Part 21
— Il cristiano, — osservò Isidoro quando Paolo fu partito, — ha paura. Egli pensa ai leoni, che attendono nell’anfiteatro dietro i cancelli di bronzo la carne dei nazareni.
— O Cinico, — osservò Salvidieno, — tu non la perdoni ad alcuno.
Intanto passavano i giorni, Nerone continuava a profondere denaro negli apparecchi per la spedizione, senza decidersi a partire; e la legione, per la quale venivano imposti così gravi balzelli, rimaneva accampata nelle remote parti di Roma oziosa ed impaziente.
Il malcontento andava sempre aumentando nei cittadini come nei soldati, e minacciava di tramutarsi in aperta ribellione.
Ma l’ignaro Imperatore, lusingato sempre dalle menzognere assicurazioni d’Aniceto, non se ne dava per inteso.
Tutti gli altri lo biasimavano, compresa la vecchia Domizia, la quale acciecata da sviscerato affetto per lui, come lo aveva istigato al delitto per salvarlo da’ suoi nemici, voleva adesso spingerlo all’eroismo per l’onore della sua stirpe.
— Smetti codesta viltà indegna d’un Domizio, — gli disse un giorno la zia: — va, parti, che il popolo freme, fremono i soldati.
— E a te che importa? — interruppe bruscamente Nerone.
— Insensato! Non vuoi tu che mi stiano a cuore la tua gloria, la tua salvezza?
— Sì all’una che all’altra provvederò ben io.
— Vi provvederai forse, — rispose fissandolo con sarcastico sorriso Domizia, — lasciando inoperosi i legionarii, e tu restando neghittoso fra gli amplessi di tua moglie e delle tue concubine. Vuoi che il maledetto Galba venga a sfidarti fin sotto le mura di Roma? Hai dimenticato l’oracolo d’Apolline?
— Udrai fra poco com’abbia saputo renderlo bugiardo colla morte del mio nemico.
— So che per disfarti del tuo avversario, il quale apertamente ti sfida, hai dato incarico segreto a’ tuoi Procuratori di farlo uccidere, invece di correre a debellare le legioni ribelli, e infliggere all’audace la vergogna della sconfitta. Egli però è troppo ben custodito dai suoi fidi, e vive sicuro di succederti al trono.
— Te lo disse forse egli stesso? — chiese ridendo Nerone.
— Me lo dicono i presagi. Me lo dice la profezia in versi d’una pura vergine, che gli fu letta a Cludia da un Sacerdote di Giove, la quale annunzia che un giorno il Principe e Signore del mondo nascerebbe in Spagna.
— Questa è fola.
— Ma che basta a renderlo forte ed ostinato nel suo divisamento. E siffatto vaticinio tu lo ignoravi.
— Sì, — mormorò turbandosi il tiranno superstizioso.
— Quell’Aniceto, che t’avvalora nell’inazione, si sarà guardato bene dal fartene parola, come avrà taciuto che i legionarii, i quali hanno giurato fede a Galba, e poi pentiti volevano tornare all’obbedienza di Cesare, si sono di nuovo sottomessi al Duce ribaldo. I tuoi cortigiani conoscono bene il tuo debole e ne approfittano per farti credere quello che vogliono. Tu dai loro ascolto, e chiudi l’orecchio alle improperie che ti lancia il popolo, e ti compiaci della tua codardia, che ti fa preferire la vendetta vigliacca ad impresa gloriosa.
Nerone, vedendosi così giustamente giudicato, e con tanta veemenza, non avendo ragione da opporre, andò sulle furie e balzato in piedi, esclamò:
— E sei tu che così parli, audace vegliarda, tu che tante volte mi spingesti al delitto?
L’altra, gridando più forte di lui, interruppe:
— Sì, ti consigliai d’uccidere quando eri occultamente insidiato, quando la morte d’un uomo poteva renderti la tranquillità e salvarti il trono, e forse la vita. Ma ora è un esercito che ti provoca, ora si tratta dell’onor tuo, della grandezza di Roma, che tu poni in non cale, esponendoti a cadere vergognosamente.
— Vattene, — urlò il tiranno, — vattene, e più non infastidirmi.
E la spinse con impeto fuori della porta.
— Vile! — gli gridò Domizia, allontanandosi.
Le parole di quella donna, che gli portava così grande affetto, l’insistenza da lei addimostrata nel volerlo decidere all’impresa, l’ira destatasi in essa, e l’accusa di viltà che gli aveva lanciata, lasciarono Nerone sdegnato, ma nello stesso tempo lo fecero entrare in pensiero.
— Ma sarà poi vero, — diceva fra sè parlando ad alta voce e camminando agitato, — che se io resto, son perduto? Che se non mi decido ad abbandonare gli agi ed i piaceri della casa Aurea per le fatiche del campo e i perigli della guerra, cadrò vergognosamente, come asserì Domizia?.... E non parla essa forse per bocca di Poppea, che mi vuole lontano? Non è un intrigo ordito fra loro a scapito dell’onor mio?.... No... Domizia è malvagia; ma essa m’ama, quanto io la detesto, e a trame contro di me non si sarebbe prestata.... Ma perchè Poppea più non parla della mia impresa?... Essa nè mi trattiene nè mi istiga a partire... È indifferenza la sua, o timore dei miei sospetti gelosi?... Ancor essa in cuor suo m’accuserà di mettere in non cale la gloria e gl’interessi dell’Impero romano, e nel tempo stesso la gloria e gl’interessi della casa Domizia. Forse il suo silenzio nasconde profonda indignazione e disprezzo per me che non ho il coraggio di combattere per lei, per conservare sulla sua fronte il diadema imperiale. Tace per non gridarmi vile come Domizia.... Ah, questo pensiero m’irrita, e m’addolora!... No, non voglio esser vile.... non lo sono.... e se lo fossi, nessuno dovrebbe asserirlo. Corre obbligo a tutti di rispettare, come altrettante virtù, i vizii di Cesare. Chinino il capo, e tacciano.
Ad onta però di codeste spavalderie, la prima a non tacere era la sua coscienza, che gli gridava codardo. Egli avrebbe voluto addormentarla, gettandosi a capo fitto nelle feste e nei piaceri, lusingandola con scuse bugiarde, ma glielo impediva il contegno sdegnoso del popolo romano. In quel momento poi s’era desta del tutto, perchè scossa dal grido della furente Domizia.
Pressochè deciso a partire, mandò per l’astrologo Babilo nella speranza che i pianeti dessero un responso diverso dal primo, che lo spronava all’impresa e gli prometteva la vittoria.
Babilo venne, ed ossequente all’ordine di Nerone, tornò nella sua torre, scrutò negli astri quella stessa sera, e tornò all’indomani alla casa Augustale per riferire l’esito delle sue osservazioni.
— Ebbene? — chiese Nerone.
— Oroscopo ancor migliore, — rispose l’Astrologo. — Avrai facile vittoria. Basterà la tua presenza, la tua voce, per far deporre le armi.
A queste parole Cesare si rasserenò, e poi, come improvvisamente colpito da un’idea, licenziò Babilo, regalandolo di ben fornito marsupio, e si diresse verso le camere di Poppea.
Questa, che avendo già passato il sesto lustro, temeva di perdere la bellezza e la venustà delle forme, e poneva ogni studio per conservarle il più lungamente possibile, era da più giorni d’umore tetro, perchè si sentiva sofferente, e provava sintomi, che le facevano sospettare d’essere nuovamente incinta.
Di questa sua preoccupazione non faceva motto al marito, temendo ch’egli chiamasse a consulto dei medici, e fossero da loro avvalorati i suoi sospetti.
Non gli nascondeva però il malumore.
A sua volta egli non ne chiedeva la ragione, attribuendolo al dispiacere che le cagionava la sua pusillanime condotta di fronte all’audacia dei nemici.
Quella mattina entrò tutto trionfante nel cubicolo di lei, che giaceva ancora in mezzo ai profumi d’aromi e di fiori.
— Smetti il broncio, o divina Poppea, — le disse entrando, — i tuoi voti sono esauditi. Io parto per le Gallie e per le Spagne; parto sicuro della vittoria, che otterrò senza sacrifizi di sangue. Così presagirono le stelle.
— T’ascoltino gli Dei; ma come ciò possa avvenire non giungo a comprendere.
— Lo saprai domani, quando in tua presenza svelerò ai Padri Coscritti il mio disegno. Sei tu soddisfatta?
Poppea, sorridendo, rispose:
— Negando mentirei, affermando correrei rischio d’essere nuovamente offesa da’ tuoi sospetti gelosi.
— Ed è per questo che tu tacevi?
— Sì.
— Ed io invece voleva rimanere per te.
— Per me? — disse, sorridendo, Poppea.
— Ne dubiti forse? M’è grave assai l’abbandonarti.
— Le concubine, che conduci teco, sapranno lenire il tuo dolore.
Nerone, in cui la bella sposa seminuda destava il bollore dei sensi, rispose abbracciandola:
— Amo te sola.
Allorchè trascorsa un’ora uscì dalla stanza, Poppea mormorò tra sè:
— Quale disgusto! Avess’egli almeno distrutta l’opera sua.
Alla dimane l’Imperatore fece invitare i Senatori a recarsi, passato il meriggio, nella casa Aurea.
Terminata la merenda, si presentò loro, che lo attendevano nell’exedra, e rimasero a guardarlo sorpresi.
Egli entrava circondato da mazzieri, e camminava appoggiandosi sulle spalle di due famigliari.
Poppea, che ignorava anch’essa la ragione di quella ridicola andatura, lo seguiva come trasognata.
CAPITOLO XXIX.
Notte funesta.
Nerone, restando in piedi nello stesso atteggiamento, cominciò a parlare così:
— Padri Coscritti, i voti vostri e quelli del popolo romano sono esauditi. Parto per ridurre nuovamente sotto il nostro dominio le Gallie e le Spagne. Questo risultato otterrò colla gloria stessa dei Cesari, miei antecessori, ma in modo diverso da loro. È prezioso il sangue delle nostre legioni, ed io voglio tentare di risparmiarlo. Come qui oggi a voi, io mi presenterò disarmato al cospetto dei miei soldati e non farò che piangere, richiamando a penitenza i ribelli. L’esito non può esser dubbio, poichè lo presagirono gli astri, ed io potrò il dì seguente, insieme ai pentiti, cantare i premii e le lodi della ricevuta vittoria. Padri Coscritti, approvate voi il mio consiglio?
Come si vede, egli aveva interpetrate a suo modo le parole dell’Astrologo, e rendeva i pianeti complici della sua viltà.
I Senatori accolsero quella comunicazione con un mormorìo di sorpresa.
Così stolto progetto non poteva essere concepito che da un uomo uscito di senno.
Per quanto avvezzi a chinare il capo a tutte le sue volontà, pure si trovò in quel gregge di pecore chi ebbe il coraggio di farsi innanzi e parlare aperto.
Alcuni gli fecero osservare che l’esercito e il popolo romano, avvezzi a conquistare colle armi e non colle lagrime, potrebbero spiegare a mal senso quel progetto. Gli addimostrarono come assurdo fosse il pretendere di commuovere Sergio Galba, già dai soldati eletto Imperatore, e Giulio Vindice, l’ardente fautore di lui, il quale con editti oltraggiosi, con bandi, e cento altre scritture, manifestava chiaramente in quanto dispregio lo tenesse.
— È vero, — interruppe Nerone, cangiando ad un tratto in cipiglio l’umile espressione del volto, — sono gravi assai gli oltraggi, che lancia continuamente contro di me, quel ribaldo. Egli osò perfino chiamarmi ridicolo cantore, istrione da trivio. Ciò mi ferisce quasi più che l’opra audace di Galba. Tentai vendicarmi occultamente d’entrambi, ma sventuratamente finora non sono riuscito per l’imperdonabile inerzia dei Governatori. Egli è per questo che risolsi di cambiare consiglio, ed ottenere colla benevolenza quello che potrei ottenere colla forza.
— E pretendi, — gli fu risposto, — che quei ribelli t’ascoltino? Credi che Galba e Vindice non sappiano della trama ordita da te contro di essi? E non temi che s’impadroniscano di te e ti mettano a morte? Parti, o Cesare, per combattere colle armi e non col pianto, e la tua vittoria sarà più onorevole e più splendida.
A questa verità inoppugnabile Nerone entrò in pensiero. Poteva veramente succedere quanto prevedevano quei Padri Coscritti; ma di partire per combattere, il vile tiranno non voleva saperne; e dopo le giuste osservazioni di loro, rifuggiva eziandio dal porre ad esecuzione il suo progetto. Non volendo cedere nè opporsi, troncò bruscamente la discussione, e li congedò, dicendo:
— Mediterò sui vostri consigli:.... Salvete.
La notizia della strana comunicazione fatta da Nerone al Senato si sparse rapidamente per la città, e i libelli, i biasimi, le satire crebbero a dismisura. Ad alta voce si gridava Cesare pazzo e vigliacco. Le prigionie ed i supplizii, coi quali le autorità cercavano di porre un argine a codesta marea, a nulla valevano.
Lo avrebbe potuto Nerone ponendosi alla testa delle legioni. Ma decisamente non sentivasi capace di sì eroica risoluzione. Invece d’evitare l’abisso, che gli si schiudeva sotto i piedi, studiava il modo di sfogar l’odio suo contro il popolo romano, e sognava i più strani propositi di vendetta.
Erano scorsi quasi tre mesi dal giorno in cui palesava il vergognoso progetto al Senato, allorchè lo fe’ chiamare di nuovo, e scusandosi di non aver potuto recarsi in persona al tempio di Giove Capitolino, perchè essendo ammalato di gola, i medici gli vietavano d’uscire, annunziò che l’Imperatrice Poppea Augusta, era di nuovo incinta, e ch’egli intendeva di non abbandonarla, e rimaneva in Roma.
Diede loro incarico di provvedere perchè cessassero gli oltraggi scagliati continuamente contro di lui da una plebe audace, e che si facesse partire la legione sotto il comando d’uno dei Consoli, ai quali, da quel momento rendeva i tolti onori e gl’incarichi. E tutto ilare aggiunse:
— La vittoria delle aquile latine è sicura. Galba e Vindice pagheranno il fio della loro temerità. Aniceto, tornando da un viaggio, vide scolpito sopra una tomba un soldato delle Gallie trascinato pei capelli da un Cavaliere romano. Questo è lietissimo augurio, che avvalora quanto gli astri predissero all’astrologo Babilo.
I Padri Coscritti, nella maggior parte imbrattati della stessa specie dei pregiudizii, presero quelle puerilità per buona moneta, e andarono via contenti, che si facesse almeno partire la legione, e piuttosto che dare in presenza dei ribelli spettacolo di viltà, Nerone rimanesse.
Questi, a sua volta, soddisfatto e sereno, consumò il resto della giornata a divertirsi coi suoi organi d’acqua.
Alcuni giorni dopo, cessato il mal di gola, volle suonarli in teatro, spiegandone egli stesso agli spettatori il meccanismo parte per parte.
Assicurando che le Gallie e le Spagne sarebbero presto dome, volle che insieme a lui tutta Roma festeggiasse il nascituro erede.
Ordinò adunque i circensi ed altri spettacoli, ai quali presiedette con gran pompa, mostrandosi a tutti sereno ed altiero.
Un altro giorno invitò il popolo nell’ippodromo degli orti neroniani a vederlo gareggiare co’ suoi lottatori, i quali, naturalmente, per amor della paga e della vita, si lasciarono da lui atterrare.
Non contento ancora, presenziò nel circo il giuoco cruento dei gladiatori. E quando questi si presentarono sotto il suo palco, salutandolo colla solita formola “Ave Cæsar, morituri te salutant„ quel codardo ebbe la sfrontatezza di rispondere a quei forti di non temere la morte.
E tre ne rimasero sull’arena, condannati dal _pollice verso_ delle Vestali.
Ma più, che per proprio diletto, tutto ciò faceva Nerone per tornare nelle grazie del popolo romano; ma era la sua opera vana.
Il popolo romano in quegli spettacoli dimenticava per un momento la rivolta delle Gallie e delle Spagne, plaudiva ai vincitori, ma non un _Ave_ indirizzava a Cesare, che tornava sempre da quelle feste pieno di maltalento.
La stizza era in lui accresciuta da una specie di lebbra, ch’eragli apparsa su tutto il corpo, dopo la guarigione della gola, e gli dava così insopportabile prudore, che andava talvolta come pazzo a gettarsi nel lago del giardino. Lo stesso fece un giorno, recandosi con Cercopiteco ed altri cortigiani ad una merenda nella valle d’Arsoli, dov’erano le sorgenti dell’Acqua Marcia[119].
Mentre passeggiavano, Nerone ad un tratto si fermò, e spogliatosi interamente, diede ordine che si portasse una corda.
Gli altri gli dimandarono cosa intendesse di fare.
— Or lo vedrete, — rispose; — voglio rinfrescarmi la pelle, e togliermi codesto insopportabile prudore.
E legatasi la corda sotto le ascelle, ne diede l’altro capo in mano ad uno schiavo, e si tuffò nell’acqua, dicendo:
— Così i Romani beveranno la scabbia dell’Imperatore. Ne rimanessero almeno avvelenati.
Rivolto quindi agli amici, che stavano ad osservarlo dalla sponda, gridò loro:
— Voi guardatevi dal bere di quest’acqua, se non volete divenir lebbrosi.
Cercopiteco rispose ridendo:
— Rassicurati, o Cesare, con un acquedotto che percorre sessantunmila e settecento dieci passi quell’acqua avrà campo di purificarsi nuovamente. D’altronde io correrei rischio se fossero queste sorgenti di vino.
Com’ebbe terminato il bagno, Nerone tornò a vestirsi, e dopo la merenda si rimise cogli amici in viaggio, durante il quale non trovava pace.
L’irritazione della pelle, aumentatasi per le soverchie libazioni, lo faceva ruggire come una belva, e lo portava quasi al delirio.
E fu in questo stato miserando ch’egli a tarda notte giunse alla casa Aurea.
Dimandò tosto di Poppea, e gli risposero che riposava.
— Nessuno, — egli disse, — deve dormire, allorchè veglia travagliato Cesare.
E si diresse verso le stanze dell’Imperatrice.
Il cubiculo di Poppea dava sugli orti, che lo profumavano di fiori, e col mormorìo delle fonti, collo stormir delle foglie, col canto degli usignuoli, lusingavano il sonno della bella dormente.
Era quella una notte di paradiso.
Entro la stanza penetrava il raggio della luna, e confondendosi col chiarore del _licno_, ricopriva di luce misteriosa i _litostroti_[120] della vôlta e delle pareti.
In quel silenzio, in mezzo a quella ricchezza di stoffe e di suppellettili, in quell’atmosfera odorosa, tutto spirava pace e voluttà.
Invece, per distruggere l’incanto, vi penetrò Nerone, guidato dal suo spirito maligno.
La schiava cubiculare, destinata quella notte a vegliare presso la porta della sua signora, lo vide attraversare tutto agitato la stanza, e sollevata la cortina trapunta, penetrare nel cubiculo.
Alcuni istanti dopo egli parlava con voce soffocata dall’ira, e Poppea rispondeva indignata.
S’udì poscia il rumore d’una lotta, un grido acuto, e Nerone, che urlando chiedeva soccorso.
Il laido tiranno, schifoso e briaco com’era, aveva desta bruscamente la moglie, e pretendeva giacere con essa.
Poppea lo aveva respinto dicendo:
— Allontanati, rispetta almeno il mio stato: va a cercare gli amplessi delle tue concubine.
E siccome l’altro colla forza e la minaccia voleva imporle la sua volontà, la donna era balzata giù dal letto, difendendosi energicamente.
Dandogli i più vituperosi titoli, riusciva ad allontanarlo da lei con sì forte spinta, che quasi lo fe’ stramazzare.
Preso allora da delirio furioso, lo scellerato le lanciava un calcio, e la colpiva nel ventre.
L’infelice madre, mandando un grido, era caduta riversa sulla sponda del letto, ed aveva perduto i sensi.
A quella vista Nerone, rientrato in sè stesso, s’era messo ad urlare:
— Soccorso! Soccorso! Schiave, accorrete.
E intanto, tutto convulso, prendeva in braccio la moglie, l’adagiava sul letto, e baciandola e bagnandole il viso di lagrime, esclamava:
— Ritorna in te, o divina Poppea!... Perdonami!... Son disperato!... Son maledetto!... Perdona! Perdona! Io non ho amato al mondo che te sola!
In questo doloroso delirio lo trovarono le ancelle accorse alle sue grida.
Le due nutrici Egloga ed Alessandria lo persuasero a discostarsi, per lasciare loro l’agio d’apprestare i rimedi necessarii a farla rinvenire, finchè giungessero i medici.
Nerone obbedì, e smaniando e gemendo, si mise a passeggiare per la stanza e sulla terrazza.
Alzando gli occhi al cielo, così sereno, malediceva a quel puro orizzonte, alla luna, alle stelle, che a lui sembravano in quel momento uno scherno, ed invocava l’uragano e i fulmini.
Primo a giungere fu il medico di Corte Quinto Stertinio.
Nerone lo chiamò in disparte, e dopo avergli narrato quanto era accaduto, gli disse:
— Salvala, o Stertinio, e ti prometto di portare annualmente la tua paga a seicentomila sesterzii[121].
E s’avvicinò con esso al letto di Poppea, che cominciava a rinvenire, ad agitarsi e mandare lamenti.
Quand’essa lo vide, nascose tutta atterrita il viso nel seno ad Alessandria, che la teneva abbracciata.
Il medico lo consigliò a ritirarsi per non turbare colla sua presenza l’inferma, ed egli uscì disperato, strappandosi i capelli e mormorando tra i denti:
— Son maledetto! Son maledetto!
Si ritirò nella sua zotheca e rimase là per alcuni istanti cogli occhi lagrimosi fissi in terra, e colle braccia poggiate sulle ginocchia.
Però l’angoscia non gli consentiva di rimanere lungo tempo tranquillo, e balzando in piedi tornava nell’appartamento di Poppea, e s’avvicinava alla porta del cubiculo.
Poi, udendo tra il bisbiglio di quelli che le stavano attorno, i lamenti della sua vittima, correva via, come pazzo, turandosi gli orecchi.
Ansioso d’aver notizie, usciva nuovamente col cuore tremante dal suo appartamento, quando s’imbattè in Domizia, che bruscamente gli dimandò dove andasse.
— Lasciami in pace, — rispose Nerone, — voglio parlare cogli archiatri, voglio veder Poppea.
— Torna indietro, o sciagurato, — rispose l’altra, — se non vuoi colla tua presenza affrettare la morte di quell’infelice.
— Che parli tu di morte, o vecchia?
— Non hai più figlio, perchè l’uccidesti, e domani forse non avrai più moglie.
Nerone cacciò un urlo selvaggio, e respinta violentemente la zia, andò innanzi.
— Eppure, mi muove a pietà, — mormorò Domizia, seguendolo.
Come fu nella stanza, Nerone non ebbe dapprima il coraggio d’avvicinarsi al letto insanguinato, presso al quale si tenevano da un lato i medici, somministrando colliri all’inferma, dall’altro lato le due nutrici e le schiave cubiculari, che eseguivano gli ordini loro.
Ma poi s’accostò pian piano, e potè veder Poppea senza esser visto da lei.
La misera ansimava e mandava continui gemiti. Aveva i lineamenti contratti, le gote suffuse d’un pallore mortale, le labbra bianche, i negri occhi sepolti in livido cerchio.
Purtuttavia era ancora bellissima, e Nerone si ritrasse più innamorato e più desolato che mai.
Fe’ venire Quinto Stertinio, e gli chiese se in conseguenza dell’aborto corresse pericolo la vita della moglie.
L’altro rispose che quando l’aborto è prodotto da colpo violento v’è più da temere che da sperare.
— La scienza però, — soggiunse il medico vanitoso e cortigiano, — tutto porrà in opera perchè svanisca il timore, e la speranza si cangi in realtà.
— Tutti i miei tesori, — esclamò Nerone, — per chi riescirà a trattenere le _axisie_ della vecchia Atropo, perchè non tronchi il filo di quella vita, a cui nel delirio attentai, e m’è pur tanto cara.
Quinto andò di nuovo presso l’inferma, e Nerone, non sapendo in qual modo calmare l’agitato spirito, tornò improvvisamente, nell’impeto del dolore, dal disprezzo al culto dei Numi.
Dopo aver pregato e pianto nel larario, mandò ordine al Pontefice Massimo di far aprire tutti i templi per la cerimonia del _lettisternio_[122] dedicato agli Dei _Averrunci_[123].
Alla dimane i Settemviri Epuloni[124] eseguirono l’ordine di Cesare, e Senatori, e patrizii, e plebe, quali per istinto pietoso, quali per accortezza, andarono alla _supplicazione_[125].
I Numi però furono inesorabili.
Poppea, dopo esser rimasta qualche ora in una specie di letargo, fu colta da violentissima febbre, che la trasse a farneticare.
E anche nel delirio parlavano in lei l’orgoglio e la vanità.
— Perchè volete ch’io fugga? — essa diceva — io non ho paura di lui. Odio Cesare perchè m’avvelena coi suoi baci, odio suo figlio, perchè mi deforma; ma lo splendore mi piace.... mi piacciono le mie gemme, le mie ricche vesti.... la mia diadema.... Non vedete come mi stanno bene, come sono bella?... Andiamo.... andiamo al circo Massimo.... voglio essere ammirata da tutti.... voglio tutti innamorare.
Alzò così dicendo la testa dai guanciali, e puntate le braccia sulla molle _culcita_ cercò di sollevarsi a sedere sul letto.
Le schiave l’aiutarono, sostenendola sotto le ascelle.
Essa, dopo alcuni istanti di silenzio, come presa da visione estatica, cominciò a fissare i balconi, pei quali penetrava la luce infocata del tramonto, e riprese a vaneggiare così: