Le donne di Nerone

Part 22

Chapter 223,642 wordsPublic domain

— Giove m’invita nell’Olimpo, mi chiama tra le sue braccia.... Ah come fremono di gelosia, Giunone e Venere! Non mi vogliono Dea... vogliono ch’io sia respinta dal regno dei Numi.... Ma chi è quella donna, che sale dall’abisso, gridando vendetta contro di me?.... È Agrippina.... Agrippina.... Chiede a Giove i fulmini per incenerirmi... Ma io nulla ti feci... Fu tuo figlio... Lui uccidi, quel mostro, trascinalo nell’abisso con te.

E presa da agitazione convulsa, ricadde supina sul letto, quasi agonizzante.

Nerone, che si teneva in ginocchio presso la sponda del letto, balzò in piedi tutto atterrito mormorando:

— Poppea, sposa adorata, rimani con me!... Medici, è morta forse?

— È viva ancora, — risposero, — anzi, rinviene.

— Ancora, voi dite? Ma io voglio che viva eternamente.

Queste parole udì l’inferma, ch’era tornata in sè, e riconosciuta la voce, mormorò senza guardarlo:

— Allora non dovevi uccidermi.

Nerone tornò ad inginocchiarsi, implorando perdono, e promettendole un’esistenza d’amore, di gioia e di splendore.

Poppea non rispose.

Essa dormiva già il sonno della morte.

CAPITOLO XXX.

I funerali di Poppea e i fantasmi di Nerone.

Poche ore dopo, nel tempio di Venere Libitina il Libitinario notificava al popolo l’avvenuto decesso.

Il cadavere di Poppea, lavato e profumato dalle sue schiave, alle quali era stato affidato l’ufficio di _pollintori_[126] venne esposto nell’atrio della casa Augustale coi piedi rivolti verso la porta.

Giaceva su letto funebre sostenuto da quattro piedi d’avorio e ricoperto da coltri di porpora ricamate in oro, e ornato tutto intorno da festoni di fiori e serti di fronde.

L’estinta aveva i capelli disciolti, la fronte cinta dalla diadema, e il corpo avvolto nel manto imperiale. Presso la testa era deposto su monopodio d’oro un vaso di pietra murrina a fiammeggianti colori, che Nerone aveva acquistato per duecento cinquanta talenti[127] e conteneva l’acqua lustrale.

Ai piedi del feretro da due bracieri d’argento si sollevava il vapore d’incenso e d’erbe odorose. Sotto l’apertura del soffitto (compluvio) era disteso un panno bruno per impedire che la luce del giorno penetrasse nella camera mortuaria, rischiarata da ricchi candelabri, sui quali ardevano fibre di papiro intrecciate insieme e ricoperte di cera.

Le statue, che sorgevano tra le colonne, erano velate a bruno, e prendevano aspetto di sinistre apparizioni. Ventiquattro littori si tenevano immobili ai due lati del feretro, e i pretoriani custodivano le porte, tenendo a dovere la folla, che silenziosa girava intorno. Molte donne andavano a tuffare la mano nell’acqua lustrale, e se ne spruzzavano per purificarsi. Le schiave, in gramaglie, e le chiome disciolte, genuflesse in un canto, recitavano preghiere, mentre da un lato un coro di fanciulle, vestite di bianco, tempravano al suono della cetra funebri nenie.

Nerone intanto, colpito da febbre terzana in conseguenza del bagno preso[128] e in preda al dolore, s’aggirava smanioso per le stanze di Poppea, baciando gli oggetti che le avevano appartenuto e bagnandoli di lagrime.

A notte, quando il palazzo era chiuso, si recava nell’atrio, e là, genuflesso presso il cadavere, la chiamava singhiozzando e scongiurava le Potenze celesti e le infernali perchè la facessero risorgere.

Per tre giorni venne distribuito al popolo carne, vino e olio, e questa elargizione chiamavasi _visceratio_.

Alla sera del terzo, le vie che dal Palatino mettevano al Campo Marzio, adornate con panneggiamenti oscuri e festoni di mirto e di cipresso e rischiarate da candelabri d’elevato fusto, erano percorse da’ banditori che invitavano il popolo a seguire il feretro dell’Imperatrice.

I balconi delle case erano del pari addobbati a lutto, e le famiglie, riunite fuori della _janua_ (porta della strada) attendevano il passaggio del funebre corteggio.

Lo precedevano i trombettieri, che dalle lunghe tube mandavano di tratto in tratto prolungati squilli, e dieci _tibicini_ o suonatori di flauto, che numero maggiore non ne permetteva nei funerali la legge delle dodici tavole, e in mezzo ai littori, vestiti di nero, il _designatore_ che dirigeva la funebre pompa.

Venivano poi il Pontefice Massimo circondato dai Sacerdoti, le Vestali, molti patrizii e dame vestiti a lutto, i Padri Coscritti coi laticlavi abbrunati, i Cavalieri, i Consoli, tutti gli altri ufficiali dello Stato e numerosa schiera di cortigiani.

Seguivano le citariste, vestite di bianco e coronate d’alloro, le prefiche scarmigliate, che piangevano, l’Arcimima colla maschera in cui erano ritratte le fattezze dell’estinta[129] e che cercava d’imitarne le movenze, i due gladiatori bustuarii, che dovevano combattere vicino al rogo, ed infine i _vespilloni_ che portavano a spalla sopra tavole coperte di drappo la statua di Poppea e i busti di Sabina e di Ollio suoi genitori.

E dietro di loro la salma dell’Imperatrice deposta entro palanchino fastosamente addobbato e sorretto da otto letticarii.

Nerone, circondato dai littori, lo seguiva a piedi appoggiandosi ai liberti Pitagora e Doriforo. Egli era contraffatto così che metteva spavento.

Isidoro Cinico, che assisteva al passaggio del corteggio, quando lo vide, lo additò ad alcuni amici dicendo:

— Veh, veh, il coccodrillo che segue la sua vittima e piange.

— Eppure, — rispose un altro, — dicono che l’amasse molto.

Il Cinico, facendo le spallucce, rispose:

— Non passeranno due lune che ne amerà un’altra, e benedirà il piede che diede il calcio. In quell’anima scellerata non possono allignare nobili sentimenti. Poppea credette di domare la belva, e la belva la uccise.

— Oh! — osservò un altro, — Cercopiteco Panerote che segue il funebre convoglio; lui che assicurava di non prender mai parte a riti funebri per non rattristarsi e turbare le digestioni.

— Avrà avuto paura, — rispose Isidoro, — che mancando, Cesare non lo invitasse alla _novendiale_.

Questo dialogo si teneva nel Foro, ove giunto, il corteggio fe’ sosta, e la folla si strinse più fitta intorno alla tribuna per ascoltare l’oratore che doveva recitare le lodi dell’estinta.

S’era sparsa voce che questo cómpito dovesse essere affidato ad uno dei più eloquenti Senatori.

Invece, con meraviglia universale, fu visto salire sulla tribuna lo stesso Nerone.

Anche in questa triste circostanza la sua vanità non gli aveva consentito di cedere ad altri la parola.

Volle far pompa d’eloquenza, ed invece la sua laudazione, pronunziata con voce rauca e tremante, non riuscì che un’ampollosa filastrocca sulle doti fisiche della morta.

Il publico, già indignato contro di lui pei suoi delitti, per la sua viltà, ed ora per l’inaudita sfrontatezza di venire egli stesso a commemorare la sua vittima, accompagnò il discorso con bisbigli di disapprovazione, e la plebe lo lasciò finire senza una voce di plauso.

Il presuntuoso oratore spiegò questo a senso di commozione e di rispetto; ma per non essere disingannato, vedendo altra commemorazione diversamente accolta, ordinò che il corteggio proseguisse la via.

Come giunsero al Campo Marzio, diviso allora in Campo di Marte per gli esercizii militari e in Campo Minore, dove sorgevano i sepolcri dei patrizii, la salma fu tolta dal palanchino.

Prima che venisse avvolta nel lenzuolo d’amianto e consegnata agli _ustori_, che dovevano metterla sulla pira, Nerone andò a baciarla, scoppiando di nuovo in dirottissimo pianto.

Quindi montò nella sua portantina, ne chiuse le cortine, per non vedere alcuno e non esser veduto, e circondato dai littori, tornò al Palatino.

L’altissima pira, composta della più aromatica _acapna_[130], s’elevava nel mezzo del campo.

Gli _ustori_ vi deposero sopra il cadavere coperto d’unguenti, d’incenso e ricche suppellettili. Domizia ch’era la più prossima parente che assistesse alla cerimonia, tenendo la faccia rivolta indietro, appiccò il fuoco alla pira, che in poco tempo divenne rogo, e il cadavere scomparve tra le fiamme, mentre le prefiche innalzavano una nuova _conclamatio_.

Nello stesso tempo i due gladiatori bustuarii cominciarono a combattere, e la lotta durò, finchè uno dei due venne portato via semivivo.

Quel combattimento mortale era destinato, giusta il pregiudizio pagano, a placare i Mani con quel sagrifizio di sangue.

Come fu consumata la pira, se ne spensero col vino le ceneri ardenti, e Domizia, dopo l’usuale lavanda delle mani, fece l’_ossilegio_[131], asperse quei resti d’ossa inaridite con latte e vino, le asciugò con pannilini, e miste a sostanze odorose le chiuse nell’urna cineraria.

Dopo ciò uno dei Sacerdoti andò ad immergere un ramo d’olivo nell’acqua lustrale, e consegnatolo al Pontefice Massimo, questi ne asperse gli astanti.

Allora la prefica principale disse ad alta voce:

— Ilicet[132].

E migliaia di voci risposero:

— _Ave anima candida; terra tibi lævis sit; molliter cubent ossa_[133].

L’urna venne consegnata a Domizia, che la prese fra le braccia, e camminando in mezzo ad Egloga ed Alessandria, seguita dalle schiave e scortata dai littori, la portò sul Palatino.

Quel giorno stesso negli orti neroniani ebbe luogo il _silicernio_[134]; e nove giorni dopo l’urna cineraria fu sepolta nel sarcofago fatto costruire sollecitamente nel giardino.

Prima che venisse chiusa coll’epitaffio, un Sacerdote vi gettò sopra tre volte della terra, e quel dì stesso si celebrò il _novendiale_ o cena funeraria.

I convitati, avvolti in manto nero, erano raccolti nell’exedra ed attendevano che comparisse Cesare per condurli nel triclinio.

Erano undici, perchè i romani tenevano a non varcare il numero di dodici nelle publiche solennità a tavola, come avevano cura di non trovarsi in numero dispari.

Allorchè Nerone si presentò, vestito in gramaglie, col volto macilento e tetro, gli occhi sbarrati e cavi, camminando lentamente, pareva l’ombra del tremendo Imperatore.

— Salvete, — egli disse, traversando l’exedra e accennando alle dame e agli altri di seguirlo.

Al loro comparire nel triclinio, i musici, raccolti sopra palco parato di bianco e nero, intuonarono una mesta elegia, composta espressamente dal citaredo Terpno.

Questi aveva voluto condur seco Menecrate, perchè dirigesse i tibicini ed i suonatori di cetre, che accompagnavano il coro.

Prima d’accettare l’invito il citaredo aveva voluto consultarsi coll’Apostolo, per sentire da lui se fosse cosa conveniente ad uno che professava la fede di Cristo, il prender parte a rito pagano.

Paolo gli aveva risposto:

— L’arte che eserciti dà pane a te e alla tua vecchia madre; e quando ti si offre il mezzo di guadagnarne non puoi rifiutare i doni della Provvidenza. D’altronde è dovere in te di servire al tuo sovrano, senza curarti d’indagare cosa esso sia. Va senza paura, perchè il tuo Dio sarà con te.

E Menecrate era andato; ma tra quelle pareti testimoni di tante orgie, di tanti delitti, e dove per lui aleggiava sempre lo spirito d’Ottavia, si trovava a disagio.

Prima che intorno alle mense andassero i convitati a distendersi sui letti triclinarii, una vergine, velata a bruno, entrò nella sala, portando il vaso di pietra murrina, ch’era stato presso il cadavere di Poppea, pieno d’acqua lustrale.

Quel giorno conteneva invece del falerno consacrato all’ara di Bacco.

La fanciulla, accompagnata da due giovinette parimenti in gramaglie, e che le tenevano sollevato il peplo, andò a presentare il vaso all’Imperatore, che lo portò alle labbra, e tutti dopo lui bevvero di quel vino, che giusta l’usanza rituale era stato primo sorseggiato dalle labbra delle Vestali.

Terminata questa cerimonia, i convitati smesse le gramaglie, si presentarono in bianche toghe e gli schiavi triclinarii, splendidamente vestiti, cominciarono a dispensare le vivande e a mescere il vino.

L’Imperatore non toccò cibo, ma molto bevette, credendo con questo vincere i brividi della febbre.

Uno dei convitati disse piano a Cercopiteco che gli stava accanto:

— Come Cesare è contraffatto! Osservalo.

— No, — rispose il parassita, — perchè mi farebbe pena e perderei quel po’ d’appetito che mi rimane. Molto già me ne tolgono queste lugubri cene.

Levate le mense, Nerone si trattenne ancora a bere nella _comissatio_. Poi licenziò i convitati, dicendo loro:

— Valete, o voi più felici di me, poichè tornando alle vostre case, troverete forse quella pace, ch’io perdetti per sempre.

— Così soavemente non ha mai parlato, — osservò Panerote: — brutto sintomo questo.

E in verità, fosse conseguenza del male che lo travagliava o sincero dolore per la perduta donna, Nerone mostravasi cangiato.

L’uomo feroce accennava a divenir benigno.

Avendo notato tra i suonatori la presenza di Menecrate, lo fece venire a sè e gli disse:

— T’inflissi un giorno ingiusto supplizio, che tu sostenesti eroicamente. Più nulla seppi di te, ed oggi tu sei tornato nella casa Aurea. Dunque non m’odii più?

— Non t’ho mai odiato. A Cesare non debbo che obbedienza e rispetto. D’altronde io venni alla reggia, come tutti gli altri suonatori, per esercitare l’arte mia, e guadagnare del danaro.

— Sappi, o Menecrate, che la tua presenza ridestò in me i ricordi del passato, e in questi giorni funesti furono un sorriso per l’anima mia. Voglio proprio ricompensartene. Ponti ad armacollo questa crumena, e quando sarai tornato ai tuoi lari, i mille nummi ch’essa contiene offrirai da mia parte a tua madre, se pur vive ancora.

Menecrate rispose di sì, e Nerone ripensando in quel momento alla maledizione materna, senza ricordarsi del parricidio, che l’aveva provocata, mormorò sospirando:

— Tu sei felice.

Queste parole, che il citaredo spiegò a senso di malvagia ipocrisia, erano invece l’espressione d’un’anima trambasciata, che invidiava in quel momento le intemerate coscienze.

Dopo alcuni istanti di silenzio Nerone riprese:

— Son maledetto!... Son condannato a non udir più una voce soave, che mi parli all’anima, che acqueti il mio furore. Atte ebbe un giorno questa potenza, e dopo lei l’ebbe Poppea, e tutte e due le ho perdute!... Poppea è morta, ed Atte m’odierà per certo.

— Non crederlo, o divo Cesare.

— Dimmi, è tuttora presso mia cognata Antonina?

Menecrate affermò col chinar del capo, e l’altro, come parlando a sè stesso, mormorò:

— Forse là, ritroverei la pace e l’amore.... Illusione!... Più per me non esistono sogni di rose. Io non debbo avere che orride immagini.

E le aveva di fatto, e più terribili si presentarono a lui quando pochi giorni dopo, assalito da perniciosa, fu in preda a continuo delirio.

Si vedeva perseguitato dagli spettri delle sue vittime, Agrippina continuava a gridargli maledizione, e la sua voce aveva il fragore del tuono. Aulo Plancio ed il giovine Crispino, lividi e gonfi gli si gettavano addosso, agghiacciandolo col loro gelo di morte. Britannico e Burro gli sputavano in viso la bava avvelenata. Seneca faceva cadere sopra di lui una pioggia di sangue, Rubea gl’intronava le orecchie cogli urli della pazza, Paride l’istrione lo percoteva e lo beffeggiava, Calpurnio Pisone e gli altri congiurati, armati di gladii e pugnali, lo tempestavano di ferite. Poppea lo incalzava, portando sulle braccia il bambino schiacciato, e la dolce Ottavia in lagrime gli additava le cicatrici del petto.

Codeste tormentose visioni s’alternavano continuamente davanti alla sua fantasia e lo rendevano furente. Egli s’agitava, cercava balzar dal letto, e gridava che lo liberassero da quegli spettri.

Ora chiamava ad alta voce l’astrologo Babilo e Locusta perchè facessero scongiuri; ora invocava il soccorso del suo Genio tutelare, ora piangendo, chiedeva perdono ai Mani di quegli infelici, che aveva messo a morte.

Come si sparse per Roma la notizia che la vita di Cesare era in grave pericolo, i cittadini d’ogni classe, anche molti di quelli da lui beneficati, attendevano con impazienza che suonasse l’ultima ora dell’efferato tiranno, e i partigiani di Sergio Galba si preparavano ad acclamarlo Imperatore.

Ritroviamo fra questi il pretoriano Missizio, che nella congiura di Pisone non aveva diviso la sorte de’ suoi compagni, perchè il suo nome era tra quelli che il delatore Milito non aveva iscritti nella lista consegnata ad Aniceto. Morto Pisone e gli altri congiurati, egli s’era gettato nel partito di Galba, ed ora s’adoperava con maggior lena, ma non minore circospezione, per renderlo accetto al soldati del pretorio. Egli teneva Nerone per ispacciato, ma l’aspettativa sua e quella di tutti fu delusa.

Gli archiatri avevano vinta la febbre, e Nerone era salvo.

I più timidi allora tacquero paurosi, e gli amici di Galba cominciarono a discutere se non convenisse ricorrere all’assassinio.

Era questo però periglioso progetto e di difficile attuazione, perchè, dopo la congiura dì Pisone, il tiranno si teneva guardingo ed era circondato da numerosi satelliti, oltre i littori sempre fidi, e i pretoriani non ancora pronti alla ribellione.

In quel frattempo avvenne la morte di Giulio Vindice, il più fervido sostenitore di Galba, il quale se ne mostrò tanto avvilito, che fu sul punto di rinunziare all’impresa, e togliersi la vita.

Questo fatto accrebbe lo sgomento ne’ suoi partigiani di Roma, e fu invece di grande sollievo all’abbattuto spirito di Cesare.

— Vedo, egli diceva, che la mia stella non è ecclissata, muoiono i miei nemici ed io vivo. Sono certo che Galba sparirà, com’è sparito Vindice, e che le mie legioni faranno giustizia delle provincie ribelli.

Domizia, che lo stava ascoltando, interruppe:

— Ora che le tue forze ritornano, e più nulla sventuratamente ti trattiene in Roma, perchè non ti poni alla testa di quelle legioni? Perchè vuoi lasciare ai Proconsoli l’onore della vittoria?

Così la vecchia tornava sempre a ribadire quel chiodo, irritando Nerone coll’importuno suggerimento.

— Strana pretesa è la tua, — rispose concitato, — di voler ch’io vada a combattere nel misero stato in cui mi trovo tuttora, affranto d’animo e di corpo.

— La tua guarigione è completa, — interruppe l’altra.

— T’inganni, non tornerà la salute finchè non cesseranno le conseguenze della sventura, finchè non mi sorriderà di nuovo l’amore.

— Allora non dovevi uccidere Poppea Augusta. Pretendi forse trovare un’altra, che voglia unirsi a te dopo la miseranda fine....

— Cessa d’importunarmi coi funesti ricordi, vecchia malvagia, e sappi che quella donna esiste, ed io l’otterrò.

— E chi è mai?

— Non voglio dirti il suo nome.

— Sospetto di chi si tratti.

— Tieni i tuoi sospetti per te, e lasciami solo, che la tua presenza m’è odiosa.

Domizia, non potè a meno, quando fu presso alla porta, di lanciargli, come una sfida, il nome d’Antonina.

Nerone balzò in piedi, afferrando un pugnale ch’era sul tavolo.

L’altra, vedendo l’atto minaccioso, s’arrestò, e mostrando il petto, esclamò:

— Ferisci! I veri Domizi non temono la morte.

Nerone, gettando il pugnale disse:

— Va, che l’ora tua non è ancora suonata.

Domizia allora, alzando con disprezzo le spalle, s’allontanò.

Quella stessa sera una donna, avvolta nella calyptra, entrava nella casa Aurea.

CAPITOLO XXXI.

L’ultimo amore.

Alla dimane della _novendiale_, Menecrate s’incontrò coll’Apostolo Paolo nell’ospizio di Salvidieno Orfido, e a lui riferì le parole dettegli da Nerone dopo la cena, nelle quali aveva rimpianto il passato, aveva ricordata la potenza che Atte esercitava su lui, e parlando del palazzo d’Antonina, aveva mormorato che forse là ritroverebbe la pace.

— Indovino, — disse l’Apostolo, — la sua intenzione; forse egli pretende che a Poppea succeda Antonina; ecco la pace ch’egli cerca. Ma la sorella d’Ottavia e di Britannico non ricambierà mai l’amore del tiranno che li ha trucidati.

— E sei tu sicuro, o maestro, che si tratti di Antonina e non d’Atte?

— Sia dell’una, o dell’altra, ch’egli intendeva parlare, preghiamo, o Menecrate, che Dio tenga lontana da loro la sventura.

Credè prudente di non ripetere alle due donne le rivelazioni del citaredo. Antonina ne sarebbe rimasta sgomenta, e Atte forse commossa, con grave rischio della riconquistata virtù.

Quando Nerone ebbe superata la perniciosa, e furono scomparse le spaventose visioni, si tranquillizzarono i suoi rimorsi, e tornando alle amorose fantasie, andò avvalorandosi in lui il proposito di sposare Antonina.

Questo desiderio di Cesare non tardò a propalarsi fra i cittadini, e allo stesso Apostolo lo ripeteva un giorno Salvidieno Orfido, che lo aveva udito in una _tonstrina_[135].

Allora stimò opportuno di renderne avvisata Antonina, che ne fu sinistramente colpita.

— Quell’uomo mi fa paura, — essa disse.

— E a me fa pietà, — rispose Atte ch’era presente.

E qui narrò che Menecrate le aveva ripetute le parole dette a lui dall’Imperatore, esternando il sospetto che questi avesse rivolto i suoi pensieri sopra Antonina. Per sentimento di delicatezza non aveva osato farne parola alla sua padrona. Parlava adesso, poichè il maestro glie ne dava l’esempio.

Aggiunse inoltre, che imbattutasi quella mattina stessa nel giovinetto Sporo, questi le aveva descritti i deliri spaventosi e le fisiche sofferenze di Cesare, l’abbattimento di spirito, in cui si trovava, e la speranza d’udire una voce che non fosse quella di scellerati consiglieri.

Atte terminò dicendo:

— Ecco, mia adorata signora, perchè io dissi che Cesare m’inspirava pietà.

Con siffatta dichiarazione essa voleva distruggere ogni sospetto, che sul conto di lei potesse nascere in Antonina, e Paolo pel suo pietoso sentimento verso il tiranno.

— O figlia, — le disse Paolo, — non proviene forse la tua pietà dall’aver inteso che Cesare si ricordò di te e con rimpianto? Rispondi colla franchezza d’un’anima onesta.

— Credi tu, o maestro, ch’io possa conservare un resto d’affetto per l’uccisore della divina Ottavia, la sorella della mia generosa padrona, e di suo fratello Britannico? No, ho compassione dell’Imperatore, come l’ho per qualunque altro che sia colpito dalla sventura. Se sapessi che la mia voce e le mie parole potrebbero confortarlo, e per giovare a tutti, indurlo a frenare d’ora innanzi, gl’istinti malvagi, non avrei difficoltà alcuna di presentarmi a lui, tanto sono sicura di me, tanto mi sento purificata dalla nuova fede. E poi, quand’anco tutto ciò non bastasse, sappiate ch’io amo, riamata, Menecrate, che ho speranza di potermi presto chiamare sua sposa, e che nessuno al mondo mi indurrebbe a tradirlo. Ora palesai interamente la verità e dovete credermi.

— Sì, ti credo, o Atte, e tutto farò perchè tu sii felice.

— E tu, o maestro? — chiese Atte a Paolo, vedendo ch’egli taceva.

— Vorrei, — rispose, — esser certo che tu non faccia troppo a fidanza colla tua forza d’animo, e ti direi: va, e qualunque sia l’uomo che tu credi poter confortare e fors’anco redimere colle tue esortazioni, compi coraggiosamente la tua missione.

— Confida in me, — riprese Atte, — sotto l’usbergo della fede e dell’amore la mia virtù si sente invulnerabile. Sono pronta ad andare, ove la mia diletta signora me lo consenta.

— Anzi io stessa t’invio, — disse Antonina, — perchè tu indaghi se veramente l’audace Enobardo nutre il proposito di chiedere la mia mano.

— Grande vantaggio, — soggiunse l’Apostolo, — e grande consolazione sarebbe pei cristiani il veder sulla tua fronte la diadema imperiale, e se Nerone, di cui le passioni non ammettono ostacoli, acconsentisse a sposarti anche cristiana, tu....

— Rifiuterei lo stesso, — interruppe Antonina, — rifiuterei, perchè mi parrebbe un oltraggio ai Mani d’Ottavia e di Britannico.

Paolo riprese:

— Comprendo la tua ripugnanza; ma pel bene dei nostri fratelli in Gesù Cristo dobbiamo essere pronti a sacrificare tutti i materiali interessi, come i sentimenti del cuore. Tu sei forse destinata da Dio a far dell’efferato tiranno un giusto, e vorresti rinunziare a quest’opera santa?