Le donne di Nerone

Part 2

Chapter 23,752 wordsPublic domain

Dopo due giorni di riposo Menecrate noleggiò un carro e tornarono a partire. Traversarono la via Appia, e quando dalle alture si vide la città dei Cesari, rischiarata dall’igneo splendore del sole già volto all’occaso, Atte, che da qualche tempo era taciturna e pensierosa, diede in un sospiro e disse:

— È splendida codesta Roma. Io l’ho tanto desiderata; ma adesso che stiamo per giungervi mi fa paura.

— Che strana creatura sei tu! — esclamò Menecrate.

Prima d’entrare in città per porta Capena, Atte si coprì dal capo ai piedi con un velo azzurro, desiderando vedere senza essere vista.

Menecrate ordinò all’auriga di dirigersi verso il Fornice Fabiano, ove giunto lo fe’ arrestare all’imboccatura d’una viuzza, gli pagò il viaggio e lo rimandò.

S’avviarono quindi a piedi per l’angusta strada, ed entrarono in meschina casupola, seguiti da un uomo, che portava i fardelli.

— Questa è la mia povera casa, — disse Menecrate traversando il protiro[13] — io qui vivo colla mia vecchia madre, ch’ora vedrai e che ti darà ospitalità finchè non t’avrò condotta nel palazzo Augustale all’Imperatrice Ottavia.

La vecchia, che stava nella sua stanza filando al chiarore d’una lucerna a due luminelli, dapprima aggrottò le ciglia, vedendo giungere il figlio in così perigliosa compagnia. Sentendo però ch’era una schiava mandata dal Governatore Gallione all’Imperatrice, cangiò all’istante, ed ebbe tutte le cure per lei, durante i tre giorni che precedettero la sua presentazione.

Quando Menecrate uscì, lasciando Ottavia col torvo Nerone, era tutto contento, poichè non s’immaginava mai che sarebbe così presto riuscito nel suo intento.

Ottavia, dopo aver pianto, attese sperando che il marito, conosciuto il suo torto, smetterebbe lo sdegno e tornerebbe a lei.

Vana speranza! Quale lo aveva lasciato tale lo ritrovò nel triclinio. Parlò colla madre Agrippina, parlò con Anneo Seneca, rise alle facezie del parassita Cercopiteco Panerote, ma alla moglie non rivolse mai la parola, e quasi volesse farle dispetto, si mostrava soverchiamente gentile pel giovinetto Sporo, suo favorito, che lo serviva.

La misera Ottavia tratteneva a stento le lagrime, e appena terminato il pranzo, si ritirò nelle sue stanze.

Agrippina, che aveva osservato il contegno del figlio e l’ambascia della nuora, pochi momenti dopo raggiunse questa, e trovatala in dirotto pianto, le chiese cosa fosse avvenuto.

E Ottavia, gettandosele fra le braccia, le narrò la scena avvenuta quella mattina stessa per causa d’Atte e terminò esclamando:

— Ahi misera, Nerone è per me cangiato!

— Lo è per tutti, — rispose Agrippina tra mesta e crucciosa. — La frenesia per l’arte lo ha affascinato in guisa da chiamare presso di sè gente che non doveva mai porre il piede nella casa dei Cesari. Ma tu, povera giovinetta, rinfrancati, io cercherò di ricondurlo a te. Esso non resisterà, spero, ai voleri della madre, a cui deve il trono.

Agrippina, più che per deferenza verso la nuora, teneva a pacificarle il marito, per tema che una concubina, assecondandone il lascivo temperamento, non esercitasse su lui quell’influenza che l’ingenua sposa non aveva mai cercato d’ottenere.

Dalle stanze d’Ottavia si diresse nel suo appartamento, e ordinò a Lucio Azzerino suo liberto di chiamarle l’Imperatore.

Questi, ebro di falerno, era uscito dal triclinio conducendo seco nelle sue stanze il favorito Sporo, dopo aver licenziati tutti gli altri.

Il liberto Elio, al quale Lucio Azzerino passò l’ordine d’Agrippina, attese per comunicarlo all’Imperatore, che Sporo uscisse dalla camera di lui.

Laonde dovette Agrippina lungamente aspettare, e quando il figlio le si presentò colla faccia riarsa, gli occhi scintillanti e malfermo in gambe, gli disse crucciata:

— Tanto mi facesti attendere per mostrarti in tal guisa? E sei tu quel Nerone così saggio che emanasti decreti contro le publiche cene e le crapule?

— Se sono ebro, o madre, rendine grazie agli Dei, perchè il vino discaccia da me ogni tormentoso pensiero, e mi rende buono e cortese.

— S’egli è così, — interruppe Agrippina, — ascolta ora il consiglio di tua madre.

— Parla.

— Tu arrecasti fiero dolore ad Ottavia. Essa ne pianse a calde lagrime.

— E perchè osò censurarmi prima alla presenza d’un citaredo e d’una schiava, e importunarmi poi con rampogne di stolta gelosia? Siffatte audacie io non sopporto. Non so chi mi trattenne dall’afferrarla e strangolarla colle mie mani. La salvarono l’amore e il rispetto che nutro ancora per lei.

— Se sono vere le entusiastiche lodi, colle quali in sua presenza tu esaltasti quella figlia d’Acaja, certo che il tuo rispetto per lei fu in quel punto da te dimenticato.

— Perchè avrei dovuto nascondere la mia ammirazione per l’arte e la bellezza di quella donna?

— Dandole però asilo nel palazzo dei Cesari, tu non fai che accrescere i sospetti e le angosce di tua moglie.

— È a Ottavia non a me che la mandò Gallione: dovevo scacciarla? L’Imperatrice, — aggiunse poi sorridendo, — è gelosa delle canzoni che udrò modulare dalla greca cantatrice; eppure io non lo sono delle melodie colle quali ogni dì la delizia Menecrate.

— Tienti a mente, o Claudio, ciò che disse Caio Giulio: la moglie di Cesare dev’essere rispettata.

— Vanitosa, quanto stolta teoria, che non impedì ad Augusto di scacciar Scribonia, nè a Tiberio d’odiar Giulia, nè al divo Claudio di punir colla morte le dissolutezze di Messalina, quantunque foss’egli il più fiducioso dei mortali. E tu lo sai bene, o madre, che sapesti così dominarlo da lasciargli vedere e sentire quello soltanto che a te piacesse.

— E tu non puoi lagnartene.

— No, per gli Dei, e neppure Aulo Plancio.

Agrippina, facendosi rossa e levandosi in piedi, esclamò:

— E torni ancora al temerario sospetto!

Nerone l’abbracciò, e teneramente baciandola la costrinse di nuovo a sedere e le disse sottovoce:

— O madre, tu conosci la cagione del mio odio contro quell’uomo.

— Mostro! — mormorò Agrippina, allontanandolo da sè, con espressione di volto, non corrispondente alla severità di quelle parole, — è il falerno che ti fa delirare.

— Madre, ti rammenti di quella sera che io....

— Non voglio, nè debbo rammentarlo, — interruppe Agrippina.

— Quella sera io non era ebro, e allorchè ti dissi che tu esercitavi su me un fascino da rendermi tuo schiavo, tu mi baciasti.

— Ed anche oggi ti bacio, — essa rispose, premendogli le labbra sulla fronte, — benchè tu non sii più per me il figlio d’un giorno.

— Come puoi dir questo, o madre! — esclamò Nerone stringendola al seno.

— Vuoi tu che te lo provi?

— Sì.

— Scaccia da te tutti gl’istrioni, i mimi, i parassiti, e manda altrove ad albergare quella greca.

— Madre, tu chiedi troppo ai fumi del mio falerno.

— Vedi, se m’appongo al vero, dicendo che tu sei cangiato, e che in te oggi parla il vino, ma non l’amore.

— Tu vuoi togliermi tutto quello che mi diletta, ed altro non lasciarmi che le infantili carezze di Ottavia, e le conversazioni di Seneca, il quale m’infastidisce colle esortazioni a non perseguitare così spietatamente i cristiani.

— E non ti bastano, — replicò la madre, — i tuoi studii, l’arte del canto, così nobile e soave, gli spettacoli del circo Massimo, gli edifizii intrapresi, che t’offrono occupazione e t’assicurano fama, e quei vezzi infine, che tu chiami infantili, ma che ti rendono invidiato da molti? Ritorna, o figlio, ritorna interamente a lei, e non si dica che tu la togliesti a Lucio Silano per renderla infelice.

Agrippina, più che a tutt’altro, teneva a che Nerone rimanesse marito fedele e figlio ossequente, fosse pure troppo tiepido marito e troppo fervido figlio.

Per ottenere da lui quanto gli aveva chiesto, continuava a tenerlo abbracciato, ad accarezzarlo e fissarlo con sguardo di raffinata etèra.

Il desiderio di riprendere sul figlio il dominio che le sfuggiva, la spingeva tropp’oltre nelle moine, e cominciava a confondersi in lei con altro desiderio.

Alcune frasi però sussurratele da Nerone, ch’erasi acceso più che mai in viso, la fecero rientrare in sè, e levatasi in piedi, gli disse:

— Tu vaneggi! Va nel cubiculo, ove t’attende la tua sposa. Il momento è propizio. Là sarai esemplare marito, qui, saresti figlio malvagio.

Sotto mentita severità essa nascondeva l’emozione e la compiacenza.

Nerone invece, nel cui animo cominciavano a balenare diggià selvaggi sensi, al rifiuto d’Agrippina, alle parole di lei, in cui traspariva il sarcasmo, perdè il senno. Dopo avere invano implorato l’incesto, si preparava ad assalire la madre, allorchè dal liberto Azzerino fu annunziato Aulo Plancio.

A quel nome ruggì Nerone ed esclamò:

— Sempre codesto odiato! Va, va dunque, o madre di Cesare, prostituisciti a Macco[14].

E lasciato bruscamente il nudo braccio d’Agrippina, che stringeva con forza convulsa fuggì via.

A quell’impeto, a quell’ira, alle ingiuriose parole l’altra rimase sbigottita.

Temette che il figlio fosse uscito di senno.

Era intanto da lungo tempo tramontato il sole e venuta l’ora della _primae noctis intempestae_ (come chiamavano i romani le prime ore della sera) e le lampade rischiaravano le sale del palazzo Augustale.

L’Imperatrice Ottavia, indossata una veste d’oscuro bisso e coperta dal peplo notturno, lasciò le sue stanze, traversò il cavedio ed uscì nel peristilio.

Ivi l’attendevano due schiavi lettighieri colla sua lettiga.

Essa vi si adagiò, e preceduta da servi con torchi accesi e da due ancelle, che in vassoi dorati portavano una ghirlanda di fiori e alcuni oggetti preziosi, uscì dal palazzo.

Dopo breve tragitto la lettiga arrestò davanti al tempio della Dea Viriplaca, che sorgeva sul Palatino.

Ivi assistita da due Sacerdotesse, che l’avevano accolta sulla porta del tempio, Ottavia andò a prostrarsi al simulacro di quella Dea, destinata a placare i mariti e ricondurre la concordia nelle famiglie.

Rimase a lungo genuflessa a pregare, poi, deposte le offerte ai piedi della statua, uscì dal tempio e tornò al palazzo.

La giovine Imperatrice fidava nel patrocinio della Dea, quantunque si fosse recata sola ad implorarla, mentre il culto esigeva che v’andassero i due coniugi assieme, e là, prostrati al simulacro, confessassero reciprocamente i loro torti, e si riconciliassero.

Era però sovente cosa malagevole l’indurre o il marito o la moglie a questo passo, e allora quello dei due, che più teneva a ristabilire la concordia, si recava al tempio da solo per invocar la pace della famiglia.

Così aveva fatto Ottavia, e rientrata ne’ suoi appartamenti, rimase qualche tempo sola, nella speranza di veder comparire da un momento all’altro il marito sereno ed affettuoso.

Talvolta al desiderio di lei s’alternava il timore, ch’egli giungesse sì, ma per scagliarle contro nuovi rimproveri ed altere parole.

Oh come la misera malediceva il momento in cui erasi presentata a lei la giovine greca! Come rimproverava Gallione e Menecrate, all’uno d’averla spedita, all’altro d’averla condotta, quantunque sentisse in cuor suo d’essere ingiusta verso di loro.

Che se avesse potuto immaginare il recondito scopo del citaredo, questi non avrebbe più messo piede per certo nel palazzo dei Cesari.

Tanto affetto e tanta abnegazione in una giovine e bellissima sposa non meritava davvero Nerone, che, come si vide, pensava a tradirla nei più nefandi modi.

Ed esempi siffatti di fede costante erano ben rari nella corruzione dell’antica Roma.

Adagiata sovra elegante accubito Ottavia attendeva e pensava, e talora, per distrarsi, prendeva dal desco, ch’erale vicino, un papiro e si metteva a leggerlo al chiarore della lampada posta sovr’alto candelabro a piede, dallo scapo finamente lavorato a cesello.

Erano alcuni brani del poema _La Farsaglia_ di Marco Anneo Lucano, nepote di Seneca, giovine poeta, che Nerone allora colmava d’onori.

Intanto dagli spazii della clessidra si vedevano passare le ore, e il desiderato sposo non compariva. Ebbe per un istante l’idea di farsi coraggio e andarlo a trovare; ma contro questo consiglio si ribellò l’amor proprio di lei.

Essa non doveva implorare venia perchè nulla aveva a rimproverarsi.

La sua dolcezza non doveva trascinarla fino a codesta umiliazione, e per timore che il desiderio di pace finisse per costringervela, levossi in piedi, e passò nella stanza da letto.

Ivi l’attendevano le ancelle per raccoglierle le chiome nella reticella, ed aspergerle il corpo coll’irino di Corinto, mentre la schiava _vestiplica_ ripiegava le biancherie e le vesti.

Compiuta la bisogna, Ottavia le licenziò e posto il nudo piedino sullo scanno, entrò nel letto matrimoniale, ed attese ancora adagiata sul fianco, posando il braccio sul _cubitale_[15].

Vegliò gran parte della notte, ma il sonno nei giovani finisce per trionfare di qualsiasi cura. Sentì a poco a poco aggravarsi le palpebre e cominciò a sonnecchiare.

Le parve nel dormiveglia udire da lungi la voce di Nerone che cantava. Credette a un sogno, e alcuni istanti dopo era profondamente addormentata.

Da più d’un’ora dormiva, allorchè fu desta all’improvviso da un violento bacio sulla bocca.

CAPITOLO III.

Le insinuazioni d’Aniceto e i suggerimenti di Seneca.

Non fu sola Ottavia che quella notte vegliò fino a tarda ora per aspettare Nerone; per la stessa ragione vegliò anche Agrippina. L’una attendeva per vederlo tornare a lei a chiederle amore, l’altra per vederlo pentito chieder perdono. L’una aspettava dolente, l’altra sdegnosa.

Ma Nerone, invece di scendere nella propria coscienza, e riconoscere i suoi torti, uscito dalle stanze della madre, chiese, com’era solito, all’arte l’oblio delle male azioni commesse in quel giorno.

Seguito da uno schiavo, che portava la citara, scese nel giardino, e sedutosi tra le piante del _gestazio_[16] si mise a cantare.

Le foglie, leggermente agitate dalla brezza di primavera, il chiarore della luna, che avviluppava in un’aureola d’argento gli alberi, i fiori e lo sterminato palazzo, il silenzio che regnava dintorno, tutto quel tesoro di pace, col quale la natura lenisce le miserie umane, raddolcirono il travagliato spirito di Cesare.

Cessò dal canto, depose la citara, e pensò, tornando suo malgrado ai teneri ricordi.

Vide come in eterea visione la soave figura d’Ottavia; rammentò le dolcezze di lei, i suoi vezzi, quasi infantili, la sua beltà che, al dir d’Agrippina, tanti gl’invidiavano, e impetuoso, com’era in tutti i suoi sentimenti, non resistette al desiderio di veder la moglie, e balzato in piedi rientrò nel palazzo e mosse verso le stanze di lei.

Come si vede, i nobili sentimenti cercavano ancora di lottare in esso contro il malvagio istinto. Ma erano pur troppo le lotte estreme.

Egli entrò a pian passo nel cubiculo, e fattosi presso il letto, stette a contemplare la giovane sposa, che dormiva supina, facendo delle nude braccia sostegno al capo. La temprata luce del _licno_[17] che pendeva dal soffitto, dava alla bella dormente eterea forma.

Nerone, chino su lei, stette per qualche tempo a contemplare quel seno palpitante sotto la sottilissima veste, quella fronte d’avorio e quelle labbra, che parevano schiudersi ad un sorriso, lasciando travedere i denti.

Come se fosse cosa nuova per lui, non resistette a lungo, e le diede quel premuto bacio che la destò.

Ottavia, riconoscendo il marito, mandò un grido di gioia, e gli cinse il collo colle braccia, dicendo:

— O Claudio, dunque la Dea m’esaudì.

— Di qual Diva tu parli?

— Della Viriplaca.

E qui gli narrò come si fosse recata a sera ad intercedere da lei la concordia coniugale.

— Fu Venere invece che mi condusse a te, — soggiunse Nerone.

— E non Cupido? — chiese sorridendo Ottavia.

— Sì, Venere, Cupido, Volupia,[18] e sopratutto un irresistibile desiderio di te.

E svestita, così dicendo, la lunga tunica, che lo ricopriva, s’adagiò nel letto al fianco di lei, che accarezzandogli i capelli e baciandolo, gli chiese se fosse a lei dedicato quel canto, che aveva udito prima d’addormentarsi.

— Come! — esclamò Nerone con aria di compiacenza, — la mia voce giunse fino a te! Eppure io non la spiegava del tutto, perchè l’aveva stancata col gridare in questo dì nefasto: eppure da due giorni non ho tenuto sul petto la lastra di piombo, per renderla chiara e sonora. Vedi dunque tu stessa che la mia voce è potente, e posso sfidare qualsiasi cantore, e lo stesso mio maestro Terpno.

E la presunzione nell’arte gli faceva quasi dimenticare l’ardore dei sensi, che Ottavia nella sua pudica riservatezza non cercava di tener desto.

La lascivia però non tardò a riprendere il disopra sull’arte, e quella notte il talamo imperiale nulla ebbe da invidiare al _letto geniale_ in cui la prima notte del matrimonio l’aveva condotta la Pronuba.

Albeggiava di già quando si separarono.

Ottavia, nell’esuberanza del contento, discese dal letto, indossò la sua tunica bianca, e prima di chiamar le ancelle, uscì sopra il _meniano_ (o terrazzino) per salutar con un sorriso di gioia l’aurora.

Il cielo era limpidissimo. Come se fosse un riflesso dell’anima sua, vide il Campidoglio, il Tabellario, il tempio di Castore e Polluce, e i più eminenti edifizii di Roma avvolti nella tinta rosea del mattino, e rimase a contemplar lungamente il sublime spettacolo.

Passò poscia nella stanza del bagno, e s’immerse nell’odoroso lavacro. Sedette quindi nel cubiculo, e dalla famula, a ciò destinata, si fe’ quel giorno acconciar con cura maggiore. Si fece inanellare i biondi capelli, lasciandoli cadere dietro le spalle, e tenendoli raccolti sul capo con una _vitta_[19] di seta azzurra. Tra le sue gemme scelse due orecchini di grossi _elenchi_.[20] Cinse il braccio sinistro con ricco _spintere_[21], l’altro con braccialetto, formato da anelli a spirale; e avvolse sotto il seno una _mamillare_[22] trapunta.

Benchè sempre elegante ed accurata, essa non aveva mai dimostrata la ricercatezza di quel giorno nel farsi più bella.

Teneva a rendersi seducente, si proponeva di porre in opera tutti i suoi vezzi, assoggettarsi a qualsiasi sacrifizio pur di conservare il riconquistato affetto del marito.

Era ingenuo proposito il suo, perchè ignorava da quale impetuoso turbine di lascivia foss’egli agitato.

Nerone, abbandonato il talamo, e rientrato nel suo appartamento, trovò il suo antico pedagogo.

Costui aveva nome Aniceto, ed era il suo confidente, il suo complice, la sua spia, il più abbietto de’ suoi cortigiani, l’uomo infine che per avidità di lucro era pronto a qualsiasi malvagia azione.

Madre natura, che lo aveva così mal dotato nel morale, non era stata più generosa nel fisico.

Sopra un corpo magrissimo e allampanato si posava la testa coperta di radi capelli rufi, misti ad incipiente canizie, quantunque non toccasse ancora i quarant’anni. Dalla faccia giallastra e rasa, si sporgeva in fuori un gran naso aquilino, e sotto enormi sopracciglia, rufe come i capelli, erano sepolti due occhietti piccoli e chiari, ma che avevano guardatura furbesca e cattiva.

Nerone, che per quel mostro non aveva segreti, lo condusse nella _zotheca_[23] e là adagiatosi sopra un lettulo coperto da una pelle di pantera, gli narrò tutte le cose occorsegli il dì innanzi, il rancore provato contro Ottavia per causa della citarista greca, la scena avuta colla madre, e le delizie coniugali di quella notte nei più sconci particolari, deridendo la goffaggine, con cui Ottavia rispondeva ai suoi trasporti.

— È bella, — egli aggiunse, — è soave, ma non è quella ch’io cerco.

— Al divo Cesare, — rispose il cortigiano, — non sarà malagevole trovar dovizia d’altri amori, se quelli del cubiculo coniugale lo tediano, senza ricorrere all’incesto.

— Oh fu quella l’aberrazione d’un momento, prodotta dai fumi del falerno. Oggi ne provo ribrezzo, come mi pento d’aver oltraggiata mia madre. Ma credi tu, Aniceto, che Aulo Plancio sia l’amante di lei?

— Non so.

— Indaga.

— Obbedirò.

— Hai null’altro a riferirmi?

— Anneo Seneca è in questo momento nelle stanze dell’Imperatrice Agrippina, che lo fece chiamare.

— Sarà per querelarsi contro di me, — osservò, sorridendo, Nerone. — Vorranno ch’io dimandi venia alla madre oltraggiata, e a questo sono pronto.

— Forse qualcos’altro si esigerà dal divo Cesare.

— E che mai?

— Venendo qui, m’imbattei nel cavedio in una fanciulla di splendida bellezza accompagnata da Egloga. Al liberto Lucio Azzerino, che la seguiva, chiesi chi fosse quella giovine.

— Era Atte per certo, — interruppe Nerone infiammandosi in volto. — E che ti disse il liberto di mia madre?

— Essere una citarista e cantatrice di Corinto, mandata in dono da Gallione all’Imperatrice Ottavia, e che Agrippina vuole assolutamente che sia da te, o Imperatore, allontanata dal palazzo Augustale.

— Per Giove, — esclamò Nerone, balzando in piedi; — questo non l’otterranno mai. Io, che cerco l’ebbrezza dell’arte e dell’amore, non acconsentirò certo a separarmi da quella figlia d’Acaja, che colla bellezza m’innamora, e mi rapisce col canto. Oh no!

E camminava agitato per la zotheca.

Aniceto, l’umile pedagogo, che nella coscienza della propria inferiorità odiava Seneca, e non lasciava sfuggire occasione senza lanciar contro di lui qualche maligna insinuazione, uscì in queste parole:

— Non adirarti, o Cesare; qui solo imperi, e non devi permettere che altri ti detti legge, non devi permettere che il tuo maestro abusi del potere, che tu gli concedi.

— Lascio che Seneca e Burro s’occupino degli affari di Stato, perchè ciò mi giova; ma delle mie azioni sono arbitro io solo. Di questo voglio dar prova sul momento.

E lasciato Aniceto, si recò nella stanza della madre.

Seneca era ancora con lei.

La severa faccia del calvo filosofo dall’occhio ampio e bruno, dallo sguardo espressivo, non si turbò affatto, vedendo comparire Nerone.

Invece le pallide guancie d’Agrippina, sorpresa per quella improvvisa apparizione, si tinsero d’un leggiero incarnato.

Il figlio piegò un ginocchio davanti a lei e le disse:

— Pentito dell’offesa che ti recai, vengo a chiedertene venia.

Agrippina levossi in piedi, e rialzatolo, lo strinse fra le braccia e lo baciò in fronte.

Quella spontanea ammenda del figlio la lusingava e le faceva rinascere la speranza di non aver perduto del tutto il suo ascendente su lui.

Gli disse poi:

— La Dea Viriplaca ti ricondusse ad Ottavia, il Sommo Giove t’ha ricondotto a me. Del nefasto giorno di ieri più dunque non si parli.

— E poichè venisti, o Nerone, — aggiunse Seneca, — lascia ch’io ti parli invece di più gravi faccende.

L’altro, pensando che si trattasse d’Atte, sentì ribollire il sangue, e stava per respingere la proposta prima che venisse fatta.

Riuscì però a trattenersi, ed attese che il maestro parlasse.

I Senatori meno facoltosi ringraziavano Cesare per aver accordato loro un assegno mensile di cinquecento sesterzi (dodicimila cinquecento scudi). Era stata approvata la gratuita distribuzione di grano ai soldati pretoriani mese per mese.

Per evitare la falsificazione dei testamenti era intenzione del Senato di emanare l’ordine che venissero suggellati e marcati con tre fori, entro i quali si passasse per tre volte una cordicella, e che le prime parti del testamento, dov’erano scritti i primi e secondi eredi, fossero note soltanto a coloro che dovevano suggellarle e sottoscrivere col nome del testatore; che i notai non potessero scrivere sè medesimi eredi per alcuna porzione.

Quanto alle nuove cose edilizie ideate dall’Imperatore, il Senato approvava il progetto di costruire dei portici fra i casamenti isolati, e intorno alle altre case per garantire i cittadini dagli ardori della canicola e dalle intemperie del verno; ma trovava per ora di difficile esecuzione il protrarre fino ad Ostia le mura di Roma, e per un canale condurre il mare fino alle mura vecchie di questa città.

Dovendosi poi trattare in Senato altre riforme riguardo ai Consoli ed ai Questori, s’attendeva che l’Imperatore designasse il giorno per assistere alla discussione.

Tutte queste cose riferì Seneca, senza che Nerone facesse osservazioni di sorta.

Egli aspettava che si venisse a parlare d’Atte.