Le donne di Nerone

Part 3

Chapter 33,750 wordsPublic domain

Ma su di lei non pronunziarono motto nè Seneca nè Agrippina.

Di questo silenzio fu meravigliato Nerone.

O il liberto Azzerino aveva mentito ad Aniceto, o qualcosa si nascondeva sotto l’apparente indifferenza della madre e del maestro.

Spinto dal desiderio di porre in chiaro la cosa, dopo il _jentaculo_ (o colazione) si recò nelle stanze della moglie.

Essa non v’era, e dalle ancelle seppe ch’era discesa nell’orto assieme ad Atte.

Ciò accrebbe in lui la sorpresa.

Dopo la gelosa ostilità addimostrata il dì innanzi, come poteva Ottavia condur seco a diporto la schiava greca?

Senza frapporre indugio le andò a raggiungere, sempre più impaziente di sapere se si tramasse qualche cosa a sua insaputa.

Trovò Ottavia in un ombroso viale seduta sopra sedile di marmo, e Atte ritta in piedi davanti a lei.

L’Imperatrice, come lo vide, andò ad incontrarlo e gli dimandò se venisse, com’era suo costume, a declamar sotto quelle piante qualche nuovo componimento.

— No; — rispose l’altro, — avendo inteso ch’eri qui colla tua citarista, credevo che questa stesse allietandoti col suo canto, e voleva dividerne il piacere con te, mia bella Ottavia.

Questa disse che aveva fatto chiamare la greca per condurla con sè a diporto nella villa, e farle narrar le vicende della sua esistenza passata.

— Povera fanciulla, — soggiunse poi, — essa pretende che la sua stirpe da alto lignaggio sia discesa alla misera condizione degli schiavi.

— E in qual modo? — chiese Nerone rivolgendosi ad Atte.

— Questo ignoro, — rispose la citarista; — quanto esposi alla diva Imperatrice, udii sovente ripetere nella mia famiglia.

Ottavia, ferma nel proposito di mostrare a Nerone come fosse scomparsa in lei ogni sinistra prevenzione contro quella giovine, e mostrare invece per essa interesse grandissimo, soggiunse:

— Conviene, o Claudio, aiutarla a rintracciare una sua sorella di latte, che moltissimo l’amava, e che da alcuni anni lasciò Corinto per trasportarsi in Roma colla famiglia in un suo palazzo.

— E chi eran costoro? — dimandò l’Imperatore.

— Dei ricchi mercanti. Il capo aveva nome Plauzio Laterano.

— Forse quello che fece testè edificare un palazzo presso la porta Celimontana?

— Lo ignoro.

— E la fanciulla ha nome?

— Rubea.

— E ti sta veramente a cuore il rintracciarla?

— Quanto una vera sorella.

— E non ti scrisse mai?

— Ahimè, no!

— E se tanto ti portava affetto, come avviene ch’essa non siasi più curata di te?

— Temo sempre che le sia accaduta sventura, e l’anima mia è piena di dolore, e piango per quella cara, ne’ miei sogni, la piango vegliando nelle mie canzoni.

— Oh, per gli Dei, — esclamò Nerone con forza di parlar concitato, — conserva, o bella greca, la tua voce celeste, conserva le armonie del tuo _simikion_ a più sublimi amori.

— E perchè, — entrò a dire Ottavia, — non vuoi tu che questa buona fanciulla rimpianga l’amica sua e desideri di rivederla? Essa mi pregò d’intercedere perchè se ne faccia ricerca, e tu, o Claudio, quasi rifiuti.

— Non rifiuto; anzi lascio che l’Imperatrice dia ordine ai Consoli di fare indagini e scoprire se codesta famiglia Laterano soggiorni ora nella vastissima Roma.

— O divo Cesare, io ti ringrazio, — rispose Atte inchinandosi, — e t’assicuro che se Rubea è qui, la sua bellezza non sarà certo sfuggita agli occhi dei cittadini.

E qui fece così entusiastica descrizione di lei, che Nerone la interruppe dicendo:

— Se per una giovine amica han tanto bagliore i tuoi occhi, han tanto fuoco le tue parole, che sguardi appassionati, che sublime eloquenza dev’essere la tua parlando ad uomo amato.

— Quest’uomo non lo conobbi ancora.

— Asserisci il vero?

— Lo giuro per la memoria dei miei poveri morti. Come poteva un’infelice schiava illudersi d’essere amata, come d’esserla io sogno?

— Lo sarai adesso ch’io ti diedi la libertà.

L’ingenua Ottavia ascoltava e taceva, non sospettando che il marito parlasse per conto proprio, dopo l’affettuosa riconciliazione della scorsa notte, e non osando fare osservazione di sorta, per non essere costretta di ricorrere nuovamente alla Dea Viriplaca.

Atte fu rimandata nelle sue stanze, e Nerone si mise a passeggiare sotto le piante, cingendo col braccio le spalle della moglie e cercando d’investigare qualcosa sul conto di quanto il liberto d’Agrippina aveva detto ad Aniceto.

Vedendo di non riuscire, prese, come suol dirsi, il toro per le corna, e dimandò:

— Franca rispondi, Ottavia mia, spiace a te che io abbia annoverata la citarista tra i famigli tuoi, che dimorano entro il palazzo?

— E perchè dovrebbe spiacermi? Ciò piace a te, e basta.

— Ma i tuoi sospetti, i tuoi rimproveri, il tuo cruccio di ieri?

— Non ricordarmeli, o Claudio! Ne feci ammenda al simulacro della Dea. Vedi tu stesso com’oggi sia cangiata, poichè a quella figlia d’Acaja tanto m’interesso.

— Saprai forse che l’Imperatrice Agrippina vorrebbe revocati gli ordini miei.

— Lo so, perchè stamane mi chiamò per dirmi ch’io doveva assolutamente esiger questo da te, per non compromettere la concordia rinata fra noi.

— È questo cómpito indegno ch’ella si assunse presso di te! — mormorò Nerone facendosi livido e digrignando i denti.

— Calmati!

— E tu che rispondesti?

— Che i desiderii di Cesare eran legge per me, che la sua volontà doveva esser fatta, e che del resto io m’affidava alla protezione degli Dei.

Si scorgeva da queste parole che l’anima d’Ottavia non era del tutto rassicurata sulla sua sorte avvenire.

Ma Nerone non le badò, e rientrò nei suoi appartamenti, fantasticando sempre sulle intenzioni della madre.

Se questa non aveva parlato, lo si doveva alla sagace filosofia di Seneca.

Egli fece osservare a lei che Nerone non era più il docile giovinetto d’un giorno e che tal focoso temperamento, tale ferrea volontà s’erano manifestati in esso, da rendere impossibile il dominarlo, ed anche ben malagevole il renderlo deferente ai consigli altrui. Conveniva, per averlo più mite, non osteggiare le sue velleità d’artista, e mostrarsi indifferente ai suoi capricci erotici. Se essa non si fosse opposta a farlo istruire negli studii della filosofia, forse oggi comprenderebbe da sè stesso quale cosa sconveniente sia il farla da istrione. Ma volendogli dimostrare adesso codeste verità si correrebbe rischio di trascinarlo, per ostinazione, a maggiori volgarità. Così, volendogli imporre lo sfratto della giovine greca, si esporrebbero a sicuro rifiuto e andrebbero incontro a più gravi scandali. Se, come assicurava Agrippina, il figlio erasi già innamorato di quella schiava, movendo guerra al sentimento di lui, non si farebbe che accrescerlo, perchè la cosa vietata acquista in chi la desidera pregio maggiore.

— Ma se quella donna, — osservò a sua volta Agrippina, — esercitasse poi sull’animo di Cesare quell’impero, che Ottavia non ebbe mai, chi giungerà a distruggerlo?

— Il tempo, la sazietà, ed altre donne.

Queste teorie, alquanto ciniche, ma giustissime del filosofo, poco garbavano all’Imperatrice Agrippina. Ma pure si lasciò persuadere a non pronunziare più col figlio il nome d’Atte, tanto più che Ottavia stessa, ch’era in questa faccenda la più interessata, si rifiutava di chiedere al marito il congedo della citarista.

Quello stesso giorno, durante il pranzo (o merenda) e durante la cena, Nerone si mostrò verso la moglie e la madre oltremodo cortese. Non si curò affatto del giovinetto Sporo suo favorito, e fu affabile più dell’usato verso il cognato Britannico, che non alloggiava nel palazzo, ma era sovente invitato a cena insieme ad Antonina sorella di lui e d’Ottavia.

Terminato il banchetto verso l’ora quinta dopo il meriggio, uscirono tutti dal triclinio e passarono nell’exedra rischiarata dal raggi del sole, che volgeva al tramonto. Sedettero in circolo, e Nerone, rivolto alla moglie, le chiese di permettere che la sua citarista venisse a deliziarli col canto. Intanto sottecchi guardava la madre per osservare il contegno di lei a questa proposta.

Ma la furba Agrippina, memore dei suggerimenti di Seneca, fu pronta e disse:

— Oh, sì, permettilo, Ottavia, poichè a me non venne fatto ancora d’udirla cantare.

Ottavia, non meno sorpresa di Nerone per questo improvviso cambiamento, ordinò che Atte venisse.

E questa apparve poco dopo bellissima colle sue ricche chiome disciolte e la bianca tunica, che stretta ai fianchi da cingolo azzurro, faceva risaltare mirabilmente i rilievi del seno.

Si fermò in mezzo alla stanza sotto il _compluvio_[24] dal quale pioveva su lei lo splendore del sole, avviluppandola in un’aureola dorata.

Se l’astuta fanciulla l’aveva fatto apposta per mandare in visibilio l’Imperatore, otteneva pienamente l’intento. Nerone rimaneva così estatico a guardarla, che non pensava più allo scopo per cui l’aveva chiamata.

Ottavia, non riuscendo a nascondere interamente l’interno rammarico, dimandò alquanto concitata al marito perchè non la facesse cantare.

— Ella t’appartiene, — rispose Nerone, — sei tu che devi comandarlo.

— Canta dunque, — le disse l’Imperatrice, — canta... dell’amica che cerchi.

Atte fece un inchino, e dopo alcuni accordi temprò sul _simikion_ un’elegia, dando alla sua voce così mesta intonazione, che ogni nota sembrava un gemito uscito dal cuore.

Terminato il canto, Nerone rimase assorto, Britannico applaudì, Ottavia, sinceramente commossa, lodò la citarista, e Agrippina rimase muta, accontentandosi d’approvare con un moto del capo.

Essa s’acconciava a non osteggiare le fantasie del figlio; ma non voleva lusingarle troppo.

Allorchè venne congedata, Atte risalì nei _cenaculi_[25] dov’era la sua cella, sita tra quella delle nutrici e la stanza di Sporo.

Era notte inoltrata e tutto buio e silenzio nella casa Augustale.

Atte mezzo spoglia e avvolta in un amitto, sedeva presso la piccola mensa rotonda, ch’era presso il suo letto e sulla quale ardeva entro lampada di bronzo l’_ellinio_.[26]

Ella erasi bene accorta del sentimento inspirato a Nerone, di cui l’avevano profondamente colpita il carattere ardente e la generosità.

Doveva ritrarre il piede dalla china fatale, o lasciar che si realizzassero i sogni suoi d’amore e di grandezza?

Stava assorta in questi pensieri quando fu picchiato all’uscio.

Balzò in piedi atterrita e dimandò chi fosse.

— Son io, — si rispose al di fuori.

— E chi sei tu?

— L’Imperatore.

CAPITOLO IV.

Impudenza.

Mentr’essa tutta tremante gettava via l’amitto e tornava ad indossare la tunica,

— Apri! — gridò Nerone imperiosamente.

Atte andò a disserrare i _claustri_ della porta e poi indietreggiò atterrita, quando Nerone spalancò con forza i due battenti.

— Divo Cesare, — ella chiese con tremula voce, — che dimandi da me?

— Amore e voluttà. Se conosci i pregi immensi di cui ti fu larga Venere, non devi sorprenderti se a Claudio Nerone ribollì il sangue al solo vederti. Fanciulla divina, tu devi esser mia.

E le si avvicinò.

— Sii generoso, o Imperatore, — mormorò essa scostandosi: — non vilipendermi perchè io sono una povera figlia di schiavi.

— Se io volessi vilipenderti, non lotterei qui adesso contro me stesso per tenere a freno il mio temperamento, e non strapparti di dosso le vesti, e stringendoti fra le mie braccia, gettarti su quel letto in tutto lo splendore della tua nudità, e baciarti e morderti, sitibondo di voluttà.

— E l’imperatore avrebbe cuore d’oltraggiarmi così? — mormorò Atte guardandolo supplichevole.

— È appunto il cuore che trattiene i sensi, perchè t’amo, perchè voglio essere riamato da te, voglio che tu in un trasporto d’amore mi conceda quello ch’io non oso rapirti.

E questo egli diceva tenendola abbracciata e baciandola.

Atte cercava di rompere quell’amplesso, d’evitare quei baci, ed implorava pietà, e pregava Nerone a non smentire le proprie parole, a non violentarla.

— Claudio Nerone non mente, non ti faccio violenza; ma lascia ch’io senta palpitare il tuo cuore sul mio, ch’io respiri del tuo respiro, e se per caso smarrissi del tutto la ragione ti do quest’arma per difenderti.

E, con una mano distaccato dal fianco sinistro il _pugio_,[27] lo depose sulla mensa.

In quest’atto di mentita magnanimità trapelava l’indole dell’istrione. Ma fors’egli in quel momento d’aberrazione era in buona fede.

Continuava a dichiarare di non voler usar violenza ad Atte, ma intanto stringeva sempre più l’amplesso, sempre più fervidi si facevano i baci, ond’essa, dopo aver cercato invano di respingerlo, di persuaderlo, senza ottenere da lui altra risposta che iperboli d’amore, cessò dalla resistenza, quasi dicesse tra sè:

— Il destino lo vuole, fa di me le tue voglie.

Allorchè Vesta, la Dea della verginità più nulla aveva a proteggere nella fanciulla d’Acaja, questa, seminuda, balzò dal letto, sul quale aveva giaciuto a fianco di Nerone, e fissandolo con aria imperterrita, gli disse:

— Guarda, o Cesare, io non piango, io non tremo, io non mi pento d’averti sacrificato il mio fiore verginale. Ma tu non menarne vanto perchè non sei tu che hai trionfato, sono io che cedetti, e cedetti perchè t’amo fin da quando udii in Corinto celebrar le tue gesta di Principe e d’artista. Ov’io non t’avessi riamato, nessuna seduzione, nessuna promessa, nessuna forza brutale sarebbero valse a vincermi. L’arma che tu mi desti te l’avrei strappata dal fianco per immergermela nel petto e lasciarti il mio cadavere. T’appartenni perchè t’amo e t’amerò sempre. Ora so quello che m’aspetta; so che altra donna torrà a me quel ch’io tolsi alla diva Ottavia. Ma ti giuro, che qualunque sia il destino a me riserbato, io, benchè derelitta, non t’abbandonerò mai e sarò l’_Agathodaemon_[28] della tua vita.

Nerone, affascinato più che mai dalla franca confessione d’Atte e dalle sue nobili parole, attirandola a sè e di nuovo baciandola, le disse:

— L’avvenire che t’attende sarà più splendido forse che tu non creda.

Il crepuscolo mattutino cominciava appena a diradare il buio della notte, quando Nerone uscì dalla cella d’Atte.

Sul limitare di quella attigua vide un giovinetto che malinconicamente s’appoggiava con una spalla allo stipite.

Alzò la lanterna e riconobbe Sporo, che aveva gli occhi umidi di pianto.

— Che fai tu qui? — gli dimandò bruscamente.

— Nulla, — mormorò l’altro con flebile voce.

— Perchè piangi? Perchè uscisti dal tuo letto?

Sporo chinò la testa e tacque.

— Parla!

— Perderò certo la protezione di Cesare.

— E perchè lo temi?

Sporo accennò col capo la cella vicina.

Nerone alzò le spalle e gli disse:

— Torna nel tuo letto a dormire, e raccomandati agli Dei che ti rendano più prudente e meno superbo della mia benevolenza, o fanciullo corrotto.

L’ostiario, che quella notte vegliava, e alcune guardie del pretorio avevano visto comparire e sparire attraverso le finestre dei cenaculi il chiarore della lanterna, ma s’erano guardati bene dall’indagare il mistero.

Le due nutrici e Sporo non parlarono; ma Nerone, che aveva tutti i vizii, compreso quello dell’impudenza, si tenne per alcuni giorni in riserbo, ma poi col suo contegno fe’ tutto palese.

Egli aveva interamente disertato il talamo, ed ogni notte faceva discendere la concubina nel cubiculo del suo appartamento.

Ma come questo non gli bastasse, esaltato dalla passione, volle publicamente far pompa della sua conquista, e sovente o di giorno o a sera nei giardini, sfarzosamente illuminati, cantavano insieme alla presenza di cittadini d’ogni classe dal Senatore al più volgare istrione, dei quali riscaldava l’entusiasmo con dolci d’ogni sorta e _poculi_ colmi di vino.

Il parassita Cercopiteco, ch’era tra gl’invitati, andava dicendo sommessamente a questo e a quello che più di quei canti e di quelle _dulcia_ avrebbe aggradita una sontuosa cena da riempiersi il ventre per tre giorni almeno. Ancor egli però mentiva entusiasmo grandissimo per non perdere la benevolenza di Nerone, e univa così la sua esca all’erotico fuoco di lui.

Atte di mal animo si prestava a codeste feste, che a lei sembravano una sfrontata manifestazione del suo disonore, e una disfida all’Imperatrice Ottavia, che pure erasi mostrata verso di lei molto benevola.

E questa sua non era ipocrisia ma bensì sincero rimpianto. Essa era peccatrice per amore, ma non depravata, e la sua colpa non aveva soffocato in lei i nobili sentimenti. Avrebbe voluto amar Nerone senza recar dolore ad Ottavia, o per lo meno che questa avesse qualcosa a rimproverarsi per essere più facilmente perdonata.

Ma invece la virtù di lei, così crudelmente oltraggiata, non le lasciava speranza di pietà da parte della tradita.

Voleva per questo che s’occultasse il più possibile l’oltraggio agli occhi dei quiriti.

Nerone però, non intendeva accondiscendere, dicendo di volere dichiarare in faccia agli uomini ed agli Dei la sua felicità, e che il publico doveva abituarsi a riguardarla come nuova sovrana.

La donna, per quanto ambiziosa, non si lasciò commuovere da queste parole, pronunziate nel primo delirio della passione, ed insistette perchè si cessasse da quella sfacciata ostentazione della colpa.

— In questo modo, — essa gli diceva un giorno, — tu mesci, o Cesare, nel calice dell’amor mio l’amarezza dell’onta e del rimorso. E poi, qui mi sento circondata dall’odio di tutti.

— E a te che importa? T’ama Nerone e basta.

— Degli altri non mi cale; ma la diva Ottavia, che più non mi chiamò, che più non vidi.... Oh, come vorrei gettarmi a’ suoi piedi.

— Atte, amor mio, smetti codeste fantasie. Non piangere perchè il tuo pianto potrebbe costar la vita a chi n’è la cagione. Tu conosci l’amore di Claudio, ma il suo sdegno non lo conosci ancora.

E per distruggere in lei le malinconiche impressioni, quel giorno stesso partì con essa da Roma, accompagnati da Sporo, a cui Nerone per nuovo capriccio, aveva fatti indossare abiti femminili, destinandolo a compagno d’Atte.

E non poteva essere quel giovinetto un compagno pericoloso?

No.

Non andò nella suntuosa villa di Bauli presso Baja, perchè ivi erasi recata sua madre, disgustata degli scandali che accadevano nella casa Augustale. Si recò invece in altra villeggiatura ch’egli aveva a Subiaco.

E qui, finalmente Atte raggiunse il sognato mistero dell’idillio. Ed era beata di vivere d’amore in quelle mute sale, di respirare le fresche aure autunnali, o girando tra i fiori, o vogando sui laghi artificiali creati da Nerone coi rivi dell’Aniene.

Alla sera, al chiaror della luna, seduti, a fianco uno dell’altro entro scafo sfarzosamente addobbato, cantavano condotti da Sporo, che remigava fissando Atte; poichè smesso l’odio, cominciava a sentirsi anch’egli ammaliato.

Nel tranquillo soggiorno di quella villa l’amore della giovine greca erasi più che mai acceso e di molto erano diminuiti gli scrupoli suoi.

A ciò aveva contribuito Nerone, ripetendole sempre, che sotto la rassegnazione d’Ottavia si nascondeva l’indifferenza e che ad essa bastava di poter conservare il diadema imperiale, d’indossare il manto, e far pompa di vesti e di gioielli.

Era questa una calunnia, che gli giovava in quel momento, per non essere annoiato dai rimorsi della concubina, e distruggerli interamente prima di restituirsi in Roma con lei.

E a questo ritorno egli anelava per poter di nuovo nelle feste far pompa de’ suoi amori.

Avrebbe volentieri spogliata Atte dinanzi a tutti per farne ammirare la splendida nudità.

A tanto delirio di depravazione erano giunti diggià i sensi di lui.

Ed essa, che del suo desiderio erasi accorta, per tema di riuscirgli incresciosa, prevenne l’ordine e fu la prima a dire: torniamo.

Appena giunto al palazzo dei Cesari, Nerone si recò ad abbracciare Ottavia, per vedere se continuasse in lei il gelido contegno a suo riguardo, contegno che a lui giovava e spiaceva nel tempo stesso.

La moglie corrispose all’amplesso, ricambiò il bacio del ritorno, e gli parlò delle occupazioni a cui erasi data, degli svaghi presi e delle persone viste durante la sua assenza. Ma non fece la più lontana allusione al viaggio di lui, non le sfuggì dal labbro alcun rimprovero.

Allorchè vide la sua citarista divenuta concubina del marito, e da lui portata in trionfo, pianse nel segreto della sua stanza, ma in faccia all’adultero, in faccia agli altri aveva nascosto il doloroso rancore sotto la maschera dell’indifferenza, impostale dalla dignità offesa di moglie e di sovrana. Fors’anco s’illudeva di potere con questo metodo riconquistarlo, sapendo com’egli mal soffrisse d’esser posto in non cale da una donna ch’egli aveva amata.

Di fatto quel giorno Nerone uscì poco soddisfatto dalla stanza della moglie.

Egli avrebbe preferito di trovare questa desolata e supplichevole, per avere il merito di consolarla, oppure adirata per farle sentire il peso della sua prepotenza.

Mandò tosto per Aniceto, il quale per avarizia abitava in una di quelle vie plebee presso il monte Celio, dov’erano raccolti i più rumorosi mestieri, e dove dalla vicina Suburra affluivano meretrici e lenoni, e dove perfino dimorava il carnefice.

Ma il sordido pedagogo a siffatte miserie non badava.

In attesa di lui Nerone s’intratteneva con Seneca e Burro, che lo consigliavano con tutta dolcezza ad aver maggiori riguardi verso la moglie, se non per amore, almeno per politica, essendo essa l’idolo del popolo.

— Il popolo, — rispondeva Nerone alzando le spalle, — deve adorare chi vogl’io.

Il venerando Burro, che non aveva nè l’accortezza nè la prudenza di Seneca, si mostrò offeso per quella risposta e censurò aspramente la condotta di Nerone e terminò dicendo:

— Non toccare al popolo gl’idoli suoi, non far ch’egli si mostri ingrato verso di te, dimenticando le tue munificenze, le opere insigni di publica utilità, che tu compi, e le stesse tue virtù.

Questa chiusa diradò alquanto il torvo sguardo del tiranno.

— Ed è soltanto per parlarmi d’Ottavia che veniste? — chiese dopo alcuni istanti di silenzio.

E i due lo esortarono a convocare il Senato per definire finalmente la questione dei Questori, e combinare le due imprese d’Alessandria e d’Acaja, ed altre faccende d’ordine interno.

— Domani sono le none: sia dunque convocato per gl’idi. Andate.

Seneca nell’uscire disse all’altro:

— Claudio non è più quello d’un giorno. Egli si fa tremendo, e come tutti i prepotenti, la verità lo irrita. Abbi dunque prudenza un’altra volta.

— Vorresti ch’io tacessi e che mentissi alla mia coscienza?

— No, parlare il vero, e farglielo accettare, senza ch’egli se ne accorga.

Appena si presentò Aniceto, Nerone gli dimandò se fosse vero che in Roma si osasse censurar la sua condotta, e ciò pel grande amore che il popolo portava a Ottavia.

— Io nulla intesi, — rispose Aniceto, — neppure nella taverna di Salvidieno Orfido, ove convengono i più fieri maldicenti della città. Non meno dell’imperatrice, i romani amano e rispettano il divo Cesare.

— Forse diffidano di te, e avranno in tua presenza o taciuto o parlato a bassa voce.

— Quando si tratta di servirti, basta agli occhi miei il movimento del labbro per indovinar la parola.

— Non esagerare i tuoi meriti, astuto pedagogo, o perderai la mia fiducia.

— Che Giove Ottimo Massimo tenga da me lontana così grande sventura.

— E d’Aulo Plancio che sai?

— Egli raggiunse a Bauli la diva Agrippina.

— Audace! — mormorò Nerone digrignando i denti.

— E che t’importa?

— Mi sdegna la sfrontatezza di quel drudo da _quadrantarie_[29] che osa innalzarsi fino alla madre di Cesare.

— E perchè?

— Perchè sono di natura geloso, perchè la gelosia è in me ardentissima febbre, capace di trascinarmi al delitto. Vorrei che mia madre, mia moglie, che tutte le matrone di Roma, come Atte la bella, non avessero altro Dio che me. A proposito, che pensi tu del citarista Menecrate?

— Io?

— Egli si reca quasi ogni giorno presso l’Imperatrice.

— E sospetteresti tu?

— Se la madre discese fino al gladiatore Bito, potrebbe la figlia discendere fino al citaredo Menecrate. La rassegnazione, o indifferenza che sia, per le mie infedeltà me lo farebbe supporre. Ma non voglio crederlo ancora. Aspetterò che l’accusa mi venga da pubblica fama. Tu nulla udisti?