Le confessioni di fra Gualberto
Part 8
Ella mi tenne compagnia, in quelle lunghe ore di riposo, tutta soave ed amorevole in vista, vegliandomi con materna cura, nè consentendo che io facessi lunghe parole. Forse temeva per me, fors’anco prevedeva nell’animo dove sarebbe andato a parare il discorso. E mi tacqui, contento a guardarla, a sorbir da quegli occhi il dolce veleno. Intanto la natura riparatrice operava dentro di me, e due giorni dopo, rammarginata la piaga, cessati gli spasimi, io potei dirmi risanato senz’altro. Ero già uscito fuori con Anna, passeggiando lentamente sul prato, allorquando ci vennero udite le liete grida dei cacciatori che tornavano a noi. Mi volsi, e vidi Macham da lunge, piantato sulla rupe della cascata, colle braccia conserte al seno, in atto di guardarci. Poco stante si mosse e, seguitando i compagni, giunse a noi, più accigliato, più fosco, più taciturno che mai.
Il pasto fu malinconico e grave, come di gente impacciata, o pensosa. Nè egli disse parola, nè io, e, levata la mensa, uscimmo all’aperto. Volevo lasciarlo solo con lei, e mi disponevo ad uscire dal prato; senonchè, fatti appena pochi passi tra gli alberi, mi accôrsi che egli mi veniva da tergo.
— Come va, Adone? — mi chiese egli, accostandosi.
— Adone! — sclamai, trasognato. — Perchè Adone, e che volete voi dire?
— Sì; invero egli corre una certa differenza tra i due — disse egli di rimando con sarcastico piglio. — Adone, il prediletto di Venere, fu ucciso a dirittura dal cignale e pianto amaramente da lei, che mutollo in anèmone. Voi, più felice, vivete, e la dea vi sparge i pietosi balsami sulle innocenti ferite.
— Ma, in nome del cielo, che dite voi mai?
— Dico — tuonò Macham, con accento mutato — che avete fallito al vostro giuramento.
— Messere, per l’anima mia...
— No, voi mentite!
Gli era troppo, e a me parve d’essermi contenuto abbastanza.
— Roberto Macham — risposi, con voce soffocata dall’ira — debbo compiangervi. Dar del mentitore a me, voi? Siete un pazzo. Sospettare di Anna? Siete un codardo.
— Ah, non parlate di lei, se vi è cara la vita! Io potrei invogliarmi di sperimentare se quel vostro coltello vi trema nel pugno al cospetto dell’uomo, come davanti al cignale.
— Abbiatevi questo sollazzo! — gridai, accennandogli di seguirmi.
Così fece egli, e con rapidi passi m’entrò innanzi alla volta del bosco. Io zoppicavo un tal poco, ma che m’importava? Da lungo tempo io m’aggiravo in un ginepraio, senza trovarne l’uscita. Ora, l’uscita era là, pronta, onorata e sicura.
Il cielo rannuvolato e il tuono che brontolava da lunge, pareano rispondere al sordo rumoreggiare delle nostre collere. Andavamo per quella medesima via che io avevo già fatta pochi dì prima con Anna, e, così frettolosi, spronati da un pari desiderio di sangue, giungemmo in breve a quel ripiano verdeggiante di muschio, che si stendeva ai piè della rupe.
— Qui! — mi disse egli, fermandosi.
— E sia! — risposi.
Egli furente, io non meno di lui, avevamo sguainati i coltelli. Squadratici per pochi istanti nel viso, eravamo per serrarci l’uno sull’altro, quando un grido acuto s’intese, e tosto un mutar di passi tra gli alberi che vestian la collina. Era Anna con Lanzerotto, e questi, che la precedeva, sbucò veloce dal folto dei rami.
— Fermatevi! — gridò egli, agitato. — Madonna vi chiede in grazia di attenderla.
Ed Anna giunse, che appena egli aveva finito di parlare. Scomposta, ansante, pallida come persona morta, si gittò in mezzo a noi.
— Dio santo! Vorrete farmi morire dannata? Ma che è ciò, uomini feroci, che è ciò? Quale rispetto è questo, non dirò di me, che pel mio fallo son degna di cosiffatti dispregi, ma del nostro medesimo stato? È egli qui che rimarremo tutti sepolti, senza speranza del perdono di Dio? E cotesto doveva io aspettarmi da’ pari vostri? Ah, messeri, que’ coltelli branditi.... Ve ne supplico, abbiate pietà d’una misera donna!
E svenne. Gittato il coltello, fui pronto a sorreggerla, ma lasciai tosto nelle braccia di Lanzerotto e di Macham il dolcissimo peso, e corsi alla cascata lì presso, donde tornai recando acqua nel cavo della mano, a spruzzargliene il viso. Ciò non bastando, eglino la trassero, guidati dal mio cenno, al margine dell’onda scorrente, dove le cure nostre e la frescura del luogo le fecero finalmente ricuperare gli spiriti.
— Ah! — mormorò ella, riaprendo gli occhi. — Roberto! Messer Gentile! Ho io dunque sognato?
— Perdono! — balbettò Macham, buttandosi ginocchioni al suo fianco.
Il tuono rumoreggiava più da vicino, il cielo si era fatto più fosco e larghe goccie di nembo cominciavano a cadere; però ci disponemmo a partire di là. Anna non poteva muoversi, tanto era rifinita da quella scossa violenta, e fu mestieri portarla sulle braccia; malagevole uffizio in quel colmo di piante; onde il viaggio fu lungo, e già eravamo molli di sudore e di pioggia, quando giungemmo al riparo.
Il temporale ingrossò via via con rapidità spaventosa; ma noi non si pose mente nè alla pioggia dirotta, che scrosciava sulla impavesata del tetto, nè ai fulmini che spesseggiavano con orrido schianto dintorno, mettendo sinistri bagliori attraverso le frasche della capanna. Di lei ci davamo pensiero, di lei che malviva giaceva sul casto letticciuolo, portando innocente la pena de’ nostri odii feroci. Senonchè, sul far della notte, il vento, che aveva preso a soffiare con forza, scuotendo gli alberi della selva vicina, ci fe’ pensare alla _Ventura_, ormeggiata nella rada.
— Siamo su due àncore e saldo è il provese — mi dicea Lanzerotto, al quale avevo toccato delle mie apprensioni.
Ma neppur egli viveva al tutto sicuro, imperocchè soggiunse più tardi, come parlando a sè stesso: — Per altro, e’ non sarebbe male assicurarsi con un cavo di giunta. — E veduto come il vento, anzi che scemare, rinforzasse, pigliò una pronta deliberazione; indossato il suo gabbano col cappuccio di tela incerata, non guidato da altra luce fuor quella de’ lampi, uscì fuori speditamente, per condursi alla spiaggia.
Lo aspettai lunga pezza in silenzio, lo aspettai pazientemente fino a notte colma, mentre la bufèra scatenata imperversava sempre più forte; da ultimo, parendomi soverchio l’attendere, mi risolsi d’andare io medesimo sull’orme del còmito. La povera bella, vinta dalla stanchezza, dormiva, sebbene d’un lieve sonno, interrotto da subitanei sussulti ad ogni scoppio di tuono; Macham vegliava, seduto in sul limitare, col mento sul petto, gli occhi fisi in quel pallido volto adorato. Col gesto, più che colle parole, gli accennai dove andavo, e mi mossi. Uno de’ marinai volle venirmi compagno.
Uscito all’aperto, sotto quella tempesta, che mi faceva piegare mio malgrado le spalle, intesi il perchè Lanzerotto potesse tardare così lungamente al ritorno. Il prato, pel gran rovinìo della pioggia, erasi mutato in un vasto padùle e ci s’andava a guazzo, affondando i piedi nel fradicio terreno. Peggio fu, quando ci bisognò entrar nella macchia, la quale per larga lista ci divideva dal lido. C’inoltravamo brancolando come ciechi in quell’orrore notturno; ogni traccia di sentiero perduta; i lampi non rischiaravano davanti a noi che irti ammassi di fronde, e il vento ce li batteva rabbiosamente sul volto. Dopo molte fatiche durate in quell’andirivieni, io m’avvidi che, in cambio di scendere, prendevamo a salire. Certo era smarrita la via. Che fare? Il meglio era di dar volta verso la discesa, sperando di udire indi a poco il mormorio del fiumicello, che avrebbe potuto guidarci. Ma in mezzo a quell’alto frastuono niente si udiva; solo il bagliore della fòlgore venne più tardi a mostrarci la correntìa vorticosa d’un torrente gonfiato, che già eravamo sul punto di mettervi il piede. Balzammo indietro atterriti, tentando di andar oltre, lunghesso la sponda: ma indarno, chè laggiù il rigoglio delle male erbe, il viluppo dei rami, eran più folti a gran pezza.
Errammo per tal modo alla ventura, fino a tanto il fragore dell’onde non ci mostrò essere noi pervenuti alla meta. Ah finalmente! ecco il mare! Ma la galera dov’è? Forse abbiamo di soverchio piegato e siam giunti ad un’altra cala dell’isola? Ma no; un lampo schiara lo spazio; è ben questo il lido; ecco il palischermo tirato sull’arenaio; ecco la casupola de’ nostri artieri; ecco le travi squadrate. E la nave? Un brivido mi corse per l’ossa; gettai un grido altissimo a cui non rispose che il vento co’ suoi sibili acuti e il flutto co’ suoi cupi fragori. La rada era deserta. M’aggirai tutto intorno, cercando il tronco d’albero a cui sapevo esser raccomandato il provese, e lo trovai finalmente. Il nodo era intatto, ma la fune giaceva lenta sulla rena, spezzata poche braccia più innanzi. Questo mi rimaneva, e non altro della mia povera nave.
Fieramente percosso da quella sciagura, rimasi a lungo inerte sul lido. I primi barlumi dell’alba comparvero sul mare in tempesta, e ben vidi allora come noi fossimo soli. La galera non si scorgeva in nessuna parte di quelle onde sconvolte, che già il turbine l’aveva sbalestrata assai lunge. Forse più tardi i marinai avrebbero rimesso la prora sull’isola; ma come potrebbero governare? Il timone, rifatto pur dianzi, giaceva ancor sulla spiaggia.
E Lanzerotto? Udii poco stante la sua voce da tergo. Il poveretto, già tornato alla capanna, aveva ripreso cammino per venire in traccia di me. Volò alle mia grida, e m’abbracciò singhiozzando; indi si fece a raccontarmi tutto ciò che sapeva.
Egli era giunto sul lido in tempo per veder la catastrofe. Spezzati gli ormeggi e il provese dalle incalzanti folate, la galera aveva preso a correre, trabalzata sui flutti, e a lui erano giunte le strida compassionevoli dei compagni perduti. Gittare una gomena a terra non aveano potuto, poichè la nave in un batter d’occhi era stata sospinta al largo e così tratta in balìa del turbine, che egli, pochi istanti più tardi, non aveva scorto, nè udito, più nulla. Dov’era ella travolta? Il vento soffiava da ponente maestro, e, prima che si chetasse quella sua foga, la _Ventura_, se pure non le si schiudevano inesorabilmente sulla tolda i gorghi del mare, avrebbe fatto così lungo cammino da non osar più dar volta, senza governo com’era. Ed egli, povero Lanzerotto, era tornato in furia ad avvisarmene; ma, pur troppo, non aveva fatto altro che accrescer travaglio ai rimasti. Anna, all’udire il tristissimo annunzio, era stata colta da una febbre ardente; Macham si struggeva di dolore e di rabbia, non sapendo come darle sollievo.
Questo era il colpo di grazia per me. Senza darmi pensiero più oltre della galera perduta, senza badare all’acqua che mi scorrea gelida per tutte le membra, presi la via della macchia, e corsi, volai alla nostra capanna.
Tristo spettacolo mi si offerse allo sguardo, come fui giunto colà. Anna era in uno stato, che non saprei dirvi il peggiore. Scomposte pei tremiti convulsi della persona, le nere chiome si spargeano sul petto; le guancie ardevano, come divenute di fuoco; gli occhi scintillavano nelle orbite incavate, tanto guasto avea menato il male in brev’ora! Allo sguardo smarrito che volse su me, mi addiedi com’ella non mi conoscesse già più. Colta da delirio, usciva in parole rotte, confuse, piene di arcani terrori. M’ingegnai di calmarla; ma ciò non le avvenne che assai tardi nel giorno, e non già pe’ miei grami conforti, sibbene perchè, ridotta allo stremo, si accasciò sul guanciale, raffermando le ciglia stanche, mentre i moti affannosi del seno e il lento rammarichìo delle labbra socchiuse, mostravano esser di poco scemato il patire.
Per due dì il povero Lanzerotto si pigliò cura d’ogni cosa per noi. Egli mandava or l’uno or l’altro de’ quattro marinai in vedetta sui greppi, nella speranza che avesse a scorgersi in alto la nave; egli badava al còmpito di rifornire di vettovaglie l’assottigliata colonia; egli intendeva operoso, amorevole e provvido, a tutte le faccende di casa. E per due giorni si visse così, muti, inviliti, sospesi tra dubbio e timore. La tempesta era cessata, ma il vento durava gagliardo, nè la _Ventura_ si vedeva apparire. Orrido luogo, pauroso deserto, quell’isola, a cui pochi dì prima eravamo approdati con tanta allegrezza! Anna inferma e forse in fin di vita; noi soli, chiusi, separati dal mondo, senza poterla soccorrere che colla rozza arte e i manchevoli accorgimenti del marinaio! Macham, triste, abbattuto, divorato dai rimorsi, facea compassione a guardarlo. Di me non so, quale apparissi ai compagni; ma il pensiero di quella solitudine, di quella impotenza nostra, mi pungeva ad ogni ora, mi lacerava, mi struggeva nel profondo del cuore.
La mattina del terzo giorno, Macham era stato colto dal sonno ai piedi del letto di Anna. Ella s’era desta pur dianzi, e mi venìa guardando coi suoi grandi occhi accesi dalla febbre, come se volesse indagare i miei più riposti pensieri.
— Risanerete tra breve! — le dissi, componendo le labbra a sorriso.
— No, amico mio, questo è giudizio del cielo! — mi rispose ella, crollando mestamente il capo. — Eccoci qui, chiusi per sempre, sepolti vivi in questa solitudine.
— Oh, v’ingannate! la _Ventura_ tornerà. E poi, ci rimane il palischermo; nol sapevate? Possiamo adattargli una vela, e, se un tragitto di alcuni giorni in così piccola barca vi spaventa, andrò io, con due marinai, fino a Cadice, donde, noleggiata una nave, torneremo a questa volta. Conosco il mare, non temete, e vi condurrò in salvo a quel porto che vi piaccia di eleggere. Ma state di buon animo, ora, e badate a rifarvi.
A queste mie parole ella parve chetarsi; indi a poco, soavemente rinchiuse le palpebre, s’addormentò in un placido sonno, che durò parecchie ore del giorno. Ma verso sera, chiamatomi al suo capezzale, quasi proseguendo il colloquio della mattina, mi disse:
— No, messer Gentile, non tornereste più in tempo. Rimanete, amico mio; mi sento morire.
XI.
Morire! Morire in sul fiore della gioventù, nello splendore della bellezza! Ma perchè, grande Iddio, perchè allora vestir la creatura di tanta luce e porre questo miracolo di leggiadria sulla terra? Imperscrutabile arcano! E nondimanco, è in noi qualche cosa che si ribella e pugna e fa forza, quantunque invano, contro il pensiero della morte di una persona diletta. Egli sembra di lottare colle livide immagini d’un orrido sogno; non è, non può, non deve esser vero ciò che avviene di noi; pure, eccoci stretti, soffocati, nelle braccia poderose dell’incubo. E che! Si spegneranno quelle luci che così soavemente ci guardano, da cui traspare l’angelico riso dell’anima? Quelle dolci labbra che ci parlano, che ci dicono le gioie e gli affanni, che ci rendono ancora le più lievi sfumature dell’ascoso pensiero, quelle delicate sembianze che tanta impronta pur serbano del nume creatore, non le vedremo noi più, si scomporranno, cesseranno di essere? Agonia senza fine dolorosa! Preghiere, scongiuri, minaccie, tutto si tenterebbe in quell’ora, per rattenere la spietata mano del Tempo. Ma che valgono le tue lagrime, che valgono i tuoi furori, povero stolto! La Parca prosegue lenta, sicura, inflessibile, il suo ultimo uffizio. La clessidra del vecchio è all’ultima goccia; nelle mani della Parca, ecco, il filo è reciso; gli occhi si chiudono, le labbra son mute, il freddo della morte irrigidisce quelle membra adorate. E il tuo cuore in quel punto si spezza; ma tu non muori già, come pure sarebbe pietà consentirti; tu vivi, perchè devi soffrire; senti e vedi, perchè devi rimanerti spettatore della tua stessa rovina.
A me quelle parole di Anna aveano recato un colpo fatale. Non piansi, impietrai. Non più un concetto, poichè quella luce dell’anima mia era sul punto di spegnersi; non più un disegno formato, poichè la mia speranza moriva. A che mi sarei adoperato? Perchè avrei quind’innanzi pensato? Tutto ciò era vano oramai.
Il suo stato andò peggiorando quella notte, e più ancora nel giorno appresso. La febbre, acuta, intensa, la consumava ad occhi veggenti; nè la grama sapienza di Lanzerotto valeva ad arrestare quello struggimento continuo di forze. Qual nuova virtù di stillati poteva egli scoprire, che temperasse gli ardori di quel sangue infuocato? E come fidarsi, egli, ignaro di tanti partiti e sottigliezze dell’arte, all’uso d’erbe mal note, onde abbondava quell’isola? Senonchè, pur troppo, nessun farmaco avrebbe giovato, ed io pensai che tutti gli elettuari della scuola Salernitana e i succhi decantati degli Arabi infedeli avrieno fatto mala prova contro un male che risiedeva nello spirito.
La notte sopra il terzo giorno, essendosi ella assopita, ero andato a buttarmi sul mio giaciglio, intirizzito dal freddo, colto da brividi frequenti, sebbene la calda stagione regnasse e l’aria fosse tutta una vampa. Le mie membra affralite aveano anch’esse ceduto alla stanchezza delle prolungate vigilie e un lieve sopore m’era disceso finalmente sugli occhi, non già nella mente, poichè il sogno mi raffigurava la moribonda che colla voce spenta e col gesto faticoso mi chiamava al suo capezzale. Mi destai in sussulto, balzai sgomentito in piedi, temendo di aver troppo a lungo riposato e di non giungere in tempo a raccogliere il suo ultimo sospiro. Macham era presso di me; egli stesso mi aveva destato.
— Venite, messere; — mi disse egli tristamente. — Anna ha chiesto di voi.
Lo seguii tremante nella camera attigua, che era rischiarata dal fioco lume di una lucernina di creta. A mala pena mi vide, la povera bella tentò di sollevare il capo, salutandomi con un filo di voce; io mi precipitai alla proda del suo letticciuolo, rompendo in amaro singhiozzo.
— No, sedete qui presso; — mormorò ella. — Tristi cose ho a dirvi, e tali che strazieranno il cuore d’un amico. Ma così è, messer Gentile; siate paziente anche voi. Il cielo mi concede un po’ di forza, perchè io ne usi a metter l’anima in pace. Desidero confessarmi a voi; accoglierete la mia confessione?
Fui per ricusare, ma la solennità della preghiera mi vinse. Levati gli occhi al cielo, come per implorare la forza di subire quel nuovo martirio, mi assisi al capezzale della cara morente. Macham si era ritirato nella camera vicina.
Con voce fioca, ma sicura, chè il desiderio di morir perdonata le facea raccogliere tutte in quell’opera le forze stremate, Anna si fece allora a raccontarmi partitamente la sua vita. Dio santo! Fu quella un’ora di acerbi patimenti per me.
Ella nasceva dai Dorset, nobile e facoltoso casato d’Inghilterra. Uno de’ suoi maggiori aveva seguìto Riccardo Plantageneto, nominato Cuor di Leone, all’impresa di Terra Santa. Il padre suo, già scudiero della regina Isabella, da lui accompagnata in Francia, allorquando ella andò a comporvi certo litigio rispetto al suo dominio di Guienna, per aver favorito i maneggi della regina e del suo diletto Mortimero, era caduto in disgrazia presso il figlio di lei, Edoardo III, che, vendicato il padre colla uccisione del drudo nel castello di Nottingham, e sbrigatosi del consiglio di reggenza, imprendeva a regnare da solo. Perduta la sua carica a corte, il Dorset erasi ridotto a vivere, quantunque di mala voglia, nelle sue terre di Bristol, insieme colla moglie e due figli, Enrico ed Anna, già cresciuti in età. Costei, tredicenne fanciulla, miracolo di avvenenza e di grazia, era per diventare la più celebrata bellezza della contea. Ma le soavi gioie della famiglia poco potevano sull’animo del signore di Dorset. Gli occhi dell’ambizioso uomo erano sempre rivolti alla corte, e se per avventura si affissavano nella beltà incomparabile della figliuola, e’ non ci vedeva che uno strumento a riedificar sue fortune e rimettersi, la mercè di un alto parentado, nelle mutevoli grazie del re d’Inghilterra.
Senonchè i giovani cuori, desiderosi di felicità, alieni ancora dalle lusinghe della vanità cortigiana, non seguono così facilmente l’indirizzo delle paterne ambizioni. E il cuore della giovinetta, a mala pena ebbe fatto sentire i suoi palpiti, si diede a tale affetto, che certo non avrebbe colorito i disegni del padre. Roberto Macham, povero gentiluomo, ma prode e bello come il barone san Giorgio, avea guadagnato quel cuore, insieme col premio che la giovine Anna aveva dato a lui, vincitore di una giostra, la quale era stata tenuta a Bristol tra i più animosi cavalieri della contea.
I giovani si amarono; ma egli, povero, secondogenito d’una famiglia di mezzana nobiltà, non ardì chiederla in moglie, se prima non avesse illustrato le sue armi con alte imprese di guerra. Nè gli fallian le occasioni. Mancata la prole maschile di Filippo il Bello, la corona di Francia era passata ai collaterali, toccando in ultimo a Filippo di Valois. Edoardo III, non curando la legge salica, asseriva che, quantunque sua madre Isabella, figlia all’estinto sire di Francia, non potesse succedere al padre, egli erede di lei non andava altrimenti soggetto a quella incapacità; epperò, cominciato ad intrecciare ne’ suoi suggelli ed insegne gli stemmi di Francia con que’ d’Inghilterra, a stringer leghe, a chieder sussidii per la guerra al Parlamento, si disponeva a sostenere sue pretensioni coll’armi.
Un naviglio fu tosto allestito, e fu quello che, forte appena di dugento quaranta legni, sbaragliava quattrocento navi nemiche nelle acque della Schiusa, sulle coste di Fiandra. Macham, imbarcato sulla galera patrona, avea fatto prodezze all’arrembata, sotto gli occhi dell’ammiraglio; e già salito in fama tra i più chiari gentiluomini del regno, sperava di ottener posto onorevole, nella imminente calata sui lidi francesi, al fianco dello stesso figliuol di Edoardo, che era il principe di Galles, duca di Cornovaglia, detto il principe Nero; e cotesto la mercè d’un potentissimo conte, amico suo e favorito del principe.
Costui, che io non mi farò a nominare, ebbe il segreto degli amori e delle speranze di Macham. E andato con esso lui a Bristol, mentre si tiravano in lungo gli apprestamenti di guerra, vide Anna Dorset e s’innamorò perdutamente di lei. Strapotente com’era per grandezza di natali e per regio favore, non istette guari a riuscire, non pure accetto, ma in singolar modo desiderato dal padre della fanciulla; il quale scorgeva nell’amico del principe Nero l’atteso ristoratore di sua possanza perduta.
Anna ricusò il nodo proffertole, pianse, pregò, ma senza smuovere il padre dal concepito disegno. E Macham, il quale avea notato di slealtà e disfidato a tutta oltranza colui che reputava amico e sperava protettore, fu colto una notte per comando del re e sostenuto in prigione, donde non sarebbe uscito, se non dopo le nozze del prescelto rivale.
Egli avvenne allora ciò che sempre in tali distrette; obbedienza di figlia e desiderio di salvare Macham da una prigionia che poteva recarlo a mal punto, condussero all’altare la vittima. Roberto Macham fu libero allora, ma sbandeggiato da Bristol, fino a tanto vi rimanessero gli sposi, innanzi di andarne in Cornovaglia, dove in quel mezzo tenea corte il principe Nero.
Triste alba ebbero le nozze del conte. Marito al cospetto de’ suoi, non lo era altrimenti per sè; nè gli venia fatto di piegare a più amorevoli consigli la donna. — Vi ho obbedito, messere, son vostra; — diceva ella piangendo — lasciatemi portare in pace il lutto delle mie morte speranze; aspettate dal tempo ch’io possa avvezzarmi a questa profanazione dell’amicizia, a questo mal uso della vostra potenza. — E il conte, a stento raffrenando l’ira, ma sorridente e tranquillo alla vista di tutti, si rimaneva, deliberando di vincere quella sua riluttanza ad altr’ora.
Ma in que’ giorni, la contessa, tra i famigli della nuova sua casa, aveane scorto uno, che più attento d’ogni altro, la veniva osservando e quantunque volte gli tornasse di farlo copertamente, s’ingegnava di darle negli occhi. A tutta prima, reputandolo artifizio disdicevole di pazzo amatore, se n’era ella adontata; ma il dì seguente, recandosi la gentildonna alla chiesa, il giovine le si era avvicinato più assai che le nobili usanze non consentissero a donzello, e le avea bisbigliato rapidamente all’orecchio: — Messer Roberto è qui, celato in Bristol; io sono amico suo; volete seguirlo?