Le donne di Nerone

Part 17

Chapter 173,770 wordsPublic domain

Quivi sopra larga mensa erano preparate le imbandigioni del primo servizio, ova, lattughe, mammelle e uteri di troie uccise dopo il primo aborto, porco marinato, _tuceta_[98], _tirotarico_[99], pesci, ed altre vivande. In mezzo alla tavola un intero porcellino arrostito, tutto intorno coronato di fiori, col muso tra le zampe anteriori, stava accovacciato sopra un tagliere di bronzo.

Le frutta, i dolci, le confetture, e le altre leccornie, che componevano il secondo ed ultimo servizio, erano disposti sovr’altra tavola, e i vasi di vino e le _capule_ (o coppe a manico) stavano preparate per la _comissatio_ sulle mense _tripes_, ch’erano tavoli rotondi a tre piedi, chiamati anche _cilibanti_.

Di fuori cadeva a torrenti la pioggia, unita al cupo muggito del vento.

Nè danze, nè musiche, contro l’usato, rallegravano la cena. Tutto ciò inspirava nei convitati un senso di tristezza.

Nerone però, vestito di bianco, e coronato di rose, si mostrava ilare e motteggiatore.

Dopo terminato l’antipasto d’uova e lattughe, osservando Cercopiteco, ch’era seduto a poca distanza, e che mangiava e beveva per tutti, così cominciò a scherzare con esso.

— Tu sei, in fede mia, o Panerote, prezioso convitato; poichè inghiotti come i crateri dell’Etna, e tracanni quanto tracannava quel famigerato Tiberio, al quale fu dato il soprannome di Biberio. Così tu, invece di Panerote, dovresti esser chiamato _Vinerote_. Scommetto che al pari di quell’Epicureo fai la prova della cicuta[100].

Cercopiteco rispose ridendo:

— O Divo Cesare, io non sono così pazzo. Voglio che il figlio dell’Erebo e della Notte, l’avaro Caronte, attenda ancora molt’anni prima di traghettarmi colla sua barca al di là dello Stige. Egli è appunto per vivere ch’io mangio, e vivo per mangiare.

Queste, ed altre facezie che seguirono, misero di buon umore i convitati.

Intanto i giovinetti _pinceri_, lindi, ed accurati della persona, colla capellatura cascante sulle spalle e la tunica corta, empivano di vino le coppe, e le portavano in giro agli ospiti seduti a tavola, mentre altri inservienti venivano a torre una ad una le vivande preparate sulla tavola, per tagliarle, distribuirle in porzioni e presentarle ai convitati in piccoli _paropsidi_ d’oro.

Venne la volta del porcellino arrostito, che fu portato sopra un tavolo, ch’era in fondo alla sala, e sul quale lo _scissor_ (o scalco) cominciò a trinciare.

Dopo che lo schiavo _praegustator_, giusta l’usanza, l’ebbe assaggiato, per provare se fosse condito a dovere, e per cautela contro qualche insidia, venne portata la prima porzione a Nerone e poi n’ebbero tutti gli altri.

Nerone mangiandone con avidità, ed osservando nello stesso tempo Britannico, vide che questi lo rifiutava.

— O Britannico, — gli disse allora, — so che di questa carne tu fosti sempre assai ghiotto, e perchè la rifiuti stasera?

L’altro cercò di scusarsi, dicendo d’aver diggià mangiato assai.

— No, no, — riprese insistendo lo scellerato Imperatore, — tu devi assolutamente gustarne perchè è squisita vivanda.

E Britannico accondiscese, tanto più che glie ne dava voglia l’avidità colla quale era divorata dagli altri, e sopratutto da Cercopiteco.

Non ne aveva inghiottito che pochi bocconi, quando fu preso da tremito, divenne livido in volto, i suoi occhi si spalancarono, e contorcendosi, tentò d’alzarsi, e stava per stramazzare, quando fu sostenuto da Lucano, che gli era vicino.

Tutti si fecero d’intorno a lui.

Due schiavi lo trasportarono nella vicina stanza, dove fu deposto sopra un lettuccio.

— Britannico! Britannico! — gridava Nerone fingendo profonda costernazione.

Poi diceva agli altri che il misero era stato preso per certo dal suo solito malore, e senza rivolgersi direttamente ad alcuno, diè ordine che s’andasse in cerca d’un archiatro.

Ma l’infelice già rantolava, e poco dopo, mandando dalla bocca bava verdastra, spirò.

Così ebbe fine la festa, e tutti i convitati mesti e silenziosi s’allontanarono.

Cercopiteco, sentendo esternare da Lucano il sospetto che il giovine fosse stato avvelenato in qualche vivanda o nel vino, preso da paura d’esserlo anche lui, malgrado il diluvio e il vento, corse da un _medicamentario_ e si fe’ dare un antidoto.

Ma del porcellino avvelenato, e poi cotto da Locusta, non era stata tagliata che la porzione data a Britannico e che lo scalco, per ordine di Nerone, teneva nascosta. L’animale, esposto sulla tavola, e di cui tutti avevano mangiato, era un altro.

Rimasto solo, Nerone fe’ chiamare dei vespilloni, ed ordinò loro di deporre sopra una bara il cadavere vestito com’era, e, trasportatolo sull’Esquilino, ivi dargli subito sepoltura.

E ciò a suo dire egli faceva per non dare ad Antonina il cordoglio di rivedere il fratello esanime. Era invece la tema che non si constatasse l’avvelenamento.

Mentre il funebre convoglio, rischiarato da torchi portati da schiavi, passava sotto pioggia dirotta davanti al palazzo dei Cesari, una vecchia affacciavasi ad un balcone.

Sul suo volto, sinistramente rischiarato dalle faci, si vedeva un infernale sogghigno.

Quella vecchia era Domizia.

CAPITOLO XXIII.

Il volo del Mago Simone.

Erano scorsi molti giorni dalla sera del misfatto, e ancora si discuteva tra quelli che le precauzioni di Nerone aveva tratti in inganno e gli altri che avevano soltanto sospetto, o assoluta convinzione dell’avvelenamento.

Erano tra questi Agrippina e Seneca, che francamente avevano rinfacciato a Cesare il suo delitto, dicendogli ch’egli, così operando, scavava di sua mano l’abisso da cui sarebbe inghiottito.

Cesare negò, e nel suo cuore s’accrebbe l’odio per la madre, e pel maestro, che osavano così sfacciatamente rinfacciarlo.

Già da lungo tempo il loro contegno severo, la loro autorità era a lui divenuta fastidiosa, e cominciava a meditare di mandarli entrambi a raggiungere i morti che rimpiangevano.

In quella circostanza però teneva a persuaderli della sua innocenza, teneva a nascondere il delitto, non per essere stimato da loro, ma per non essere odiato da Antonina.

Come il cane, che quantunque satollo, non permette agli altri di mangiare, e li addenta se osano toccare l’osso da lui abbandonato, così Nerone, benchè interamente appagato dalle attrattive di Poppea, pretendeva ch’altri non osasse toccare alle donne, che a lui inspiravano simpatia, nè a quelle che aveva amato.

L’astuta Domizia conosceva bene la frenesia del nipote, e per questo, tornando dal palazzo d’Antonina, aveva a bella posta spiegato a mal senso le tenerezze fraterne e la presenza d’Atte in quella casa, per eccitarlo e spingerlo alla vendetta.

Ma quelli eziandio, ch’erano persuasi dell’avvelenamento, non s’immaginavano quale fosse stato il vero scopo del delitto.

Chi lo attribuiva a gelosia di potere, chi al rifiuto del dono, chi immaginava una cosa, chi l’altra.

Pochi soltanto avevano colto nel segno, e fra questi il furbo Isidoro Cinico, che un giorno ne stava discutendo con Cercopiteco Panerote nella taverna di Salvidieno Orfido.

— Tu erroneamente opini, — diceva Panerote, — se ci fosse stato veleno nelle vivande, o nel vino, io che mangiai, e tracannai di tutto, più che da me si potesse, non starei qui a persuaderti.

— E a persuadermi non riuscirai. Nerone nel compiere le sue malvagità, adopera tali artifizii che nessuno riesce a scoprire. Non avvi sulla terra versipelle maggiore di lui. Avrà saputo bene infingersi e far presentare alla sola vittima designata la paropside o la copula avvelenata. La fretta colla quale fe’ tumulare il povero Britannico è prova irrefragabile del delitto.

— E invece, — rispose Cercopiteco, — fu quello atto di pietà verso Antonina, per la quale nutre sempre somma benevolenza.

— Lo so, — disse con inarcato accento Isidoro.

— Lo sai, e pretendi che le abbia ucciso il fratello.

— Ma tu non ti desti mai la pena di studiare il carattere di Cesare? Non ti sei mai accorto della sua feroce gelosia? È di questa, non d’altro, che fu vittima Britannico.

— O Cinico, la tua smania di biasimo ti spinge tropp’oltre.

— Quanto io asserisco è verità.

— Tu non frequenti la corte, e pretendi conoscere gl’intimi pensieri del muto Imperatore.

— Se Nerone è muto, è loquace sua zia Domizia, che palesò codesto segreto.

— Ma s’egli adora la divina Poppea?

— È vero; ma ciò non toglie ch’egli sia geloso di tutte le altre donne, alle quali porta affetto.

— Io credo che dal ripudio d’Ottavia egli non abbia più visto Antonina.

— T’inganni, or son pochi dì io stesso lo vidi entrare nel palazzo di lei.

E Isidoro Cinico diceva il vero.

Un giorno Nerone si presentava improvvisamente ad Antonina, volendo constatare egli stesso l’impressione prodotta in essa dalla morte del fratello, e desiderando riveder Atte.

Entro il vestibolo s’imbattè nell’Apostolo Paolo, che usciva, e gli chiese alquanto bruscamente cosa egli venisse a fare in quel luogo.

— A consolare gli afflitti, — rispose l’altro, — come m’impongono i comandamenti del mio Dio.

— Dimmi, o cristiano, l’afflitta che tu qui vieni a consolare, divide forse l’opinione di quelli che attribuiscono a un tradimento la morte di Britannico?

— In anima retta, come quella d’Antonina, non può allignare il sospetto di così enorme scelleratezza. Sono soltanto le fiere che uccidono gl’innocenti; e i cristiani lo sanno.

Nerone comprese il senso di queste ultime parole e rispose con accento sdegnoso:

— I seguaci del tuo Dio non sono innocenti poichè insultano ai nostri Numi, ne irridono i Sacerdoti, ne devastano i templi. Hai tu capito, o sedicente Apostolo? Ciò altra volta ti dissi, ed ora te lo ripeto, perchè apprenda a tacere e a rispettare la giustizia di Cesare.

E s’avviò verso l’atrio, pieno di mal talento contro l’Apostolo.

Quando fu annunziato ad Antonina, questa sedeva nella zotheca lavorando.

Al nome del tiranno si fe’ ancora più pallida, aggrottò le ciglia, e deposto il lavoro, levossi, e passò nella stanza, dove l’Imperatore attendeva.

Le gramaglie, dando maggior risalto alla splendida carnagione, accrescevano venustà alla bella persona di lei.

Non più torvo lo sguardo, ma austera in volto,

— Salve, o Cesare, — essa disse.

— Salve, o bella Antonina, — rispose Nerone con dolcezza grandissima e raffinata ipocrisia.

— E che ti conduce, — riprese la donna, — presso la sorella d’Ottavia e di Britannico?

— Questi due nomi sulle tue labbra suonano rampogna, non è vero?

— La tua coscienza risponda per me.

— Punii Ottavia credendomi tradito da lei. Fui tratto in inganno dallo scellerato Aniceto, che si nasconde; ma io saprò trovarlo per fargli scontare la calunnia infame coi tormenti e la morte. Accusami di quel delitto, e avrai ragione; ma non unirti ai miei nemici nel credermi l’uccisore di tuo fratello.

— Come sia morto il mio adorato Britannico non so. So che il suo cadavere, caldo ancora, fu per ordine tuo sepolto, e a me togliesti il conforto di dargli un ultimo bacio, e rendere alla cara salma gli onori dovuti al figlio d’un Imperatore.

Qui Nerone, raddoppiando di sfrontatezza e d’ipocrisia, volle con sdolcinate parole persuadere Antonina d’essere stato spinto ad agire così dal profondo affetto, che conservava sempre per lei.

Insomma voleva farle credere quello che aveva dato ad intendere agli altri.

E continuò nelle tenere proteste, dichiarandosi pronto a darle prova in qualsiasi circostanza de’ suoi sentimenti per essa.

E in quel momento i sensi parlavano in lui, non il cuore.

Vedendo però che la donna rimaneva impassibile, esclamò con impeto:

— Ah vedo bene che tu sei circondata da gente che m’odia e credi più ad essi che a Cesare.

— Io non ascolto altra voce che quella della mesta anima mia.

— E fra i più accaniti nemici v’è certo quel cristiano Paolo.

— Lo accusi a torto.

— Egli, esaltando i meriti del suo Dio, cerca forse di far di te un’apostata. Guai a lui!

Antonina, con un amaro sogghigno, interruppe dicendo:

— Vendicati pure di quell’uomo santo, rapiscimi anche questo amico, ed io avrò, o Cesare, una nuova prova della tua benevolenza per me.

— A quanto sembra, ti sta molto a cuore quel Tarsiotto, poichè temi per lui, — disse con mal celata stizza Nerone.

— Temo per tutti coloro che son fatti segno all’ira tua.

— Ma colui non ebbe finora da me che prove di clemenza. E clemente sarò tuttavia con esso, poichè tu lo desideri; ma si guardi di non provocare il mio sdegno, cercando di convertire i pagani alla fede del suo Dio, non meno bugiardo e risibile dei nostri Numi. E guai però, ripeto, guai ad esso sopratutto, se cerca colla sua eloquenza di traviar la mente di persone a me care. È di te, che parlo, Antonina, di te, che dopo Poppea sei l’unica donna ch’io amo. Ora sei avvisata. Vale.

E la lasciò senza nemmeno curarsi di vedere Atte; tanto usciva turbato da quel colloquio.

Nè meno turbata rimase Antonina, in cui quelle ultime parole avevano destato un senso di paura e di ribrezzo.

E Nerone non aveva certo parlato così per rispetto al culto pagano, pel quale egli stesso confessava di professare profondo disprezzo; ma nel timore che un altr’uomo, un cristiano, potesse esercitare tanto impero sulla mente e sul cuore di quella donna, che non gli apparteneva, ma di cui pretendeva d’esser arbitro.

Ed ora andiamo a trovare il mago Simone, che gli ozii e la vita sedentaria del carcere avevano reso adiposo e mencio.

Egli è occupato a cucire alcune verghe nell’interno d’una casula[101] nera. Di tratto in tratto manda un sospiro, lascia il lavoro e va ad affacciarsi al pertugio, da cui prende luce la prigione.

Poi si mette a passeggiare nell’angusta cella, tornando di tratto in tratto a guardar fuori, e alla sua occupazione.

E cosa mai rende quel tristo così agitato?

A Nerone, che fidava sempre nella magia di lui, benchè più volte l’avesse trovato in fallo, era saltato il capriccio di vederlo volare, sperando con quel miracolo, di buona o cattiva lega, umiliare l’Apostolo Paolo.

Simone sentì agghiacciarsi il sangue allorchè il messo di Cesare venne a dirgli ch’era venuto il tempo di mantenere la promessa, e che se voleva riacquistare la libertà e la benevolenza imperiale, doveva librarsi a volo dall’alto del carcere Mamertino.

Non era facile uscir da quel bivio tremendo. Il negare, o il confessare ch’era stata la sua una spavalderia poteva costargli il flagello, o fors’anco la morte. Il dichiararsi pronto ad obbedire gli dava a pensare; ma purtuttavia finì per accettare.

Chiese soltanto che Cesare gli accordasse alcuni giorni di tempo per riacquistare le forze perdute in carcere.

La sua speranza d’esito felice era tutta riposta nel filtro promessogli da Locusta, e le aveva mandato una lettera col mezzo d’un inserviente dell’ergastolario, dicendogli che gli verrebbe consegnato un medicinale corroborante.

Ad onta però della sua ingenua fiducia nella portentosa bevanda della giudea, lavorava nella _casula_ a quel modo per rendere in ogni caso meno micidiale la caduta.

Ne voleva formare come due ali di pipistrello, legando le estremità della casula ai polsi e alle tibie, come aveva visto a fare una volta in Samaria da un giocoliere.

Il triste teneva moltissimo a conservare il predicato di _Gran Virtù di Dio_, a riacquistare la stima di Cesare, a confondere l’Apostolo Paolo e gli altri suoi nemici cristiani. Ma sopratutto teneva a salvar la pelle.

Locusta, letta ch’ebbe la lettera di Simone, consegnò allo schiavo dell’ergastolario una fiala dicendogli:

— Questo filtro darà al prigioniero forze bastanti per volare fino al cielo.

E le parole accompagnò con un sinistro sogghigno, in cui si leggeva tutto il piacere della vendetta pei ducentocinquanta nummi che gli aveva truffato nel fatto di Rubea.

Quando lo schiavo tornò al Mamertino, e diede la fiala in mano a Simone, questi si sentì sollevato di spirito, e fe’ sapere a Cesare ch’egli era pronto ad operare il miracolo.

I banditori lo annunziarono al popolo, che accorse in folla davanti al carcere, nella speranza che il prodigio si cangiasse in una catastrofe.

Paolo, Luca, ed altri cristiani si tenevano in gruppo a poca distanza dall’Imperatore, che sedeva sopra un terrazzo attiguo al carcere.

Nerone, quasi sicuro di confondere l’odiato Apostolo, rivolgeva di tratto in tratto il bieco sguardo verso quel gruppo con aria di trionfo.

Finalmente s’udì un lungo squillo di tromba, e poco dopo, circondato da soldati, comparve Simone sull’alto del carcere.

Allora tacque il bisbiglio della folla, tutti gli occhi si fissarono su lui, che bevve il contenuto della fiala, ed esclamò ad alta voce:

— Tremi chi non crede Simone Gran Virtù di Dio!

— Empio bestemmiatore! — gridarono dalla via Paolo e gli altri cristiani.

Il mago aprì le braccia e si slanciò nel vuoto.

Scoppiò un urlo universale di spavento. La folla si ritrasse da ogni banda per non essere colpita dal corpo di Simone, che precipitando abbasso, andò a cadere sulla terrazza ov’era Nerone, ch’ebbe la tunica spruzzata di sangue[102].

Pieno di ribrezzo e di dispetto, scansò col piede il cranio sfracellato del moribondo, e andò via.

Attribuì quella caduta ad esorcismi di Paolo, poichè non poteva ammettere che Simone si fosse azzardato al volo senza l’aiuto d’un’arcana potenza, o per lo meno d’un artifizio prodigioso.

E l’efficace facoltà, ch’egli supponeva nell’Apostolo, lo rendeva turbato, giudicandolo nemico pericoloso. L’avrebbe di buon grado appeso alla croce, ove non lo avesse trattenuto la promessa fatta ad Antonina, e la vergogna di mostrarsi pusillanime, lasciando travedere la paura che gl’inspirava il cristiano.

Fortunatamente per lui, altri avvenimenti vennero ad occupare la mente del tiranno, che vedeva soddisfatto finalmente uno dei suoi più ardenti desiderii, quello d’aver prole.

Poppea era madre, ma le sofferenze della gravidanza, il dispiacere di vedersi sformata, essa che teneva tanto alle sue bellezze, la rendevano triste ed intollerante di tutto. Nerone però non ci badava, e sfogava la sua egoistica gioia in accademie, e in orgie con parassiti e cortigiane.

Poppea non amava Nerone; purtuttavia si sentiva ferita nell’amor proprio, vedendo com’egli fosse indifferente alle sue sofferenze; ma lo stesso amor proprio le suggeriva di non mostrare il suo dispiacere.

Essa diede alla luce una figlia, alla quale fu imposto il nome di Claudia, mentre la madre ebbe il titolo d’_Augusta_.

Durante il puerperio essa consultò archiatri e femmine, che vendevano specifici per conservare la freschezza della pelle e la venustà delle forme.

Un mese dopo il parto andò a Baja, insieme alla bambina colla sua nutrice, seguita da un codazzo di schiavi, di carri e d’animali tra cui le sessanta giumente.

Prima di partire era andata a congedarsi dall’Imperatrice Agrippina, che conservava sempre contro la nuora un fondo di livore per la sua bassa origine, per la morte d’Ottavia, e per esserle stato da lei rapito il dominio sul cuore del figlio.

E il veleno di quel sentimento, allorchè si trovavano insieme, stillava sovente dalle sue parole.

Essa le dimandava perchè lasciasse Roma in quei giorni che si dovevano celebrare le feste di Bacco.

— Egli è appunto per evitarle, ch’io parto, — rispose Poppea.

— Peccato, — rispose Agrippina con ironia malvagia, — che tu non ami assistere ai baccanali; anzi dovresti prendervi parte, poichè non potrebbe trovarsi Dionisiade[103] più bella di te.

— Per quanto giovine io sia, — rispose Poppea, dandole pan per focaccia, — non potrei vincere delle fanciulle. Ma se tu corressi con me, diva Agrippina, la mia gioventù ti vincerebbe per certo.

E dopo essersi scambiati degli sguardi poco benevoli, si separarono.

Poppea riferì quel dialogo a Nerone, che si morse il dito, e poi disse alla moglie:

— Parti.

— E tu non m’accompagni, come avevi divisato?

— No, io resto.

CAPITOLO XXIV.

Il parricidio.

Il giorno seguente Nerone si recò nelle stanze d’Agrippina e le disse:

— Madre, io voglio che sia pace fra noi. Abbracciami e baciami sulla bocca e promettimi che questa sera ti presenterai alla cena, che offro agli amici. Saremo tutti bizzarramente travestiti, e tu avrai il capo coronato di pampini, i capelli disciolti, porterai sulla spalla sinistra un manto di pelle di capra e avrai nelle mani il _tirso_[104].

— E che follia è questa? Ti prendi forse giuoco della madre tua?

— La zia Domizia mi narrò che una volta ad un’orgia di Claudio si presentò improvvisamente una baccante col petto a metà denudato, e col viso coperto dalla persona[105]. E quella baccante eri tu.

— Fu nella spensieratezza della gioventù, che mi prese quella vergognosa fantasia.

— E se tale tu la giudichi, o madre, perchè la proponesti a mia moglie?

— Ora comprendo: — rispose Agrippina, — fui denunziata, e tu vieni a rinfacciarmi la supposta offesa che feci all’Augusta tua sposa.

Ed accompagnò le ultime parole con un sogghigno sardonico.

Nerone, reprimendo gl’impeti della rabbia, rispose sogghignando pur esso:

— Se non la moglie di Cesare, dovevi almeno rispettare in Poppea Augusta la madre del tuo drudo.

— Di chi parli? — dimandò Agrippina.

— Del giovinetto Ruffo Crispino, mio figliastro. Negheresti forse che di quell’imberbe facesti le tue voglie? Anco stanotte tu l’attendevi forse, ma lo attendesti invano.

— Che facesti di lui? — chiese con ansia la donna.

— Lo desideri?

— Sì, lo desidero ardentemente, poichè vuoi saperlo.

— Confessi dunque che l’amavi.

— E a te che importa? Non sono tua madre, la vedova di Claudio, arbitra de’ miei sentimenti? E a te, figlio perverso, chi dà il diritto d’investigare le mie azioni? Palesami tosto ov’egli si trovi.

Nerone rispose con calma terribile:

— Nelle voragini del Tebro, ove fu gettato mentre si divertiva a pescare.

Agrippina, in preda a furente desolazione, s’avvicinò al figlio colle braccia levate, e le mani strette in pugno esclamando:

— Ah per tutti gli Dei belva più efferata di te non cinse mai la diadema dei Cesari.

— Frenati, e ascolta: — rispose Nerone, — quantunque la tresca mal s’addicesse a te, vedova e madre d’Imperatori, io avrei forse lasciato quel fanciullo agli amorosi godimenti del tuo cubiculo; ma lo punii per averti vituperata publicamente, ed aver pronunziate frasi oltraggiose contro la madre sua, la divina Poppea. E la sua fine sia d’esempio a tutti coloro, che ardiscono offendere la moglie di Cesare.

— S’egli è a me, che rivolgi queste parole, sappi ch’io disprezzo le tue minacce; e bada, o scellerato, bada a te stesso, poichè il sangue delle tue vittime grida vendetta.

E lanciando al figlio uno sguardo terribile, aggiunse gridando:

— Ti sfido.

— Ed io, — rispose Nerone, — la sfida accetto.

Crispino, colla iattanza dei giovinetti, erasi vantato in publico nella taverna di Salvidieno Orfido dei favori che gli accordava Agrippina, scendendo ai più laidi particolari dei godimenti notturni, vantando le belle forme di lei, e sostenendo valer queste assai più che le carni di sua madre Poppea, avvizzite per le molte battaglie amorose.

Avendolo qualcuno redarguito per le sconvenienti parole, egli aveva risposto che non essendosi la sua madre mai curata di lui, non aveva per essa che profondo disprezzo.

Fra i molti ascoltatori dell’imprudente discorso v’erano Isidoro Cinico, che non mancò di ripeterlo all’universale, e Lucano, dal quale fu riferito a Seneca, che lo esortò a tacere per non provocare la vendetta di Cesare contro quel disgraziato.

Ma la cosa non tardò a giungere all’orecchio del tiranno.

Lo seppe da un delatore il giorno stesso che partiva Poppea, ed egli rimase per compire la vendetta sulla madre e sul drudo, senza curarsi d’indagare se fosse questi veramente colpevole.

Poi cominciarono le persecuzioni contro la madre. La privò d’ogni autorità, d’ogni onore, si liberò del tutto dal giogo di lei; la guardia germanica che custodiva la sua persona le fu tolta. Non volendola aver vicina per timore d’insidie, la costrinse a lasciare il palazzo Augustale e prender dimora in uno dei grandi edifizii degli orti Neroniani.