Part 1
LE DONNE DI NERONE
ROMANZO
DI LUIGI CAPRANICA
Se iniqua storia vi raccontai Quello ch’è storia non cangia mai. PRATI.
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1890
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati i diritti di traduzione._
Tip. Fratelli Treves.
INTRODUZIONE.
Nella storia di Roma l’êra Cesarea fu quella che più colpì la fantasia di prosatori e poeti.
La maggior parte dei cronisti sorvola sull’epoca dei Re e della Republica e non s’occupa che dell’Impero Romano. Essi lasciano a Dante ed agli scrittori del Rinascimento avanzato l’ammirazione per gli eroi della Republica, e invece minutamente raccontano le glorie e le corruttele degli Imperatori.
Le vittorie di Giulio Cesare, le gesta guerresche e la sagace legislazione di Augusto, le lascivie di Tiberio, le stravaganze di Caligola sembrano interessarli assai più che le virtù dei Manlii, dei Decii, dei Fabii, dei Scipioni e dei Catoni.
Ma sopratutto appaiono impressionati dalla triste celebrità di Nerone, e pongono ogni studio per renderla più odiosa. Le leggende del medio evo lo dipingono come un vero demonio. La tedesca _Kaiserchronik_[1] lo proclama l’uomo il più malvagio che nascesse di madre.
Gli scrittori delle citate leggende, sopratutto quelli della _Graphia_ e dei _Mirabilia_, raccontano sugli splendori e le ricchezza di Roma cose le più fantastiche, favole le più inverosimili. Così, trasportati dall’esecrazione, che loro inspirava il feroce Domizio per la persecuzione contro i cristiani, esagerano anche, parlando di lui, e gli attribuiscono delitti, che non commise, nè poteva commettere; come non bastassero quelli, di cui si rese colpevole, e che ci sono tramandati dagli antichi scrittori latini, fra cui Cajo Svetonio Tranquillo che, nella _Vita dei Dodici Cesari_, mette crudelmente a nudo la corruzione degli Imperatori Romani.
Ed a Svetonio m’attenni nel mio romanzo, e non esagerai parlando delle misere donne, che per loro sventura colpirono i sensi di quel tiranno efferato, insaziabile, dissoluto, pazzo ricercatore di mostruose novità, che si compiaceva nel sovvertimento d’ogni ordine di natura, ch’era avido di fama e invidioso della fama altrui, e che in mezzo alle maggiori atrocità si conservava sempre istrione coronato, melenso giullare.
Ad onta di tutto ciò non si può negare che le sue azioni buone e malvagie non esercitassero un fascino sull’immaginazione popolare.
Molti lo rimpiangevano, e per lungo tempo si trovò ogni anno a primavera il suo sepolcro cosparso di fiori. Fu scritto inoltre ch’egli fosse amico del diavolo, e un diavolo incarnato lui stesso, che sarebbe ritornato in terra per vendicarsi de’ suoi nemici[2].
Gli Armeni danno ancora all’Anticristo il nome di _Neren_ (Nerone); altri invece sostenevano che il vero Anticristo si porrebbe a capo dei Persi, dei Medi, dei Caldei e dei Babilonesi per sconfiggere il redivivo mostro e i suoi compagni.
Cento altre favole di questo genere furono inventate su lui nelle leggende e nei misteri.
Ma la prova maggiore dell’impressione lasciata da lui l’abbiamo nel vedere, dopo tanti secoli, inspirarsi ancora a quel nome tremendo autori drammatici e romanzieri.
Fra quest’ultimi fui sedotto anch’io.
Per mantenermi fedele, più che da me si potesse, alla verità, anche nella parte romantica, non mi sono lasciato trasportare dalle narrazioni del medio evo, ed ho cercato di rispettare quanto di Nerone e delle sue donne ci tramanda la storia.
A MIO NEPOTE
MARCHESE STEFANO CAPRANICA
IN SEGNO DI MERITATA STIMA E RICONOSCENTE AFFETTO
OFFRO
QUESTO MIO NUOVO LAVORO.
LE DONNE DI NERONE
CAPITOLO PRIMO.
Ottavia.
Ha di poco varcato il terzo lustro, è bella, gentile, amata dal popolo romano, circondata dagli agi della vita, dallo splendore della ricchezza.
Eppure la bionda figlia dell’Imperatore Claudio e di Messalina, la sorella di Britannico ha i grandi occhi azzurri velati di lagrime.
Piange l’Imperatrice Ottavia....
E perchè piange?
Suol dirsi, che da lupa mai non nacque agnellino; eppure la illibata Ottavia nasceva da colei, che lasciò di sè fama tristissima per le sfrenate libidini, e che usciva stanca ma non sazia dalla Suburra.
Fin da bambina veniva Ottavia fidanzata a Lucio Silano nepote d’Augusto; ma come la maggior parte delle lunghe promesse anche questa fallì, perchè Agrippina, seconda moglie di Claudio, volle che la fanciulla impalmasse Lucio Domizio Claudio Nerone figlio del suo primo marito Domizio Enobardo.
E chi mai avrebbe potuto resistere alla imperiosa volontà d’Agrippina?
Tanto meno lo poteva la mite e soavissima Ottavia, che pure amando il bruno giovinetto Silano, dovette abbandonarlo per andar sposa a Claudio Nerone, dalla faccia lentiginosa, dai grossi lineamenti, dalla lunga zazzera giallastra, dagli occhi azzurri ed enormi, dal ventre adiposo, dalle gambe sottili.
Ma la giovinezza, il robusto temperamento, l’amore che professava alle arti, il benigno carattere, non deturpato ancora dall’efferatezza del tiranno, l’indole affettuosa, che doveva poi cangiarsi in lussuria feroce, rendevano in lui men disgradevoli i difetti fisici.
E con tutto il trasporto dei diciassette anni amò la giovinetta sposa, che a lui corrispose, dapprima per sentimento di dovere, poi di riconoscenza per vedersi fatta segno di vero culto da parte di lui; e finalmente di sincero amore.
Per molte lune l’appartamento loro assegnato nel palazzo dei Cesari fu tempio della felicità coniugale.
Un dì Ottavia sedeva nel suo gabinetto, tenendo in mano uno specchio. Le ancelle stavano cospargendole di profumi le chiome, quando entrò Nerone tutto ilare, e piegando un ginocchio sulla pelle di pantera ch’era ai piedi di Ottavia, stette lunga pezza a fissarla amorosamente, le mani nelle mani di lei.
Finalmente, come le ancelle ebbero finito d’acconciarla, s’alzò e accarezzandole i capelli le disse a bassa voce:
— Come starà bene su questa fronte così candida il diadema imperiale.
— Sei desto e sogni, o Claudio? — rispose essa, guardandolo meravigliata; — il diadema a me?
— A te.
E sorridendo si pose l’indice a traverso le labbra, ed uscì.
La curiosità femminile, unita a vago presentimento spiacevole, non diè più pace ad Ottavia.
Essa voleva sapere il significato recondito di quelle parole.
E a forza di preghiere e di moine vi riuscì il dì seguente all’ora del _conticinio_[3] nei soavi misteri del _cubiculo_[4].
— Ebbene, — disse Nerone, — e sia. A me venne imposto il segreto; ma posso io aver segreti per te, mia bella Iddia? Sappi dunque che per opera di mia madre, coadiuvata da Lucio Anneo Seneca, Claudio oggi, con legge apposita, me riconobbe, benchè figlio adottivo, a suo successore.
— E mio fratello?
— Britannico dovrà piegare il capo alla patria potestà. E quanto a dritto, siam pari. Egli non è figlio di Claudio.
— Ma che dici tu! — esclamò tutta sorpresa la donna.
— L’anima tua purissima non cerchi di penetrare nefandi misteri.
Ottavia chinò la testa e tacque.
— Perchè assorta così? — chiese Nerone.
— Io tremo.
— Tremi perchè la fortuna arride al tuo sposo?
— Tremo perchè t’amo, o Claudio; ma di che io tema non so. Forse che s’accresca la discordia fra Britannico e te, che non puoi perdonargli di non averti chiamato mai col nome di Claudio, ma sempre Enobardo.
Nerone compose il volto a un sogghigno di sprezzo, e rispose:
— Rinfrancati, mia divina Ottavia, che io siffatte miserie non curo. E se le cura Britannico, tanto peggio per lui. Io non lo temo; sono nato al levar del sole, e questo fu presagio che la fortuna mi proteggeva. D’altronde io non ricambierò mai l’odio di Britannico, perchè malvagi sentimenti non allignano in me; anzi del povero epilettico[5] ebbi sempre pietà. E poi è fratello a te, che mi sei tanto cara. Cara così, che se mi seduce lo splendore del trono, è pel pensiero di poterlo dividere con te.
— Eravamo tanto felici anche adesso!
— Lo saranno ancora di più l’Imperatore Claudio Nerone e l’Imperatrice Ottavia.
Malgrado il lieto pronostico, l’animo gentile di lei non potè liberarsi dal vago presentimento di spiacevoli contingenze, nè valevano a cancellarlo le reiterate assicurazioni del marito.
Faceva voti perchè il padre vivesse ancora lungo tempo, e fosse così ritardata l’esaltazione del consorte al trono.
Ma questo fatto non tardò ad avvenire, e Claudio Nerone, che da soli tre anni aveva cambiata la toga pretesta nella toga virile[6], indossò il manto imperiale l’anno 54 di G. C.
Non aveva allora che diciassette anni.
Oh se la misera avesse saputo che un delitto affrettava la morte di suo padre!
Agrippina, ansiosa di vedere il figlio proclamato Imperatore, aveva avvelenato il suo terzo marito come aveva ucciso il secondo per andar sposa a Claudio.
Appena spirato l’Imperatore, Nerone, tra sua madre e il suo maestro, e seguito dai liberti si presentò ai soldati di guardia adunati nel pretorio sotto gli ordini del loro Prefetto Attico Vestino, potente per la sua carica e per la fiducia che aveva in lui l’Imperatrice Agrippina, e fu da loro acclamato Imperatore.
Quindi entrò nella lettiga, circondata dai littori, scese il clivo della Vittoria, e uscito dalla porta antica presso il tempio di Giove Statore, andò a visitare l’accampamento delle coorti pretoriane, dalle quali fu accompagnato al tempio di Giove, dove s’adunava il Senato.
I Senatori vestiti del _laticlavio_[7] stavano attendendo nei loro stalli al di sopra dei quali sedevano i due Consoli presso la statua d’oro di Giove.
Il podio, che rigirava sotto alla vôlta, era gremito di popolo; quello più basso, che girava per una sola terza parte della elissi, era chiuso da graticcio dorato.
Era questo destinato alle Vestali e alle matrone romane.
Quand’anco vi fossero stati Senatori partigiani del legittimo Britannico, l’entusiasmo del popolo e il contegno delle coorti li esortava a far buon viso a sorte avversa ed acclamar Lucio Domizio Claudio Nerone.
Intanto i _Pollintori_, lavato, unto ed imbalsamato il corpo del defunto Imperatore, l’avevano deposto su ricco letto adorno di ghirlande e coperto di lini bianchi listati di porpora.
Le Prefiche gemevano presso il letto, ai piedi del quale, vestita a lutto, pregava la vedova Imperatrice.
Allorchè il rombo della folla, e le grida di plauso annunziarono che il nuovo Imperatore tornava al Palatino, Agrippina passò dalla stanza mortuaria nella sala, ove l’attendevano molte matrone romane e dignitarii.
Agrippina, vedova di tre mariti, benchè toccasse già il settimo lustro, e dei fili argentei si mescessero al bruno de’ suoi ricchi capelli, conservava ancora tutto lo splendore della prestante persona, i puri lineamenti, il fiero sguardo.
Tutti s’inchinarono al suo apparire, argomentando dalla energia di lei e dal docile carattere del figlio, ch’essa continuerebbe ancora a imperare sui romani.
Entrò nel tempo stesso Ottavia, accompagnata da Britannico, col quale erasi fino allora trattenuta nel suo gabinetto, esortandolo a non covar rancore contro il fratello, ed assicurandolo della benevolenza, che questi aveva sempre nutrita per lui.
Britannico le aveva finalmente promesso di far buon viso a sorte avversa, e quando giunse Nerone, questi dopo aver abbracciata la madre e la moglie strinse anche lui fra le braccia, e gli mormorò:
— Tu fosti sempre il mio caro fratello, e sempre lo sarai.
Britannico, senza dir motto, gli diede il bacio di pace.
Il nuovo Imperatore inaugurò il suo regno con atti di generosa gratitudine verso il suo padre, il suo benefattore, ordinando splendidi funerali. Le Prefiche, le donne vestite di bianco, i Libitinarii[8], i Vespilloni[9], l’Arcimimo, che seguiva, facendo con altri buffoni, condotti da lui, strane movenze, portando il volto coperto da una maschera, nella quale erano ritratte le fattezze di Claudio e che in quella occasione fu l’istrione Dato, ebbero tutti larghissima mercede.
Quando il convoglio giunse al Foro, furono deposte sulle sedie curuli le immagini del defunto, e degli avi, ch’erano portate nel corteo dai Vespilloni, e Nerone stesso pronunziò una orazione funebre di così elevati sentimenti, di così forbito stile, che fe’ divenir purpurei per la compiacenza la faccia ed il pelato cocuzzolo del suo maestro Anneo Seneca.
E tutta Roma non fece che inneggiare al cuore e all’eloquenza di Claudio Nerone, ringraziando Giove Ottimo Massimo d’averglielo dato a sovrano, facendosi complice dell’ingiustizia fatta a Britannico.
Le sinistre apprensioni d’Ottavia erano andate a poco a poco calmandosi. L’omaggio reso alla memoria di Claudio, e la pace avvenuta tra il marito e il fratello le davano fiducia d’avere nell’ombra paterna un Genio tutelare.
Di più Nerone continuava a mostrarsi verso di lei sposo premuroso, affettuosissimo. Anzi, essa aveva la coscienza della propria inferiorità nei loro rapporti amorosi, perchè l’indole sua vereconda non sapeva corrispondere agl’impeti sensuali, che andavano sempre più crescendo in lui.
Non s’immaginava però che il pudico ritegno finirebbe un giorno per riuscirle fatale. Credeva che il mostrarsi tenera con lui, premurosa e felice, lo stargli più che potesse vicina, bastasse a ricambiarlo, ad accontentarlo.
E per qualche tempo bastò, perchè Nerone, poco occupandosi degli affari dello Stato, di cui lasciava tutto il pondo ad Agrippina, a Seneca ed al Prefetto Burro, erasi interamente dedicato agli studi dell’arte, che sublimano gli spiriti eletti, ma danneggiano sovente le anime che tendono alla depravazione.
Nei primordi del suo regno, Nerone, seguendo i saggi consigli di Seneca e di Burro, si segnalò per atti di giustizia e di clemenza, disprezzò i delatori, rifiutò le statue d’oro e d’argento che volevano innalzargli il popolo ed il Senato, e fece quanto da lui si potesse per acquistarsi il favore universale.
Ma poi l’influenza malvagia d’Agrippina, che voleva assoluto dominio sul figlio, cominciò a farsi strada nell’animo di lui, e venne la fase di quelle alternative di bene e di male, solite nelle menti, che accennano a sconvolgersi del tutto; ed ora maltrattava aspramente i liberti, ora largamente li rimunerava. Minacciava di quando in quando severi castighi, e costretto poi a vergare una condanna di morte, malediceva al momento in cui aveva imparato a scrivere. Aveva per la moglie degli slanci appassionati, fino a chiamarla Dia, e da questi impeti passava poi a freddo contegno.
Di questi cambiamenti cominciò ad avvedersi Ottavia, e non mancava di rimproverarli allo sposo, ma con soavità che a lui sembrava riuscire tediosa.
Egli è che la profumata nudità della bionda Imperatrice, e la sua giovanile freschezza, gli parlavano ancora ai sensi: ma non bastavano più a soddisfar la lussuria, che cominciava a sfrenarsi in lui.
Un giorno Nerone tornava coi suoi liberti favoriti Faonte, Elio e Doriforo nel palazzo dei Cesari, dopo avere visitato i lavori di quello veramente meraviglioso, che sotto la direzione degli arditi architetti Severo e Celere, stava costruendo tra i colli Palatino, Celio ed Esquilino.
Nel passare davanti alle stanze d’Ottavia udì voce gentile che cantava una greca canzone, temprandola al suono del _simikion_.[10] S’arrestò nel cavedio per non interrompere il canto, e come questo ebbe fine, entrò nella sala ov’era Ottavia mollemente distesa col gomito poggiato sull’anaclinterio[11] e facendo del braccio sostegno al capo.
A poca distanza da lei si teneva ritta in piedi una giovine di rara bellezza: vestita di candida tunica, stretta sui fianchi flessuosi da sciarpa azzurra ricamata in argento. Le braccia denudate fino alle spalle erano nella parte superiore adorne d’un braccialetto che ne faceva risaltare la perfetta rotondità. Dentro bianchi sandali erano chiusi i piedini, e le chiome nerissime, strette sul capo da piccolo cerchio d’oro, le scendevano disciolte fino al ginocchio. Gli occhi neri tagliati a mandorla, le lunghe palpebre, che li velavano, le labbra di vivo cinabro, gli splendidi denti, la slanciata persona, le fidiache forme ammutirono per sorpresa Nerone, che rimase alcun tempo a contemplarla con sguardo pieno di desiderio.
Ottavia, alla quale non era sfuggita quella ammirazione, gli disse:
— Tu che m’accusi di non dividere con te l’entusiasmo per l’arte, vedi, che per quella di Melpomene seppi trovare tale interprete, che veramente s’insinua nell’anima colla melodia della sua voce, coll’armonia della sua bellezza.
— E come dunque codesta superba creatura si trova qui?
— Dimandalo a Menecrate, che la condusse.
Allora Nerone si volse al citaredo, ch’era presente, tenendosi ritto in rispettoso silenzio, e gli chiese se fosse sua schiava, o sua allieva.
— O divo Claudio, — rispose Menecrate curvandosi, — nè l’una nè l’altra. Essa è schiava del tuo Prefetto Gallione, che a me la consegnò, perchè da Corinto la conducessi in Roma per farne dono da sua parte all’Imperatrice.
— Oh inaudita generosità! — esclamò Nerone. — Convien dire, o ch’egli sia cieco, o austero filosofo, come suo fratello Seneca, per non apprezzare il possesso di questa fanciulla. Come ti chiami?
— Atte.
— Dove nascesti?
— Or son vent’anni a Corinto.
— I tuoi genitori?
— Morirono.
— E chi t’apprese il fascino del canto?
— Mia madre, che non aveva eguali in tutta l’Acaja per temprare sul trigono le canzoni d’Anacreonte.
— Fa ch’io oda ancora la tua soavissima voce. Canta, fanciulla, e questa volta, canta d’amore.
Ben s’avvedeva Ottavia come gli occhi della schiava cominciassero a far divampare il marito; ma riservata e timida non si lasciò sfuggire parola, nella quale trapelasse il suo malumore.
Atte, dopo alcuni accordi, intuonò appassionatissima anacreontica, che fe’ andare in visibilio Nerone.
Da esperto conoscitore dell’arte, fe’ notare al citaredo come fosse eguale e potente la voce della schiava, tanto nell’_Agoge_ che nella _Ploke_ e nella _Jone_.[12]
— E non t’increbbe d’abbandonare la tua patria?
— Io stessa chiesi in grazia a Gallione di lasciarmi venire con Menecrate a Roma, perchè sapeva come l’arte fosse tenuta qui in pregio grandissimo sotto l’impero del divo Claudio Nerone. Benigno il Governatore acconsentì alla mia dimanda, e mi fe’ da Menecrate condur prima davanti ad Anneo Seneca e poi alla divina Ottavia.
E piegò un ginocchio in segno di rispetto.
L’Imperatrice mestamente sorrise, e Nerone riprese:
— Tu dunque qui rimarrai per allegrar gli ozii dell’Imperatrice e guadagnarti allori nelle feste dell’arte, nelle quali Lucio Claudio Nerone non è secondo ad alcuno nè in musica nè in poesia; neppure all’insigne Terpno ch’è mio maestro di citara, neppure al presuntuoso poeta Lucano. Noi, o bella greca, canteremo insieme.
— Sarà questo onore soverchio per una povera schiava.
— E ciò sembra anche a me, — soggiunse Ottavia, che più non potè frenarsi.
Nerone, piccato da quella osservazione, guardò torvo la moglie e per tutta risposta le disse:
— Da questo momento non è più schiava, io la faccio liberta.
E non dando ascolto all’espressioni di riconoscenza che gli rivolgeva Atte, levossi in piedi e percosse un timbro d’argento.
All’ancella che comparve,
— Conduci teco, — disse, — la citarista dell’Imperatrice, ed abbia stanza nel mio palazzo, e sia affidata alle cure delle mie nutrici Egloga ed Alessandria.
Atte s’inchinò e preso il _simikion_ segui l’ancella.
Come furono uscite, Nerone, tutto rabbuffato, mosse anch’egli per partire, ma Ottavia lo trattenne.
Menecrate, che prevedeva una tempesta, di cui per reconditi fini, che sapremo in seguito, era soddisfatto, si congedò.
Come furono soli, Nerone chiese alla moglie cosa avesse a dirgli.
— Perchè, — dimandò questa, — quel guardo bieco che mi lanciasti poc’anzi?
— Perchè osavi censurare Nerone alla presenza d’una schiava.
— E non trovò essa stessa che l’onoravi troppo?
— Nella giovine greca parlò la modestia, in te il cruccio. Atte dinanzi a me s’umiliava, tu t’erigevi a giudice. E giudice di chi? Giudice di Cesare.
— Ma tu, nelle tue enfasi, non t’avvedevi che l’umiliata ero io, perchè in mia presenza, al cospetto d’un citaredo, tu mi dimenticavi per esaltare un’oscura fanciulla.
— Non è più schiava perchè Cesare le diede la libertà, non è più oscura perchè Cesare le prodigò le sue lodi.
— Vorrei investigare l’arcano sentimento che le dettò.
Come si vede, l’amor proprio offeso infondeva coraggio in quella tortore incoronata.
Ma il coraggio fu di breve durata.
Quando Nerone, dopo aver dichiarato che nessuno doveva mostrarsi temerario tanto da scrutare i suoi pensieri, che l’animo suo d’artista non poteva a meno d’entusiasmarsi per le superbe creazioni, fossero opera della natura o dell’arte, e che infine egli era padrone di sè, di tutto e di tutti, ed uscì fissandola sdegnoso, l’infelice comprese che per lei non v’era più speranza nè d’amore nè di pace.
Ed ecco perchè piangeva l’Imperatrice Ottavia.
CAPITOLO II.
La bella figlia d’Acaja.
Il citaredo Menecrate, superbo della sua complessa persona, della sua faccia bruna e della sua testa ricciuta, e credendosi più esperto che non fosse nell’arte, aveva innalzate le amorose aspirazioni fino all’Imperatrice Ottavia.
La gioventù nelle sue esaltazioni d’amore prende sovente lucciole per lanterne, e spiega a senso di tenero sentimento ogni tratto d’innocentissima benevolenza della persona amata.
E in quel tempo di tanta corruzione tra le patrizie di Roma e le stesse Imperatrici, che non disdegnavano d’abbassarsi fino ad amare perdutamente gladiatori, mimi ed istrioni, non era difficile l’illudersi per un giovine citaredo.
Ma la virtù d’Ottavia e la sua fedeltà coniugale erano troppo note perchè Menecrate osasse dichiararsi.
Laonde egli teneva chiuso in cuore il suo segreto ed attendeva dal fato il soccorso di qualche avvenimento che valesse a scuotere l’onestà e la fede d’Ottavia.
Intanto egli partì per visitare a Corinto una sorella ammalata. A lui Seneca affidò alcuni papiri da rimettersi al fratello Gallione, e fu in casa del Proconsole ch’egli conobbe Atte.
Rimase abbagliato dalla splendida bellezza di quella schiava, e per un momento, dimenticando Ottavia, tento di sedurla.
L’altera figlia d’Acaja lo respinse, dicendo:
— Non m’ebbe il Proconsole, e vuoi possedermi tu, povero citaredo?
— E a che aspiri mai, divina fanciulla?
— Alla libertà per togliermi dall’abietto stato in cui sono.
— E credi ch’io non possa procurartela?
— No, non puoi darmi un amore che appaghi i miei desideri, che lusinghi il mio amor proprio.
— Agogneresti forse un trono?
— Colla bellezza e coll’arte tutto può anche una schiava.
Queste parole furono per Menecrate una rivelazione.
Essa era la donna capace d’affascinare Nerone.
Se la citarista cantatrice riusciva a sedurre il marito, più facilmente il citaredo sedurrebbe la moglie.
— Ma Corinto, — le disse, — mi sembra campo troppo angusto alla tua ambizione. Perchè non ti rechi a Roma?
— E lo vorrei, poichè là mi sarebbe dato forse di rintracciare una sorella di latte, che amavo assai. Ma come lo posso io schiava di Gallione?
— Lascia di questo la cura a me.
E Menecrate suggerì egli stesso al Governatore di spedire la bella e valente citarista, come schiava dell’Imperatrice, il che sarebbe riuscito graditissimo tanto a lei, che al divo Cesare, il sublime ed appassionato cantore.
Gallione rimase dapprima incerto se accettare o no quel progetto; ma sentendo che poteva ritrarre da quel dono merito grandissimo, si lasciò persuadere.
E pochi giorni dopo, Atte s’imbarcò sopra una bireme dello Stato, che faceva vela per Napoli, dove approdò dopo dodici giorni di viaggio, ora vogando a vela, ora a remi.