Le donne di Nerone

Part 23

Chapter 233,784 wordsPublic domain

— Sii certo, o maestro, che non avrò occasione di compire sagrifizii, nè merito di convertire Nerone; poichè questi, nell’odio suo contro i cristiani, s’è vera la voce che si sparse, o rinunzierà al suo progetto o vorrà costringermi a ritornar pagana. Non c’illudiamo, o maestro, non è la grandezza che m’aspetta, è forse la sventura. Quando questa mia fida liberta, — ed additò Atte, — tornerà dalla casa Aurea, vedrò da quanto essa mi riferirà, cosa mi resti a fare, se cercare uno scampo o prepararmi al martirio.

— Della vita nostra non è arbitro che Dio. Allorchè non v’è più mezzo di salvarsi, è bello il sacrificarla per la fede. Nessuno però per vanagloria deve affrontare il martirio, quando è pronto lo scampo.

Alla sera Atte s’avvolse nella calyptra e si diresse verso il palazzo di Cesare.

Stava questi adagiato sopra una cattedra, presso un desco sul quale ardeva una lucerna _polimixa_ e suonava sul liuto una malinconica melodia, quando venne il liberto Doriforo ad annunziargli la citarista.

— Atte! — esclamò Nerone sorpreso.

— Atte! — ripetè Sporo, che seduto sopra uno sgabello ascoltava la musica.

E balzato in piedi, corse verso la porta, e condusse entro la zotheca la donna, stringendole con trasporto la mano.

Ma, con grave suo disappunto, venne tosto mandato fuori; e dovette accontentarsi di passeggiar sospirando davanti alla porta, e di tratto in tratto orecchiando.

— Atte, — chiese Nerone alla donna come furono soli, — che vuoi da me? Vieni forse a ricordarmi le gioie del passato o a rinfacciarmi i delitti?

— No, divo Cesare, io ti seppi mesto e infelice, e mossa da pietà, venni a portarti conforto.

— Ti son grato d’essere venuta, poichè colla tua presenza mi richiami alla memoria giorni più felici. Però la tua pietà non accetto: io voglio essere temuto, amato, ma non compianto. Una sola persona in Roma vorrei che fosse pietosa con me, ma quella tu non sei.

Atte comprese di chi si trattasse, ma non volle nominare Antonina.

— La donna, di cui parlo, io l’ho offesa, crudelmente offesa, e non oso sperare da lei pietà. Essa, appagando i miei desiderii, potrebbe far di me un uomo felice, redimere l’anima mia dai vizii e dai delitti, e cangiare il perverso tiranno nel più giusto e magnanimo del Cesari. Un suo rifiuto invece mi renderebbe di nuovo demente, inesorabile, formerebbe la perdizione mia, la sventura di Roma. Codesta divina creatura è Antonina.

Tutto ciò aveva detto Nerone nella certezza che la citarista lo ripeterebbe alla sua Signora. Sperava così di trovare questa più mite e benigna allorchè egli andrebbe ad offrirle la diadema imperiale.

Atte rimase per un istante dubbiosa e sgomenta, ma poi, fedele agli ordini ricevuti, cominciò ad adempiere alla sua missione, cercando di distorre il tiranno dal suo progetto.

— La mia Signora, — essa disse, — è così buona e generosa che non conosce odio, ch’è pronta sempre a dimenticare le offese e a perdonarle. Se rifiutasse la tua generosa offerta dovresti ascriverlo soltanto al desiderio di pace, alla sua avversione a tutto ciò ch’è pompa e grandezza.

— E che ne sai tu? Parli forse per gelosia?

La donna melanconicamente rispose:

— O divo Cesare, io qui venni per farti del bene, e tu mi compensi con ingiuriosi sospetti. Di qual cosa, di chi mai vuoi tu ch’io sia gelosa? Ora non lo sono che della mia virtù e del mio fidanzato.

— Fidanzato! — esclamò Nerone accigliandosi, — e chi è costui?

— Menecrate.

— Così quella che fu un giorno tanto amata da Cesare, discende oggi ad un citaredo.

Atte riprese:

— Da un amore impuro, che mi costò la vergogna, ad un amore santo, che mi renderà felice.

— Taci: non irritarmi.

— E perchè t’irriti, o divo Cesare? Sono io forse Antonina?

— Hai ragione. Son pazzo. Or bene, poichè venisti, come tu dici, per darmi sollievo, prendi il mio liuto, temprane le corde e canta, e la tua voce calmi l’anima mia trambasciata, come l’arpa di David calmava i furori del Re israelita.

Atte obbedì, e Nerone rimase ad ascoltarla assorto nelle memorie del passato.

La dolce rassegnazione d’Ottavia, le notti d’ebbrezza voluttuosa, le feste, i banchetti, gli spettacoli del circo e dei teatri gli si schieravano dinanzi alla mente e lo forzavano a rimpiangere le delizie perdute, e a viemmaggiormente desiderare nuove future gioie.

Come la citarista ebbe finito, le disse:

— È ben soave la tua voce. Se io ti dicessi: Atte, abbandona Menecrate e torna a me, oseresti tu rifiutare?

— Dovrei osarlo a rischio di provocare il tuo sdegno.

— Rassicurati, — riprese Nerone sorridendo, — io non ti farò simile proposta. Un’altra immagine mi sta scolpita nella mente e nel cuore, di un’altra Dea dev’esser tempio la casa Aurea. E per addimostrarti che io non parlai da senno, e che non sono geloso del tuo matrimonio, voglio offrirti un regalo di nozze.

Così dicendo, levossi, e passato nell’attigua stanza, ne ritornò poco dopo portando una cintura di cammei, chiusa in scatola d’argento lavorata a cesello.

Con quest’atto generoso l’astuto Imperatore voleva rimediare a quell’impeto di gelosia, a cui s’era lasciato andare pel matrimonio della citarista, impeto che poteva compromettere le sue aspirazioni per Antonina.

La donna rese grazie del dono, e poi attese d’essere congedata.

Nerone però la trattenne ancora lungo tempo, parlandole della sua padrona, e cercando informarsi quale esistenza menasse, quali fossero le sue abitudini, quali le persone che frequentavano la casa.

Atte, nell’intento di distorlo dal suo progetto, descrisse, esagerandola alquanto, la vita solitaria d’Antonina, che trovava la sua felicità negli studii, nei lavori e nelle occupazioni domestiche.

— È troppo giovine e bella, — interruppe Nerone, come indispettito, — per starsene a casa a filar lana. E chi la spinge a questo? Forse quel Saulo, quel cristiano intrigante?

Atte s’affrettò a distruggere codesta supposizione, perchè non incorresse l’Apostolo nell’ira di lui, asserendo che l’istinto, e forse le sofferte sventure, inducevano Antonina a prediligere quell’esistenza.

— Non cale, — riprese Nerone, — la frequenza di quell’uomo in una casa pagana mi dà sospetto, e saprò indagare la ragione che ve lo conduce. Porta intanto il mio saluto alla tua Signora, e dille che si prepari a regnare, che la mia volontà è questa, e che alla volontà di Cesare non v’è ostacolo che possa opporsi. Vale.

E la congedò.

Il tiranno amava Antonina, ma non di quell’amore che aveva portato a Poppea. Ora, vedendo la difficoltà della conquista, vi si univa l’amor proprio, ed era deciso a trionfare ad ogni costo.

Antonina attendeva ansiosamente il ritorno d’Atte, che giunse tutta agitata, e le disse che purtroppo era tolto ogni dubbio, che Cesare voleva dimandar la mano di lei, e si mostrava fermo nella sua risoluzione.

— Sono certa, — aggiunse, — ch’egli non tarderà a presentarsi, e se riceve un rifiuto, sa Dio che cosa accadrà.

— Avvenga ciò che può, — rispose Antonina, — io farò ciò che devo.

— E lo respingerai, quand’anco acconsentisse a sposarti benchè cristiana?

— Sì, e rispondo a te quello che risposi a Paolo. Se l’interesse della nostra chiesa m’imponesse il dovere di sacrificarmi, sposando un uomo che mi fa ribrezzo, non me lo consentirebbe la mia onestà.

— E non pensi a fuggire finchè ne hai tempo per non affrontare l’ira sua?

— Sarebbe una viltà. Se prega, io cercherò benignamente di persuaderlo ad abbandonare il suo progetto, a cercare l’amore d’altra donna. E se volesse impormi l’esecrato imeneo colla minaccia, allora eluderò in qualche modo la sua ostinazione.

Nè si smentì allorchè alcuni giorni dopo venne Nerone a chiederla in sposa adoperando i più lusinghieri blandimenti per convincerla ad accettare.

Disse essere essa la sola donna capace di renderlo ormai felice e saggio, di cangiare la sua malvagia natura, e far di lui un Principe adorato e rispettato.

— Pensa, — aggiunse, — che se tu rifiutassi l’aureola di tanta gloria commetteresti una colpa.

Antonina, nascondendo l’interno turbamento sotto mentita calma, rispose con tutta dolcezza.

— Ma io, o divo Cesare, non m’illudo sulle mie attrattive. Queste non sono tali da ottenere quello che non ottennero la soavità d’Ottavia e la bellezza di Poppea, che tu amavi assai, ed aveva impero grandissimo sull’animo tuo.

— Di ciò lascia giudice il mio cuore, e non la tua modestia. È da lungo tempo ch’io t’amo, ed ora è giunto il giorno in cui l’amata di Cesare deve abbandonare l’oscura esistenza per gli splendori della reggia.

Dopo aver fatto indarno nuovi tentativi per persuaderlo a rivolgere altrove le sue aspirazioni Antonina finì per esclamare:

— È impossibile!

— Non v’è impossibilità che non debba cedere davanti alla volontà di Cesare.

Sotto l’umile vello cominciavano a spuntare le unghie del leone.

— E vorresti espormi alle giuste censure di Roma intera, che vedrebbe con raccapriccio la sorella d’Ottavia e di Britannico tra le braccia di Nerone? E tu stesso potresti sacrificare il tuo amor proprio, la tua dignità, sposando una donna che non potrà mai amarti?

— Tutto ciò non mi trattiene. Lascia la cura a me di far tacere i censori e di conquistare il tuo cuore.

— T’illudi. Due ombre sanguinolenti mi difendono e mi terrebbero sempre lontana da te. Abbandona il tuo progetto, ch’è meglio.

— No, — gridò con forza Nerone, — devi essere mia. Così voglio, così comando.

— Ebbene, v’è un ultimo ostacolo di cui non ti parlai finora perchè il rivelarlo può costarmi la vita. È una barriera formidabile, che sorge fra noi.

— Apparterresti forse ad un altro? Perchè se ciò fosse, di codesta formidabile barriera io riderei.

— Non crederlo, — disse Antonina, a cui in quel momento terribile oscillava ogni fibra.

— Confessi dunque che appartieni ad altri?

— Sì.

— Il nome del mio rivale.

— Cristo.

Così dicendo, mostrò a Nerone una croce che teneva nascosta sotto il peplo.

A questa rivelazione le furie del tiranno si scatenarono.

Gridò, stringendo le pugna:

— Cristiana! Cristiana! Ah, per gli abissi, avrei dovuto prevedere l’opera del galileo impostore.

— L’opera fu interamente dell’anima mia, — interruppe Antonina.

— Ebbene, l’anima tua abjurerà la nuova fede per tornare all’antica, perchè io così voglio. Non già per essermi questa più a cuore dell’altra. Cristo e Giove sono per me ugualmente miti risibili. Ma la figlia di Claudio, la nuova Imperatrice di Roma dev’essere pagana. Intendi?

Antonina, ferita nella sua dignità dall’imperiose parole, levò la fronte altera, dicendo:

— Così parla ai tuoi schiavi.

— Egli è in tal guisa che Cesare deve parlare a quanti si ribellano alla sua volontà. Preparati, ti ripeto, ad abjurare la nuova fede per accettare da me la mano e il trono.

— Da te non voglio nè posso avere che la morte. Rimango fida al mio Dio, e son pronta al martirio.

— Non lo sperare. Altri l’avranno in vece tua, e tu sarai mia, tuo malgrado.

— Dio mi difenderà.

— Non tarderò a mostrarti ch’io sono più potente di lui.

— Per non udirti più oltre ti lascio, poichè discacciarti non posso.

Ed uscì dall’exedra.

Nerone voleva seguirla, forse colla prava intenzione di trarre all’istante su lei una turpe vendetta. Ma poi si ravvisò, e tornò al Palatino ripetendo tra sè:

— Mi vogliono di nuovo tremendo, e tremendo m’avranno.

Fe’ venire Aniceto, e gli ordinò di penetrare quella stessa sera a viva forza con alcuni satelliti nel palazzo d’Antonina, rapirla e condurla nella casa Aurea.

— Ordinerai nel tempo stesso al Tribuno Granio Silvano di scoprire la dimora dell’Apostolo Saulo.

— Io so dov’egli alloggia, e tu non lo immagineresti mai, o divo Cesare. Egli è con altri cristiani presso Salvidieno Orfido, il quale, non curando il divieto, ha fatto della sua casa un ospizio.

— Ebbene, Salvidieno Orfido sia appeso alle forche davanti la sua stessa casa, e Saulo e tutti i cristiani che si trovano nell’ospizio, vengano tradotti al carcere Mamertino.

Quella notte Nerone vegliava agitato, mentre il pedagogo e il Tribuno si recavano ad eseguire i suoi ordini.

— Essa forse, — ripeteva fra sè, — chiederà grazia pei cristiani e forse per ottenerla si mostrerà più rassegnata ad obbedirmi.

La luce del primo _diluculo_ penetrava già dai balconi e i due messi non tornavano ancora.

Nerone, in preda a nervosa agitazione, s’aggirava per le stanze, parlando fra sè, mentre conserte le braccia, stringeva convulsamente nel pugno le maniche della tunica.

Il primo a giungere fu Granio Silvano, e disse che gli ordini di Cesare erano stati eseguiti, che tutti i cristiani dimoranti nell’ospizio erano stati tradotti nel carcere, che Salvidieno aveva già subita la condanna, e che l’Apostolo veniva catturato quando tutto polveroso e stanco rincasava.

— Ora a noi, superba Antonina! — esclamò Nerone con aria di trionfo.

Ma erasi troppo affrettato a cantar vittoria.

L’impresa di Aniceto aveva fallito. Meno un vecchio ostiario infermo, che pieno di spavento era venuto ad aprire, nessun’altra anima viva era rimasta nel palazzo d’Antonina. Ne avevano visitato i più reconditi luoghi, ma invano. Tutte le stanze erano buie, mute, deserte.

Il tiranno diede in urli selvaggi d’imprecazione, senza attendere che Aniceto continuasse il racconto.

Quando però questi gli disse che il vecchio, dietro la minaccia dei tormenti, aveva detto che uscito di là l’Imperatore, era venuto l’Apostolo; che poco dopo tornava a uscire accompagnato da Antonina e dalla citarista; che gli schiavi se n’erano iti anch’essi per ordine della Signora; e ch’egli non aveva potuto obbedire perchè la vecchiezza e le infermità non gli consentivano di muoversi.

— Quel Galileo parlerà, — gridò Nerone, — o tacerà per sempre. Che mi sia condotto innanzi.

CAPITOLO XXXII.

Le ultime infamie.

— Conviene che tutti qui si salvino senza frapporre indugio, perchè il periglio stringe.

Questo aveva detto Paolo, sentendo ripetere da Antonina le minacciose parole rivolte poco prima a lei da Nerone.

E la esortava, per salvare l’onore e la vita, d’uscire all’istante, e recarsi pel momento in casa della Diaconessa Feba di Cencrea, e là tenersi nascosta fino a sera. All’apparire delle prime stelle doveva farsi trasportare in lettiga fino alla porta Collina[136] ove egli si troverebbe per condurla in luogo più sicuro. Atte e due sole schiave l’accompagnerebbero. Gli altri domestici si terrebbero nascosti in Roma per evitare le persecuzioni del tiranno. Ad Atte che si mostrava desolata di lasciare Menecrate, Paolo prometteva che non avrebbe tardato a rivederlo.

Tra la via Salaria e la Nomentana, a quattro miglia da Roma, v’era una casa campestre ed una modesta proprietà fondiaria, appartenente a Faonte, antico liberto di Nerone. Uomo giusto, ed affezionato alla famiglia dei Claudi, dopo la morte d’Ottavia e di Britannico aveva lasciata la reggia ed erasi colà ritirato.

Benchè avesse negato d’abbracciare la nuova fede, era amico di Paolo, di Luca e di molti cristiani, verso i quali si mostrava caritatevole, non meno che coi pagani.

L’Apostolo affidava le fuggitive al buon vecchio e allo scrittore di memoriali Epafrodito, che vedemmo uscire cogli altri convitati dalla casa Aurea la sera che morì la bambina Claudia. Era uomo risoluto, e forte, amico di Faonte, che in quel momento l’aveva ospite nella sua casa di campagna.

— Ove il soldato di Cristo, — diceva loro, — dovesse incontrare la morte, a voi due le raccomando.

E in preda a triste presentimento, riprendeva la via di Roma, ove giunto a tarda ora della notte, veniva catturato dai soldati del Tribuno.

Allorchè fu condotto incatenato davanti a Nerone, questi aveva saputo poco prima da Aniceto che anche Atte s’era fatta cristiana, e la sete di vendetta contro Paolo s’era doppiamente accresciuta.

Come lo vide, proruppe con violenza inaudita:

— Rinnegato giudeo, così obbedisti tu agli ordini di Cesare, che t’imponeva di non far proseliti tra i pagani? In questa guisa ricambiasti i beneficii miei?

— Non accusar d’ingratitudine i seguaci di Cristo. Essi rendono a Cesare quel ch’è di Cesare, a Dio quello ch’è di Dio; pagano i loro tributi, pregano dinanzi agli altari per te, o Cesare, per la gloria dell’esercito, per la prosperità dell’Impero; e così nobilmente si vendicano della persecuzione.

— Ipocriti, — interruppe Nerone, — che sotto questo manto di pietà mendace nascondete il tradimento. Che parli tu di preghiere per me, per la prosperità dell’Impero, per la gloria dell’esercito, mentre da voi si profanano i nostri templi, e s’attenta al nostro culto, inducendo all’apostasia e plebe e patrizii e persino persone a me congiunte. Nega se puoi.

— Non nego.

— La diva Antonina che ho scelta a mia sposa e la citarista Atte, che fu mia concubina, vennero da te convertite al cristianesimo.

— È vero.

— Sciagurato, osasti portare il mal seme delle tue dottrine fra le donne amate da Cesare!

— _Oportet Christum regnare_[137], — rispose Paolo, — e per questa santa massima combatteranno sempre e dovunque i suoi Apostoli.

— Ah tu hai l’audacia di provocarmi, e sfidi il furor mio. Ebbene, a centinaia morranno i cristiani.

— Se tu riguardi come una colpa quello che è per noi l’adempimento d’un dovere, scaglia i fulmini dell’ira tua sopra di me, ma i miei fratelli risparmia.

— Se vuoi salvarli palesa ov’è Antonina.

— Non posso, perchè me lo vietano l’onore e la carità cristiana.

Nerone, bollente d’ira, gli si avvicinò con aria minacciosa, intimandogli di parlare.

L’Apostolo rimase muto, impassibile, e l’altro ordinò ai soldati di ricondurlo nel carcere Mamertino. E rivolto al prigioniero, aggiunse col volto composto a scherno feroce:

— Adesso invita pure il tuo Dio a spezzar la scure che dovrà troncarti il capo, a render docili le fiere che dilanieranno le carni dei tuoi fratelli, e a salvarli dalla croce, egli che non riuscì a salvar sè stesso. Vedremo se questo tuo Dio oserà mostrarsi per combattere contro la mia potenza.

— Perchè l’oltraggi? — disse Paolo con tutta calma; — perchè aggiungi la bestemmia all’ingiustizia? Perchè vuoi tu così ferocemente punirmi? Cosa t’ho fatto? Ho cercato salvar l’anima della donna, che tu volevi scegliere a sposa: ho voluto strapparla a quegl’idoli stessi, che tu disprezzi; ho voluto infine farla credere nel vero Dio, e così avvicinarla a lui e renderla eternamente felice.

— Sono imposture queste, da cui non mi lascio abbindolare. Forse alla tua comunità giovavano le ricchezze di lei.

— Giovavano per certo, — rispose l’Apostolo, — ad aiutare la nostra carità, che tutti soccorre gl’infelici, a qualunque religione essi appartengano. Ma tu ne calunni, o Cesare, ascrivendo a cupidigia d’oro la nostra santa missione. Giudichi noi alla stregua de’ tuoi prezzolati sacerdoti.

— Tutti pari voi siete, o banditori di bugiarde dottrine, e tutti io vi disprezzo egualmente. Ma bando ad inutili ciance. Ancora una volta, dimmi dov’è Antonina.

— Sotto l’egida divina, — rispose Paolo, alzando il braccio verso il cielo.

— Stolto! Io ti proverò cosa valga la protezione degli enti fantastici. Tu non ti salverai dalla morte, ed Antonina sarà da me ritrovata, e allora, o la costringerò a rinnegare la nuova fede per divenire mia sposa, o colla forza giacerà nuda tra le mie braccia l’ostinata cristiana. Quando avrò perduta la speranza d’ottenere l’intento, e a te mostrare l’impotenza vergognosa del tuo Dio, ti farò morire in preda al doloroso dubbio.

— Confido in Dio, e non temo. Attendo la mia sorte e nelle sue mani raccomando il mio spirito. A te soltanto una preghiera rivolgo ancora: risparmia i miei fratelli; essi sono innocenti.

— Non lo sperare. Tu hai riaccese le fiamme del mio furore, e non si spegneranno che a vendetta compita. Non voleste Cesare pentito, generoso e saggio, ed io torno per colpa vostra il tremendo Nerone.

— Non attribuire ad altri la colpa dell’indole tua. Al tuo ravvedimento tu stesso non credevi. Eri in buona fede quando avevi paura. Allora non disprezzavi gli enti fantastici, anzi chiedevi a loro soccorso. Poi ti fingesti pentito per raggiungere i tuoi scopi, per trarre in inganno una donna.

Nerone, furente nel vedersi così audacemente strappata la maschera, coprì di vituperii l’Apostolo, imponendogli di ritrattare le oltraggiose parole.

— Il giusto, — rispose Paolo, — non ritratta la verità, sopratutto quando è presso a morire.

I soldati, ad un cenno di Cesare, lo condussero via.

L’immensa esasperazione pel coraggioso contegno del prigioniero avrebbe trascinato Nerone a vendetta contro di esso atroce, immediata. La speranza però di ritrovare Antonina e di vederla sottomessa ai suoi voleri, per salvare la vita all’Apostolo, lo consigliavano a risparmiarne ancora l’esistenza.

Diede ad Aniceto l’incarico di ricercare le due fuggitive, accordandogli, senza risparmio, danari e spie ed ampie facoltà circa i mezzi per riuscire nell’intento.

I suoi satelliti si misero all’opera con grande alacrità.

Nelle taverne, nelle _tonstrine_ ed in altri pubblici ritrovi intavolavano il discorso sopra Antonina, e cercavano prendere a volo ogni frase, che potesse dar loro qualche lume.

S’introducevano, con varii pretesti, nelle case, in cui sapevano dimorare famiglie cristiane, e là interrogavano gli ostiarii e gli altri schiavi, ora con subdole dimande, ora apertamente, promettendo larghe ricompense, o spaventando colle minacce, sopratutto le donne. Quando nelle vie vedevano dei cittadini parlar sommesso fra loro s’accostavano tendendo l’orecchio.

Una delle prime visitate da Aniceto fu la casa di Menecrate. Vi trovò la vecchia madre, la quale rispose che il figlio era assente.

Il pedagogo, dapprima colla dolcezza, poi con mali modi voleva sapere da lei ov’egli fosse ito, ove si trovassero Atte ed Antonina. Ma la povera donna continuava a dire:

— Ti giuro per gli Dei ch’io non lo so.

E lo ignorava di fatto.

L’Apostolo, venuto in città, dopo aver accompagnate le due donne, prima di tornarsene a casa, andava ad avvertire di quella fuga il citaredo, che s’era guardato bene dal dirlo a sua madre, come dal palesarle che quel dì si sarebbe recato a visitare la sua fidanzata.

Più volte Aniceto tornò nella viuzza del Fornice Fabiano, ma non gli venne mai fatto di trovarsi con Menecrate. Questi, tornato a sera, e saputo dalla madre la visita del pedagogo, e lo scopo che lo guidava, aveva di nuovo lasciata la città e s’era ricoverato in una _magalia_[138] di pastore, vicina alla campagna di Faonte.

Ma sul citaredo, più che sulle altre ricerche, contava Aniceto per iscoprire il rifugio d’Antonina, poichè Atte era con essa.

Suggerì a Nerone di catturare la madre di Menecrate, e colle torture obbligarla a palesare ove fosse il figlio.

Il tiranno rispose:

— Tu avesti l’incarico ed ampie facoltà. Fa quello che vuoi; ma ad ogni costo trova l’ostinata cristiana, o guai!

Quest’ultima parola mise in tempesta il sangue del tristo, che stabilì d’impadronirsi al più presto della misera vecchia.

Intanto cominciava il popolo a levarsi a rumore contro Nerone e gli esecutori dei suoi ordini.

Costoro, nell’impazienza di riuscire, avevano finito per invadere le case sospette e maltrattarne gli abitanti.

Questo inaudito sopruso aveva destato lo sdegno universale.

Il pedagogo, al quale più volte nelle strade erano state rivolte ingiurie e minacce, avrebbe voluto affidare l’incarico della cattura ad altri, non sentendosi sicuro.

Ma il timore di perdere il premio e la benevolenza di Cesare, gli diedero coraggio.

E mal glie n’incolse.

Presso le _taberne_[139] molta gente s’affollava attorno alle derrate esposte nei diversi _fori_ (o mercati) o faceva circolo attorno ai saltimbanchi, applaudendo alla loro bravura negli esercizii di forza e di destrezza, e scherzando con una procace giocoliera greca, che faceva capriole indietro tra spade e coltelli puntati in terra.

Ad un tratto s’intese da lungi un tumulto, e dal Fornice di Fabio comparve una turba di gente in mezzo alla quale alcuni soldati trascinavano verso il Mamertino una vecchia, che gridava e si dimenava per svincolarsi da loro e chiedeva aiuto.