Le confessioni di fra Gualberto

Part 4

Chapter 43,887 wordsPublic domain

— E chi vi assicura, messer Gentile, che tutto quanto si fa volontariamente, si faccia liberamente eziandio? Ah, io vorrei che tutti gli uomini fossero liberi! —

Così parlava quella soave creatura, discoprendo, insieme cogl’impeti del cuor generoso, una parte di sè.

Eravamo giunti all’arrembata del castello di prua. Ella appariva mesta; io era travagliato da una grave cura. Ella guardava fiso davanti a sè, verso le dirupate costiere di Cornovaglia; io indietro, verso il canale. Man mano che il sole si alzava sull’orizzonte, più chiaramente si discerneva sulla distesa del mare, ed io laggiù da levante, anche prima che il marinaio in vedetta sull’albero di maestra l’accennasse con un grido, aveva veduto una vela. Ora, mentre Anna veniva ragionando con Macham, io non poteva spiccar gli occhi da quella vela, che, a grado a grado crescendo, mostrava di guadagnar cammino su noi. Non volli che si accorgessero della mia inquietudine, e cogliendo il destro della venuta del dispensiere, che annunziava essere in pronto l’asciolvere, li ricondussi al tendaletto di poppa.

— Che è ciò? Non rimanete con noi? — mi chiese ella, vedendomi in atto di uscire da capo.

— No, grazie, madonna; più tardi. Ho alcuni comandi a dare.

Corsi fuori senz’altro, e, presa la via dei bandini, riuscii sull’estremo della poppa, ove stava il timoniere. Ma egli non era già solo; Lanzerotto mi aveva preceduto sul posto.

— Ah! tu pure vorresti sapere che sia quella vela?

— Sì, messere; la non mi garba punto, e siccome ho sempre pensato che la buona cura discaccia la mala ventura, son qua venuto in disparte a darle un’occhiata. —

Rimanemmo per un pezzo taciturni, intenti all’andatura del legno misterioso; solo che il mio còmito, ad ogni tratto, con certi suoi versi e batter di labbra, pareva rispondere all’inquietudine che mi s’era fitta nell’ossa.

— Dimmi, Lanzerotto; ier l’altro, a Bristol, quando ci allestivamo, c’erano altri legni per mettersi alla via?

— No, neppur uno, ed è ciò che mi mette in pensiero, poichè (perdonatemi, messere, i giudizi temerarii) ho pensato tra me e me che noi s’è frodata la gabella, con quella mercatanzia là, della riva degli Ontàni, e gli inglesi non mi paion gente da reggere alla celia. Ma, per sant’Ermo, che fanno laggiù?

— Non vedi? Hanno notato il nostro accorgimento e lo imitano, facendo le orecchie di lepre.

— La è dunque al nostro ricapito! Ma perchè non pensarci prima? E’ mi sanno di malpratici lontan quattro miglia; e metterei pegno che hanno stancato tutta notte i rematori. Ma tanto meglio, se la è così, tanto meglio! —

Il ragionamento di Lanzerotto mi persuadeva. Certo, se quella nave era stata spedita a darne la caccia, essa, oltre le vele, avea fatto gran forza di remi, per giungere nelle nostre acque, e vedutici poscia, avendo stanca la ciurma, procurava di vantaggiarsi, imitando la nostra manovra. E difatti, bene avvistandola, poichè ebbe incrociate le antenne, non mi parve che ella tuttavia guadagnasse cammino, siccome avea fatto in principio: segno che risparmiava la voga.

Cionondimeno riputai prudente consiglio provvedere ad ogni caso peggiore, comandando che si facessero le impavesate. Tosto la marinaresca fu in moto. Levati gli strapunti e le coltri dai covi dei galeotti, fu disposta tutta quella miscèa sulle posticcie sporgenti fuori banda e stesavi su l’incerata a più doppi; di guisa che d’ambi i fianchi la galera apparve bastingata contro ogni danno d’artiglierie nemiche[1].

Tutto ciò mentre io stava intento a guardar la galera che ci seguiva. Le eravamo innanzi di tre o quattro miglia, come bene aveva detto celiando il mio còmito; ma certamente, riposata la ciurma, ella avrebbe ripigliata la voga e ristretto d’assai quello spazio.

L’animo mio durava un fiero travaglio. Non era quella la prima volta che io mi mettessi in procinto di combattere, e in più scontri la _Ventura_ avea tenuto fede al suo nome. A’ miei uomini, poi, provati da tanti anni all’acqua ed al fuoco, ero certo di fare un lieto presente con una chiamata all’arrembaggio. Ma era quella la prima volta che mi toccasse combattere sotto gli occhi d’una donna, cagione e prezzo della contesa ad un tempo. Imperocchè, egli non c’era da dubitarne, niun legno era allestito per la partenza quando noi ci eravamo mossi da Bristol. Onde quello con tanta diligenza? E come, partito dopo di noi, certo allestito in furia nella notte, avrebbe potuto raggiungerci, se non usava insieme di remo e di vela? E per chi tanto sforzo, se non per noi? Nol diceva aperto quel suo imitare la nostra manovra?

Per fermo quella galera avea salpato ai comandi dell’amante di Anna, dello sposo che il re le imponeva. Un rivale, e forse egli medesimo su quel legno! In ogni altra congiuntura, n’avrei goduto; ma allora!... Che avrebbe ella detto? E come andarle innanzi tra quegli apprestamenti di pugna? Avrei potuto reggere all’ansia mortale d’una povera sbigottita?

Cercai di dimenticare me stesso in quel punto; corsi a prua, e là, sull’arrembata, diedi il comando solenne di far arme in coperta.

Incontanente si levò un grido di giubilo, che io m’affrettai a sedare, perchè non avesse a intimorirsi anzi tempo colei.

— Non c’è nulla ancora, miei figli! È una nave che l’ha con noi? Ci verrà tanto vicino da doverci rivoltare a mostrarle l’artiglio? Vedremo. Se n’ha voglia e potere, ci troverà pronti a riceverla, ed anco a farle una visita. Badate; concedo bottino a tutti e su tutto; io non vo’ parte. La mia andrà mezza alla marinaresca e mezza alla ciurma. —

Quest’ultime parole destarono grande allegrezza tra gli uomini del remo. Erano il primo frutto della pietà di quella donna per essi.

IV.

I miei uomini erano pieni di ardimento e di desiderio; laonde non è a dire se si mettessero con sollecitudine agli apprestamenti di pugna. Si trassero fuor della stiva le armi, a gran furia; balestre e verretoni per combattere da lunge, daghe ed accette da usarne all’arrembaggio. Si posero le munizioni nei luoghi da ciò; vasi di bitume, morchia d’olio, sapone e calce viva in polvere, che, gittata in aria al momento dell’urto, acciecasse i combattenti avversarii. Da ultimo si collocò la balista sull’arrembata, col suo corredo di lunghi dardi intonacati di pece e zolfo, da appiccarvi il fuoco e scagliarli sulla tolda nemica.

Tutte queste cose ci bisognava far prima, imperocchè più tardi, se avessi reputato necessario virar di bordo e correre a voga arancata sulla galera che c’inseguiva, la marinaresca doveva aver libertà di darsi tutta quanta ad imbrogliare le vele.

Regnavano sulla nave silenzio ed ardore. Tutti infiammati, ad un tempo, ed austeri, parevano sentire la rilevanza del còmpito e dirsi coll’esempio a vicenda: chi primo si è preparato ha la vittoria nel pugno.

In quella che io vegliavo all’opera e Lanzerotto, salito sulla gabbia, spiava i moti della galera nemica, ecco Macham venir frettoloso dalla camera di poppa e farmisi incontro. Io pure mi mossi per andare alla sua volta.

— Che avvenne egli mai? — gridò egli commosso. — Siamo dunque inseguiti?

— Anche voi avete veduto? — Gli chiesi.

— Sì; ma venite, venite laggiù, messer Gentile; la mia povera sorella vi chiede.

— Ah! — esclamai turbato. — Ne avete già detto a lei?

— Ho fatto male! — rispose egli, chinando la testa. — Ma infine, non aveva ella a saperlo più tardi?

— E perchè? Forse non è nulla e quel legno non viene per noi.

— Lo credete? A me il cuore presagisce tutt’altro; Messer Gentile, ve ne supplico — proseguì Macham, già fuori di sè — ve ne scongiuro; poichè non avrete cuore di consegnarci in mano a coloro.....

Il cruccio che mi lampeggiò dal volto gli fe’ rompere a mezzo la frase.

— Perdonate, amico — ripigliò tosto — perdonate il dubbio ad un cuore che soffre! Invero, con qual diritto vi potrei chiedere di mettere a repentaglio la vostra vita e quella dei vostri, per un disgraziato che conoscete a mala pena da due giorni? Lo farete tuttavia e sarà nuova testimonianza della nobiltà dell’animo vostro. Grazie, grazie per Anna e per me! Ma siate generoso fino all’estremo; concedetemi il posto d’onore sull’arrembata! Se s’ha a morire, io voglio, io debbo essere il primo. —

Macham aveva pronunziate quelle parole con tale veemenza, che io rimasi percosso, attonito a guardarlo. Egli si giovò del mio silenzio per incalzare nella dimanda, accostandosi a me con piglio supplichevole e stringendo le mie mani tra le sue.

— Basta, messer Roberto! Voi mi chiedete cosa impossibile. Quel posto è mio; ma permetto a chi si sia — soggiunsi più dolcemente — di conquistarsi il secondo al mio fianco. Andiamo ora, chè il tempo stringe. Lanzerotto, che fanno quegli altri? —

L’alzata del castello di poppa mi toglieva allora di scorgere la nave nemica.

— Non mi pare che acquistino vantaggio finora; — rispose dall’alto della gabbia il mio còmito — del resto, s’avanzano a vele soltanto, come noi.

— Sta bene; andiamo dunque — dissi a Roberto — e non facciamo che vostra sorella si sgomenti oltre il bisogno.

Macham mi strinse con moto convulso la destra e non si fecero altre parole tra noi. Entrammo allora nella camera di poppa, dove trovai Anna in uno stato compassionevole, pallida, tutta smarrita, coi capegli scarmigliati e gli occhi pieni di lagrime. Confesserò la mia crudeltà. Provai un acerbo gaudio in vederla così addolorata e divorai cogli occhi quella sua bellezza nuova, o, per dire più veramente, quella antica bellezza, che il pallore, le lagrime, l’angoscia ond’era dipinta, faceano vieppiù risaltare.

— Che sono que’ tristi apparecchi? — mi disse ella, venendomi incontro e figgendo i suoi grandi occhi ne’ miei.

— Nulla, — balbettai, — Cautele d’uso....

— Ah, m’ingannate! — esclamò. — Ed è male, ciò che voi fate ora; ben altro io m’aspettavo da voi.

— Or bene, madonna, — soggiunsi — io temo. Ma il temere non significa già che si debba venire alle mani. Ho un prezioso carico, ve lo dissi stamane, e giuro che lo condurrò a salvamento. Chi ha voi in custodia si sente più forte dei casi, comunque volgano; degli uomini, checchè s’argomentino di fare.

Mi guardò ella esterrefatta, come chi, in mezzo alle sue afflizioni, scorga di repente una nuova cagion di dolore. Ma fu un lampo; altri pensieri, altre cure incalzavano.

— Ah, voi non appiccherete battaglia! — gridò ella supplichevole.

— Madonna — dissi a lei di rimando — io farò il debito mio.

— Ma non è possibile! ma voi non accetterete la disfida!

— E come? Lo chiedo a voi, ora.

— Non so; sono una povera donna, una vil femminetta, io! che dirvi? che consigliarvi? Ma voi non metterete la vita a repentaglio per me, non tenterete la collera di Dio.... Non è egli vero? — proseguì ella con accento straziante e carezzevole insieme — non è egli vero che eviterete il combattimento? che sfuggirete il nemico?

— Pigliar caccia, io? Ma sapete voi ciò che mi chiedete, madonna? Gentile Vivaldi non ha mai assalito, ma neppure è fuggito davanti ad alcuno. Son nato di libera gente; sul mare, che è da dieci anni mia patria, ho soventi volte incontrato uno stendardo nemico al mio, nè mai gli ho sbarrata la via. Il mare è per tutti e dovrebb’esser di tutti, libero campo a più nobili gare. Ma non fuggo il pericolo; mi si gitta il guanto e lo raccolgo, avessi anche per avversario il re d’Inghilterra.

— Se io ve ne scongiurassi? Se io cadessi ai vostri piedi e vi chiedessi un sacrifizio in nome della madre vostra, della donna che amate?...

— Dio santo! — gridai, tentando di svincolarmi e di rialzarla, imperocchè ella s’era buttata ginocchioni davanti a me. — Ma ditele voi, messer Roberto, che non posso obbedirla!

Il giovane era accasciato su d’uno sgabello, di riscontro alla parete, il capo chino, e piangeva, col viso nascosto nelle palme.

— Voi pure, Macham? Voi pure?

— Sì, amico! — diss’egli, con voce rotta dai singhiozzi. — Io ve l’ho detto pur dianzi. Se rivolgete la prora per combattere, concedetemi il posto d’onore, per essere il primo a morire. Ma se è possibile ancora cansar questo scontro, fatelo, ve ne prego a mani giunte, fatelo, non per me, ma per lei! —

Li guardai trasognato, e rimasi alcuni istanti come fuori di me, errante, perduto in un pelago di dubbiezze, che ben sarieno state acerbe, se durevoli. Ma vinsi quella oppressura, non so per quale ingenita virtù, o soccorso celeste, e balzai fuori della camera, al mio posto di comando.

— A che distanza dagli altri? — chiesi a Lanzerotto, che era tuttavia sulla gabbia.

— A tre miglia, forse.

— Dànno ancora nei remi?

— No.

— Sta bene; ora attenti tutti in coperta!

Un alto silenzio si fece da poppa a prora, tutti aspettando ansiosi il mio cenno. Credevano di avere a virar di bordo per correre addosso al nemico.

— Lesti ad ammainare l’antenna di trinchetto! — gridai. — Ammaina volentieri!

Il comando fu sollecitamente eseguito. Io mi volsi alla ciurma.

— Palamento inguala! Cala remo e avanti!

Ammainata l’antenna per ispiccarne la vela di trinchetto, tardavasi alquanto il corso della nave, rimasta senz’altro impulso che quello della vela di maestra. Ma a questo difetto rimediava la voga. Io quindi, slacciata la vela, feci inferire ed issare in sua vece il marabutto, vela di fortuna assai più grande che s’adopera in caso di vento fiacco, ma che a noi poteva giovare per correre più veloci, con quel vento fresco che spirava già dal canale.

Quel mutamento fu il negozio di quasi mezz’ora; ma non fu tempo perduto per noi, dacchè i remiganti facevano il debito loro.

Nè quegli altri guadagnarono tempo per la nostra manovra, la quale anzi li trasse in inganno. Mentre si stava per issare il marabutto, il mio vigile Lanzerotto avvertì che la galera nemica imbrogliava le vele.

— Ah, ah! son caduti nel laccio! — gridava egli dalla sua specola. — Hanno creduto che noi s’imbrogliasse le vele, per dar gusto a loro. Buona gente davvero! Come se noi ci mettesse conto virar di bordo e accettar la battaglia col vento e la corrente contraria! —

Io intesi a che mirasse il mio còmito con quelle parole, dette ad altissima voce, e glie ne fui grato nell’anima. La mia manovra era di prender caccia, e a cotesto non s’aspettavano i marinai dopo tanti apprestamenti di zuffa. Lanzerotto, dall’alto della sua gabbia, aveva indovinato il mio caso, e dava amorevolmente colore d’artifizio finissimo alla fuga cui m’accingevo, per sedare le angoscie d’una povera bella.

Arranca! dissi alla ciurma; e fu sì poderosa la spinta di quei quaranta remi, che la nave, con alto fragore di rotti marosi, diè un balzo, si sollevò e prese, non che a correre, a volare sull’acque. Senonchè il marabutto, così sporgente com’era rispetto alla vela di maestra, incominciò anch’esso a portare in tal modo, che la prua della galera s’immerse fin quasi alla freccia e un largo sprazzo di schiuma inondò l’arrembata. Tosto comandai che tutti si recassero a poppa, e la nave oramai liberata d’un peso soverchio da prua, pigliò così agevolmente l’abbrivo, che Lanzerotto non seppe tenersi dal batter le palme, e la marinaresca non volle esser da meno.

Mi condussi allora al timone per avvistare più attentamente l’andatura del nemico. Egli per fermo si avvedeva di aver dato nella ragna; ma gli era tardi oramai per racquistare il suo primo vantaggio. Le vele aveva tuttavia mezzo imbrogliate; marabutto, che gli facesse pigliar più vento, o non aveva, o non era più a tempo d’inferirlo con profitto; epperò, sconcertato, impaziente, si dette ad inseguirci come potè, a furia di remi. Ma innanzi che avesse pigliata quell’ultima deliberazione e che le sue vele, finalmente da capo spiegate, portassero, la _Ventura_ avea guadagnato due miglia di cammino.

— Il segugio perde terreno! Per San Giorgio, che caccia stupenda! — dicea Lanzerotto. — Metto pegno che a quest’ora l’aguzzino è affaccendato la parte sua, per rimettere i nervi nelle braccia della ciurma. E noi si vola senza aiuto di sferza; non è egli vero, mastro Pizzica? —

E la ciurma a ridere, e l’aguzzino del pari; mentre, sotto l’impulso della voga in cadenza e del vento che facea cigolare le vele, il nostro legno sfiorava baldanzoso la superficie del mare.

A me, per l’ansia febbrile di que’ momenti solenni, le membra ardevano e il sangue martellava alle tempie. — Porta pieno! — gridavo al timoniere. — Orzeremo più tardi, quando sia calato il crepuscolo.

Già la luce del giorno era presso a mancare, ed io avevo immaginato di tirar profitto dall’ombre notturne per poggiare più in alto a ponente. Su Francia, o su Spagna, avremmo potuto mettere prua nei giorni seguenti; urgeva intanto d’involarci agli sguardi del legno persecutore, che il giorno appresso ci avrebbe dato caccia sicuramente verso le isole Normanne.

In sulla sera il vento rinfrescò, e non mi dolse, dappoichè i remiganti si chiarivano stanchi, ed io volli che avessero almeno due ore di sosta e convenevole ristoro alle forze stremate.

Per altro non mi disposi a ciò fare, senz’aver dato prima un’occhiata alla molesta galera, che si vedeva ancora a guisa di punto nero, per mezzo alla nebbia vespertina. Respirai allora, e mi passarono per la fantasia gli accenti d’ira di colui che ci aveva inseguiti tutto quel dì, con tanta speranza di giungerci. Certo l’arrembaggio, anco se fatale per lui, avrebbe dovuto sapergli men reo di quella caccia arrangolata ed inutile.

— Il segugio ha perso l’orma, venne a dirmi Lanzerotto. — Ed ora, padrone, non vorrete andarvene a riposare?

— Sì, vado; ma poni mente: vo’ poggiare a garbino, stanotte. Quell’altro, domattina, non ha più ad aver fumo di noi.

— Non dubitate; governeremo al largo, e l’Oceano vorrà serbarci il segreto.

In quel mentre una mano stringeva la mia. — Grazie, messer Gentile! — mi disse una voce soave.

Mi volsi; era dessa, e mi guardava così dolcemente, che a me parve d’aver veduto il paradiso e fui per venir meno in un punto. Mi accorsi allora che per tutto il giorno non avevo preso cibo.

Ella e Roberto, sorreggendomi amorevolmente, mi accompagnarono fino alla camera, dove mi contentai d’un sorso di vino. Ero stanco, sfinito, la forza che mi avea sostenuto quel dì era col pericolo andata in dileguo.

— Grazie! — mi ripeteva ella, col suo accento divino. — Che sarebbe egli avvenuto di noi, senza l’aiuto vostro, o messere?

Anche Macham s’era fatto vicino a me, e stringeva la mia mano tra le sue. Io caddi, mi arrovesciai, non so più dove, nè come. Ben so che ella tenea china la fronte sul mio viso, e che, innanzi di nuotare nelle tenebre del sonno, i miei occhi si affissavano ne’ suoi.

V.

E sognai, beato, quanto umana mente può finger di nuovo, e cuore desiderarsi di lieto; sognai che avevo tolto per sempre quella donna all’ignoto rivale ed ella m’era compagna, amante ed amata, in più felici regioni, sotto un più fulgido cielo. Narrano i viaggiatori dell’Africa di una bevanda che reca insieme coll’ebbrezza i più cari inganni allo spirito; ond’è che sembri di gustare, con ordinata sequela di casi, le dolcezze d’una vita, ahi troppo facilmente impromessa all’uomo sul mattino degli anni. A me la delizia bevuta da quegli occhi di cielo, derivò l’arcana voluttà di così splendide fantasie, di così care visioni.

Il mio risveglio non fu che un proseguimento del sogno, imperocchè Anna era là, dormente poco lungi da me. Rimasi estatico a contemplare quella bellissima testa, che, mezzo rivolta sull’omero, poggiava lentamente contro l’assito della camera; vagheggiai cogli occhi desiosi quella fronte candida, imperlata di lievissime stille, che avrei libate, mio Dio, come celeste rugiada, e quel seno soavemente commosso da un dolce respiro, che veniva a morirle sulle labbra socchiuse. Trepidante chinai la faccia fin presso alla sua, aspirai quel soffio e mi trassi indietro sollecito, ma barcollando a guisa d’un ebbro.

Macham dormiva egli pure, colla fronte appoggiata alla sponda del letticciuolo intatto. Fratello e sorella aveano per fermo lungamente vegliato il mio sonno fino a che la stanchezza non avesse soggiogato anche loro.

Mi tolse da quello incantesimo il sentimento del debito; chè a me pure si conveniva vegliare sovr’essi. Corsi all’aperto e vidi che la galera proseguiva rapidamente il suo corso. Il vento era fresco; il cielo nuvoloso non lasciava scorgere terra da veruna parte. Nessuna vela appariva sul mare, e cotesto mi rallegrò. Mi feci quindi a guardare la bussola e vidi che volgevamo sempre a garbino.

Lanzerotto era venuto in quel mentre a raggiungermi.

— Or bene? — gli chiesi — che nuove?

— Notte buonissima — rispose; — ma questa mane si gira al torbido. Vedete, messere, come s’infosca il mare in lontananza. Temo d’un groppo, e se si potesse poggiare....

— Che farci, Lanzerotto? Meglio una ventata al largo, che imbatterci da capo in quella maledetta galera!

— Gli è giusto; or dunque si prosegue verso garbino?

— Certamente, e se occorressero novità, fammi avvisato.

Tornai nella camera di poppa. Anna erasi destata allora, ed io, dopo il buon dì, le diedi la lieta nuova della sparizione del legno persecutore. Mi chiese di accompagnarla fuori, ed io mi affrettai a condurla sulla spalliera, dov’ella potè sincerarsi co’ suoi occhi medesimi di quello che io le avevo annunziato, e più ancora si sentì raffidata com’ebbe veduta la tolda libera di tutti quei brutti arnesi e ingegni di guerra, che vi faceano ingombro il giorno antecedente; laonde mi si volse tutta amorevole, per ringraziarmi di aver sacrificato il mio orgoglio alla sua timidezza.

— Io ne vo altero, come del più largo trionfo; — dissi a lei di rimando. — Aver potuto far cosa che vi fosse grata, è gran ventura per me. Non siete voi la più bella memoria che io porterò meco del suolo britanno?

— Povera cosa portate dalla mia patria! — notò ella umilmente.

— Ah, non lo dite, o ch’io aggiungerò cosa ugualmente vera; che questa memoria non mi lascierà veder altro di bello al mondo, fino a tanto che io viva. —

Confusa da quelle parole, in cui si mostrava tutto l’animo mio, ella aveva chinato gli occhi a terra senza nulla rispondermi. Ed io, non volendo lasciare il discorso a mezzo, poichè l’occasione s’era profferta, incalzai:

— Ricordate la chiesa di Sant’Agostino?

— Or bene? — mi chiese ella, alzando la fronte e figgendo i suoi occhi ne’ miei.

— Colà vi conobbi, madonna, e da quel giorno non ho più veduto che voi. —

Mi avvidi, così dicendo, di averle recato molestia, tanto il suo volto apparve turbato.

— Che è? — soggiunsi tremante. — In che vi sono dispiaciuto?

— Ah, non mi parlate in tal guisa, ve ne supplico! — mi disse ella con voce lagrimosa. — Sono pur disgraziata! Deh, per carità, messer Gentile — continuò, vedendomi rannuvolato ad un tratto — abbiate compassione di una povera donna che non sa, che non può dirvi tutto ciò ch’ella soffre; lasciate ch’ella possa stringere la vostra mano, come quella d’un amico, del migliore degli amici. Non è egli vero che non vi sdegnerete con me? Non è egli vero che mi perdonerete? In nome della gratitudine che io vi serbo qui, nel profondo del cuore, ditemi che la vostra amicizia mi resta senza corrucci e senza rancori! —

Non so che cosa fossi per rispondere allora. Macham sopraggiunse e il doloroso colloquio fu rotto. Si fecero altre parole sui casi del giorno innanzi, sulla notte trascorsa, sul sonno che lui ultimo aveva colto; laonde io potei ricompormi. Poco stante ella si dolse del freddo e noi la riconducemmo nella camera, pregandola che volesse coricarsi. Io ardevo, in quella vece, e Macham, poichè fu uscito con me, si avvide alla mia cera come io fossi fieramente turbato.

— Che avete? — mi domandò egli sollecito.

— Non vedete? — risposi, additandogli il cielo; — l’aria è cupa, il cielo minaccioso.

— Ah! povera Anna! povera sorella! — esclamò sbigottito, mettendosi le mani alla fronte.

— Messer Roberto — diss’io allora, cogliendo una ispirazione subitanea — venite, debbo appunto parlarvi.

E discesi, precedendolo, fino al gavone di poppa.

— Siamo in pericolo? — chiese egli ansioso.

— No, no, per ora; ma d’altro ho a parlarvi. Sedete.