Le confessioni di fra Gualberto

Part 3

Chapter 33,939 wordsPublic domain

Avevo divisato di portare le mie lane in Ispagna, non volendo perigliarmi più oltre nel canale inglese, dove, per la guerra incominciata tra Edoardo III Plantageneto e Filippo VI di Valois, non era più sicura la navigazione da quattro anni in poi. Già tra le due armate nimiche si era ferocemente combattuto nelle acque di Fiandra, e in un viaggio precedente, aizzato da una nave britanna che non rispettò lo stendardo di San Giorgio, avevo dovuto far arme in coperta e, col divino aiuto, affondare il nemico. Siffatti scontri non mi piacevano, imperocchè io non avessi odio contro nessuno; laonde da due anni non solevo più veleggiare alla Schiusa, per recare o levare mercatanzie dall’emporio di Brugge.

Ora, mentre io dava opera agli ultimi apprestamenti della _Ventura_, triste in cuor mio ed impaziente ad un tempo, mi venne scorto un giovine inglese, più notevole in vista di tanti altri che per solito si soffermavano sulla riva a guardare le navi, quantunque e’ non fosse meglio degli altri all’arnese. Il saio e le calze di bigello, con sopravveste e cappuccio di mezzolano, lo dicevano marinaio; solo che, nel muoversi, non aveva quell’andatura incerta che il continuo dondolìo della nave conferisce alla gente di mare, e i suoi capegli erano più lunghi che l’uso de’ suoi pari non comportasse. Ma forse in ciò era da condonarglisi un poco di vanità giovanile, poichè quelle ciocche bionde contornavano assai bene quel viso piacente che nulla più. Lo notai, dico, essendo che egli rimaneva sul lido più a lungo d’ogni altro viandante curioso, e parecchie volte, occorrendomi di andare e venire sul ponte di sbarco, sempre lo avevo dinanzi, come desideroso di darmi negli occhi. Non argomentando allora che cosa potesse bisognargli da me, proseguii noncurante nelle mie faccende; ma egli, il giorno appresso, fattosi animo, pose il piede sul ponte e venne diffilato in coperta.

— Messere — mi disse egli nella sua favella sassone — una parola, se vi aggrada.

Il suo aspetto e la scioltezza dei modi mi piacquero, e col gesto amorevole, più assai che colle parole, gli accennai che parlasse.

— Mettete voi alla vela? — mi chiese egli allora.

— Domani; — risposi.

Egli rimase alquanto perplesso; indi mi volse un’altra domanda.

— Avete bisogno di marinai?

— No; — dissi a lui — ne ho più che non occorra per una nave di carico. —

Ciò detto appena, vidi un’aria di così grande scoramento dipingersi sul volto del giovine, che n’ebbi compassione ad un tratto.

— Non mi sembrate povero — soggiunsi, come per temperare a’ miei occhi medesimi l’asprezza del diniego.

— No, veramente, non sono; — rispose egli con un sorriso, che volea mostrarmi come da quel lato non ci fosse nulla a temere; — vi dirò anzi che sono ricco; pel mio stato, s’intende; chè invero, se fossi stato più ricco — proseguì, mutando il sorriso in un mezzo sospiro — sarei oggi più felice d’un conte. —

Il suo fare m’andava sempre più a genio, e, per non aver aria di dargli tosto commiato ed anche per offrirgli agio a dirmi in qual guisa potessi tornargli utile, entrai a fargli qualche dimanda a mia volta.

— Il vostro nome?

— Bob.

— Roberto, dunque.

— Sì, Roberto; ma i miei compagni mi dicono Bob, il che riesce più spiccio.

— Avete navigato a lungo?

— Sì, parecchio tempo, sulle galere del re.

— Come gentiluomo di poppa — diss’io che avevo notato pur dianzi le sue mani bianche e leggiadre.

Diede egli un subbalzo a quelle inaspettate parole e mi guardò con un piglio tra maravigliato e scontento.

— Messere — proseguii, rispondendo alla muta dimanda de’ suoi occhi — le vostre mani vi accusano. —

Riavutosi dalla sua confusione, ed afferratami la destra, che io gli avevo cortesemente profferta, il giovine Bob mi trasse alquanto in disparte verso il tendaletto di poppa.

— Siete gentiluomo? — mi chiese.

— Nella mia patria non conosco chi mi vada innanzi per nobiltà di lignaggio.

— Voi, dunque, non mi tradirete — soggiunse egli esitante.

— Serbate il vostro segreto, messere, se ciò temete di me — risposi asciuttamente e in atto di por fine alla conversazione.

— Ah, perdonate! — sclamò egli allora con accento commosso. — Non è già che io dubiti della vostra fede; ma il caso mio.... Infine, vi dirò tutto; son gentiluomo, e mi chiamo....

— Non vo’ saperlo, il vostro casato; — interruppi. — Ditemi che cosa io possa fare per vostro servizio, e basta.

— Vorrei lasciare l’Inghilterra, e vi chiedo ospitalità sulla vostra galera. Dimandate pel tragitto quanto vi aggrada; pagherò.

— Non parliamo di ciò. Ditemi, invece, messere: avete voi ucciso slealmente, o contraffatto in altra guisa all’onore?

— No, lo giuro nel nome di S. Giorgio e della mia dama.

— Or bene, la _Ventura_ è ai cenni vostri; rimanete fin d’ora, non passeggiero, ma ospite.

— Ma... — aggiunse egli, mentre s’era inchinato per rendermi grazie — io non vi ho detto ogni cosa.

— Che altro?

— Non sarei solo — rispose.

— Ah capisco, — esclamai sorridendo — la dama!

— Sì, una dama che condurrei meco; ma non già quale l’argomentate, sibbene la più caramente diletta delle sorelle. Uditemi, messere, — proseguì Roberto abbassando la voce, quasi temesse d’essere udito dalla ciurma — la è una dolente storia, la nostra. Non ho che lei, di mia casa, e per nissuna cosa al mondo mi ridurrei a farla infelice; Edoardo, il nostro graziosissimo re, che Dio guardi, ha giurato che ella andrà in moglie ad un potentissimo barone di questa contea, che l’ha veduta e n’è fieramente invaghito. Ella abborre da queste nozze e il Plantageneto vuol contentare il suo cortigiano, su cui fa assegnamento grande per l’impresa di Francia, la quale, come non vi sarà ignoto, sta per essere mandata innanzi colla maggior diligenza e vigore. Ed eccovi perchè io tremo, perchè tento di fuggire, io, involto nella sventura che il feroce amore di un possente chiamò sulla nostra famiglia, io, minacciato della prigionia se non userò la mia autorità di fratello, di padre, in obbedienza ai comandi reali; ed ecco perchè mi rivolgo a voi per aiuto, anzichè ad un suddito d’Inghilterra. La vostra nave mi è apparsa ieri come una tavola di salvezza ad un naufrago. Che altro vi dirò? Ve ne supplico in nome della donna che amate, calateci sulle rive di Francia e abbiate la mia gratitudine eterna e quella di Anna.

— Anna! — gridai. — È il nome di mia madre. Messere, io ve lo ripeto, la _Ventura_ è ai cenni vostri. Non avevo deliberato di toccare la Francia, ma infine, farò di contentarvi anche in ciò, sebbene non ci sia donna innanzi a cui io possa aver merito di un’opera buona.

— Non amate voi?

— Amo, sì, amo quanto si possa amare in terra, ma senza essermi appressato mai alla donna dei miei pensieri e senza speranza alcuna di vederla più oltre. Vi fa meraviglia? Noi, scorridori dell’onde, ci abbiamo di questi amori sconsolati, stelle lucenti che ci guidano inconscie nella solitudine dei mari e nell’orrore delle tempeste. Ma non parliamo di me; quando v’imbarcherete?

— Voi partite domani a sera, diceste?

— No, domattina; ma se vi torna meglio per la sera....

— Sì, partite domani a sera. Nessuno dee vederla salire in nave.

— Per l’appunto; ma io posso anche far meglio. La _Ventura_ uscirà domattina dal canale, sotto gli occhi di tutta Bristol, ed un palischermo sarà domani a sera, con quattro de’ miei marinai, alla riva degli Ontàni. Lanzerotto, il mio còmito, fidatissimo uomo, sarà al comando e vi aspetterà, se occorra, fino al mattino.

— No, no; domani, alla prima ora di notte, saremo alla riva degli Ontàni. Grazie, messere, e il cielo vi dia merito dell’atto umano e cortese. —

Dopo queste e poche altre parole di commiato, il gentiluomo inglese partì, correndo sul ponte di sbarco, che pareva avesse l’ali da tergo, tanta era in lui l’allegra impazienza di giungere, siccome io credetti, ad avvisar la sorella.

Anch’io era lieto di poter aiutare in quel suo bisogno il gentile cavaliero. La gioventù (chi nol sa?) è pronta ad infiammarsi, e sembra a quell’età fiduciosa e balda che il far servizio consoli. L’uomo esperimenta allora le sue forze, e, sperimentando, dà tutto sè medesimo altrui. In tal guisa avvenne che io più volonteroso mi facessi quel giorno a mettere il legno in assetto di partenza. Poco del resto gli abbisognava. Il carico era compiuto, vettovaglie, armi ed ormeggi disposti nella stiva; le due grandi vele inferite alle antenne; i remi diligentemente acconigliati sulle latte, aspettando la ciurma che li ordinasse sulle posticcie e li tuffasse in cadenza per prendere il largo.

Era bella a vedersi la _Ventura_, col suo castello di poppa superbamente rilevato, il vessillo di San Giorgio sventolante in capo all’antenna dell’albero di maestra e l’aquila dei Vivaldi scolpita sulla freccia di prua; destra e sparvierata quant’altra mai, o volasse sui flutti, portata dal suo palamento di quaranta remi, od orzasse stringendo il vento con due larghe vele latine. I marinai sull’arrembata e lungo la corsìa, la vedetta in sulla gabbia, sei uomini ad ogni remo, il padrone ed il còmito sulla spalliera a comandar la manovra!... Io la vedo ancora, quale essa fu per dieci anni, la mia casa, il mio pensiero, l’amor mio, il mio tutto. E doveva perire! Il giorno che l’amore di creatura mortale mi rese infedele alla mia nave, la _Ventura_ fu condannata; ella doveva andare, senza il suo signore, senza l’amico suo, in balìa dei marosi che aveva tante volte impavidamente sfidati a rompere, negletto carcame, su d’una spiaggia deserta. Ma non è sorte comune cotesta? Soli, ignudi di affetto, giungiamo al tristo confine e tutti ci soverchia un medesimo flutto. Che Iddio usi misericordia ai sommersi.

La notte che seguì il mio colloquio col gentiluomo inglese, dormii sulla nave, già avendo tolto commiato dai mercatanti di Bristol. Nè ad alcuno di essi io m’attentai di chiedere della sconosciuta. A che l’avrei fatto? Partivo, nè forse sarei tornato più colà. Avevo io mestieri di dare un nome a quella ricordanza cara ed acerba? Il suo nome era bellezza, ed altra non ne avrei trovata di somigliante più mai. Ben mi cuoceva il partire; ma la ragione, se non aveva potuto consolarmi, m’aveva dato almeno la fortezza pari al proposito; e forte, se non per avventura tranquillo, uscii in coperta al primo romper dell’alba.

In breve furono salpate le àncore e sospese da prua. Ma quando al mio cenno fu spiccato dalla riva il provese, sentii schiantarmisi il cuore. Animo, via! La ciurma, sbucata di sotto la tolda, era già spartita per branche, al suo posto, co’ remi armati e sospesi. Palamento in guala! gridai, e tutti si disposero i remi in ordinanza, pronti a pigliar voga insieme. I primi chiarori del giorno scoprivano a miei occhi i tetti e le torri di Bristol; diedi uno sguardo all’abbazia di Sant’Agostino, che campeggiava in disparte, e balenai, come uomo percosso all’impensata nel petto. Cala remi e avanti! proseguii veloce; e tosto la galera si scosse, scivolò sulle acque, volgendosi al mare. Dopo un’ora di voga arrancata, più non si vedea la città.

Avanti, fanciullo, avanti! La tua dimora è là, dove sarà il tuo sepolcro, nei flutti verdastri dell’Oceano. Tutti servono al fato, che i volonterosi conduce, i ripugnanti trascina.

Con tali parole confortavo lo spirito. Anche il vento, che spirava a seconda, parea recarmi gli auspicî, ed io li avrei colti, mettendo subitamente alla via, se non mi fosse bisognato aspettare fino a notte la fuggitiva coppia fraterna. Indettato da me, Lanzerotto erasi partito col palischermo, ancora tra lume e buio, per non dare negli occhi alla gente, e s’era appiattato in una cala non molto lunge da Bristol, dietro la riva degli Ontàni, in attesa di due passeggieri.

Essi furono puntuali. A notte alta, un picciol lume, che parea scorrer sull’acqua, mi additò il palischermo, che veniva a golfo lanciato verso di noi.

Poco stante, giungeva all’abbordo, ed io potei offrire la mano alla dama, per aiutarla a salire la scala.

— Grazie, messere! — mi disse il gentiluomo, poichè fu a sua volta in coperta. — Il vostro nome, che ieri non ho ardito di chiedervi?

— Gentile Vivaldi.

— E il mio è Roberto Macham, vostro debitore per tutta la vita.

— Aspettate — dissi a lui di rimando — che gli uffici dell’ospitalità siano compiuti, e che la _Ventura_ vi abbia condotto alle rive di Francia. E voi, madonna, degnatevi di entrare in casa vostra. —

Per la seconda volta presi la mano di lei. Quella mano tremava. Il volto non vidi, chè era coperto da un fitto zendado. Ma, come fu giunta nella camera sotto il castello di poppa, che io di buon grado m’ero disposto a cedere ai due ospiti, ella si fece a ringraziarmi in francese, nella lingua prediletta alla nobiltà d’Inghilterra, tutta normanna di consuetudini, come era d’origine.

Furono poche parole, dette con voce tremante, ma dolce, soave, carezzevole, che mi scese nel cuore.

Indi, con atto cortese, recatasi la mano al lembo dello zendado, lo trasse indietro, discoprendosi il viso.

Dio santo! la mia sconosciuta!

III.

Qual fui allora? Quale scompiglio avvenne in ogni parte di me?

Poco rammento di quell’istante solenne, donde ebbe a dipendere tutta la mia vita. Al sollevarsi di quel velo, mi s’era, come per virtù d’incantesimo, disserrato un mondo di nuove meraviglie. Quelle favolose narrazioni, quei sogni della fantasia coloriti di storia, con che i naviganti, nelle lunghe ed eterne giornate di calma, sogliono ingannare il tempo e sè stessi, erano un nulla al paragone di ciò che a me largiva in un tratto e di ciò che mi facea sperare il destino. Egli fu un punto che credei di sognare, e ben dovetti richiamare alla memoria il colloquio coll’infinto marinaio, la partenza della galera e l’arrivo del palischermo, per sincerarmi che non ero in balìa di una larva ingannevole.

Di lei ricordo che aveva il volto vermiglio e quasi non ardiva fissar gli occhi su me. Anch’ella era in un mondo diverso di ogni costume a lei noto. Povera donna! Divelta dalle sue consuetudini, dalla quiete delle pareti domestiche, dai conosciuti sembianti delle ancelle, dai cortesi ragionari, dai delicati ossequii, da tutto quanto in fine fa parer comportabile la vita, e sbalestrata di repente su d’una nave, tra mezzo a gente ignota, a squallide vesti, a ruvidi parlari, ad ammirazioni che stringono il cuore di ribrezzo e paura, e quel che è peggio, sul mare infido, che anco ai più animosi non dissimula i sovrastanti pericoli, larga e dolorosa parte del caso, come avrebbe potuto rimanersi lieta e serena?

Non so che giudizio ella facesse del mio turbamento. Forse non vi pose mente, turbata come appariva ella stessa. Per quanto era di Macham, egli non se ne addiede, imperocchè veniva dopo di me, ed io ebbi agio di riavermi.

Chiesi a madonna se avesse mestieri di cosa alcuna a quell’ora.

Di riposo, mi disse, e di vedersi, quanto più speditamente per noi si potesse, lontano dall’Inghilterra.

Risposi ciò metter conto a me, come agli ospiti miei; non temesse ella, chè a guadagnar presto le rive di Francia avrei fatto ogni mia possa; intanto riposasse tranquilla. Indi presi commiato da lei, dolente che sulla mia nave non fosse, come avrei voluto, una donna a servirla.

Macham le favellò con tenerezza ineffabile e con riverenza del pari. Anzichè ad una sorella, parea favellasse ad una regina e volesse farsi perdonare d’averla salvata. Nè ciò mi spiacque in lui, chè anzi n’ebbi buon segno della sua gentilezza. Poco dopo, anch’egli si ritrasse, ed io gli fui guida al gavone di poppa, che era sotto la camera d’Anna. In quello stambugio, che prendeva il suo lume dalle cantanette praticate nel bordo, soleva alloggiare il còmito; ma Lanzerotto se n’era ito coi marinai nel gavone di prora, e noi due mettevamo stanza là dentro. Lo lasciai, cionondimeno, poichè gli ebbi additato il suo rancio, e rimontai in coperta per sovraintendere alla manovra.

Barellavo a guisa di briaco, tanta era la piena de’ miei tumultuosi pensieri. Mi piantai sulla spalliera, davanti al tendaletto di poppa, donde, per le commessure dell’intavolato, trapelava un filo di luce. Ella si dispone al riposo, pensai, e vigilo io i suoi sonni! Fu quello un dolce momento, pieno di caste voluttà, di leggiadre fantasie, di soavi speranze. Così pochi io ne ho gustati in vita mia, che il ricordo di quella notte di gaudio, tutta fragranza e splendori, mi rimarrà sempre scolpito nel cuore.

Il vento, seguendo il corso del canale, ci soffiava in fil di ruota; la qual cosa è poco propizia alla navigazione delle galere, fornite come sono di due grandi vele latine, l’una avanti l’altra, epperciò soventi volte disutile. Ed io, per guadagnar cammino, feci voltare le antenne di maestra e di trinchetto, l’una a destra e l’altra a mancina; il che dicesi nella lingua marinaresca far le orecchie di lepre. Per tal modo, da ogni banda del legno sporgeva in basso il carro d’un’antenna e in alto si drizzavano opposte due penne, raccogliendo quanto più poteano di vento. E la galera, obbediente al cresciuto impulso, trabalzò immergendo allegramente lo sprone nei flutti.

Lanzerotto era venuto presso di me, siccome soleva. Pieno la mente di lei e schivo d’ogni discorso che non si riguardasse a lei, mi feci a chiedergli i particolari della sua impresa alla riva degli Ontàni.

«Ci siam giunti in sul bruzzo — mi rispose il buon Lanzerotto — e insino al meriggio non ci ho visto anima nata. Capitarono certi pescatori; ma siccome anche noi facevamo le viste di pescare, non ci badarono più che tanto, e così passò la giornata. Al cader del sole, giunse il vostro gentiluomo, ansimante, smanioso, chè la febbre se lo divorava ad occhi veggenti, ed io non sapevo come chetarlo colle mie grame ragioni. Basta, si udì finalmente il galoppo di due cavalli e poco stante apparve frammezzo agli alberi la dama con un suo famigliare.

— Siete voi, Anna? — gridò messere Roberto.

— Sì — rispose ella, nell’atto che smontava, aiutata da lui.

— Nessuno vi ha veduti?

— No, giunti fuor della porta abbiamo spronato a questa volta; ma più tardi, quando mi cercheranno, Dio mio!...

— Non temete, Anna, sorella mia, saremo al largo fra breve. Non è egli vero, Lanzerotto?

— Sicuro! — risposi, — ma i fatti debbono andare innanzi alle parole. Infine, entrato messer Roberto e la dama nel palischermo, restava il valletto, che non era altrimenti un valletto.

— Che farai del ronzino? — gli chiese il vostro gentiluomo.

— Lo lego a quest’albero — rispose quell’altro — e poi lascio un mestiere che, dopo essere stato troppo dolce, potrebbe sapermi di amaro.

— Generoso William! — disse la dama, sporgendogli la mano da poppa — voi siete un leale amico. Che farete voi ora?

— Io? tiro via per Saltford e chi mi aggiunge ha da essere buon veltro. Domani torno il cavaliere di Blackstone, che vi seguirà in Francia, ma per altra via e per altra cagione.

Così ebbe fine l’impresa; noi diemmo dei remi in acqua, l’altro di sproni nei fianchi al corsiere, e il resto lo sapete voi, messer Gentile, al pari di me.»

Questo racconto, del quale ebbi poi a saperne più addentro, mi chiamò spesso alle labbra il sorriso. Ero felice, e l’esito di quella fuga aveva recato la mia felicità; però benedicevo in cuor mio a quel gaio cavaliere di Blackstone, che aveva aiutato così validamente il fratello, senza alzare i suoi desiderii alla sorella, e sfidato per amicizia gli sdegni d’un pretendente, che era spalleggiato dal re d’Inghilterra in persona.

Il mattino s’appressava. L’aria intorno era fredda, ma tutto il mio corpo ardeva e i gelidi buffi del vento mi ricreavano lo spirito. Era mista la mia gioia di stupore e di dubbio; ma era la prima gioia; ma per la prima volta io sentivo di vivere. Giuoco della sorte! Dunque colei era la sorella di Macham? Quella divina, ch’io avevo veduta, amata e perduta in un giorno, era una sventurata che io dovevo salvare? E là, nel tempio, raccolti sotto una medesima vôlta, ignoti l’uno all’altro, eravamo già legati dalle invisibili fila del destino? Ella appariva pensosa, certo a cagione di quelle nozze abborrite. Nè più era tornata alla chiesa; ma or s’intendeva, si chiariva ogni cosa; ella erasi chiusa nelle sue stanze a piangere, la bella sconsolata. E finalmente era in salvo, là, presso a me, regina sulla mia nave!

Sorse l’aurora; ma quello spettacolo, sempre così lieto al marinaio, non trattenne il mio ciglio. Guardavo entro di me; l’aurora io l’avevo nell’anima.

E più bella dell’aurora apparve quella divina in sull’uscio, dal quale io non m’ero per tutta la notte scostato. La sua bellezza non si adornava più di sciàmito, d’oro e di pietre preziose, siccome la prima volta che io l’avevo veduta. Indossava ella invece una cotta di scarlatto pavonazzo, lunga ad uso di cavalcare, e un mantello, foderato di vaio, ascondendo in parte i leggiadri contorni della persona, le aggiungeva maestà. Il cappello bigio, collo zendado ravvolto intorno alle falde, ella lo teneva ancora tra mani; laonde il crine appariva scoverto, maravigliosa ricchezza di lucenti cascate, tra cui veniano a scherzare le aure capricciose del mare. E così severamente vestita, ella era più bella che mai.

— Buon dì, messere! — mi disse ella con quella sua angelica voce, a mala pena m’ebbe scôrto lassù. — Dove siamo noi ora?

— Fuor del canale, madonna. Vedete, là a manca sull’orizzonte, cominciano a nereggiare le vette dell’alpestre Cornovaglia. Bel dono, per verità, che re Edoardo ha fatto al principe Nero!

Infatti, pochi anni addietro, il Plantageneto aveva eretto il paese di Cornovaglia in ducato e datane l’investitura a suo figlio. In Inghilterra dicevasi questo un assai magro presente, ed io avevo tirata in mezzo la storia, per isvagar l’animo della gentildonna e dar giro più lieto al discorso. Ma ella non si distolse perciò dalla sua cura.

— Siamo ancora troppo vicini a Bristol! — notò, sospirando.

— Ah, non temete per questo; — ripigliai — chè la mia nave vi perderà anche troppo presto. In due giorni, se questo buon vento ci assiste, toccheremo il lido di Bretagna.

Macham giungeva in quel mezzo sulla spalliera, tutto meravigliato e confuso che io non avessi toccato per quella notte il mio rancio, laddove egli avea fatto un lunghissimo sonno. Egli, per altro, era vissuto in tali angustie per parecchi giorni, che il corpo avea pur voluto la sua parte di riposo; ma quind’innanzi, proseguiva, non avrebbe più consentito che vegliassi io solo al carico della loro salvezza.

— Ad ognuno l’ufficio suo! — risposi sorridendo, anche nell’intento di precorrere le condoglianze ed i ringraziamenti d’Anna. — È del padrone l’aver cura del suo legno. Quante notti non ho io vegliate oramai, e senz’avere un carico tanto prezioso, come ora? Venite, madonna, se non vi spiace, a visitar questa nave, ove voi siete signora. —

Ella accettò il mio invito e, poggiato il guanto sul mio braccio, discese nella corsìa. Nè il sostegno era inutile, perocchè agl’impulsi del vento il mare fiottava, e la galera dava un tal poco di beccheggio. A lei trepidante io venivo spiegando come ciò fosse nulla, e frattanto il premere di quel guanto, il lieve stringersi di quel braccio sul mio, mi faceva divampare il sangue nelle vene, e avrei amato che quel viaggio da poppa a prora non fosse più mai per finire.

La tolda era gaia a vedersi per quel suo brulicame operoso di gente. Parte de’ marinai, sotto la vigilanza del còmito, si affaticavano al governo delle vele, parte attendevano a ripulir la coperta e a preparare il pasto della mattina, mentre la ciurma, uscita da’ suoi covi, stava mettendo in ordine i remi, per essere pronta ad ogni cenno di voga. Allorquando la gentildonna passò lungo la corsìa, fu un moto di curiosità, un bisbiglio, un fremito di ammirazione, che gli aguzzini si affrettarono a chetare dietro di noi con severe parole.

— Schiavi! — esclamò ella con accento di dolce mestizia.

— Sì, madonna — risposi — ma così vogliono essi. La _Ventura_ non porta prigionieri, costretti al servizio del remo, ma soltanto buone voglie, chè in tal guisa si chiamano coloro i quali volontariamente si profferiscono.