Le confessioni di fra Gualberto
Part 2
— E dalle unghie dei pizzicagnoli — aggiunse il mio ospite. — Non so come ciò fosse, ma il meglio di queste carte era andato disperso per le mani di tutti, quando i miei vecchi s’ingegnarono a raccattarle, e qualcosa ho potuto scoprire io medesimo. Argomentate voi quant’altre non ne saranno andate a male in mezzo secolo di scompiglio! Eccovi; queste sono lettere di chiarissimi uomini vissuti qui nel corso di trecent’anni; da Agostino Trivulzio, vescovo e poi cardinale, infino al dottissimo Lorenzo Ballarini, nostro conterraneo, che fu medico a Vittorio Emanuele I, e che io, giovinetto, conobbi preside alla facoltà chirurgica nell’Ateneo torinese. Vedete questo libro in cartapecora; esso contiene l’elenco degli abati della vecchia regola di San Colombano, da Attalo e Bertulfo, suoi successori, infino a Giovanni Malaspina che cedette il luogo ai benedettini. Quest’altro è il Cartolario del Monastero, che contiene gli istrumenti pubblici, condizioni, fedeltà, locazioni e tutte le altre congrue dell’abbazia. Queste sono copie di antichi diplomi, tra i quali il famoso di Lotario I, riferito dall’Ughelli e chiarito apocrifo dal Muratori. Nè mancano le cose letterarie. Vedete questo volumetto di ottanta pagine in pergamena della più fine, con lettere miniate ad ogni incominciar di capitolo; è una raccolta delle rime di messer Francesco degli Accolti, aretino. Tra queste potete leggere la nota canzone sulla _lorda vita dei chierici_, che i bibliografi attribuiscono al fratello di lui Benedetto. Converrebbe qui raffrontar gli esemplari. Questo manoscritto è sincrono, e mi pare debba fare autorità. E adesso — chiuse solennemente il notaio Malinverni — assaggiatemi questo. Se fosse completo, non ci sarebbe niente di comparabile ad esso in veruna delle più ricche biblioteche d’Europa.
— Capperi! Vediamo questa maraviglia! — dissi io, sorridendo.
Se mai v’ebbe rimorso che rapidamente seguisse il peccato, ei non fu al certo più veloce del mio, poichè ebbi dato un’occhiata alle prime pagine del volume postomi tra le mani dall’ottimo signor Malinverni. Sperimentai allora in me stesso come sia sciocco il sorridere, quando non è essenzialmente tristo, o essenzialmente sublime. Se a voi non sembra che corra, lasciamola lì; io mi ristringerò a raccontarvi, senza morale, come senza favola, che la mia mezza ironia mi tornò subito in gola.
Il codice non era di gran mole, nè di molta appariscenza. Constava esso di cinquantasei fogli di carta pecora, o, per dire più chiaramente, di centododici facce di scritto. La coperta di pelle nera, bucherata dai tarli, gualcita, sbrandellata, mostrava qua e là i rimasugli di un fregio impresso sui margini; i fermagli di ottone annerito non chiudevano più, lenti e sconnessi com’erano; il dorso lacero facea scorgere i sudati artifizi dell’antico legatore, i capitelli disfatti e il bruco penzoloni fuor di riga; i fogli, poi, apparivano giallicci, grinzuti, co’ vivagni corrosi. Certo; il codice era più vecchio che non dinotasse la sua scrittura, condotta in quei caratteri impropriamente nominati gotici, che ebbero favore in Europa dal dodicesimo sino allo scorcio del quindicesimo secolo. E difatti, guardando più attentamente, si discernevano tra i versi dello scritto alcuni segni sbiaditi di più vecchio inchiostro e traccie qua e là di lettere onciali. Non c’era da dubitarne; io aveva sott’occhio uno di que’ palinsesti bobbiesi che fruttarono rinomanza ai Niebuhr, ai Peyron, ai Vesme e più di tutti ad Angelo Mai, che in due di essi ebbe a rinvergare i sei libri _De republica_ di Cicerone.
Qual era l’autore perduto che si nascondeva nel mio palinsesto? Non cercai di saperlo allora, nè poi; tanto mi parve degno di studio il sovrapposto, che entrava in materia con queste parole: «_Incipit liber confessionum Gualberti monachi;_» parole così semplici e così promettenti ad un tempo.
Le confessioni di Gualberto monaco! Che cosa avrà avuto a dire questo povero frate alla posterità? Per fermo egli ha molto operato e veduto, molto pensato e sentito, fors’anco errato, certamente sofferto, e qui, presso al fine della sua fortunosa carriera, colla schietta umiltà, ma non colla gloriosa pace di Agostino, racconta sè stesso, o in penitenza di falli, o per esempio di fede religiosa ai venturi. Questo pensiero mi trasse a leggere; le prime pagine mi fecero suo.
Il mio ospite, chiamato dagli uffici del sue utile ministero, mi aveva lasciato solo nella camera, ed io vi rimasi forse quattr’ore, assorto in quella lettura, malagevole in sulle prime per la difficoltà di far l’occhio ai caratteri, di deciferare le frequenti abbreviature, e di cogliere il senso di molte frasi, non sempre di buona latinità, siccome è facile argomentare d’un manoscritto del secolo XIV; chè di quel tempo lo chiarivano per l’appunto i primi richiami storici dello scrittore. Ma quel tanto che io ne avevo spiccicato, bastò perchè, quella sera, deposto il volume, non pensassi più ad altro.
La notte, non furono che sogni della fantasia riscaldata. Vidi il mio frate chiuso nella sua cella ed intento a scrivere le sue confessioni. Le tempeste della vita gli aveano imbiancati anzitempo i capegli e impresso il volto di segni fatali. Fredda era la cella; l’inverno soffiava alle impannate; le dita del monaco s’irrigidivano intorno alla penna; e tuttavia seguitava a scrivere, desideroso di versare in quelle carte la piena delle sue ricordanze, prima che quel gelo gli penetrasse nel cuore. E lo vidi, indi a poco, disteso sul suo letticciuolo; le mani avea giunte sul petto; gli occhi, mezzo velati dall’ali della morte, cercavano una immagine di donna, vapore diafano che tremolava, vestito di forme a lui note, dipinto d’una pallida luce, nell’alto della sua squallida cella. Quali arcane parole corsero tra il morente e la morta? Era quello l’addio d’un vano fantasma, o l’invito d’uno spirito eterno? Ella era là, librata in aria, e si facea man mano più sopra a lui; si chinava l’omero mollemente; si stendeva il braccio e le dita candide si appressavano, come per chiudere quegli occhi stanchi, o cogliere l’ultimo sospiro, forse il primo bacio di quelle labbra tremanti. E in quel mezzo, inginocchiati ai piedi del letticciuolo, i bruni compagni venian recitando la preghiera degli agonizzanti.
Il giorno appresso ero da capo col manoscritto. Entrato in maggiore dimestichezza coi vecchi caratteri, corsi più spedito nella lettura, e non lasciai il volume che all’ultimo verso. Era una storia singolare, quella del povero frate, e nel tempo istesso che la ci aveva per me tutti gli allettamenti d’un romanzo, veniva a chiarire un punto di storia di cui s’hanno scarsi lumi e testimonianze contradittorie. Giunsi, dico, all’ultimo verso, non già alla fine, imperocchè le confessioni di fra Gualberto, non solo non apparivano intiere, ma s’interrompevano proprio là dove era più vivo il racconto.
— Peccato! — dissi al mio ospite, che in quel momento era venuto a chiamarmi pel desinare. — Si resta in asso!
— Sì, ve l’ho detto ieri, se fosse completo, varrebbe un tesoro.
— Ma, non avete cercato?.....
— E in che modo? i miei l’hanno avuto per caso, siccome vi è noto. Qui, poi, tutte le mie indagini tornarono vane.
— Ma forse fuori di qui..... nelle biblioteche tra cui si divisero le spoglie di San Colombano.....
— Ah sì, forse, ma ne dubito assai. Come vorreste che un’opera somigliante andasse dimezzata in tal guisa a Roma, a Milano, o a Torino? Vedete inoltre; qui il volume finisce e non c’è segno di fogli strappati.
— Appunto per ciò io credo ce n’abbia ad essere un secondo. Questo è un palinsesto, ed il frate, che ha così conciato un primo codice, ne avrà rastiato un altro del pari. Egli scriveva per penitenza; avrà dunque finito.
— Invero, — mormorò il notaio Malinverni, — ora che ci penso...... C’è sicuramente un secondo volume; ma dove scovarlo?
— Qui no, poichè avete cercato invano; — risposi; — ma ci abbiamo tre luoghi ancora. Lasciate fare a me. Così avessi fortuna col genio che custodisce i tesori nascosti, come l’ho con quell’altro che protegge i ferravecchi. Non vedete? Egli mi ha condotto a Bobbio per trovare il primo volume delle memorie di fra Gualberto; egli mi assisterà per trovare il secondo. E frattanto, mi permettete di copiar questo?
— L’ospite è padrone — disse il notaio.
— E la lingua nostra — soggiunsi, inchinandomi per ringraziarlo — ha confuso in un solo vocabolo colui che dà l’ospitalità e colui che la riceve.
— Filosofia del linguaggio! — esclamò l’ospite, mettendo amorevolmente il suo braccio sotto a quello dell’ospite, per condurlo nella sala da pranzo.
Così venni, o lettori, in possesso del mio bel trovato. Ma l’interruzione del manoscritto fu cagione di lunga scontentezza per me, che il mutar di luogo e l’avvicendarsi di molti casi tra malinconici e lieti, non valsero a cacciarmi dall’animo. Troppo spesso mi si facea vivo il ricordo, e sempre cuoceva, come se fosse stato un rimorso. Eppure, non era colpa mia se le indagini non andavano di pari passo col desiderio. Nè a Torino, nè a Milano, avevo potuto correre in quell’anno; a Roma fui per entrare un giorno, ma il genio protettore dei ferravecchi, col quale avevo fatto di soverchio a fidanza, non si degnò di aprire, e noi non si aveva una di quelle chiavi famose, che, tre anni di poi, dovevano vincere la toppa rugginosa di porta Pia.
Intanto tra me e fra Gualberto durava il vincolo antico, nè io potevo camparmene. Come il vecchio malnato delle _Mille e una notti_, che s’era accavallato al collo di Sindbad il marinaio e non c’era verso che questi potesse sgabellarsene, il monaco s’era impadronito di me, mi dava ad ogni tanto di sproni, nè io ottenni di levarmelo di dosso, se non quattro anni più tardi, allorquando finalmente mi venne fatto di metter piede nella biblioteca Vaticana, ove giaceva ignorato il secondo volume delle sue Confessioni. Ignorato, sicuramente! In mezzo ai codici, quasi tutti palinsesti, che recavano la scritta: _Liber sancti Columbani de Bobio_, stava il poverino dispaiato, e siccome niente di esso, nè sulla coperta, nè dentro, richiamava il titolo vergato nel primo volume, così questo secondo era notato a catalogo col modesto contrassegno: _Anonymi Bobiensis quae extant_. Fu questa gretola dell’anonimo che mi diede nell’occhio, mentre io già disperavo di trovare il fatto mio; cercai il libro, e, vedete fortuna! gli era proprio quello, la continuazione del manoscritto di Bobbio.
Con che animo mi facessi a leggerlo, argomentino i discreti lettori. Così gradita tornasse loro la lettura di questa mia, che, se non è una versione pedissequa, è pur tuttavia più fedele di tante e tant’altre. Per quanto è degli eruditi, io son certo che eglino, se non leggeranno con diletto la mia prosa, godranno largamente della scoverta di un preziosissimo testo, il quale uscirà tra non molto alla luce, nè più negheranno fede all’Alcaforado, al paggio del principe Enrico di Portogallo, sulla cui testimonianza soltanto poggiava finora la storia singolare, oggi comprovata dal manoscritto di Bobbio.
Or dunque, ci siamo; _incipit liber confessionum Gualberti monachi_.
LE CONFESSIONI DI FRA GUALBERTO
I.
L’anima mia è triste fino alla morte. Ma l’autunno è già innanzi; la natura si spoglia senza rimpianto de’ suoi ultimi colori, e si dispone al riposo; i pioppi in riva al fiume si sfrondano, e le foglie portate dal vento battono frettolose alla mia finestra, quasi per dirmi: sbrigati, vicino; bisogna partire. Ah! l’ora della partenza sarà lieta per me, se Iddio mi avrà perdonato.
A frate Anselmo ho confessati i miei falli, non disvelato tutto me stesso. Qui lo farò, al vostro cospetto, o Signore. Se alcuna delle mie parole sentirà troppo degli ardori della carne, non vi sdegnate con me. Fu opera vostra questo fervido cuore, nè io maledirò ai vostri doni. L’anima rassegnata vi ringrazia delle afflizioni e vi domanda la pace del sepolcro.
Dirò il mio nome, io che nulla feci di utile, io che, venuto meno a tutte le impromesse della mia gioventù, lo recai oscuro alle porte del chiostro? In penitenza della smarrita via lo dirò: Gentile Vivaldi fu il mio nome tra gli uomini. Chiari furono i miei maggiori, e nella patria loro, a cui prego concordia e temperanza pari alla grandezza di sue fortune, tennero amplissimi uffici, sebbene, la più parte, amarono le ardite intraprese ed anteposero il mare alla terra. L’aquila dei Vivaldi s’allegrò nella vista dei flutti; fu chiamata sovra essi da un’arcana virtù, siccome l’ago calamitato è attratto dalla stella polare.
Furono antenati miei che, or fanno i sessanta anni, navigando oltre le colonne d’Ercole, discoprivano le isole dei Corvi marini e quell’altra che aveva a costare tante lagrime e tanti rimorsi al loro sciagurato pronipote. Nè a ciò si fermarono; chè, procedendo ad ostro, scoversero le isole Fortunate degli antichi, e animosi voltarono il capo di Gòzola, d’onde più nuova di essi non giunse alla patria. Ugolino e Vadino de’ Vivaldi il nome loro; le navi, già possedute da Tedisio Doria, che fu ad essi compagno nell’impresa, si chiamarono _Sant’Antonio_ e _Allegranza_. Dalla spiaggia natale avevano salpato le àncore nel maggio 1291, siccome vidi scritto io medesimo negli annali della patria, la quale saviamente adopera notando con diligenza ogni cosa che torni ad utile suo e a gloria dei figli.
Che avvenne egli mai? Ruppero miseramente le galere sulle ultime rive africane? O, ricondottesi in alto, le imprigionarono i mari di alighe, terribili al nocchiero per le loro calme insidiose? O, più felici, afferrarono l’isola di San Brandano, che molti videro e a cui nessuno approdò? Comunque sia, glorioso e fatale alla mia gente fu il mare. Anche di Benedetto, mio padre, partito nell’anno 1326 a discoprire nuove terre insieme con Angelino del Moro, non si ebbe più nuova sicura.
Ed io? Se le onde ricusarono questa misera spoglia mortale, ben vollero la pace dell’anima mia. Anche me giovinetto allettarono i fragori del mare tenebroso, e cercando del padre (così dissimulava le sue vie il destino!) navigai verso i paurosi gorghi, ne’ quali il sole s’inabissa ogni sera. La mia nave, ch’ebbe a nome la _Ventura_, corse i flutti fino al capo di Gózola, si perigliò fino a quelle isole dei Corvi, dove invero non sono corvi, ma falchi, astori e cani marini, cacciatori pazienti delle vittime che l’audacia umana offre in tributo all’Oceano.
Vissi parecchi anni in tal guisa. La mia patria, guasta da intestine discordie, non aveva lusinghe per me. Il mare erami divenuto patria, il mare che era mio fino a tanto io non diventassi suo. Avido dell’ignoto, che già aveva inghiottito alcuno de’ miei, amavo su tutti gli altri i flutti che ruggivano oltre lo stretto di Septa. Colà in altri tempi era stata l’isola d’Atlantide, di cui narrarono i sacerdoti egiziani a Solone, così vasta che più non sono Asia e Libia riunite, e un giorno sommersa per virtù di tremuoto, insieme col suo gran popolo di conquistatori. Che rimase egli della gran terra? Poche isole deserte di rincontro allo stretto. Ma forse più oltre, chi sa?... Seneca lo ha scritto; giorno verrà, sebben tardi, che l’Oceano rallenti i suoi vincoli e un’ampia regione si mostri; un altro nocchiero discoprirà nuovi mondi, nè più tra le terre conosciute sarà ultima Tule.
Quel mare io correvo; dai confini dell’Africa, donde si tolgono le resine e le polveri preziose che tutta Europa dimanda, risalivo alle coste d’Iberia e di Lusitania e su fino ai porti di Fiandra, ove gli aromi della famosa terra del Sole si mutano coi famosi tessuti, sfoggio delle nobili case. Di là veleggiavo all’Inghilterra, ricca cosiffattamente di lane, che spesso incontri monistero o badia che possa fornirti il carico intiero.
Dell’Inghilterra erami sopra modo piaciuta la città di Bristol, che siede dalla parte occidentale, nella contea di Glocester. È dessa un ragguardevole emporio, presso a due fiumi, che uniti scorrono per lunga e profonda foce al mare, di guisa che le navi hanno agio di avvicinarsi alla città, risalendo il canale. Nobili edifizi l’adornano, tra i quali l’abbazia di Santo Agostino, stupendo lavoro d’architetti normanni. Colà, nel luogo sacro al raccoglimento e alla preghiera, mi venne veduta la donna che prima ed ultima amai.
A venticinque anni, io non aveva ancora sperimentati i colpi d’amore. Niente era ignoto delle umane lusinghe alla mia libera gioventù; ma l’arcana dolcezza, che c’inonda come celeste rugiada, alla vista d’una donna, di una sola tra tutte, ma la fiamma intensa che affina il desiderio e lo eterna, come sacro fuoco nel profondo del cuore, erano cose nuove per me. Un affetto mi ardeva, il mare; una sete, l’ignoto; ad altro non si volgeva, di null’altro curava il mio spirito. Possanza effimera, pace in un punto rapita!
Lo ricorderò sempre; era un bel dì d’aprile, e la primavera, confortata dai raggi d’un benigno sole, alitava d’intorno le sue aure tepide e molli. Non triste, poichè nessuna cagione di tristezza poteva albergarmi nell’animo, ma tranquillamente pensoso, siccome l’uomo che, solingo in terra, consideri il suo cammino vitale, su cui non appariscano stagioni nè meta, m’ero ridotto nella chiesa del glorioso apostolo dell’Inghilterra, mentre i monaci salmeggiavano intorno all’altare e una sacra armonia accompagnava le note. Si udiva colà lo strumento maraviglioso, che è detto organo, e migliore a gran pezza che non fosse il celebratissimo della chiesa di Westminster, imperocchè questo di Sant’Agostino era più recente opera di un frate del monastero, e, come già allora in alcuni organi d’Italia e di Lamagna, vi si ammiravano più ordini di voci gravi ed acute, e tra essi l’umana, che è veramente angelica cosa. Molti cittadini, e dei maggiorenti della terra, convenivano al tempio per ascoltare i suoni di quella voce, che, cercando ogni fibra, si ergeva solennemente a Dio, portandogli, raccolti in un inno di lode, tutti i commovimenti e l’estasi degli uditori. La musica è anch’essa una preghiera; quel misto di desiderio e di appagamento, quell’incognito indistinto di soavi tumulti e di rapimenti dell’animo, bene risponde ai sensi della creatura, allorquando ella si raccoglie e si concentra in sè medesima, per innalzarsi al suo Dio.
E in quella che io chiamerò onda, vapore, incenso di melodia, vidi l’angelica donna. La vidi? Meglio sarebbe il dire che n’ebbi come un bagliore negli occhi. Stava ella dall’altra banda del tempio, ove si raccolgon le donne, in piè ritta nel vano d’un arco della grande navata, poco lunge dalla tribuna. La manca chiusa in un guanto di Spagna, che saliva a coprirle il polso e una parte del braccio, poggiava sopra lo scannello dell’inginocchiatoio, mentre la destra, raccolta al petto, si ripiegava su d’un uffiziuolo, ornato di bei fermagli d’oro. Come fosse bella, m’è impossibile il dire. Da lunghi anni la sua immagine è scolpita nel mio cuore; il pensiero se la raffigura ad ogni istante, ma le parole non reggono al paragone. Aveva neri i capegli e lucenti sotto lo zendado bianco, in cui erano a mezzo ravvolti; nè lo zendado agguagliava la candidezza del collo, cui scendeva a carezzare co’ suoi lembi ricadenti. La fronte ampia, nitida e perlata, su cui scintillava uno smeraldo raccomandato ad una sottil catenella d’oro, mostravasi illuminata da un mite raggio di sole, che rischiarava la profondità di due grandi occhi neri, e faceva risaltare i delicati e in un grandiosi contorni del viso, i morbidi alabastri delle guancie e il corallo tenero delle labbra semichiuse, donde pur mo’ era esalata la preghiera. Niente dissimulava la rilevata leggiadria della persona, nè cappuccio, nè manto, che forse avealo qualche paggio, o donzello, preparato in sull’uscio; la cotta, che era di sciàmito verde divisato a fogliami, stretta al corpo da una cintura sprangata d’oro che s’annodava sul lato sinistro, donde pendeva la borsa di drappo cremisino trapunta di bisantini, si rigirava sul fianco tondeggiante, e qui si partiva in picciole pieghe, le quali si veniano man mano allargando e si voltavano a strascico.
Certo ell’era donna d’alto lignaggio; ma, così bella e superbamente ornata, non appariva altrimenti lieta. L’atto suo era di meditazione; ma que’ grandi occhi neri guardavano essi l’altare, o non per avventura più lunge? A me parve in quel punto cosa più che mortale; bellezza di cielo venuta in terra a mostrare miracolo che sia, anima prigioniera che anela a lontane regioni e si perde nella contemplazione d’una vita arcana, d’un mondo invisibile, che ella indovina, o ricorda. E rimasi lungamente estatico a riguardarla; non vidi nessuno, nè intorno a me, nè più oltre. La chiesa era splendida e buia; sole e tenebre nell’ampio recinto; luce dov’ella era, oscurità in ogni altro luogo; o, per dire più veramente, era dessa la luce (perdonate, mio Dio!), e quella gran luce copriva, offuscava, nascondeva intorno intorno ogni cosa.
Quanto durasse quella mia contemplazione non so. Ben m’avvidi ad un tratto che l’organo taceva e i sacri canti del pari; il tempio era quasi vuoto, la celeste visione sparita. Restai come trasognato alcun tempo, indi corsi, volai all’aperto, ma senza vederla altrimenti; quantunque errassi a lungo per le vie più nobili della città, dove mi sembrava ragionevole che ella avesse dimora. Del resto mi venni chetando, chè il colpo, sebbene gagliardo, era troppo recente, perchè io già sentissi le trafitture della ferita, e poi, in simili congiunture, pari ai silenzi precursori del nembo, l’uomo sente tal fiata il bisogno di raccoglier gli spiriti. Io indagavo me stesso; sentivo con stupore, per la prima volta, e di punto in bianco, la mia vita esser piena di qualche cosa, e, quantunque non potessi farmene ancora un giusto concetto, oramai volta ad un fine; frattanto sorbivo la voluttà delle prime speranze, divisavo nell’animo gli ostacoli vinti, i pericoli superati, le gioie ottenute.
Non pigliai lingua da nessuno; ai mercatanti che conoscevo in città non chiesi contezza di lei, nè indizio anco lontanamente inteso a scoprirla: chè mi sarebbe parso di profanare con atti volgari il dolcissimo sentimento nato quel dì nel mio cuore. Presi in quella vece ad andare ogni giorno alla chiesa, sempre sperando e mai non venendo a capo di rivedere la bella sconosciuta. Che era egli accaduto? Forse inferma? O il mio rapimento era stato notato? Imperocchè, anche ciò era possibile; se così ero stato io fuori di me, da non avvedermi del finire degli uffizi divini, la mia estasi aveva certamente potuto dar negli occhi ai vicini, e a qualche geloso tra essi. E cotesto, intravveduto da prima, indi ricisamente paventato, mi fece più guardingo e peritoso a chieder di lei.
Infine, più non la vidi. Sogno svanito! — dissi un giorno tra me. Pazienza, povero illuso! L’Oceano vuol la sua preda; torna al tuo mare, torna al tuo vecchio amore, che ti perderà, non dubitare, come potrebbe perderti l’amor d’una donna.
II.
La _Ventura_ stava per compiere in que’ giorni il suo carico, a ciò invigilando Lanzerotto, il mio còmito. Io non avevo gentiluomini di poppa con me, sebbene la mole della galera, accomodata ad uso di guerra e di traffico, avrebbe potuto ragionevolmente consigliarmi a tôrre compagni. Padrone della nave e desideroso di fare in ogni cosa il mio talento, avevo amato meglio esser solo al comando, e Lanzerotto, dal canto suo, siccome è uffizio dei còmiti, oltre il comandare alla marinaresca e alla ciurma e dirigere la manovra delle vele e degli ormeggi, era maestro nell’arte di stivar le galere.