Le confessioni di fra Gualberto

Part 9

Chapter 93,886 wordsPublic domain

Il cuore le avea dato un sobbalzo a quelle inaspettate parole, ma tosto erasi fatta a reprimere quel moto d’allegrezza, temendo di qualche inganno nascosto.

— Come v’argomentate ch’io possa, non che credervi, udirvi? — disse ella poscia, mentre poneva il piede sulla gradinata del tempio.

— Di me avverrà ciò che a voi piace, madonna; eccovi intanto il vostro uffiziuolo, — rispose il giovine, inchinandosi in atto reverente e sporgendole il suo libro di preghiere; — qui dentro è una lettera del mio povero amico.

In chiesa, tra le carte del libro, Anna avea letto il foglio di Macham. Il giovine non era altrimenti un famiglio, sibbene un fidatissimo amico, il cavaliere di Blackstone, che, arrisicato com’era e cortese, mentiva nome e stato per fargli servizio. Sentisse ella compassione, aggiungeva Roberto; egli non poter vivere senza di lei ed esser pronto a morire, se ella non infrangesse quel nodo abborrito. E qui ricordava le arti sleali, i brutti maneggi del conte, negando che il cielo potesse aver benedette le nozze, santificato un giuramento in tal guisa carpito. Che dirle di più? Ella giudice tra il conte e lui; ella arbitra, con una parola, della sua vita e della sua morte. Che se l’antica fede non era spenta nel cuore di lei, se ella accoglieva il suo disegno di fuga, il cavaliere di Blackstone l’avrebbe indettata del giorno e del modo.

Cotesto occorreva nei primi dì dell’aprile. Anna ascoltò il tentatore. La sua colpa fu quella; ma invero, piegarsi ai voleri del conte, profanare quel suo grande affetto per Macham, era assai più di quello che potessero le forze sue sostenere; il sacrifizio di tutta la sua esistenza, veduto allora da presso, le parve orrendo; la paura, il ribrezzo, ebbero facil vittoria del suo giuramento; vittoria che da solo non avrebbe ottenuta l’amore.

Fu per tal modo concertata la fuga. E un giorno ch’ella era uscita a cavalcare, seguìta dall’infinto donzello, avea messo a galoppo il palafreno sulla riva degli Ontàni. Il rimanente era noto al pietoso amico, al padrone della galera, che inconscio aveva dato mano alla impresa, così meditata da Roberto Macham e condotta a fine dal cavaliere di Blackstone. Il pentimento aveva tenuto dietro alla colpa; dalla prima mattina che s’era veduta in alto mare per infino a quel dì che doveva esser l’ultimo dei suoi patimenti, ella non aveva fatto che piangere il suo fallo, ed implorava ora il perdono di Dio, ella che, sulla riva degli Ontàni, dinanzi a Lanzerotto, per la prima volta dopo le sue nozze col conte, aveva stretto la mano di Macham.

Ella era pura come un angiolo del Signore, quella bellissima peccatrice; ben più colpevoli noi, che l’avevamo fatta segno alle nostre bieche gelosie, ai nostri desiderii profani. E noi vivevamo; ella moriva.

Trassi di sotto al giustacuore un piccolo crocifisso d’argento, eredità dei miei maggiori. Mia madre morente me lo aveva donato, e quest’altra morente dovea stringerlo alle sue labbra; doppiamente caro, scenderà meco nel sepolcro, insieme col ricordo dei due soli amori di mia vita. Questo spiccai allora dal collo e lo posi tra le sue mani tremanti.

— È dentro di questa croce una scheggia del santo legno; — le dissi, alzando solennemente la voce. — Ella vi darà forza a superare questo affannoso momento, e quella benedizione che il mio labbro non è abbastanza puro per darvi, mia povera martire!

Un raggio di celeste allegrezza balenò dalle sue pupille semispente; le labbra, accostandosi avidamente al segno del perdono, mormorarono una parola di gratitudine.

Macham frattanto, poichè il pietoso ufficio era compiuto, veniva ad inginocchiarsi all’altra proda del letto.

— Ed ora, sorella mia — soggiunsi — udite la mia confessione. Vi ho amata e vi amerò fino a tanto ch’io viva. Questa, sebbene manchevole, è la mia sola discolpa. Da quest’isola noi potevamo partire il dì dopo l’approdo. Se l’avessi fatto, nulla sarebbe avvenuto di ciò che ora ne strazia. Nol feci, geloso della ventura altrui, e n’ho acerbo rimorso nell’anima. Mi perdonate voi!

— Si, a voi, a tutti... — rispose. — Così era scritto! Io fui più amata che non accadesse mai a creatura mortale, e forse era effetto di qualche malìa. Il Signore mi usi misericordia e mi accolga nella sua pace. Udite ora, messer Gentile, e voi Roberto; di una grazia vi prego...

— Dite! — le gridammo ansiosi ad un tempo, già temendo non fosse per mancarle la voce.

— Qui, dove io muoio.... un altare!

— Sì, non dubitate! — mi affrettai a dirle io, dando in uno scoppio di pianto.

— Grazie! — ripigliò la morente, sollevata da quella nostra promessa. — Qua le vostre mani, poveri amici che io lascio. Ma non vi accorate, non piangete così; ci vedremo ancora, ci vedremo lassù.

Furono queste le sue ultime voci. Le seguì un respiro affannoso, che parve poco stante calmarsi, nè più altro s’udìa nella camera, fuorchè il suono dei nostri mal rattenuti singhiozzi. Inginocchiati d’intorno a lei, strette le sue mani nelle nostre, rimanemmo tutta la notte in quella muta agonia. Io, non so quando, sentii la sua mano farsi di gelo; tuttavia non mi mossi, nè apersi le ciglia, intormentito com’ero, non potendo credere a ciò che pur troppo in quell’istante accadeva.

XII.

Il sole ci vide in quella postura, l’uno di rincontro all’altro, ispide le chiome, gli sguardi stravolti e non mutati in cuore da quelli di prima. Tratto un lembo del lenzuolo sul viso della morta, quasi temendo non avesse ella a scorgere ciò che stava per accadere, Macham piantò i suoi occhi torvi ne’ miei. Intesi che volesse dir quello sguardo, e mi alzai per uscir dalla camera; egli fu pronto a seguirmi.

Stanchi della notte vegliata, i miei uomini dormivano sui loro giacigli. Uscimmo all’aperto, io innanzi, egli sempre dietro di me, muti ambidue. Non so per qual tacito patto avvenisse; egli fu per avventura un memore istinto che ci guidava alla collina, e poco dopo giungevamo a quel medesimo luogo dove Anna mi aveva narrato de’ suoi voti, ahimè! dispersi dall’implacabile destino, e dove poscia ella era giunta, infelice creatura, a ricevere quell’ultimo colpo, che la sua pietà voleva risparmiato ad uno di noi.

Colà giunto, mi volsi. Macham del pari fe’ sosta.

— Che volete voi dunque? — gli chiesi.

— La vostra vita per quella di lei! — rugghiò egli feroce. — Lo avete confessato stanotte; potevate, senza danno, nè pericolo, rimettere alla vela il giorno dopo l’approdo, e quella donna era salva da morte. Ella vi ha perdonato, Gentile Vivaldi; io no. Voi morrete di mia mano; indi i vostri scherani mi sbranino pure, a me non importa.

— Ah non sarà, messere; aspettate!

Ed affacciatomi al ciglio della rupe, misi un fischio acutissimo. Lanzerotto non istette guari ad uscire dalla capanna, che si scorgeva nel prato sottostante. Ad un mio grido si volse, ci vide, e tosto si mosse alla volta del bosco, per inerpicarsi al luogo ove noi eravamo.

— Che fate voi ora? — mi chiese il mio avversario.

— Nulla che guasti il vostro disegno; tra poco il vedrete.

Macham non disse più altro, e per chetare la sua impazienza, come leone cruccioso nella sua gabbia ferrata, si diede a misurare con rapidi passi il breve spazio che correva tra noi, lunghesso il margine dell’onda.

Lanzerotto giunse e indovinò tosto ogni cosa. Un grido disperato gli ruppe dal petto.

— Calmati, Lanzerotto! È guerra leale questa che or ora si combatterà tra di noi. Nè t’ho chiamato a piacere, nè a giudice, sibbene per dirti ciò che io voglio da te. Bada — soggiunsi con accento solenne — chiunque dei due abbia a morire, tu obbedirai al superstite. Giuralo!

— Lo giuro, messere! — rispose egli inchinandosi.

— Per l’anima di tua madre?

— Per l’anima mia e per la mia salvazione!

— E promettimi che tu darai contro a chiunque de’ miei si ribellasse a Roberto Macham, se a lui toccasse in ventura di uccidermi; giura che gli farai scudo del tuo petto, se alcuno, per amore soverchio di me, volesse farmi sleale dopo morto contro il mio ospite.

— Ah, molto mi chiedete, messere; — gridò Lanzerotto, straziato. — Ma lo volete; lo farò. Così il cielo vi assista, come io vi obbedirò in ogni caso peggiore.

— Or bene, ho il tuo giuramento. Qua la mano e vattene! Ma non temere — soggiunsi per confortarlo — ucciderò, non sarò ucciso. Or vanne laggiù, dove una povera morta attende gli ultimi uffizi dalla pietà dei superstiti.

Lanzerotto si allontanò obbediente da noi.

— Siete un leal cavaliere! — esclamò Macham, poichè fummo soli. — Ma tutto ciò era inutile. M’è di peso la vita.

Ciò detto, si piantò al suo posto e tolse dalla cintola il lungo ed affilato coltello, che era parte necessaria de’ suoi arnesi marinareschi. Io trassi del pari il mio e rimanemmo un pezzo, in atto di difesa e di aspettazione, taciturni, immoti, l’uno spiando negli occhi dell’altro i moti, i disegni, il punto propizio all’attacco. Nessuno aveva a giungere questa volta per trattenerci la mano. Ah! la voce di Anna accorrente lassù mi risuonava ancora all’orecchio, e lunge dallo intenerirmi, rinfiammava il mio odio, la mia voluttà di ferire.

Cominciò allora tra noi un combattimento alla guisa dei Catalani. L’ira chiusa, concentrata nel profondo, non turbava, soccorreva gli assalti, confortava la vigilanza, guidava gli infingimenti, assicurava gl’impeti nostri. Volendo ognuno di noi la vita dell’avversario, non uscimmo in colpi frequenti; solo mirammo a recarli mortali. Egli fu primo a muovermi incontro, ma il suo braccio diede nel mio e le coltella s’incrociarono; donde avvenne che egli spiccò un salto indietro per rimettersi in guardia. Assalii a mia volta e, finti due colpi ai fianchi, ne vibrai uno di sopra mano, che avesse a trovargli il sommo del petto; ma il suo braccio fu abbastanza sollecito al riparo, e la mia lama si piantò nel lacerto lussureggiante di muscoli. Io la ritrassi intinta di sangue.

— Non è nulla, non è nulla! — mi disse egli, raccogliendosi. — Or ora avrò il tuo!

E balzò furibondo sopra di me. Io già avevo fatto il mio proposito; ma egli non se ne addiede, acciecato dall’ira. In cambio di parare, cansai l’urto, traendomi rapidamente da banda, e, come mi fu giunto a paro, me gli avvinghiai alla vita, cacciandogli il ferro nel fianco. Egli stramazzò, non so bene se svigorito dal mio colpo, o tratto dall’impeto del suo medesimo assalto; ed io gli fui sopra, puntellandogli nelle reni il ginocchio e correndogli colla manca alla gola. Bene tentò egli di ferirmi, e sentii la punta del suo coltello sfiorarmi al basso dell’omero; senonchè, così inchiodato a terra, gli venian meno le forze. Egli fu un istante che io avrei voluto risparmiarlo; ma un pensiero orrendo, sacrilego, mi corse allora alla mente, come di farlo morire dannato, e senza più gl’immersi il coltello nel cuore.

— Grazie! — mormorò egli. — Che Iddio mi perdoni!

Ah! lo rammento, lo vedo ancora, lo sento corrermi per tutte le fibre, lo sguardo che egli mi volse in quel punto. Tutto il mio sangue intorpidito, già presso a congelarsi, riarde e si rimescola; sdegno e pietà, rabbia e rimorso, mi combattono insieme. Fu egli perdonato? E lo sarò io? Macham, mio animoso nemico, il tuo fu peccato d’amore. Mi odiavi, come io te; ma se io fossi caduto sotto il tuo ginocchio, se il tuo ferro m’avesse trovate e distrutte le fonti della vita (che certo sarìa stato miglior fine a’ miei mali) avrei io avuto la virtù di ringraziarti e di volger l’anima al cielo? Non so.

Un flotto di sangue uscì gorgogliando dalle sue fauci; gli occhi errarono incerti, smarriti, nuotanti tra vita e morte; indi si arrovesciarono e il lume delle pupille si spense; un rantolo si udì, s’irrigidirono ad un tratto le membra; era morto.

Inorridii a quella vista e forsennato mi diedi a fuggire. Strani terrori mi assalsero; sentii da principio come un vuoto dintorno e dentro di me, un gran vuoto, un terribile vuoto; indi presero a rombarmi le orecchie, ed il suono, fioco da prima, crebbe, incalzò, sorse a fragor di tempesta. Nè manco tormento mi veniva per gli occhi, innanzi a cui si rappicciolivano le cose, si sformavano tutte parvenze, si sprolungava a dismisura la via. Da un albero all’altro correa tale distanza, che il varcarla mi pareva da più di mie forze, e, sebbene io n’andassi a furia giù per la china, sentivo rattrappirsi le ginocchia e i piedi restarsi inchiodati. Orribil visione! Ogni tronco che mi si parasse davanti era un insuperabile ostacolo; ogni ramo che mi sfiorasse era un braccio proteso per arrestarmi. E dietro a me la cascata mettea voci di maledizione; la selva tutta mi si stringeva, mi ruinava sul capo, e fremiti, e sibili, ed ululati senza posa, mi gridavano alle spalle: Caino!

Un’ombra mi venne incontro, misi un grido, tentai di fuggire, ma invano. Era Lanzerotto, e le sue parole amorevoli mi ricondussero in me. Egli aveva tutto indovinato, però non mi fece domanda, e, toltomi il coltello intriso di sangue che ancora stringevo nel pugno, rasciugato il sudor freddo che mi grondava dalla fronte, mi sorresse tra le sue braccia e mi guidò alla capanna. Il luogo era deserto, imperocchè, temendo contraria la sorte del combattimento, egli aveva mandato i miei uomini, non so con quale pretesto, alla spiaggia.

Giunto colà, mi tornò in mente la morta. Svincolatomi dalle braccia del mio còmito, corsi là dentro. La camera era triste, muta, solenne come un santuario. La spera del sole penetrava dubitosa dal secco fogliame delle pareti, dipingendosi in malinconici riflessi su quel letto funereo, dal cui capo pendeva la ghirlanda di fiori immortali che io avevo intessuta pochi giorni innanzi per lei. Ahimè! i fiori erano freschi tuttavia, ed ella era là, morta, sotto quel bianco lenzuolo.

Tremante mi prostrai, stesi la mano e rimossi il lembo geloso che quegli, spento a sua volta, aveva tratto in alto a coprirla. Il viso dell’amata mi riapparve allora bianco, freddo, inanimato, ma bello. Così m’era apparsa leggiadra, due mesi prima, nella sua città natale, sotto l’arco della chiesa, ov’io non avevo veduto che lei. Erano chiusi que’ grandi occhi neri, che guardavano lunge, come anelanti a più lontane regioni, perduti nella contemplazione d’un mondo invisibile. Ah, in quel mondo posavano essi oramai! Su quella fronte ampia, nitida, perlata, non scintillava più lo smeraldo, ma il sole scendeva ancora co’ raggi amorosi a baciarla, scherzava pur sempre nelle brune trecce disciolte. La morte aveva suggellata in quel viso e in tutti i riposati contorni della persona quella forma di bellezza marmorea, che tiene lo sguardo e commuove di arcani desiderii lo spirito. Nè morta pareva, bensì dormente; ond’io stetti a contemplarla immoto, trepidante, frenando il respiro, quasi per tema di turbarle quel suo placido sonno.

Dov’era in quel punto l’anima tua, o Anna, o unica e sola donna che amai, divina immagine che la mia mente ha ritenuta, per inebriarmi le lunghe e dolorose vigilie? Errava essa intorno alla sua spoglia mortale? E mi vide allora, mi lesse qui dentro gli affanni, i rimorsi, le angoscie d’un amor disperato? Mi udì essa, quand’io, tratto fuor di me dall’acerbità dello spasimo, presi a favellarle come a persona viva, a chiederle una parola, una sola parola di perdono e d’affetto? A me parve che que’ severi lineamenti acquistassero moto, che quelle sopracciglia si corrugassero, che quelle labbra si atteggiassero a rimprovero. Nè più potendo resistere alla piena del dolore, mi strinsi al capezzale, posi le labbra affannose su quelle mani fredde, su quelle labbra smorte, su quel seno, ahimè, senza battiti. Un brivido mi corse per l’ossa; una voce arcana mi disse sacrilego, e balzai indietro atterrito. Il bel viso era macchiato di sangue; intriso di sangue era il lenzuolo funereo; del sangue di Macham che io le avevo recato, estremo bacio del suo misero amante. Io li avevo divisi in vita; io stesso li ricongiungevo nella morte. M’investì un freddo acuto; vacillai gridando e caddi come corpo morto; stramazzai sul terreno.

Ciò che avvenisse poscia, m’è oscuro. Ben parmi di ricordare alcune cose, ma interrotte e sbiadite, come ombre di sogno. Vedo una fossa scavata ai piedi dell’albero e due corpi sepolti l’uno al fianco dell’altro. Vedo me stesso, ginocchioni, in atto di guardare istupidito i marinai che gettavano terra in quel vano, e di balbettar preci confuse; indi la capanna disfatta, un tumulo eretto a guisa di rustico altare, due tronchi foggiati a croce sovr’esso, ed una pietra che reca scolpiti due nomi, con una breve preghiera ai venturi. Sì, questa io la vedo ancora; ella dice così: «Pregate per essi, e per chi sopravvive.»

Più oltre non so, non ricordo più nulla di quel luogo e di que’ giorni, più nulla! Altro non vidi, o più non conobbi. Una gran notte, siccome nebbia sul mare, era discesa su me.

XIII.

Che fu del mio senno? Quanto durarono in me quelle tenebre? Tra esse, un fioco raggio, un barlume fuggevole, mi lascia scorgere una immensa distesa d’oceano, cielo e mare in tempesta, uno schifo trabalzato di continuo sui flutti e null’altro.

Quando finalmente tornai in me stesso, fu uno stupore che mal saprei ora descrivere. Non ravvisavo alcuna cosa dintorno; riviveva il concetto del presente, non la memoria del passato, nell’animo mio; però mi stetti lunga pezza trasognato a guardare quella caligine che man mano si venìa dissipando davanti ai miei occhi, e la nuova scena mirabile che ne era, come per incantesimo, emersa.

Vidi anzitutto un cortile, aperto nel fondo e spazioso, ricinto sui tre lati da lunghe file di svelte colonne intrecciate a spire, sulle quali si giravano archi eleganti, rigonfiati al basso, rotondati agli spigoli da marmorei cordoni, raggentiliti da bei trafori interposti, da fregi condotti in capricciosi meandri di fiori e fogliami, di animali stranissimi e di leggende scolpite in caratteri ignoti. Sotto uno di quegli archi io stavo seduto, e di rincontro a me, nell’ampio cortile, nel mezzo d’un pavimento fatto a musaico, poggiata sul dorso di quattro leoni, s’innalzava una vasca, donde spicciava un lieto zampillo d’acqua, vagamente ricadendo in pioggia minuta. Più oltre scorgevasi un folto aranceto, dietro il quale una ricca famiglia di palme spingeva in alto i fusti ronchiosi, agitando mollemente i verdeggianti fiabelli; più oltre ancora, ricise e spiccate su d’una lista d’azzurro sbiadato e di porpora, tondeggiavano cupole scintillanti d’oro, si rizzavano guglie di minareti, correano merlature, biancheggiavano torri e tetti sovrapposti di vicine città.

Da quello spettacolo, che m’avea colmo di meraviglia, ritrassi gli occhi a guardarmi dintorno. Un uomo sedeva al mio fianco, Lanzerotto, il mio còmito, il mio compagno di sventura. Alla sua vista sentii per gran tenerezza stemprarmisi il cuore; volli parlare, ma non mi venne fatto, e caddi nelle sue braccia, dando in uno scoppio di pianto.

— Ah! — gridò egli giubilante. — Mi ravvisate finalmente, messere?

— Sì, mio buon Lanzerotto. Ma che è egli ciò ch’io vedo? Ho forse sognato? Bristol, la tempesta, l’isola malaugurata.... Ah, vero pur troppo! — esclamai, notando l’aria dolente del mio vecchio compagno. — Ma che avvenne egli poscia? Dove siamo noi ora?

— A Tangia, messere, nella casba dello sceicco Abderaman, detto l’Emiro del mare.

— Prigionieri! ma come?

— Sì, prigionieri! — rispose. — Ci eravamo imbarcati sul palischermo rimastoci. Io volevo afferrare il capo di San Vincenzo, e voi, messer Gentile, sebbene assai giù dell’animo, avevate assentito. Ma, dopo due giorni di navigazione, il mare ci ha traditi, si è voltato a burrasca, con un vento di traverso che ci ha spazzato via la nostra unica vela. Così in balìa de’ marosi, siam venuti in deriva a dar nella costa de’ Mori, e da due mesi siam qui prigioni a Tangia, costretti a lavorare la terra, come servi di pena. Ah, messere! Io non mi dolsi tanto di questa sciagura, quanto di veder voi così fuori di senno, che ad ogni istante ho temuto non vi si vendesse al mercato, come uno schiavo disutile. Egli è vero bensì che ho faticato per due e che la nostra sorte non fu la peggiore che potesse toccare a cristiani, tra questa gente infedele.

— E i nostri compagni?... Rubaldo, Ogerio, Ingone, Buonvassallo, ove sono?

— Venduti, condotti a Mequina. A noi due è giovata la pietà d’una donna.

— Ahi — esclamai, sentendo a quel nome di donna rimescolarmisi il sangue.

— Sì, — continuò Lanzerotto — la compassione ha parlato al cuore di Fatimè, della leggiadra figliuola di Abderaman, la quale ci ha voluti a’ suoi servigi, e ogni giorno ci è larga di cortesi parole, che ci fanno parer meno grave il peso della nostra catena. Ma venite, messer Gentile; sebbene la sferza dell’aguzzino non sia fatta per noi, ci bisogna pur sempre mostrarci volonterosi al lavoro.

Seguii Lanzerotto nel contiguo giardino, ov’egli, di marinaio diventato giardiniere, attendeva alle sue cure campestri. Egli era lieto, il mio buon Lanzerotto, lieto come se avesse in quel giorno ricuperata la libertà. Ma questa, secondo lui, non poteva indugiar molto, poichè io avevo ricuperata la ragione. Ancora non sapeva in che modo saremmo usciti di là, ma non gli pareva più tanto malagevole impresa. Frattanto mi veniva informando delle consuetudini del luogo e di tutte quelle notizie che aveva potuto raccogliere; tra l’altre, della sorte toccata alla mia galèra, che aveva naufragato sulle coste vicine e la marinaresca era stata ridotta in servitù dallo sceicco di Màmora.

Sull’ora del tramonto, mentre io mi disponevo ad inaffiare alcune piante che il mio compagno m’aveva additate, s’udì poco lunge un fruscio di vesti e un suono confuso di voci donnesche.

— Ecco la figlia di Abderaman! — mi bisbigliò Lanzerotto.

Ella scendeva, seguìta dalle sue schiave, a diporto in giardino, ed io la vidi allora, snella e leggiera, comparire fuor da una siepe di gelsomini. Mi parve, anzichè donna, un indistinto di zendado e di seta, d’oro, d’argento e di monili. Infatti, giusta la foggia delle donne moresche, ella indossava un luogo guarnello bianco, da cui traspariva la gonna di seta porporina, e sovr’essi una tunica azzurra, aperta a largo scollo sul petto, che tutto era celato da una collana a più filze di perle. Ampie e diffuse le ricadeano a mezzo il braccio le maniche di tòcca bianca, intessuta di argento; un rosso cintiglio sprangato d’oro si girava mollemente attorno ai fianchi e un gran velo candido e lieve involgevale il sommo della persona, ma senza nascondere i contorni del viso e il nereggiar delle ciglia.

Lanzerotto le era andato incontro, ad offerirle umilmente un mazzo di fiori che egli aveva raccolti. Io non intesi ciò che egli dicesse nel breve colloquio che ebbe con lei; ma al certo ei ragionava del suo compagno di sventura, imperocchè la giovinetta, dopo averlo attentamente ascoltato, s’inoltrò verso di me e, guardatomi con occhi amorevoli, mi rivolse la parola in quel mescolato idioma, che serve agli accontamenti del cristiano coll’arabo e col giudeo, in tutti gli scali d’Africa e d’Asia.

— Gentile lavora? — mi chiese ella sorridendo.

Io m’inchinai confuso, in atto d’ossequio.

— So il tuo nome, — soggiunse, — e il tuo stato tra’ cristiani. Non ti logorare in questi umili uffizi; le tue mani son fatte per trattare la spada, e nella casa di Abderaman, l’Emiro del mare, non è ignota la pietà, nè il rispetto, pe’ cavalieri tuoi pari.

— Che il cielo dia allegrezza alla sua nobil figliuola! — risposi, ponendo la mano sul petto e chinando la fronte.

Il mio augurio al certo non le spiacque, imperocchè ella, sollevando cortesemente un lembo del velo, mi lasciò scorgere la guancia, che s’era tinta del color della porpora; indi si allontanò, proseguendo il suo cammino, leggiera e graziosa come una gazzella. Io rimasi impensierito al mio posto.