Le donne di Nerone

Part 19

Chapter 193,714 wordsPublic domain

— Ragione di più per non ristar dall’impresa. Quando l’opera sarà compiuta, farà Pisone quello che non fece l’indolente Enobardo, che pone in non cale il nome e la gloria di Roma. Intanto io ti scongiuro per la nostra amicizia di non palesare a Gneo Calpurnio questi tuoi dubbi. Egli che così a malincuore accettò la nostra offerta dopo la morte di Britannico, potrebbe tornare nell’ostinato rifiuto, e ciò produrrebbe forse lo scoraggiamento nei congiurati.

— A ciò, — rispose Lucano, — non posso acconsentire, perchè mi ripugna di nascondere la mia opinione ed ingannare l’insigne cittadino. E da ciò dovrebbe rifuggire anche la tua coscienza, o giovine dabbene.

— No, perchè sono convinto che la nostra impresa avrà felice successo.

— Ne dubito.

— E i tuoi dubbi nascondi, poichè potrebbero dagli altri essere interpretati a mal senso. Ti si accuserebbe forse d’essere entrato nella congiura per sventarla.

— Lo pensi tu?

— Io no.

— E al pari di te non lo pensa certo Gneo Calpurnio, il quale sa bene ch’io mi sono unito a voi, non solo per l’orrore che m’inspirarono i delitti di Nerone, e sopratutto l’eccidio d’Ottavia, ma perchè credo oggi minacciata la vita mia e quella di Seneca.

— Certo che hai ben ragione d’essere offeso della severità sua contro di te, dopo la benevolenza che t’aveva dimostrata. E tutto ciò pel dispetto che gl’inspira la tua maestria nell’arte poetica, che pretenderebbe inferiore alla sua. Ma parlami franco, o Lucano, non v’è forse latente in lui altra gelosia?

— E quale?

— Poppea Augusta nutre tuttora per te grande amicizia, e so che ti protegge, e come poeta ti stima assai. È forse qui la ragione dell’odio suo.

— Può darsi, tanto più ch’ella imprudentemente disse a lui che nessuno poteva superarmi nel verseggiare. Dopo l’esempio d’Aulo Plancio e dell’istrione Paride tutto ho da temere.

Sverino soggiunse:

— La vanità di lui è feroce, quanto la gelosia per le sue donne.

Così parlando, erano giunti davanti alla casa di Seneca, presso cui dimorava Lucano.

— Il filosofo veglia ancora, — disse Flavio, guardando due finestre internamente illuminate.

— Egli è uso a rimanere nella zotheca fino a tarda notte. Dopo la morte d’Agrippina mi diceva un giorno che sentendo di dover morir presto, voleva dormir meno per vivere di più ed aver tempo di correggere i sette libri delle _Questioni naturali_, che dedica al suo amico Lucilio Junio. Esso è omai convinto che lo attende la sorte di Burro, e cadrà vittima ancor esso della ferocia di Cesare.

— E perchè, — osservò Sverino, — vuole sacrificarsi, perchè non abbandona il tiranno, che egli troppo compiacque, assecondandolo anche negli stessi delitti?

— Calunnie di Dione Cassio, e del pedagogo Aniceto, alle quali non conviene prestar fede.

— In ogni caso, ora ch’egli non è più Pretore, ora che bene o male ha radunato ingenti ricchezze, dovrebbe andare a godersele tranquillo nella nativa Cordova.

— Io glielo consigliai, e mi rispose che se davanti un pericolo può fuggire un poeta, non fugge uno stoico.

In questo videro avanzarsi una lettiga, che s’arrestò innanzi alla casa, e ne discese Seneca.

Avendo saputa la morte della bambina, erasi recato alla casa Aurea per visitar Nerone.

— E lo vedesti? — chiese Lucano.

— No, rifiutò di ricevermi, e a ciò m’attendeva, poichè ora mi ritiene profeta di malaugurio. Ma lo sfregio non curo, e mi basta d’aver fatto quanto m’imponevano la pietà e il dovere.

Detto ciò salutò Flavio Sverino, che congedandosi, disse a Lucano a bassa voce:

— Non conviene tardare. All’opra! All’opra! A rivederci in casa di Gneo Calpurnio. Vale.

— Vale, — rispose l’altro.

E seguì lo zio.

La prima volta che s’adunarono presso Pisone, il saggio cittadino, senza che Lucano parlasse, tentò egli stesso di frenare l’impeto dei congiurati impazienti, tra i quali primeggiava Plauzio Laterano, insofferente di lasciare ancora invendicata la figlia.

Il prudente Calpurnio minacciava d’abbandonarli, ove vedesse l’esito dell’impresa compromesso dalle improntitudini.

— Già, — egli disse, — corre troppo sulle bocche il nome mio. Isidoro Cinico mi riferì che nella taverna di Salvidieno Orfido qualcuno asseriva d’aver inteso a vociferare d’una trama per rovesciare Nerone.

— Più si tarderà, — osservavano Flavio ed altri congiurati, — e più correremo rischio d’essere scoperti.

Mentre così discutevano, senza che riuscisse a Pisone di persuadere gli amici ardenti, giunse in ritardo Marco Anneo Lucano.

Dopo aver stretta la mano a Pisone e agli altri, chiamò in disparte Flavio Sverino, e gli disse alcune parole all’orecchio.

L’altro, turbandosi, esclamò:

— Milito!!

— Sì, lo vidi uscire collo scellerato da una taverna della Suburra e consegnare a lui un foglio.

Sverino rimase cogitabondo.

— Ma tu, — riprese Lucano, — hai fiducia in lui?

— L’ebbi finora, vedendolo così fervente nell’aiutare la nostra impresa. E chi sa, forse in quel momento s’adoperava per noi, cercando di scalzarlo su quanto si fa e si pensa nella casa Aurea.

— Noi lo sappiamo senza bisogno di lui. Quel tristo poi è uomo astuto, che compra e non vende.

— Discaccerò Milito! — esclamò con impeto Flavio Sverino.

— Sorveglialo, e sarà miglior consiglio, — rispose Lucano.

Quindi, tornarono a riunirsi agli altri amici, che parlarono della notizia giunta che le due Spagne s’erano ribellate sotto il comando di Sergio Galba.

Lucano narrò come a quest’annunzio Nerone, già eccitato per le sventure che lo colpivano, fosse rimasto a giacere per molto tempo quasi privo di sensi, e tornato poi in sè, si fosse stracciate di dosso le vesti, avesse dato del capo contro le pareti, dichiarandosi spacciato e prevedendo di perdere l’impero.

Tutto ciò nell’assemblea diè causa vinta a coloro che chiedevano d’agir subito.

— Popolo e soldati, — essi dicevano, — dimostrano apertamente il loro malcontento contro l’imbelle Cesare, non buono ad altro che ad assassinare gl’innocenti, a gozzovigliare, a manomettere lo Stato, e nelle gravi contingenze a piangere come un fanciullo, invece di sguainare la spada.

Lo stesso Pisone, associandosi loro, disse che il momento era veramente propizio per tentar l’impresa.

E terminò dicendo:

— Si liberi dunque Roma da tanta vergogna. Sia precipitato dal trono dei Cesari l’esoso Enobardo. Siete tutti pronti a vincere, e se fallisse l’impresa ad affrontare coraggiosamente la vendetta del tiranno?

— Tutti! — risposero gli altri ad una voce.

Siccome in quei giorni Nerone, in preda a profondo abbattimento, non usciva dal suo palazzo, decisero d’introdursi di notte tempo nella casa Aurea, e trucidatolo nel suo letto, proclamare all’istante Pisone Imperatore.

Missizio sollevò dei dubbi su questo progetto, che in caso d’insuccesso, poteva riuscir fatale ai soldati del pretorio. Gli altri però infatuati com’erano, e sicuri dell’esito, non gli badarono.

Stabilito ch’ebbero il giorno e l’ora, si separarono, stringendosi la mano e ripetendo il grido del congiurati di Caligola, _répete! répete!_

CAPITOLO XXVI.

Il delatore.

L’ignominioso abbattimento in cui era caduto Nerone, più che alla morte della figlia, più che alla maledizione di Agrippina, più che al dolore delle perdute provincie, doveva ascriversi all’età di Sergio Galba.

Questo ribelle, che minacciava di sostituirsi a lui nell’impero, aveva settantatrè anni e l’oracolo d’Apolline gli aveva detto che si guardasse dall’anno settantatrè. Egli dunque erasi ingannato nell’interpretazione di quel responso? Dunque la sua ruina era prossima?

E dava in ismanie e piangeva per dolore e per rabbia.

La moglie, ristucca e nauseata per tanta pusillanimità, esclamò un giorno, quasi indignata:

— Ma dove andò il fiero Nerone, che così gran fede aveva nella sua fortuna, che tutti sfidava? Tu dici di non sapere cosa ti resti a fare? Ebbene, io te lo insegno: segui l’esempio de’ tuoi antecessori, impugna la spada dei Cesari, chiama alle armi le tue coorti, e va tu stesso a riconquistare le perdute provincie, a punire i ribelli.

Nerone la fissò per lungo tempo in silenzio, aggrottando le ciglia, poi disse:

— Può essere questo che tu mi dai, saggio consiglio, ma siede male sulle tue labbra.

— Perchè?

— Perchè sposa affettuosa non può desiderare che il marito vada lontano da lei, e si esponga ai pericoli della guerra. Preferisci esser sola?

— Sì, preferisco esser sola e saperti conquistatore glorioso, piuttosto che avere dinanzi a me il miserando spettacolo d’un Imperatore romano che piange e che trema.

— Poppea, guardati dai miei sospetti.

— Rimani dunque con me a perdere vergognosamente il trono e fors’anco la vita.

E uscì dalla stanza.

Malgrado il sospetto geloso, le parole di Poppea avevano prodotto impressione nell’anima di Nerone, che fe’ venire l’astrologo Babilo, e gli ordinò di consultare gli astri circa la spedizione, che gli veniva proposta.

Babilo obbedì, e come quegli che trovava giusto il consiglio dell’Imperatrice, interrogò il firmamento, ma gli fece rispondere quanto voleva.

Tornò dunque all’indomani coi più felici pronostici.

— Ma tu sai, o maestro, — disse Nerone, — che l’oracolo d’Apolline m’esortò a guardarmi dall’anno settantatrè, ch’è l’età di Sergio Galba.

— E tu, o divo Cesare, che non credi ai Numi, ti dai tanto pensiero d’un ambiguo responso. Quello degli astri fu chiaro, e deve dissipare ogni tuo dubbio. Va, affronta i Duci traditori, e vincerai.

Questa predizione rialzò un poco l’abbattuto spirito di Cesare, ma non lo decise a condur l’impresa. Pensava l’infingardo che si potevano riconquistare, senza il suo concorso, le Gallie e le Spagne, come s’era domata Alessandria, ed in quei giorni stessi l’Armenia e l’Anglia.

Continuava così a dibattersi tra l’ambizione di mostrarsi risoluto e forte, e la paura di capitar male; tra il desiderio d’onorare Poppea Augusta, seguendone il consiglio, e l’idea che questo potesse nascondere un tradimento, quando dal liberto Doriforo gli venne annunziato Aniceto, che aveva a comunicargli cosa di grave momento.

Nerone, che nella sua eccitazione ogni cosa temeva, ordinò che fosse introdotto sull’istante, e come lo vide prima che l’altro parlasse, gli chiese trepidante che fosse avvenuto.

— Divo Cesare, — rispose Aniceto, — tu risparmiasti la mia vita, ed io vengo a salvare la tua.

E qui narrò, come pranzando in una taverna della Suburra, avesse inteso certo Milito, liberto del Cavaliere Flavio Sverino, dire che le provincie ribelli tornerebbero tra poco sotto il dominio di Roma, riconquistate da un grande cittadino che succederebbe a Nerone.

Aveva allora atteso che uscisse, e raggiuntolo per la via, erasi unito a lui, e fingendosi acerrimo nemico di Cesare, lo aveva supplicato di palesargli il nome di quel cittadino, che libererebbe Roma dallo scellerato Imperatore.

L’altro lo aveva riconosciuto e rifiutavasi di parlare. Ed egli, smessa la menzogna, gli aveva intimato di dir tutto, se non voleva che gli venisse strappato il segreto colle torture, promettendogli nel tempo stesso larga mercede se avesse svelata ogni cosa.

Preso dalla paura e lusingato dal premio, erasi lasciato subornare, e rivelava della congiura ordita da Gneo Calpurnio Pisone e i nomi dei principali congiurati.

— E chi son costoro? — chiese Nerone che era diventato livido in volto.

— Ecco la nota, che quel liberto mi portò all’indomani.

Nerone prese il foglio, che Aniceto gli porgeva, e cominciò a leggere.

— _Gneo Calpurnio Pisone_: l’ambizioso e superbo cittadino. Assisterò io stesso al suo supplizio. Questo spettacolo più d’ogni altra cosa solleverà il mio spirito. _Plauzio Laterano_: infelice! È l’unico ch’abbia diritto alla vendetta contro di me. _Lucio Cassio, Flavio Sverino_. Codesti malvagi volevano divorare me e bere il mio sangue dopo aver divorate le mie vivande e tracannati i miei vini.... Ah sono ben felice di leggere questo nome _Marco Anneo Lucano_. Questo _manzer_[112] che si spaccia per figlio delle Muse, ed osa credersi superiore a me, finirà d’importunarci coi tronfi versi della sua _Farsalia_.

E percorsa da capo a piedi la nota, riprese:

— Veggo qui, giovani Cavalieri, cittadini consolari e perfino qualche Senatore; ma un nome mi manca; mi manca un nome; quello d’Anneo Seneca.

Il perverso Aniceto non lasciò sfuggir l’occasione per recare l’estremo danno al suo nemico, e prese a dire:

— O divo Cesare, e chi ti dice che qualcosa di questa congiura, dov’è immischiato suo nipote, non fosse nota anche a lui, e ch’abbia lasciato filosoficamente correr l’acqua per la sua china?

— Vera o non vera che sia la tua osservazione, — rispose Nerone, — io sono stanco di lui, e dopo aver puniti i traditori, offrirò il sangue dello zio ai Mani del nipote.

Era da poco trascorso il meriggio allorchè Aniceto, tutto contento dell’opera sua e con mille nummi entro il marsupio, s’allontanava dal palazzo dei Cesari.

Vide dinanzi a sè Sporo, che scendeva, quasi correndo, il Palatino, e lo chiamò. Ma l’altro finse di non udire, e tirò innanzi, dirigendosi verso il Fornice Fabiano, dove sappiamo che in una viuzza dimorava Menecrate.

Egli si recava sovente dal citaredo, sperando di trovarvi Atte, di cui l’infelice era sempre innamorato.

Teneva a riferirle la denunzia del pedagogo, che aveva udito dalla camera attigua e ciò per farsi merito con lei, sapendo com’essa tenesse a sottrarre delle vittime alla ferocia di Nerone.

La sua speranza, il suo desiderio non furono delusi. Antonina mandava soventi volte Atte a portar soccorsi a Menecrate per lui e per altri poveri cristiani, e quel giorno Atte era presso di lui.

Come intese il racconto del giovinetto, lo ringraziò d’essersi posto con tanto coraggio nel pericolo di provocare l’ira di Cesare, lo baciò in fronte, e partì sollecitamente.

E Sporo tornò alla casa Augustale più contento di quel bacio, che Aniceto de’ suoi mille nummi.

Verso il tramonto Pisone traversava il vestibolo del suo palazzo in compagnia d’un suo figlio adottivo Calpurnio Galeriano, quando si fece loro incontro una donna di prestante persona, avvolta in bruno amitto, e col gesto impose loro d’arrestarsi. Nel tempo stesso sollevò il lembo, che quasi interamente le copriva il volto, e si diè a conoscere.

Era Antonina, che pregò Gneo Calpurnio a tornare in casa, avendo qualcosa a rivelargli.

Come furono soli nell’exedra, essa gli partecipò che la congiura era scoperta, che un liberto traditore l’aveva denunziata ad Aniceto, e questi a Nerone.

— Ma ne sei tu sicura? Da chi lo sapesti?

— Da chi udì la delazione dalla bocca stessa di quel malvagio. Non frapporre indugio, o Pisone, nasconditi, fuggi che forse a quest’ora il tiranno avrà sguinzagliati i gregarj per impadronirsi di voi tutti.

— Io ti ringrazio, o generosa Antonina, d’esser venuta a prevenirmi; ma io devo dividere la sorte de’ miei amici, e rimango.

— Per la memoria del fratello mio, che tanto amasti, ascolta il mio consiglio, cedi alle mie preghiere, vieni con me, io ti celerò nel mio palazzo in luogo ove nessuno ti troverà.

— La gente Calpurnia non fugge.

— Ma tra poco saran qui.

— Vengano pure, ma non riusciranno ad impadronirsi di me.

A sua volta esortò Antonina a non lasciarsi cogliere sotto quel tetto, ed essa, dopo aver tentato ancora invano di dissuaderlo, tornò a calar sul volto l’amitto, strinse le mani di Pisone, ed uscì desolata.

Quella che seguì fu lugubre notte.

I vespilloni, che accompagnavano le vittime della pestilenza, s’imbattevano per le vie in drappelli di soldati, che trascinavano carichi di catene i congiurati, colti nel sonno, e strappati dal seno delle loro famiglie.

Al sorriso del cielo, tempestato di stelle, rispondeva la terra con voci di pianto, con grida disperate ed imprecazioni.

Nerone intanto, chiamati i Consoli, li aveva aspramente redarguiti, dicendo:

— Poichè voi, o Consoli inetti, dormite nelle vostre sedie curuli, mentre si cospira contro il trono e la vita di Cesare; poichè un pedagogo fu più solerte di voi, spogliate la trabea, deponete lo scettro, ed io sarò Imperatore e Console, e veglierò sulla sicurezza mia, come su quella di tutti i cittadini.

E non permettendo loro di replicar parola, li rimandava.

Rimase levato e in grande agitazione fino all’ora del _conticinio_, che vennero a dargli rapporto di quanto le soldatesche avevano operato durante la notte.

Quasi tutti i congiurati, di cui Milito aveva dato ad Aniceto i nomi, erano stati tradotti nel carcere Mamertino.

Qualcuno però, prevenuto forse del pericolo, era riuscito a fuggire.

— Forse Lucano? — chiese concitato Nerone.

Il pedagogo, che adoperandosi per riacquistare viemmaggiormente la benevolenza di Cesare aveva voluto assistere all’ingresso dei colpevoli nel carcere, rispose:

— Esso è prigioniero, o divo Cesare. Mancano soli cinque, tra cui Plauzio Laterano.

— Godo che il padre di Rubea sia salvo. Gli avrei perdonato lo stesso. E Gneo Calpurnio Pisone?

— È morto.

— Morto!

Il Pretore, che conduceva il drappello, narrò che lo aveva trovato nel suo cubiculo disteso sul letto, tutto bagnato di sangue. Genuflesso, vicino a lui piangeva il figlio adottivo; ed eransi impadroniti del giovinetto.

— A che pro? — disse Nerone: — lo si rilasci in libertà. E gli altri sappiano che sono condannati all’estremo supplizio, ed io deciderò quando dovranno morire. Soffrano intanto i tormenti dell’agonia.

— O divo Cesare, — entrò a dire Aniceto, — vuoi tu che si facciano indagini per iscoprire chi prevenne i fuggiaschi?

Il Pretore soggiunse:

— Seppi dall’ostiario dei Laterano che poco prima di sera la citarista Atte erasi recata nel loro palazzo.

— Atte! — esclamò accigliandosi Nerone. — La si vada a prendere e la si conduca alla mia presenza.... No, — soggiunse poi ravvisandosi, — sia rispettata la casa d’Antonina. Penserò io stesso ad interrogarla. Andate.

E come gli altri furono usciti, si recò negli appartamenti di Poppea, che dormiva ancora.

Nello splendido cubiculo il roseo chiaror dell’aurora si confondeva colla luce delle quattro lucerne del _licnoco_ deposto al piedi del letto, e di cui i lucignoli odorosi ardevano fiocamente, ma spandevano ancora profumo soavissimo.

La bella dormente giaceva supina, nudi il seno e le braccia, le mani conserte sotto la nuca, la capellatura raccolta nelle maglie d’oro del reticolo.

Nerone entrò pian piano, e ritto presso la sponda, rimase ad ammirarla in quel provocante atteggiamento.

Poi si decise a destarla, deponendole un bacio sui bianchissimi denti, che spiccavano attraverso le porporine labbra semichiuse.

— Desto di già? — chiese Poppea.

— Vegliai tutta notte.

— In preda forse alle solite tetre fantasie?

— No, mentre tu placidamente dormivi ignara del disastro che ci minacciava, io vegliava per scongiurarlo.

E qui le narrò della congiura scoperta, come il periglio fosse evitato, e come i cospiratori fossero caduti in suo potere.

— E chi sono costoro?

— Degli altri non ti caglia. Essi potevano avere delle ragioni per congiurare contro di noi. Ti dirò il nome d’uno solo, che non avrebbe dovuto portarsi a fellonia siffatta, perchè da te protetto.

— Protetto da me?

— Sì.

— E chi è costui?

— Marco Anneo Lucano.

A questo nome la donna rimase muta. Le si leggeva in volto la sorpresa e il dolore.

Il marito, colle braccia incrociate, e gli occhi sorridenti per maligna soddisfazione, si mise a contemplarla in silenzio.

— È poi vero, — disse Poppea, — ch’egli siasi reso colpevole di tanto tradimento?

— T’è grave il credere che quel tristo abbia così mal corrisposto alla tua benevolenza?

— M’è grave invece il supporre, o Cesare, ch’io sia la causa innocente della sua perdizione, e che i tuoi satelliti abbiano voluto porgerti il destro di liberarti da un uomo odiato, al quale la tua ingiusta gelosia attribuiva pensieri, che non ebbe mai.

— Ti ringrazio, o divina Poppea, poichè parlando così tu rafforzi il mio sospetto, e mi togli dal pericolo d’essere clemente con esso.

— Sei dunque deciso di metterlo a morte?

— Ma non trovi tu che unendosi ai nostri nemici, egli mostrò la più nera ingratitudine?

— Doveva forse esserti grato dei mali modi, che da qualche tempo usavi verso di lui?

— Tu però ti mostrasti benevola sempre con esso.

— È vero.

— Lo dichiarasti in mia presenza il più valente poeta che vanti l’Impero.

— Questa è la mia opinione.

— E pretendi che lo lasci vivere?

Poppea, tornando a posare il capo sul guanciale, rispose bruscamente:

— Uccidilo dunque se l’umano tuo cuore tiene a procurarsi questa gioia.

— Purtuttavia qualcosa voglio concedergli per riguardo tuo. Gli lascerò l’arbitrio di sceglier la morte che più gli aggrada.

Questa crudele ironia esasperò Poppea, che non potè a meno di rinfacciargliela con aspre parole.

L’altro la lasciò dire, e poi, continuando nel tono sardonico, rispose:

— Tu mi chiamasti Genio del male, ma sei così bella nello sdegno, che il Genio del male vuol possederti.

E rimosse le coltri, cominciò a svestirsi.

— No, — gridò Poppea, balzando dal letto.

E il matto Imperatore la fece cader riversa sulla _culcita_ dicendo:

— Voglio che festeggiamo colla voluttà la nostra salvezza.

Ed essa non potè più svincolarsi dall’amplesso violento di lui.

Appena Nerone uscì dal cubiculo, Poppea, sdegnata per l’atto brutale, che in quel momento erale sembrato un oltraggioso scherno, andò ad immergersi nel bagno di latte, e poi raddoppiò le profumate abluzioni, perchè il suo corpo le sembrava contaminato da un contatto che le aveva fatto ribrezzo.

Era inoltre offesa pei sospetti gelosi del marito, per la grazia di Lucano, che le aveva rifiutata, e pei crudeli sarcasmi, di cui l’aveva fatta segno.

Cessato però il primo impeto, si fece a riflettere che se i congiurati avessero raggiunto lo scopo, essa sarebbe stata in quel dì stesso precipitata dalla più sublime grandezza nella miseria o fors’anco nel sepolcro.

Chi l’aveva inalzata agli splendori del soglio, chi la circondava di tutto quel lusso e quelle ricchezze, da cui era lusingata la sua ambizione, chi l’aveva salvata era Nerone, e si sentiva ingiusta verso di lui.

Cangiò dunque internamente opinione, dimenticò le offese, e abbandonò il poeta alla sua sorte.

Ma la superbia non le consentì di addimostrare al marito questo suo ravvedimento, a lei consigliato dall’egoismo.

Nerone, stanco della veglia agitata, erasi posto a dormire sopra un lettuccio.

Come fu desto, venne il liberto Doriforo ad annunziargli la visita di Seneca.

— Sentiamo, — disse, — cosa brama da me questo sinistro profeta. Esso si mostra bene audace, se è vero quanto asseriscono alcuni, ch’egli avesse sentore della congiura. Spero che ciò sia per liberarmi finalmente di lui.

E passò nel gabinetto, dove l’attendeva il maestro sereno e tranquillo.

CAPITOLO XXVII.

La fine d’uno stoico.

— Salve, o maestro, — cominciò Nerone adagiandosi sopra un lettuccio, e poggiando il gomito sul cubitale. — Come tu hai visto, non ebbi bisogno di seguire il consiglio dell’astrologo Babilo, il quale mi diceva che la cometa apparsa nei dì passati era presagio funesto per qualche grande personaggio, e che i Re sogliono scongiurare quella mala influenza, mettendo a morte i più cospicui cittadini. Lo stesso rimedio suggeriva a me. Prima la congiura di Benevento, ed oggi quella di Gneo Pisone, mi porsero il destro d’adoperar quel rimedio, e colpir per giustizia e non per tradimento.

— Ed io vengo a rallegrarmi della tua salvezza.

— O a provocare piuttosto la mia clemenza.

— Per chi?

— Per tuo nipote Lucano, e fors’anco per te.

— Nè per l’uno nè per l’altro. Se è vero che Lucano si rese colpevole di fellonia, dev’esser punito. Quanto a me, dimmi, o Cesare, perchè dovrei implorarla. Forse i miei nemici vogliono rappresentarmi a te come implicato nella stessa congiura?

— Tu non dicesti un giorno ad Antonio Natale queste misteriose parole: _Monarca che del gladio non sa far uso è destinato a morir di gladio_.

— È vero.

— Spiegane il senso occulto. Intendevi forse parlare di me?