Le confessioni di fra Gualberto

Part 10

Chapter 101,633 wordsPublic domain

Ogni giorno, sul tramonto, ella veniva così pel giardino e, nel passarmi daccanto, mi dicea sempre qualche leggiadra parola, ora per rallegrarsi con me della ricuperata salute, ora per ringraziarmi de’ fiori diligentemente scelti e foggiati ad eloquente idioma d’amore (io nol seppi allora per fermo) che Lanzerotto commetteva a me di offerirle.

— Se voi volete, messere, noi fuggiremo; — mi disse un giorno il mio còmito.

— E come? troppo alte sono le mura e ben salde le porte.

— Sì, ma l’amore ha scale d’ogni misura e magiche parole per gli usci ferrati.

— Che dici tu ora! — esclamai stupefatto.

— Dico, messere, che voi siete amato.

— E da chi?

— Dalla figliuola di Abderaman, e l’Emiro del mare ha troppo gli occhi altrove, mentre ella li ha sempre rivolti su voi.

Inorridii a quell’annunzio inaspettato, come alla vista d’un abisso che repente ci si schiuda dinanzi. Nè a me quei giornalieri colloquî, quelle amorevolezze, quegli sguardi fiammanti, aveano recato pur l’ombra d’un lontano sospetto! Triste, accorato, già pieno d’un disegno che mi si maturava nell’animo, io mi ero avvezzo frattanto a veder quella donna, a parlarle senza ripugnanza, con ossequio di schiavo, con gratitudine di cavaliero. Ella si dimostrava compassionevole a noi, e quella pietà m’avea tocco, siccome un immeritato favore del cielo. Era bella, ma io non la vedevo tale per me; amarla, essere amato da lei, mi sarebbe parso sacrilegio, profanazione d’un affetto che ardeva gagliardo nel mio cuore e che io speravo avesse in breve a distruggermi.

— Badate, messer Gentile; — soggiungeva Lanzerotto — l’occasione ha tre capegli soltanto. Morremo adunque noi qui? E se ricuserete di acciuffarla al varco, chi vi assicura che questa sorte nostra non abbia a farsi anco peggiore? Il vino più generoso inacetisce e l’amore più ardente può mutarsi in odio profondo.

— E avvenga che vuole! — proruppi. — Ma, in nome di Dio, che vuoi tu da me? Credi tu che sia egli possibile?... Lanzerotto, amico mio, ti so d’animo generoso e di cuore. Or dimmi, se tu avessi amato un giorno come io, e se alcuno venisse a profferirti di fare ciò che ora tu a me, di tradir la tua fede, di contaminare la santità del tuo dolore, di aggiungere rimorso a rimorso (non mentire, sai, non mentire!), che faresti? rispondimi!

Egli chinò la fronte confuso e rimase a lungo in silenzio, combattuto da opposti pensieri. Indi, scuotendosi, a guisa di chi debba pur prendere un partito reciso, uscì in queste parole:

— Suvvia, che vale il tacerlo? Codesto non ho fatto io, sibbene il destino, che è più forte di noi. Ella vi ama, follemente vi ama.... Lo so di buon luogo e ponete ch’io l’abbia dalla più fida delle sue schiave. Da otto giorni ho mentito, facendovi credere tutto suo, non d’altro desideroso che di piacerle e di mostrarvi grato a’ suoi doni. Ieri ancora, inconsapevole, avete profferto un ramoscello di mirto, che le ha dato la posta per questa sera. Ogni cosa è disposta per la fuga, ed ella vi seguirà. Abderaman è partito ieri con gran gente alla volta di Melilla, e qui pochi rimangono a custodire la casba. Sull’imbrunire ella sarà qui; la porta che mette al mare è nostra; una fusta attende alla spiaggia.

— Ah, disgraziato! — urlai; — che hai tu macchinato, uomo sleale? T’ha egli sovvenuto de’ suoi consigli lo inferno?

— È fatta, messere; io ho tutto ordito, io ho tutto accettato. Ella è pronta ne’ suoi propositi, ardente come il suo cielo, bollente come l’affetto ond’è pieno il suo cuore. Quella donna si struggerà di vergogna e di rabbia, se voi mi tradite, e noi andremo a finire sui banchi d’una galèra barbaresca, intenti a dar ne’ remi contro navi cristiane, condannati a preparare colle nostre mani lo scempio della gente battezzata. Or via, messere, tornate in voi! Per darvi la libertà, il cielo ha invaghito di voi il cuore della fanciulla moresca; vi ha tolto il senno, perchè ella impietosisse di voi; vi ha lasciato il fiore della bellezza e della gioventù, perchè ella, vedendovi ogni dì, sempre più s’infiammasse. Donna possente, conscia de’ suoi vezzi, non è preparata a ripulse. I fiori che le porgevate umilmente ogni sera, non le dicevano che eravate suo? Uccidetemi, messer Gentile; io ho inteso i suoi sguardi, ho eccitato le confidenze della sua schiava, ho parlato, operato per voi; uccidetemi, non mi tradite, non fate contro agli accorgimenti che debbono restituirci alle case nostre, e dare, se vi giova pur rammentarlo, un’altr’anima alla fede di Cristo.

Così parlava Lanzerotto, empiendomi la mente di sdegno, ma più assai di stupore. Tutto ciò mi riusciva così nuovo! Sì, vedevo allora finalmente, mi chiarivo ogni cosa, ogni atto di quella donna, e i suoi cortesi parlari, e le occhiate furtive, e i rossori, e le audacie. In tal guisa, mentre il mio intelletto, ravvolto nelle tenebre della follia, non ravvisava nulla dintorno, nel cuore di quella infelice era divampato un incendio? E per me? Il dolore non m’aveva dunque disfatto? Orribile cosa, questo fiore di gioventù, sopravvissuto a quella divina, che giaceva sformata sotto le umide glebe d’un’isola deserta! O Anna, o triste e cara ricordanza del mio cuore, io ti aveva dunque uccisa, per darmi all’amore di un’altra? ed era egli possibile? e il mio cuore non si sarebbe egli spezzato?

Quella sera giunse troppo rapida per me, senza che io avessi nulla risolto. Due ombre scesero in giardino; tacite e guardinghe, s’inoltrarono dal folto degli aranci, e Lanzerotto mosse incontro ad esse sollecito, mentre io, ansante, esterrefatto, presso a smarrir la ragione da capo, era rimasto immobile ad aspettare quella nuova forma di pericolo.

Ciò che io dicessi a quella donna, allorquando commossa, anelante, mi s’accostò e mi cadde nelle braccia, non ricordo partitamente, nè tutto ripeterò ora. Egli fu un doloroso colloquio, nel quale io stillai l’amarezza ed il tedio in un giovane cuore, che si schiudeva alla speranza, alla vita. E dirò io l’angoscia del suo disinganno, gl’impeti del dolore, i fremiti della vergogna, immeritate afflizioni che contristarono la poveretta in quella lunga ora di prova?

— Nobile fanciulla, io non t’ingannerò. Tu sei bella come gli uomini della tua gente sognano esser leggiadre le figlie del Profeta, nel loro giardino di delizie. Ma l’amarti non è più in poter mio. Hai tu veduto le mie labbra pallide? Le ha scolorate il bacio d’una estinta; nè più si poseranno esse su altra bocca, su altro seno, a bere una vita da cui la mia anima abborre. Perdonami e compiangimi; tu, giovinetta, rinascerai all’amore; io, se pure andrò libero mercè tua, non sarò già più felice.

Ella piangeva, e le sue lagrime mi spezzavano il cuore.

— Vuoi tu seguirmi? — le dissi. — Forse è Iddio che t’inspira. Vieni onorata tra’ miei, ed accogli la nostra fede.

Ella aveva levata la fronte a quelle parole e d’improvviso era cessato il suo pianto.

— Sarò tua, allora? — mi chiese, figgendo ansiosa i suoi grand’occhi neri ne’ miei.

— No, te lo dissi; perdonami, io sarò fedele alla morte. Ma la nostra fede ha sublimi conforti; essa è l’unica vera, la sola che guidi a salvezza.

— E che m’importa della tua fede, senza di te? Va, cristiano; ho paura di odiarti. Va; Fatimè non terrà schiavo colui ch’ella ha amato una volta. Quell’uscio si schiuderà innanzi a te, e la barca che attende ti condurrà alle tue spiaggie. Va; tu hai lasciato una morta laggiù, sull’oceano; non rimaner qui, per udire di un’altra!

Si ritrasse, così parlando, da me. Lanzerotto mi trascinò a forza verso l’uscio additato, mentre ella cadea singhiozzando nelle braccia della schiava, accanto a quella siepe di gelsomini, dond’io l’avevo veduta per la prima volta apparire.

Misera donna! Iddio avrà udite le sue lagrime e ridonata la calma a quel vergine cuore.

. . . . . . .

Eccomi giunto alla meta. Non ho nulla taciuto, nulla dissimulato; mi sono nutrito, inebriato del mio dolore; a goccia a goccia ho bevuto il mio calice d’amarezza.

Cinque anni sono trascorsi dopo la morte dell’amata, cinque anni, e i miei capegli si sono incanutiti, le mie guancie si sono fatte scarne, il passo tremante, il sangue povero e lento. Grazie, o Signore! Il chiostro non mi ha dato la pace, ma esso mi ha affrettato l’ora finale, in cui sarà suggellato, col vostro, il perdono d’Anna.

Stanotte avevo finito di raccontare al vostro cospetto le mie colpe, di svelare tutto me stesso. Ella mi apparve, splendida della sua eterna bellezza, irradiata la fronte dell’aureola de’ santi. Non era più crucciosa in vista, siccome le altre volte che scendeva a visitare la mia squallida stanza. Ella mi ha sorriso, ha posto la mano su queste carte e mi ha favellato in tal guisa: «Sta bene; qui deponi la penna. Troppo rivive Gentile Vivaldi in queste pagine di frate Gualberto; troppo ardenti battiti dà il memore cuore sotto il cilicio del penitente. Ma Gualberto ha scritto il vero, e a chi molto amò molto sarà perdonato. A domani!»

Ciò detto, è svanita. Ma ella tornerà, siccome ha promesso. Oggi adunque è l’ultimo mio giorno di tristezza; e domani, domani saremo uniti finalmente, prostrati a’ vostri piedi, assorti nella vostra luce, o Signore.

FINE.

DELLO STESSO AUTORE:

=I Rossi e i Neri=, romanzo. 2 grossi vol. in-16 L. 7 — =Val d’Olivi=, romanzo. 1 vol. in-16 » 2 — =Racconti e Novelle= — Vol. 1: =Capitan Dodero, Santa Cecilia, Una notte bizzarra.= 1 vol. in-16 » 2 — =Capitan Dodero.= 1 vol. in-32 » — 50 =Santa Cecilia.= 2 vol. in-32 » 1 — =L’Olmo e l’Edera.= 2 vol. in-32 » 1 — =Il libro nero.= 2 vol. in-32 » 1 —

D’imminente pubblicazione:

=Racconti e Novelle= — Vol. II: =L’Olmo e l’Edera, Il libro nero, Una ogni mille.=

NOTE:

[1] Traduco letteralmente l’_artiliarias_ del testo. Artiglieria è nome collettivo d’ogni macchina da trarre e d’ogni ingegno da guerra, che si usavano nei secoli di mezzo e prima della invenzione della polvere.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.