Part 18
Non contento di ciò, ordinò ad alcuni suoi agenti segreti di vilipenderla, di darle ogni sorta di tribolazioni con insulti e querele. Quand’essa viaggiava per terra o per mare, ordinava a coloro che l’accompagnavano di molestarla, motteggiandola e facendo rumore perchè non avesse agio a prender riposo dormendo.
L’energica donna però non si dava per vinta, e con improperii e minacce continuava a sfidare l’ira del figlio, sicura che questi non oserebbe attentare ai suoi giorni.
Ma Nerone, meno ingenuo di lei, non aveva la stessa fiducia nei sentimenti materni, sapendo come Agrippina fosse edotta nella scienza del delitto.
Conveniva dunque por termine a quella guerra infeconda, che non domava gli spiriti della madre, la quale provocava sempre e poteva tradurre in atto le sue minacce.
Era venuto il momento di pensare alla propria salvezza, sacrificando lei.
E cominciò a studiare il modo di farlo, senza essere accusato di parricidio, adoperando le arti usate nell’uccisione di Britannico.
Servirsi del veleno era inutile, poichè l’astuta Agrippina era provvista di tutti gli antidoti, rimedii indispensabili per chi viveva in quell’epoca e in quella Corte.
Una sera essa ad ora tarda sedeva nel gabinetto attiguo al cubiculo e lavorava per ingannare le insonnie, prodotte dal turbamento dei nervi, dall’ira, dal desiderio della vendetta, combattuto in lei dalla tema e da un resto d’affetto pel figlio.
Tutto a un tratto udì un fracasso nella stanza vicina.
Balzò in piedi esterrefatta, prese la lampada, e respirando a stento pei violenti palpiti del cuore, andò a vedere cosa fosse accaduto.
La parte del soffitto soprastante al letto era precipitata a basso. Ove in quel momento avesse giaciuto, essa sarebbe rimasta schiacciata.
Alla mattina un giovine dalle mani e dal volto anneriti, si teneva tutto umile e pauroso davanti all’Imperatore, a poca distanza dal palazzo ove abitava Agrippina.
— Stupido artefice, — gli diceva a bassa voce Nerone, — come hai tu eseguito gli ordini miei?
— La credeva dormente da lungo tempo nel suo letto, — rispondeva l’altro tremando. — Allorchè terminava di segare il ferro del palco, era già da tre ore trascorsa la mezzanotte, e purtuttavia essa era ancora levata. Come poteva io supporlo?
Nerone alzò le spalle con aria di disprezzo, e mosse verso la casa per presentarsi alla madre.
La trovò nell’exedra in compagnia di Seneca, e andò per abbracciarla, congratulandosi che fosse così miracolosamente scampata a certa morte.
Agrippina rimase impassibile. Non s’immaginava che la caduta del palco fosse stata un attentato del figlio; ma alle ipocrite dimostrazioni non credeva.
Seneca, ch’era rimasto in silenzio, non togliendo mai lo sguardo scrutatore da Nerone, come questi stava per partire, gli disse:
— Mi giunse stamane un’inaspettata novella che anche a te riuscirà gradita, perchè potrai finalmente compiere un atto di giustizia, che tutta Roma reclama. In una _caupona_[106] a poca distanza da Roma, travestito da villico, fu scoperto da alcuni soldati lo scellerato Aniceto.
Fu sorpreso Nerone a tale annunzio; ma dimostrò più contentezza che sdegno.
Allorchè il maestro gli dimandò se al colpevole si dovesse infliggere l’estremo supplizio, l’altro rispose di farlo prima condurre davanti a lui.
E Seneca, rimasto solo con Agrippina, disse a questa:
— Gl’innocenti muoiono: ma quel tristo vivrà.
Quando Aniceto incatenato si trovò alla presenza di Cesare, si gettò in ginocchio piangendo e chiedendo pietà.
— No, — disse Nerone, — tu meriti mille morti per aver osato un giorno attentare al pudore d’Ottavia, all’onor mio.
L’impudente negò: giurando per gli Dei che l’estinta aveva mentito.
— Ebbene, tu m’aiutasti a disfarmi di lei, ed ora, se vuoi salva la vita, devi col tuo malvagio talento trovare il modo che scompaia la madre, senza che venga a me attribuito il delitto, ma sibbene al caso. Se l’ingegno non ti farà difetto, allora farò trarti dal carcere Mamertino.
E lo fece di nuovo consegnare ai soldati.
Poscia partì per Baja, e di là, dopo qualche tempo scrisse una tenerissima lettera alla madre, ch’erasi ritirata in una sua villa presso il lago di Lucino, scongiurandola di venire, sentendosi egli assai sofferente, e di riconciliarsi nuovamente con lui e con Poppea, ed amar questa, come aveva amata Ottavia.
Agrippina protestò che tra lei e Poppea non poteva esservi che odio, odio eterno; nè porrebbe il piede nella villa di Bauli, ove dimorava chi aveva fatto uccidere Ottavia e discacciare lei dalla casa dei Cesari.
Nerone però, colla più raffinata ipocrisia, continuò ad insistere, dipingendo così al vivo il desiderio di riveder la madre, di riabbracciarla, che questa finalmente acconsentì, e lasciata la sua villa, recossi a Napoli dove l’attendeva la nave, mandatale dal figlio per trasportarla a Baja.
Benchè spirasse propizio il vento, e fosse tranquillo il mare, appena salpato, tanto essa, che la sua confidente Acerronia, s’avvidero che la nave solcava le onde stentatamente e piegava a tribordo.
Volendo di ciò avere una spiegazione, mandò l’Acerronia nella stanzetta a poppa, dov’era il maestro che dirigeva la navigazione.
Prima che la confidente tornasse, s’udì uno scroscio tremendo, e la parte posteriore della nave, dov’era il padiglione dell’Imperatrice, cominciò ad affondare.
Agrippina gridò al soccorso; ma tutti s’erano gettati in mare e, quali nuotando, quali aggrappati ad assi e travi, senza darle ascolto, continuavano innanzi.
La sola ad accorrere era stata Acerronia che cadde nelle onde con lei e fu tosto sommersa, mentre Agrippina, che sapeva nuotare, ed era donna coraggiosa e forte, malgrado l’impaccio delle vesti, riuscì a salvarsi.
Appena presa terra, cadde sfinita.
Un po’ più lungo tragitto a percorrere, e l’infernale invenzione d’Aniceto avrebbe pienamente assecondati i desideri del parricida.
Il pedagogo, che dalla riva aveva assistito al disastro, come vide sfasciarsi la nave, e l’opera sua compiuta, montò sopra un piccolo naviglio, che salpava per le coste della Campania, e si recò a Baja per darne l’annunzio a Nerone.
Lieto il tiranno d’essersi liberato alla fine di quella donna, divenuta oramai nemica implacabile, rimunerò largamente il suo complice, e comunicò la notizia alla moglie, dicendo:
— Così il Fato volle far vendetta dell’odio, ch’essa nutriva contro di te.
— Sei tu forse che facesti uccidere la madre? — chiese Poppea, turbandosi.
E Nerone cinicamente rispose:
— Forse. Anche il Fato obbedisce alla volontà di Cesare.
Alcuni giorni dopo ricevette un foglio, e impallidì, riconoscendo i caratteri d’Agrippina.
Essa gli partecipava d’essere sana e salva nella sua villa presso il lago di Lucino, ed aggiungeva queste fiere parole:
“Muzio Scevola, per aver colpito invece di Porsenna il segretario di lui, pose la mano sui carboni ardenti; tu che uccidesti la confidente Acerronia, invece di tua madre, dovresti precipitarti nei crateri dell’Etna, figlio perverso.„
Nerone, pieno di furore per vedersi scornato e scoperto, decise di smettere l’ipocrisia e finirla una volta, compiendo sfacciatamente il parricidio.
Partì per Roma, e fatto venire Aniceto, ch’eravi tornato da alcuni giorni, lo rimproverò per la mala riuscita, e gli ordinò di recarsi con alcuni centurioni sul lago di Lucino per uccidere Agrippina.
L’altro titubava, non volendo tramutarsi da occulto complice in aperto sicario; ma Nerone ve lo costrinse colla minaccia d’eseguire contro di lui la sospesa sentenza.
Allorchè partecipò alla moglie come la madre fosse riuscita a salvarsi, essa diede in un sospiro ed esclamò:
— Sian rese grazie ai Numi.
— Per la sua vita tu preghi, o sconsigliata?
— Come Imperatrice, — essa rispose, — le improperie dei vivi non curo, poichè non ponno salire fino a me; ma come moglie e madre la maledizione delle vittime pavento.
A queste parole il tiranno superstizioso si turbò.
— Siano dunque rese grazie ai Numi per la salvezza di lei, — ripetè Poppea.
La vecchia Domizia, il genio malefico di Nerone, ne provò dispetto, e quando tornò Aniceto ad annunziare che Agrippina era morta, abbracciò il nipote, e disse che andrebbe ad offrire olocausti a Nemesi[107].
Nerone volle che Aniceto gli narrasse il fatto nei più minuti dettagli, e che fossero presenti al racconto i centurioni, che lo avevano accompagnato, come testimonii che il pedagogo asseriva il vero.
— Giungemmo, — cominciò il malvagio, — ch’era alta la notte. La porta della villa era chiusa, e noi ne percotemmo più volte l’ansa sul picchio. Venne finalmente l’ostiario, ed aprì, sentendo ch’eravamo gli inviati del divo Cesare.
— Sareste stati più saggi non pronunziando il mio nome, — interruppe Nerone.
E senz’altro aggiungere gli ordinò di continuare.
— Entrammo nel palazzo, e penetrati nel cubiculo, la sopraccogliemmo distesa nuda sul letto. Non potei a meno d’arrestarmi un istante ad ammirare quelle bellissime forme. In questo essa aprì gli occhi, si levò sul fianco, guardandoci bieca, e quasi sfidandoci. Io la colpii col pugio, ma leggermente, ond’essa gettandosi supina e mostrando coraggio inaudito, gridò: “_ventrem feri_„[108]. Allora il centurione Fulvio v’immerse il gladio, ed essa prima di spirare, digrignando i denti, e sbarrando gli occhi disse....
E qui Aniceto esitò.
— Che disse? — chiese imperiosamente il tiranno.
— Non oso....
— Parla.
— Disse: su lui, sulla moglie, sui figli la mia maledizione. Furono queste le sue ultime parole.
Nerone impose loro di non ripeterle ad alcuno, e li rimandò.
Pose ogni studio cogli altri per simulare indifferenza dopo il parricidio, e nascondeva il profondo terrore, che aveva prodotto nell’anima sua la maledizione materna.
Aveva fatto uccidere Agrippina per timore dell’odio ch’egli le aveva inspirato, e morta lo spaventava ancor più. Così lo scellerato trovava la punizione nel suo stesso delitto.
Ma, come dissi, non volendo mostrarsi pusillanime, nulla dava a divedere.
Colla bella sposa ostentava maggior desiderio di voluttuose ebrezze. Nelle orgie cogli amici mentiva la più sfrenata allegria. Percorreva le vie a cavallo, o guidando la biga, e si mostrava ai publici spettacoli, fiero sempre guardando il popolo, che muto, e quasi irriverente rimaneva sul suo passaggio, quantunque il Senato fosse stato costretto ad approvare l’operato di Nerone.
Nel tempo stesso però segretamente ordinava ad alcuni maghi di fare certi incanti per scongiurare gli effetti della maledizione.
Quello che a lui riesciva grave oltremodo era il contegno di Seneca.
Lo vedeva malinconico, torvo, taciturno; ma dal suo labbro non era sfuggita mai una sola parola che stimatizzasse l’orrendo delitto.
Avrebbe preferito ch’egli venisse da lui aspramente rinfacciato, per potersi sfogare, opponendo all’audacia dell’accusatore, l’audacia dell’accusato.
Un giorno, che lo vide presentarsi più cupo dell’usato, non potè frenarsi, e gli disse:
— O tenebroso maestro, che hai? Perchè non parli?
— Ove tace la tua coscienza, — rispose Seneca, — ogni altra voce riuscirebbe vana. D’altronde parla abbastanza il raccapriccio universale, ed è inutile che il mio grido di riprovazione s’unisca a quello dei popoli, che il tuo mal governo, la tua ferocia ha stancati.
— Ma di questo non vedo la prova.
— E che sono mai le satire atroci che si scagliano contro di te, e nelle quali sei chiamato Oreste ed Alcmeone, uccisori delle madri; Apollo cetratore, che lancia saette; vero discendente d’Enea, perchè questi portò via il padre, e tu togliesti via la madre? E l’istrione Dato, recitando in tua presenza, non ha detto forse: Va sano, padre mio, va sana, madre mia! fingendo l’Imperatore Claudio a tavola, e la diva Agrippina nuotando? E, rivolgendosi verso il Senato, non aggiunse: l’orco, ora verso voi addrizza il piede?
— Tu narri cose ch’io già sapeva, — interruppe, sorridendo, Nerone. — Si vede che ti racchiudi nel tuo broncio, e vivi solitario, altrimenti avresti saputo che agli autori di siffatte contumelie perdonai, e l’istrione, per le sue ardite allusioni, non condannai che all’esilio.
— Ebbene, se disprezzi tanto quello che contro di te si dice, e si scrive, a che pro’ avrei parlato? Parlo adesso per riferirti cose nelle quali tu forse intravedrai la vendetta divina.
Nerone, nascondendo l’interna trepidanza, dimandò di che egli intendesse parlare.
Seneca rispose:
— Vergogne in Oriente, ove nella ribellata Armenia i nostri soldati furono condannati all’ignominia del giogo e dove la Soria minaccia di sottrarsi al dominio dell’Impero. Vergogne in Anglia, dove fummo sconfitti, e dove due terre delle principali furono poste a sacco con grande sterminio di romani e dei loro amici. Vergogne nella Gallia dove il vicepretore Giulio Vindice ha chiamato a rivolta il popolo contro il dominio tuo.
— Ebbene, rassicurati, — rispose Nerone, — che in Oriente, in Anglia, in Gallia, la forza delle nostre legioni farà ragione delle vendette celesti. Ricordati che l’Oracolo d’Apolline mi fu propizio, e mi predisse lunga vita, dicendomi che pensassi all’anno settantesimo terzo, volendo predirmi in quell’anno la morte. Come tu vedi, Apolline, ch’è Nume anch’esso, mi concede ancora quasi dieci lustri d’esistenza.
— E sei tu sicuro d’aver giustamente interpetrato il suo responso?
Nerone, adirato esclamò:
— O imprudente Maestro, non farti profeta dei danni miei, non spingermi all’ira, se non vuoi ch’io dimentichi d’aver giurato che a te non avrei torto un capello.
— Altra volta te lo dissi, — rispose Seneca con ammirevole calma, — la morte non temo, e con animo sereno, l’attendo. Uccidimi pure; ma pensa a vendicare l’onore oltraggiato delle aquile latine.
Il tiranno invece pensava a cómpito più facile; quello di vendicarsi di lui.
Altri funesti avvenimenti vennero però a distorlo dal fiero proposito.
CAPITOLO XXV.
La Congiura di Pisone.
Era venuto l’autunno, autunno lugubre, di quelli in cui le morte foglie sono portate via dal vento rigido e quasi brumale, e il cielo si riveste di quel nuvolo grigio, uniforme, che impedisce al sole di riscaldare coi suoi raggi la moribonda natura. Alla tetra atmosfera aggiungasi la desolazione, che spargeva nella città una fiera pestilenza, che mieteva vittime a migliaia[109].
Non si vedevano che agonizzanti e morti, trasportati dai vespilloni sulle spalle, o distesi su _capuli_[110] o ammonticchiati su rozze carrette.
Molti cittadini correvano esterrefatti per le vie e spesso cadevano colpiti dal morbo, e da tutti fuggiti. Qua e là dalle case uscivano i lamenti di qualche povero appestato, e i pietosi della famiglia venivano sul limitare a chieder soccorso di medici e di farmacisti. Non più feste, non più spettacoli. I patrizii andavano a cercare uno scampo nelle ville suburbane, o si tenevano chiusi nei loro palazzi, ai quali era a tutti impedito l’accesso. Male si riconosceva in quelle turbe spaventate ed afflitte il gaio popolo del _panem et circenses_.
Ogni giorno i Sacerdoti offrivano sagrifizi ai Numi, e i devoti pagani gremivano i templi e pregavano dinanzi ai delubri colle braccia levate al cielo.
Nelle catacombe i cristiani supplicavano Dio per la salute di tutti, curando nel tempo stesso gl’infermi, lavorando ad aprire incavature nelle pareti delle callaje, dove i fossatori seppellivano i cadaveri.
I due Apostoli Paolo e Luca tutto dirigevano, e fra quelli che più si mostravano ferventi in quell’opera di carità, notavasi un giovine, che indossava la candida tunica di neofito.
Era costui il citaredo Menecrate, che da poco tempo aveva ricevuto il battesimo.
Sua madre aveva lottato per dissuaderlo dall’abbracciare la nuova fede; ma vedendolo fermo nel suo proposito e infervorato nel culto cristiano, lo aveva lasciato fare. Essa però aveva voluto conservare la religione dei padri suoi. Menecrate n’era desolato, ma non osava insistere per indurla a seguire il suo esempio, perchè Paolo gli aveva detto che le conversioni fatte per riguardo, e non per convincimento, non riuscivano gradite a Dio.
Il terribile flagello dava occasione al citaredo di spiegare tutto il fervore del neofito, portando l’opera sua pietosa dalle catacombe nelle case visitate dal dolore.
Facevano sconcio contrasto alla costernazione della città i tripudi della casa Aurea.
Nerone sfoggiava nell’ostentazione del buon umore e della spensieratezza, quanto più forte era in lui l’interno turbamento.
Talvolta però la stessa sua esagerata ilarità lo tradiva.
Una sera gavazzava nella _comissatio_ co’ suoi cortigiani, e più ebro del solito, ora cantava, ora dava la baia a qualcuno, ora si portava ad atti osceni con Sporo, ch’eragli vicino vestito da donna, e sollevandogli la tunica lo mostrava nudo agli altri.
Vedendo Cercopiteco, che sedeva pensieroso e non beveva, gli disse:
— O Panerote, dacchè è scoppiata la peste, tu non sei più quello. Le tue paropsidi, i tuoi calici rimangono spesso vuoti. Hai tu forse paura di morire?
— Sì, divo Cesare, perchè la morte è così brutta cosa, che a tutti dispiace, specialmente ai gaudenti.
— Fatti cuore, e fingi almeno allegria.
— Io non so dominarmi come tu sai.
— Oseresti forse credere che in questo momento la mia gaiezza sia maschera a qualche grave cura?
— È impossibile che ciò non sia, — entrò a dire Lucano, ch’era presente.
— Cosa ne sai tu, o misero poeta! — chiese Nerone guardandolo bieco.
— E chi, — rispose l’altro, — oserebbe supporre il divo Cesare indifferente alle sventure di Roma?
I fumi del vino impedirono a Nerone di rilevare il sarcasmo di quelle parole.
— E quand’anche piangessi, la morìa non cesserebbe per questo. Tu pensa ai casi tuoi e non occuparti d’indagare i sentimenti miei.
— Quello che ti dev’esser riuscito assai doloroso, — entrò a dire Cercopiteco, — è la perdita della nave che ti portava cose preziose.
— Vedete, o amici, io son sicuro che i pesci me le renderanno, tanto sono fortunato. Si beva dunque alla mia fortuna. Viva Bacco, Evoè!
Alzò il nappo e tosto lo gettò.
Egli aveva udito nelle altre stanze voci di pianto.
Sbarrò gli occhi, si fe’ livido in volto e corse via.
I pianti venivano dalle stanze, in cui dormiva la piccola Claudia, che giaceva cadavere nella sua culla.
Da un lato si teneva ancora l’archiatro, che da varii giorni veniva a visitarla, perchè sofferente, e tentava ancora in quel momento di richiamarla in vita.
Dall’altro sedeva la madre, cogli occhi torvi, senza una lagrima, e con espressione di volto in cui traspariva misto al muto dolore il rammarico, mentre in fondo alla stanza Egloga, Alessandria ed altre schiave mandavano grida, si stracciavano le vesti, e si strappavano i capelli.
Il tiranno, briaco, barcollante s’avvicinò alla culla e diede in un urlo da belva. In quello scatto di dolore tradì sè stesso e lasciò libero sfogo ai rimorsi e alle apprensioni, che con tanto studio aveva cercato di nascondere.
Per due volte, come un ruggito, uscì dalle sue labbra questa esclamazione.
— La maledizione! La maledizione!
— Sì, — mormorò Poppea, cogli occhi fissi a terra.
Essa sembrava irritata contro il marito per aver provocato col parricidio l’ira dei Numi, la maledizione della vittima. Ma non essendo l’amor di madre molto possente in lei, che solo sè stessa amava, più che per le sventure presenti se ne preoccupava per l’avvenire. Forse potrebbe toccarle la stessa sorte di Claudia, forse potrebbe un morbo danneggiarla nella bellezza. Potrebbe forse insieme a Nerone esser precipitata dal trono, e perder così tutto ciò che lusingava la sua ambizione.
In preda a sinistri presentimenti, rimaneva seduta, silenziosa, guardando freddamente il marito, il quale, dopo aver dato in smanie grandissime, uscì di là, e andò a chiudersi nella sua zotheca.
Intanto i convitati, udendo dagli schiavi triclinarii della sventura da cui in quel momento era stata colta la famiglia imperiale, s’allontanarono mogi mogi dalla casa Aurea.
Scendevano il colle, ragionando fra loro, e udivano qua e là dei lamenti, ed imbattevansi in drappelli funebri rischiarati da torcie resinose.
Cercopiteco uscì in queste parole:
— Morti di qua, morti di là. — Oh che allegre cene divennero quelle del divo Cesare! Oh i deliziosi spettacoli che offre Roma! V’è da far morir d’indigestione anche l’egizio Polifago, il divoratore di carne umana.
— La tua ingordigia è messa a dura prova, — gli disse Spettillo Mirmillone. — Se la dura così, non godrai a lungo dei possedimenti, che avesti in dono da Cesare.
— Taci, augello di malaugurio, — interruppe Epafrodito, scrivano di memoriali, — non vedi come il povero Cercopiteco trema per la paura! È più morto che vivo.
E alcuni dei più spensierati e più ebri, i quali allontanandosi dalla casa Augustale, avevano ripreso il buon umore, e più non pensavano alla _comissatio_, così tristamente interrotta, e si ridevano della morìa, circondarono Cercopiteco, imitando le grida e gli atteggiamenti delle prefiche.
Panerote, senza sgomentarsi, esclamò:
— Oh come questa musica m’è grata! Io spero presto di godermela ai funeri di tutti voi.
— Costoro m’infastidiscono coi loro motteggi, colle loro risa, — disse Lucano all’orecchio di Flavio Sverino; — allontaniamoci da codesti avvinazzati, che neppure la maestà della morte rispettano.
E preso sotto braccio l’amico, s’allontanarono, senza che il resto della comitiva se ne avvedesse.
Dopo aver proceduto per alcuni istanti in silenzio, riprese:
— Oh come mi riesce grave ormai d’assistere a queste cene; e me ne asterrei di buon grado, ove non imponesse a me questo sagrifizio l’obbedienza a mio zio.
— Ed io ci vengo per non dar sospetti, — rispose Sverino.
Lucano riprese:
— La sventura toccata a Nerone temo che danneggi i nostri disegni. Il popolo è volubile, e passa facilmente dall’odio alla pietà. È capace di dimenticare la misera fine d’Agrippina per la morte di Claudia. Egli ieri forse ci avrebbe seguiti per rovesciare dal trono il figlio snaturato, ma oggi compiangerà il divo Cesare e non vorrà saperne di ribellarsi a lui in questo momento.
Flavio Sverino, ch’era giovine ardentissimo, e che anelava al momento di vendicare la morte di Britannico del quale era stato fervido partigiano, rispose:
— Oh non dobbiamo perderci in simili riflessioni. Tutto è pronto oramai, e il procrastinare riuscirebbe dannoso. Il pretoriano Missizio persuade nascostamente i suoi compagni a proclamare Imperatore Gneo Calpurnio Pisone, e il popolo, che lo ama, e lo apprezza, come uno dei più eccelsi cittadini di Roma, s’unirà a loro per far giustizia dello scellerato Enobardo, e proclamar Pisone.
— Vorrei dividere, o Flavio, le tue rosee previsioni, come divido i tuoi desiderii; ma io non ho fede che l’odio del popolo sia ancora così forte da farlo insorgere contro la mala signoria. Nerone sa cattivarselo colla generosità e cogli spettacoli.
— Fu la volontà dei soldati pretoriani che impose a Roma l’Imperatore Claudio, dopo il _répete_[111] fatale dei congiurati, che uccisero Caligola. Così, ucciso Nerone, alzeremo sugli scudi Gneo Calpurnio.
— Tu conti sui pretoriani, ma non fai calcolo alcuno sopra i soldati che si trovano nelle Gallie, nelle Spagne ed in altre regioni, che tentano sottrarsi al dominio di Roma. Il vicepretore Giulio Vindice s’è posto alla testa delle ribellate legioni delle Gallie.
— Questo m’è noto.
— Non sai però che altrettanto si minaccia nelle due Spagne. Lo seppi oggi stesso da mio zio Seneca. E Sergio Galba, che comanda in quelle provincia, non è uomo da lasciarsi sfuggire l’occasione per usurpare il trono di Roma, tanto più che ve lo spinge lo stesso Giulio Vindice. Quand’anco si riuscisse a porre sul capo di Pisone la diadema dei Cesari, egli avrebbe in Galba un tremendo competitore.