Le donne di Nerone

Part 15

Chapter 153,704 wordsPublic domain

Le due nutrici Egloga ed Alessandria, che molto avevano preso ad amarla, piansero a calde lagrime nel dividersi da lei. Sporo voleva anche questa volta partire con essa; ma riuscì a persuaderlo ch’egli correva rischio d’esporre ambedue alle vendette di Cesare, e lo consolò promettendogli che si sarebbero riveduti.

Dal palazzo Augustale Atte corse difilata a quello di Britannico, che pure sorgeva sul Palatino, volendo prevenirlo della sciagura, da cui era minacciata la sorella.

Erano in quel momento adunati presso Britannico, Calpurnio Pisone ed altri partigiani di lui, che sentendo annunziare la citarista greca, lo consigliarono a farla discacciare, sospettandola inviata dal tiranno per spiarli.

Plauzio Laterano, ch’era con loro e che ora detestava Atte, sospettandola complice del tiranno nel sagrifizio di Rubea, fu dei più accaniti nel far respingere la giovine greca. E Britannico diede loro ascolto e quindi passò nelle stanze d’Antonina, ch’era nella sua zotheca coll’Apostolo, e le riferì quant’era accaduto.

— Male oprasti, o Britannico, — osservò Paolo; — dovevi recarti nell’atrio a vederla, sentir da lei cosa volesse, e giudicar da te stesso s’ella avesse veramente a comunicarti cose di grave momento. Talvolta il bene ci giunge donde meno lo si attende. Forse essa ancora non s’allontanò di qui. Vado io, se vuoi, a raggiungerla, io che seguo la massima del mio maestro Gesù, che non respingeva alcuno e tutti chiamava a sè.

Andò, ma non trovò più Atte, che dopo il rifiuto di Britannico erasi allontanata, dicendo fra sè:

— Vedo che i Numi vogliono a me serbato l’onore e la gioia di salvarla. E che i Numi mi diano la forza per compiere l’opra pietosa.

Approfittando dell’oro, che Nerone l’aveva costretta ad accettare, tolse a nolo un _cisio_[90] a due cavalli, viaggiò tutta notte, e allo spuntar dell’alba giunse davanti alla villa imperiale di Nettuno.

L’Ostiario, mezzo sonnolento ancora, le chiese chi fosse.

— Mi manda Cesare, — rispose.

E andò innanzi.

Ma imbattutasi in due delle nuove ancelle, queste volevano trattenerla a viva forza, ma essa, dopo aver lottato, si svincolò da loro, ed entrata nel cubiculo, ove giaceva Ottavia, corse ad inginocchiarsi vicino a lei, e presale la mano, la coprì di baci.

— Atte! — esclamò sorpresa la giovine Imperatrice. — Perchè vieni? Che vuoi tu da me?

— Vengo a salvarti, o divina Ottavia, — rispose Atte, rimanendo genuflessa.

E con accento affannoso prese a narrarle quanto era accaduto nella casa Aurea, il suo alterco colla vecchia Domizia, l’accusa di Poppea, il suo sfratto dal palazzo dei Cesari e le minacciose parole di Nerone.

Ottavia colla solita dolcezza e con flebile voce, disse:

— E che fec’io mai per essere minacciata così?

L’altra non si sentiva il coraggio di palesarle il tratto infame d’Aniceto. Facendolo, le pareva di recare offesa alla virtuosa donna ed accrescerne il dolore.

— So, — proseguì Ottavia, — che si sospettò di Menecrate. Egli fu catturato, mentre usciva da questo palazzo. Nulla più seppi di lui. Alzati e dimmi la verità.

Atte allora levossi in piedi, e le narrò come avesse il citaredo sopportato eroicamente la tortura, proclamando, sotto ai colpi del flagello, sè innocente e incontaminata lei. Lo stesso riferì delle ancelle.

— Anime sublimi! — esclamò Ottavia.

E gli occhi le si velarono di lagrime.

Porgendo poi le mani ad Atte, continuò:

— E tu pure, o giovine greca, abbiti la mia riconoscenza per l’affetto che dimostri a questa derelitta.

— Io nulla merito, o divina Ottavia, finchè non t’avrò salvata. Corsi a quest’uopo presso di te. Non indugiare per pietà, perchè le vendette di Cesare sono sollecite quanto tremende. Levati, prendi le mie vesti, copriti colla mia calyptra, e fuggi.

Ottavia tentennò il capo.

— Non lasciarti trattenere dal dubbio, — continuò Atte. — Nel vicino stabulo troverai il _cisio_ col quale io son venuta. L’auriga è già prevenuto. Egli ti condurrà in Roma presso tuo fratello Britannico e tua sorella Antonina, che sapranno trovare il modo di sottrarti per sempre al tuo carnefice.

— E tu? — chiese Ottavia.

— A me non pensare: se morrò, sarò felice d’averti sacrificata la vita, se riuscirò a salvarla ti raggiungerò, o divina Ottavia, per consacrarla interamente a te.

— Io ti son grata, — rispose Ottavia, — di questi affettuosi sentimenti, nei quali traspare la nobiltà d’un cuore, che fu suo malgrado traviato. Ma la tua proposta non posso accettare.

— Perchè?

— Perchè fuggendo mi si potrebbe ritenere colpevole. Io nulla ho a rimproverarmi, e le coscienze intemerate non hanno paura.

— Della giustizia, no; — interruppe l’altra, — ma della perfidia? Ti vogliono perduta ad ogni costo, interamente perduta.

— E non la sono diggià? Ripudiata, condannata a vivere reclusa in questa villa, privata degli amici, delle più fide schiave. Non credo che vorranno sottoporre anche me ai tormenti, e che a vent’anni vorranno togliermi l’esistenza.

— O divina Ottavia, io per non offenderti, non voleva riferirti che venne ordita una trama iniqua per farti comparire colpevole, e distrugger così la venerazione di Roma verso di te.

— E Nerone che mi sa pura, non mi difende contro la scellerata accusa?

— Forse egli stesso la ordiva perchè trionfasse Poppea.

E qui, senz’altra esitanza, narrò della menzognera confessione d’Aniceto.

A questo non s’attendeva Ottavia. Essa ne provò sdegno siffatto, che più non parve la stessa.

Nelle violenti frasi, nell’ira che le divampava dagli occhi, male avresti ravvisata la soave figlia di Claudio. In preda all’esasperazione, narrò ad Atte come lo scellerato avesse osato un giorno d’offrirle l’amor suo, e come fosse stato sdegnosamente respinto.

— Ed ecco, — aggiunse, — la ricompensa di quell’uomo infame per aver io taciuto all’Imperatore l’oscena proposta di lui. Ma con questo nuovo delitto i nemici miei non raggiungeranno lo scopo. Il popolo romano non crederà.

— È per convincerlo appunto che vogliono punirti.

— Ma nessuno più adunque mi difende? Perchè tace Agrippina? Perchè tace Seneca? E Antonina e Britannico che fanno?

Atte rispose:

— Nerone, accecato dalla passione, tutto sacrifica a Poppea. Agrippina freme, ma tace. Seneca parla, ma non è ascoltato. Il fratello e la sorella tua ignorano forse quello che si trama a’ danni tuoi. Appena abbandonato il palazzo dei Cesari, corsi a quello di Britannico e d’Antonina per renderli avvertiti, ma fui respinta, e senza frapporre indugio venni io stessa a te, e torno a supplicarti, o diva Ottavia, di porti in salvo. L’innocenza, la virtù, la rassegnazione a nulla ti gioveranno. Oh, cedi, cedi alle preghiere e alle lagrime di quest’umile liberta. Tu sei per me il genio del perdono e della redenzione: non abbandonarmi!

Ottavia, commossa, stese le braccia verso di lei, e strettala in amplesso la baciò.

— Va, infelice creatura, e ti perdonino gli Dei, come io t’ho già perdonato.

Atte tentò di nuovo persuaderla a porsi in salvo, ma l’altra le rispose:

— Quand’anche lo volessi, non me lo consentirebbero le forze. Ho l’anima stanca, il corpo affranto, e conviene che qui si compia il mio fato.

— Concedimi almeno di rimanere presso di te.

— Resta, se vuoi, ma il presentimento mi dice che non tarderò a lasciarti in abbandono su questa terra.

Atte, che divideva con essa codesto convincimento, tacque.

Andò a licenziare l’auriga, e tornò subito al fianco dell’inferma Imperatrice.

Poco dopo, questa, che mal sopportava la vista delle altre ancelle, si fece aiutare da Atte a discender dal letto, ed indossato l’amitto, passò nella zotheca, e sedette davanti al monopodio su cui vedevansi disposte in ordine carte di varie qualità, penne di canna, che i romani chiamavano _arundes_ finamente lavorate e chiuse in una _teca calamaria_, l’_atramentario_[91] dorato e alcuni libri. Prese una penna ed un foglio di carta dentata[92] e scrisse a Britannico per dare a lui e alla sorella Antonina l’ultimo vale, e raccomandar loro la pietosa citarista.

Quindi porse a questa il foglio perchè, tornando a Roma dopo la sua morte, lo presentasse al fratello.

Le rimise inoltre del denaro e dei gioielli chiusi in una _crumena_[93].

— Quest’oro — dicendo — e questi oggetti consegnerai alle mie fide ancelle Fausta, Domitilla, Silvia e le altre, che a me dimostrarono tanta abnegazione, e così eroicamente mi difesero in mezzo ai tormenti. Oh potessi rivederle, baciarle ancora una volta! Al misero Menecrate....

E qui il pianto le impedì di proseguire.

— Ma tu parli, o divina Ottavia, — entrò a dire Atte, singhiozzando anch’essa, — come se fosse incominciata per te l’ora dell’agonia.

— O mia buona citarista, credi a me, questa non è lontana. Quand’anche non m’uccidesse Nerone, questa febbre che m’arde le vene risparmierà forse a lui un nuovo delitto.

Si tolse dal dito un anello, e disse ad Atte di portarlo a Menecrate, unitamente alla cetra, che le aveva lasciato, aggiungendo:

— Dagli per me l’ultimo addio, digli che gli son grata del suo affetto, della sua abnegazione, e che non dimentichi il mio sepolcro, se pur questo sarà concesso alla mia povera salma.

L’angoscia e il pianto avevano inasprite così le sue fisiche sofferenze, che sentendosi mancare, si fe’ da Atte, coll’aiuto delle ancelle, ricondurre nel suo letto, ove rimase qualche tempo quasi priva di sensi.

All’indomani Atte, vedendola in quello stato, che il medico dichiarò gravissimo, non si mosse mai dalla stanza.

Alla sera essa dimandò il permesso di vegliarla, distendendosi presso il letto sopra una pelle di tigre.

Ottavia però non lo permise, e la mandò a dormire nell’attiguo gabinetto.

La giovine citarista tuttavia non riuscì a prender sonno, sembrandole udire ad ogni momento i lamenti dell’inferma.

Ad un tratto le parve che la porta del cubiculo s’aprisse, e che qualcuno vi fosse penetrato.

Balzò in piedi, ed atterrita da un grido acuto, si precipitò nella camera d’Ottavia.

CAPITOLO XXI.

☧

Era notte inoltrata e Ottavia aveva appena socchiuse le palpebre, allorchè la porta del cubiculo s’apri pian piano, e comparve un uomo con una lanterna, dalle pareti di corno trasparenti, che diffondeva una tinta giallastra sulla sua faccia e su quella dei due compagni che lo seguivano.

L’inferma aprì gli occhi quand’essi eran già presso il letto.

Dapprima li fissò spaventata, poi cominciò a tremare e mormorare affannosa:

— Ah cosa è mai! Me lassa!

Ma quando, ad un cenno dell’uomo che portava la lanterna, uno dei due manigoldi si gettò su lei per impedirle di muoversi, mentre l’altro sguainava una sica,

— Pietà! pietà!... — esclamò. — Non ho che vent’anni.

L’uomo si lasciò cader l’arme e mormorò:

— Non posso!....

— Vigliacco! — esclamò l’altro.

E raccolta dalle coltri la sica, la piantò nel petto d’Ottavia, che gettò l’urlo udito da Atte, e cadde riversa sul guanciale.

Poco dopo l’infelice spirava fra le braccia della citarista.

Tornati in Roma i tre sicarii, si presentarono a Cesare per riferirgli che gli ordini suoi erano stati eseguiti.

— E che diss’ella?

E il capo di quei sgherri rispose ch’essa aveva cercato di muoverli a pietà, e che anzi uno di loro erasi lasciato intenerire dalle lagrime di lei, e non aveva osato ferirla.

— Perchè ti mostrasti ribelle agli ordini miei? — chiese a questi Nerone.

— In vederla così giovine e bella, sentii venir meno il coraggio.

Cesare, con stupore grandissimo degli altri due, gli gettò ai piedi una borsa di denaro, dicendo:

— Prendi, in mercede della tua pietà.

Codesta stravaganza, emanazione d’un cervello malato, tradiva in lui un resto d’affetto verso la vittima, sacrificata per vincere il riottoso contegno del popolo romano.

Ordinò che la salma fosse chiusa in sarcofago e calata nel conditorio[94] dei Claudii.

Diè inoltre incarico di raccogliere tutti gli oggetti preziosi appartenuti all’estinta, e di portarli, come ricordo di lei, alla sorella Antonina.

Non era rimorso, non pentimento, e neppure presunzione d’essere meno severamente giudicato dall’universale, che lo spingevano a dare codeste disposizioni. Era soltanto pregiudizio di potere in questo modo placare i Mani della sua vittima.

Il dolore sdegnoso della madre, i fieri rimproveri di Seneca, le improperie che contro lui scagliavano Britannico, i suoi fautori e quelli che non avevano prestata fede all’iniqua commedia, di cui era stato protagonista il pedagogo, non lo commovevano punto, nè lo trattenevano dal prestare orecchio agli scellerati consigli della zia Domizia.

Egli sempre più idolatrava Poppea e aveva giurato d’immolarle tutti i suoi nemici.

Pure, in mezzo alla sua indifferenza brutale, aveva provato un momentaneo turbamento, allorchè l’amata donna, all’annunzio dell’eccidio d’Ottavia, aveva esclamato piena di terrore:

— Ecco una nube sul mio orizzonte sereno! Ecco un presagio funesto!

In casa di Britannico alla costernazione, ai lamenti, ai rimpianti s’alternavano l’ira, l’odio, i propositi di vendetta.

L’Apostolo Paolo adoperava tutta la sua eloquenza per lenire da un lato il profondo dolore d’Antonina, e dall’altro temprare i fieri spiriti dei congiurati, che volevano ad ogni costo sfruttare la circostanza per sommuovere il popolo contro Nerone.

Egli così parlava a costoro:

— Che l’odio e la sete di vendetta non vi facciano velo all’intelletto, nè vi trascinino a passi inconsiderati, che possano costare nuove lagrime e nuovo sangue. Non vogliate punire i delitti col delitto. L’idea della giustizia soltanto v’illumini, vi guidi, vi renda cauti. Non agite all’impensata, ma ponetevi all’opra quando sarete sicuri di rovesciare la mala signoria e rendere a Britannico il trono usurpato. Non v’illudete però: malgrado i suoi vizii e le sue colpe, grande è tuttora il prestigio che Claudio Nerone esercita sul popolo romano colle sue grandezze, colle sue prodigalità; e il popolo non vi seguirebbe, e fors’anco difenderebbe il tiranno. Attendete che la misura sia colma, e allora avrete Roma intera con voi, e il mostro sarà discacciato. Prendete esempio dai cristiani, che perseguitati, martirizzati in mille modi, non cedono all’impulso dell’indignazione, ma fiduciosi aspettano il giorno della giustizia.

— E senza attender tanto, — interrompeva Pisone, — si tronca una perniciosa esistenza per salvar mille innocenti.

— Saresti in tal guisa severamente giudicato da Dio, tu che giudichi gli altri, e faresti quello che negli altri condanni, e il tuo delitto non riuscirebbe d’alcun giovamento alla repubblica. Gl’idoli bugiardi, i falsi Sacerdoti, gli audaci pretoriani e l’orda dei cortigiani malvagi non sparirebbero con lui. Conviene distruggere per riedificare. In questo modo soltanto potrete fondare su salde basi il regno di Britannico.

Codesti saggi ragionamenti spiacevano a quei bollenti giovani; tanto più vedendo Britannico pender dubbioso tra loro che li respingevano e la sorella che li accettava.

Allorchè Atte, alcuni giorni dopo i funerali d’Ottavia, tornò in Roma e si presentò al palazzo d’Antonina, Britannico voleva che fosse nuovamente respinta. Ma la sorella vi si oppose, e fece introdurre nella zotheca la citarista, che le rimise la lettera d’Ottavia, e le narrò le angosce degli ultimi giorni, e la catastrofe.

Antonina, vedendola piangere a calde lagrime, fu nello stesso tempo sorpresa e commossa, e le chiese cosa potesse fare per lei.

— Ch’io non subisca più la vergogna d’essere respinta da questa casa, come un’abietta cortigiana. Errai, lo so, non merito riguardo alcuno da voi tutti, ma fui più sventurata che perversa. Ben lo comprese la divina Ottavia, e mi perdonò. E se la crudeltà degli uomini non me l’avesse rapita, io sarei rimasta al suo fianco schiava riconoscente e fedele. Che la pentita dunque non abbia il vostro disprezzo.

E qui aggiunse, che quando era stata respinta la prima volta veniva a prevenirli del periglio, che sovrastava ad Ottavia, e che essi forse avrebbero potuto scongiurare, mentre a lei non era riuscito di persuadere la vittima a sottrarsi colla fuga.

— Io, — dicendo, — ero pronta ad esporre la vita mia per salvare quella preziosa esistenza, risparmiare a voi un dolore, e a Nerone un così enorme delitto.

— Come a te, purtroppo neppure a noi sarebbe riuscito di salvar la sorella. L’odio del tiranno l’avrebbe raggiunta dovunque.

— Non solo Nerone non odiava la moglie, ma non aveva mai cessato d’amarla.

— E sei tu che lo asserisci, — disse, sorridendo, Antonina, — tu che le fosti preferita.

— Per fiamma di sensi, non per fiamma di cuore. Io fui sempre per esso l’etèra, null’altro che l’etèra. Ma perchè vuoi tu ricordare le mie colpe, se generosamente a me le perdonò la sorella tua? Essa prestò fede al mio sincero pentimento.

— E a prova che vi presto fede ancor io, farò venir Britannico, e gli dirò di smettere con te il severo contegno, e di riguardarti senza dubbi, senza sospetti, come la protetta della defunta sorella.

E così fece, memore della massima inspiratale dall’Apostolo, che non conviene mai respingere i peccatori pentiti.

Britannico, deferente sempre ai consigli della sorella, trattò Atte benignamente, e le dimandò se ogni suo rapporto col tiranno fosse davvero cessato.

— Io ebbi la fine che meritava; fui discacciata dal palazzo dei Cesari, e non vi porrò il piede che una sola volta.

A queste parole Antonina e Britannico si turbarono.

— Sì, — continuò Atte, — vi tornerò per proclamare l’innocenza della divina Ottavia, e l’infamia d’Aniceto.

E qui riferì la rivelazione fattale dalla vittima, riguardo all’audacia del pedagogo, che aveva osato portarle oltraggio con disoneste proposte, e com’essa per generosità lo avesse taciuto a Nerone.

E soggiunse:

— Quando l’Imperatore saprà che fu ingannato, che venne fatto istrumento d’una scellerata vendetta, consacrerà, nel suo tremendo furore, alle furie d’Averno la testa dì quel mostro.

— Ah non illuderti, giovine generosa, — interruppe Britannico; — Aniceto non fu che il complice dell’iniquo Enobardo. La trama era ordita perchè giovava a costui che Ottavia perdesse colla vita la fama.

— È inutile che tu vada; — entrò a dire Antonina, — vi fu già chi rivelò la cosa a Cesare. Aniceto partì per l’esilio, ma so che nella terra d’esilio troverà la morte.

— E a te, chi riferì tutto ciò? — chiese meravigliato il fratello.

— L’Apostolo.

Fedele alla sua missione, Paolo cercava sempre di far proseliti alla religione cristiana. Coraggiosamente tentava le conversioni anche tra i grandi; ma quelli che più richiamavano la sua attenzione erano i disillusi e gli afflitti.

Fu per questo, che udendo le torture inflitte ingiustamente a Menecrate, e la desolazione in cui lo aveva gettato la misera fine dell’Imperatrice, pensò di presentarsi all’umile casetta del citaredo.

Antonina, alla quale partecipò questo suo divisamento, lo incoraggiò a porlo in esecuzione, incaricandolo di portargli a suo nome parole d’encomio e di gratitudine pel coraggio addimostrato nel difendere la virtù calunniata della sorella.

Da pochi giorni l’infelice era uscito dal carcere e giaceva riarso dalla febbre delle ferite e immerso nel dolore per la morte della donna amata, quando si presentò Paolo, dicendo:

— Io son Paolo di Tarso, servo di Gesù Cristo, chiamato Apostolo segregato pel vangelo di Dio, e vengo a te perchè ti so sventurato. Vengo ad augurarti gloria, onore, e pace perchè operasti il bene. Tu sei pagano; ma dinanzi a Dio, niuno è eccettuato.

Queste parole suonarono soavi all’orecchio di Menecrate, e lo riempirono di stupore. E lo stupore s’accrebbe allorchè l’Apostolo gli riferì le parole d’Antonina. Il misero ne fu commosso, e gli occhi gli si velarono di lagrime.

Offrì a Paolo uno sgabello, ch’era vicino al letto, e sul quale soleva sedere la vecchia madre, che gli teneva compagnia filando.

Cominciò a conversare con esso, e la soave eloquenza dell’Apostolo così lo affascinò, che finì per confidargli tutte le sue sventure, tutti i suoi segreti. Narrò dell’ultimo colloquio avuto coll’Imperatrice, dicendo che ogni suo desiderio sarebbe soddisfatto, ove gli fosse dato di far conoscere a Nerone le audaci proposte d’Aniceto, perchè potesse misurar l’infamia del suo complice e la virtù della sua vittima.

— Dimando ai Numi, — egli disse, — di rendere questo tributo alla memoria dell’intemerata donna, e poi morrò contento.

— E il tuo santo desiderio, — rispose Paolo, — sarà esaudito.

— E come lo potrò?

— Lasciane a me la cura. Il mio Dio, non è il solo Dio dei cristiani, è il Dio delle genti, e a tutti egualmente sa render giustizia. Tu, pagano, sarai soddisfatto, come lo sarebbe il cristiano, come potrebbe esserlo il greco, il giudeo. Rinfranca adunque l’abbattuto spirito, e ci rivedremo tra poco.

Tornò di fatto pochi giorni dopo, e riferì che Seneca s’era assunto l’incarico di rivelar la cosa a Cesare, il quale, salito in furore per la calunnia, e l’ardire del pedagogo, sapendolo esiliato in Acaia, aveva fatto scrivere al Governatore Gallione di rintracciarlo e farlo mettere a morte.

Seneca erasi guardato bene di svelare a Paolo l’iniqua trama di Nerone per sacrificare Ottavia, e Nerone a sua volta, con fina ipocrisia, aveva voluto far credere a Seneca d’essere stato tradito dal pedagogo. Nel tempo stesso, realmente indignato per l’audacia di questi, che tentava d’offenderlo nell’onore, lo condannava a morte. In tal modo si vendicava del temerario, e si liberava del complice.

Il filosofo aveva finto di credere all’ingenuità del tiranno, e contento del risultato, più che per la riabilitazione d’Ottavia, per la condanna d’Aniceto, ne aveva fatto parte all’Apostolo, e questi a Menecrate.

Il citaredo, pieno di riconoscenza, prese pel cristiano affetto grandissimo, e sempre con maggior interesse ascoltava le sue esortazioni, ed esaltavasi alle massime del vangelo, al racconto dell’abnegazione, colla quale s’era sacrificato il Profeta Nazareno.

Tutto ciò non garbava alla vecchia madre, fiera pagana, ma per amor materno, finì anch’essa per desiderare la compagnia dell’eloquente cristiano, che così beneficamente agiva sul morale del figlio.

A Britannico invece poco garbava l’ascendente che Paolo aveva preso sull’animo della sorella.

Egli n’era quasi geloso, e allorchè udì che ad essa l’Apostolo aveva riferito la sorte riserbata ad Aniceto, si fe’ torbido in viso, e mormorò:

— Sempre costui.

— Dovresti ringraziarlo, — rispose Antonina accigliandosi, — ch’egli senza averne il dovere pensò a difendere la fama della misera sorella nostra. Non esser fanciullo, e dividi con me l’ammirazione per l’uomo insigne e benefico.

E qui narrò come avesse portato conforto di parole e d’opra al misero citaredo.

L’altro non seppe che rispondere e poco dopo uscì.

Rimasta sola con Atte, Antonina continuò ad encomiare le virtù di Paolo, talchè la giovine greca mostrò desiderio di conoscerlo e si proponeva d’incontrarsi con esso nella casa di Menecrate.

Pochi giorni dopo, essendo rimasta in casa d’Antonina come citarista, Atte vide l’Apostolo, lo udì parlare della bontà di Dio, che a tutti perdona, e disse che forse a lei non avrebbe perdonato.

— O figlia, è dubbio sacrilego il tuo. Svelane la ragione.

— Ora non posso.

— Io m’allontano perchè tu possa palesare liberamente il tuo segreto.

Questo disse Antonina uscendo. Pareva ch’ella tenesse a coadiuvare Paolo nella sua missione.

Era già forse convertita?

Sì. Le sofferenze dei cristiani, l’eroismo col quale essi sfidavano i supplizii e la morte, per rimanere saldi nella loro fede, avevano colpita la fervida immaginazione di lei. L’eloquenza di Paolo compiva la conversione, ed essa di nascosto aveva ricevuto dalle sue mani il battesimo.

Tutto ciò però era un segreto tra lei e l’Apostolo, non volendo arrecar così grave dolore al fratello, irritarne i fautori, e danneggiarlo negli interessi.

— Parla, adunque, — incominciò Paolo, come furono soli.

Atte rispose coraggiosamente: