciò non le inspirava fiducia per l’avvenire.
— E dopo la sanguinosa offesa, non punisti quest’uomo? — essa osservò.
Ed Aniceto con prontezza rispose prima che l’Imperatore parlasse:
— Il divo Cesare generosamente mi perdonò, perchè la pietà mi spinse a dichiararmi reo.
— E chi ti disse, o malvagio, — interruppe Nerone, — ch’io ti perdonai? Non ti tolgo la vita, ma ti condanno all’esilio. Ora, tu stessa, adorata Poppea, pronunzia la sentenza contro codesta illusa citarista.
— A me basta, — rispose Poppea, — che una mia nemica non abbia più ricetto nel palazzo dei Cesari.
— Udisti, o Atte? Prima che tramonti il sole devi aver abbandonata la reggia. Prendi.
E tolto da un _pegma_ (o stipo) un _marsupio_[89] pieno di nummi d’oro, lo presentò a lei, che rifiutò dicendo:
— Da lungo tempo implorai dal divo Cesare la grazia di lasciarmi partire. Egli me la negò, anzi mi volle qui prigioniera. Ora mi concede la libertà, e questo dono a me basta, senza che altro egli ve ne aggiunga. Parto riconoscente all’Imperatrice della sua sentenza, che m’offre il mezzo d’espiare il mio fallo. Parto però convinta che quest’uomo ha mentito, e ch’è immacolata la virtù della divina Ottavia.
— Il gastigo che l’attende ti convincerà delle sue colpe. Ora prendi questo denaro ch’io t’offro.... prendilo.... così voglio.... così comando... e va.
Atte prese il marsupio, senza più esitare; poichè quel denaro giovava ad un suo progetto, ed uscì dalla stanza imperiale coll’animo agitato per la sciagura che sovrastava ad Ottavia.
Poppea era riuscita ad allontanare la concubina, come aveva fatto discacciare la legittima sposa. Agli altri nemici, che aveva nella casa Augustale, penserebbe in seguito. Essa voleva goder tranquillamente della sua fortuna, e regnar dispotica sull’animo di Cesare.
Voleva fido e sottomesso a lei sola il marito, senza darsi però la pena di correggerlo.
Sembrava che le sue aberrazioni, i suoi stessi delitti non la riguardassero.
Per questo, malgrado il sospetto ch’egli con Aniceto avessero ordito una trama contro Ottavia, e che a questa minacciasse l’estremo fato, non chiese schiarimenti, non disse parola per salvarla.
Nerone però titubava di convalidar la calunnia colla punizione della moglie ripudiata, che egli amò un giorno, e che sapeva onesta e fedele. Era tale enormità che faceva perfino ribrezzo a quella belva.
La sua vecchia zia però, ch’era donna feroce anch’essa, acerrima nemica dei Claudii ed accecata dall’affetto per Nerone, lo stimolava a disfarsi dei due figli di Messalina se voleva acquistare la pace, e regnar sicuro. Neppure a lei Nerone aveva confidato il segreto della trama ordita con Aniceto, laonde essa in buona fede credeva Ottavia colpevole, e così gli parlava:
— Se tu gli perdonassi, essa non mancherebbe, per vendicarsi, di cospirare co’ suoi amanti per balzar dal trono te, e porvi Britannico. La tua vita e quella di tua moglie verrebbero sacrificate agli Dei dell’Averno. So già che si cospira contro di te. Non mostrarti pusillanime, afferra le cesoie d’Atropo, e recidi lo stame di quelle due vite, che possono riuscir per te così fatali.
E tanto disse, che Nerone, benchè a malincuore, pronunziò la tremenda parola:
— Morranno.
Atte era salita nei cenaculi, aveva radunate le sue robe, ed era partita col fermo proposito di salvare Ottavia.