La vita nuova

Part 5

Chapter 53,819 wordsPublic domain

Potrebbe qui dubitar persona degna da dichiarargli ogni dubitazione, e dubitar potrebbe di ciò ch’io dico d’Amore, come se fosse una cosa per sè, e non solamente sostanza intelligente, ma sì come fosse sostanza corporale. La qual cosa, secondo verità, è falsa; chè Amore non è per sè siccome sostanza, ma è un accidente in sostanza. E che io dica di lui come fosse corpo, ed ancora come se fosse uomo, appare per tre cose che io dico di lui. Dico che ’l vidi di lungi venire; onde conciossiacosa che il _venire_ dica moto locale, e localmente mobile per sè, secondo il filosofo, sia solamente corpo; appare che io ponga Amore essere corpo. Dico anche di lui che elli ridea, e anche che parlava; le quali cose paiono esser proprie dell’uomo, e specialmente esser risibile; e però appare ch’io ponga lui esser uomo. A cotal cosa dichiarare, secondo ch’è buono al presente, prima è da intendere che anticamente non erano dicitori d’Amore in lingua volgare, anzi erano dicitori d’Amore certi poeti in lingua latina: tra noi, dico, avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e avvegna ancora che, siccome in Grecia, non volgari, ma litterati poeti queste cose trattavano. E non è molto numero d’anni passato, che apparirono prima questi poeti volgari; chè dire per rima in volgare tanto è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia picciol tempo è, che se volemo cercare in lingua d’_oco_ e in lingua di _sì_, noi non troveremo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni. E la cagione per che alquanti grossi ebbero fama di saper dire, è che quasi furono i primi che dissero in lingua di _sì_. E lo primo che cominciò a dire siccome poeta volgare, si mosse però che volle fare intendere le sue parole a donna, alla quale era malagevole ad intendere i versi latini. E questo è contro a coloro che rimano sopra altra materia che amorosa; conciossiacosa che cotal modo di parlare fosse dal principio trovato per dire d’Amore. Onde, conciossiacosa che a’ poeti sia conceduta maggior licenza di parlare che alli prosaici dittatori, e questi dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole che a loro sia maggior licenza largita di parlare, che agli altri parlatori volgari: onde, se alcuna figura o colore retorico è conceduto alli poeti, conceduto è a’ rimatori. Dunque, se noi vedemo che gli poeti hanno parlato alle cose inanimate come se avessero senso e ragione, e fattele parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere; cioè che detto hanno, di cose le quali non sono, che parlano, e detto che molti accidenti parlano, siccome fossero sostanze e uomini; degno è lo dicitore per rima fare lo simigliante, non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d’aprire per prosa. Che li poeti abbiano così parlato come detto è, appare per Virgilio; il quale dice che Giuno, cioè una dea nemica dei Troiani, parlò ad Eolo signore delli venti, quivi nel primo dell’_Eneida_: _Æole, namque tibi_, e che questo signore rispose, quivi: _Tuus, o regina, quid optes_. Per questo medesimo poeta parla la cosa che non è animata alle cose animate, nel terzo dell’_Eneida_, quivi: _Dardanidæ duri_. Per Lucano parla la cosa animata alla cosa inanimata, quivi: _Multum, Roma, tamen debes civilibus armis_. Per Orazio parla l’uomo alla sua scienza medesima, siccome ad altra persona; e non solamente sono parole di Orazio, ma dicele quasi recitando lo modo del buono Omero, quivi nella sua _Poetria; Dic mihi, Musa, virum_. Per Ovidio parla Amore, come se fosse persona umana, nel principio del libro c’ha nome _Rimedio d’Amore_, quivi: _Bella mihi, video, bella parantur, ait_. E per questo puote essere manifesto a chi dubita in alcuna parte di questo mio libello. E acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che nè li poeti parlano così senza ragione, nè que’ che rimano deono così parlare non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono, però che grande vergogna sarebbe a colui che compone cose sotto vesta di figura o di colore retorico, e poi domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa che avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente.

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti, che quando passava per via, le persone correano per veder lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso ad alcuno, tanta onestà venìa nel core di quello, ch’egli non ardìa di levare gli occhi, nè di rispondere al suo saluto; e di questo molti, siccome esperti, mi potrebbono testimoniare a chi nol credesse. Ella coronata e vestita di umiltà s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poi che passata era: «Questa non è femina, anzi è uno de’ bellissimi angeli di cielo». E altri diceano: «Questa è una meraviglia; che benedetto sia lo Signore che sì mirabilmente sa operare!» Io dico ch’ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti i piaceri, che quelli che la miravano comprendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che ridire non la sapevano; nè alcuno era lo quale potesse mirar lei, che nel principio non gli convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano mirabilmente e virtuosamente. Ond’io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stile della sua loda, proposi di dire parole nelle quali dessi ad intendere delle sue mirabili ed eccellenti operazioni; acciò che non pure coloro che la poteano sensibilmente vedere, ma gli altri sapessono di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo Sonetto:

[Illustrazione: Beatrice]

Tanto gentile e tanto onesta pare La donna mia, quand’ella altrui saluta, Ch’ogni lingua divien tremando muta E gli occhi non l’ardiscon di guardare.

Ella sen va, sentendosi laudare, Benignamente d’umiltà vestuta; E par che sia una cosa venuta Di cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira, Che dà per gli occhi una dolcezza al core, Che ’ntender non la può chi non la prova.

E par che della sua labbia si muova Un spirito soave pien d’amore, Che va dicendo all’anima: sospira.

_Questo Sonetto è si piano ad intendere, per quello che narrato è dinanzi, che non ha bisogno d’alcuna divisione._

Dico che questa mia donna venne in tanta grazia, che non solamente era ella onorata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate molte. Ond’io veggendo ciò, e volendolo manifestare a chi ciò non vedea, proposi anche di dire parole, nelle quali ciò fosse significato: e dissi allora questo altro Sonetto, lo quale narra come la sua virtù adoperava nelle altre.

Vede perfettamente ogni salute Chi la mia donna tra le donne vede: Quelle che van con lei sono tenute Di bella grazia a Dio render mercede.

E sua beltate è di tanta virtute, Che nulla invidia all’altre ne procede, Anzi le face andar seco vestute Di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa ogni cosa umìle, E non fa sola sè parer piacente, Ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è negli atti suoi tanto gentile, Che nessun la si può recare a mente, Che non sospiri in dolcezza d’amore.

_Questo Sonetto ha tre parti; nella prima, dico tra che gente questa donna più mirabile parea; nella seconda, dico come era graziosa la sua compagnia; nella terza, dico di quelle cose ch’ella virtuosamente operava in altrui. La seconda parte comincia quivi:_ Quelle che van; _la terza quivi:_ E sua beltate. _Quest’ultima parte si divide in tre: nella prima, dico quello che operava nelle donne, cioè per loro medesime; nella seconda, dico quello che operava in loro per altrui; nella terza, dico come non solamente nelle donne operava, ma in tutte le persone, e non solamente nella sua presenza, ma ricordandosi di lei, mirabilmente operava. La seconda comincia quivi:_ La vista; _la terza quivi:_ Ed è negli atti.

Appresso ciò cominciai a pensare un giorno sopra quello che detto avea della mia donna, cioè in questi due Sonetti precedenti; e veggendo nel mio pensiero ch’io non aveva detto di quello che al presente tempo adoperava in me, pareami difettivamente aver parlato; e però proposi di dire parole, nelle quali io dicessi come mi parea esser disposto alla sua operazione, e come operava in me la sua virtude. E non credendo ciò poter narrare in brevità di Sonetto, cominciai allora una Canzone, la quale comincia:

Sì lungamente m’ha tenuto Amore, E costumato alla sua signoria, Che, sì com’egli m’era forte in pria, Così mi sta soave ora nel core. Però quando mi toglie sì ’l valore, Che gli spiriti par che fuggan via, Allor sente la frale anima mia Tanta dolcezza, che ’l viso ne smuore. Poi prende Amore in me tanta virtute, Che fa li miei sospiri gir parlando; Ed escon fuor chiamando La donna mia, per darmi più salute. Questo m’avviene ovunque ella mi vede, E sì è cosa umìl, che non si crede.

_Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium._ Io era nel proponimento ancora di questa Canzone, e compiuta n’avea questa sovrascritta stanza, quando lo Signore della giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella reina benedetta, Virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenza nelle parole di questa Beatrice beata. Ed avvegna che forse piacerebbe al presente trattare alquanto della sua partita da noi, non è mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni: la prima si è, che ciò non è del presente proposito, se volemo guardare nel proemio, che precede questo libello; la seconda si è, che, posto che fosse del presente proposito, ancora non sarebbe sufficiente la mia lingua a trattare, come si converrebbe, di ciò; la terza si è, che, posto che fosse l’uno e l’altro, non è convenevole a me trattare di ciò, per quello che, trattando, converrebbe me essere laudatore di me medesimo, la qual cosa è al postutto biasimevole a chi ’l fa; e però lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, perchè molte volte il numero del nove ha preso luogo tra le parole dinanzi, onde pare che sia non senza ragione, e nella sua partita cotale numero pare che avesse molto luogo, conviensi qui dire alcuna cosa, acciò che pare al proposito convenirsi. Onde prima dirò come ebbe luogo nella sua partita, e poi ne assegnerò alcuna ragione, perchè questo numero fu a lei cotanto amico.

[Illustrazione: Beata Beatrix]

Io dico che, secondo l’usanza d’Italia, l’anima sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese; e secondo l’usanza di Sorìa, ella si partì nel nono mese dell’anno; perchè il primo mese è ivi Tisrin, il quale a noi è Ottobre. E secondo l’usanza nostra, ella si partì in quello anno della nostra indizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero nove volte era compiuto in quel centinajo, nel quale in questo mondo ella fu posta: ed ella fu de’ cristiani del terzodecimo centinajo. Perchè questo numero fu tanto amico di lei, questa potrebb’essere una ragione: conciossiacosa che, secondo Tolomeo, e secondo la cristiana verità, nove siano li cieli che si movono, e secondo comune opinione astrologica li detti cieli adoperino quaggiù secondo la loro abitudine insieme, questo numero fu amico di lei per dare ad intendere che nella sua generazione tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme. Questa è una ragione di ciò; ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo numero fu ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così: Lo numero del tre è la radice del nove, però che senz’altro numero, per sè medesimo moltiplicato, fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque, se il tre è fattore per sè medesimo del nove, e lo fattore dei miracoli per sè medesimo è tre, cioè Padre, Figliuolo e Spirito santo, li quali sono tre ed uno, questa donna fu accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere che ella era un nove, cioè un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade. Forse ancora per più sottil persona si vedrebbe in ciò più sottil ragione; ma questa è quella ch’io ne veggio, e che più mi piace.

Poi che la gentilissima donna fu partita di questo secolo, rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova e dispogliata di ogni dignitade; ond’io, ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrissi a’ prìncipi della terra alquanto della sua condizione, pigliando quello cominciamento di Geremia profeta: _Quomodo sedet sola civitas!_ E questo dico, acciò che altri non si maravigli perchè io l’abbia allegato di sopra, quasi come entrata della nuova materia, che appresso viene. E se alcuno volesse me riprendere di ciò che non scrivo qui le parole che seguitano a quelle allegate, scusomene, però che lo intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare: onde, conciossiacosa che le parole che seguitano a quelle che sono allegate, sieno tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento se io le scrivessi: e simile intenzione so che ebbe questo mio primo amico, a cui ciò scrivo, cioè ch’io gli scrivessi solamente in volgare.

Poi che gli occhi miei ebbero per alquanto tempo lagrimato, e tanto affaticati erano ch’io non potea disfogare la mia tristizia, pensai di volerla disfogare con alquante parole dolorose; e però proposi di fare una Canzone, nella quale piangendo ragionassi di lei, per cui tanto dolore era fatto distruggitore dell’anima mia; e cominciai allora: _Gli occhi dolenti_ ec.

_Acciò che questa Canzone paia rimanere più vedova dopo il suo fine, la dividerò prima ch’io la scriva: e cotal modo terrò da qui innanzi. Io dico che questa cattivella Canzone ha tre parti: la prima, è proemio; nella seconda, ragiono di lei; nella terza, parlo alla Canzone pietosamente. La seconda comincia quivi:_ Ita n’è Beatrice; _la terza quivi:_ Pietosa mia Canzone. _La prima parte si divide in tre: nella prima, dico per che mi muovo a dire; nella seconda, dico a cui voglio dire; nella terza, dico di cui voglio dire. La seconda comincia quivi:_ E perchè mi ricorda; _la terza quivi:_ E dicerò. _Poscia quando dico:_ Ita n’è Beatrice, _ragiono di lei, e intorno a ciò fo due parti. Prima, dico la cagione perchè tolta ne fu; appresso, dico come altri si piange della sua partita, e comincia questa parte quivi:_ Partissi della sua. _Questa parte si divide in tre: nella prima, dico chi non la piange; nella seconda, dico chi la piange; nella terza, dico della mia condizione. La seconda comincia quivi:_ Ma vien tristizia e doglia; _la terza;_ Dannomi angoscia. _Poscia quando dico:_ Pietosa mia Canzone, _parlo a questa mia Canzone, designandole a quali donne sen vada, e steasi con loro._

Gli occhi dolenti per pietà del core Hanno di lagrimar sofferta pena, Sì che per vinti son rimasi omai. Ora s’io voglio sfogar lo dolore, Che a poco a poco alla morte mi mena, Convenemi parlar traendo guai. E perchè mi ricorda ch’io parlai Della mia donna, mentre che vivìa, Donne gentili, volentier con vui Non vo’ parlare altrui, Se non a cor gentil che ’n donna sia; E dicerò di lei piangendo, pui Che se n’è gita in ciel subitamente, Ed ha lasciato Amor meco dolente.

Ita n’è Beatrice in alto cielo, Nel reame ove gli angeli hanno pace, E sta con loro; e voi, donne, ha lasciate. Non la ci tolse qualità di gelo, Nè di calor, sì come l’altre face; Ma sola fu sua gran benignitate: Chè luce della sua umilitate Passò li cieli con tanta virtute, Che fe’ maravigliar l’eterno Sire, Sì che dolce disire Lo giunse di chiamar tanta salute, E fêlla di quaggiuso a sè venire; Perchè vedea ch’esta vita noiosa Non era degna di sì gentil cosa.

Partissi della sua bella persona Piena di grazia l’anima gentile, Ed èssi glorïosa in loco degno. Chi non la piange quando ne ragiona, Core ha di pietra sì malvagio e vile, Ch’entrar non vi può spirito benegno. Non è di cor villan sì alto ingegno, Che possa imaginar di lei alquanto, E però non gli vien di pianger voglia: Ma vien tristizia e doglia Di sospirare e di morir di pianto; E d’ogni consolar l’anima spoglia Chi vede nel pensiero alcuna volta Qual ella fu, e com’ella n’è tolta.

Dannomi angoscia li sospiri forte. Quando il pensiero nella mente grave Mi reca quella che m’ha il cor diviso: E spesse fiate pensando alla morte, Me ne viene un disìo tanto soave, Che mi tramuta lo color nel viso; E quando ’l ’maginar mi tien ben fiso, Giugnemi tanta pena d’ogni parte, Ch’i’ mi riscuoto per dolor ch’i’ sento; E sì fatto divento, Che dalle genti vergogna mi parte. Poscia piangendo, sol nel mio lamento Chiamo Beatrice; e dico: Or se’ tu morta! E mentre ch’io la chiamo, mi conforta.

Pianger di doglia e sospirar d’angoscia Mi strugge il core ovunque sol mi trovo, Sì che ne increscerebbe a chi ’l vedesse: E qual è stata la mia vita, poscia Che la mia donna andò nel secol novo, Lingua non è che dicer lo sapesse: E però, donne mie, per ch’io volesse, Non vi saprei ben dicer quel ch’io sono, Sì mi fa travagliar l’acerba vita: La quale è sì invilita, Che ogn’uom par che mi dica: Io t’abbandono, Vedendo la mia labbia tramortita. Ma qual ch’io sia, la mia donna sel vede, Ed io ne spero ancor da lei mercede.

Pietosa mia Canzone, or va piangendo; E ritrova le donne e le donzelle, A cui le tue sorelle Erano usate di portar letizia; E tu che sei figliuola di tristizia, Vattene sconsolata a star con elle.

Poi che detta fu questa Canzone, sì venne a me uno, il quale secondo li gradi dell’amistade, è amico a me immediatamente dopo il primo: e questi fu tanto distretto di sanguinità con questa gloriosa, che nullo più presso l’era. E poi che fu meco a ragionare, mi pregò che io gli dovessi dire alcuna cosa per una donna che s’era morta; e simulava sue parole, acciò che paresse che dicesse d’un’altra, la quale morta era cortamente: ond’io accorgendomi che questi dicea solo per quella benedetta, dissi di fare ciò che mi domandava lo suo prego. Ond’io poi pensando a ciò, proposi di fare un Sonetto, nel quale mi lamentassi alquanto, e di darlo a questo mio amico, acciò che paresse, che per lui l’avessi fatto; e dissi allora questo Sonetto che comincia: _Venite ad intender_, ecc.

_Questo Sonetto ha due parti: nella prima chiamo li fedeli d’Amore che m’intendano; nella seconda, narro della mia misera condizione. La seconda comincia quivi:_ Li quai disconsolati.

Venite a intender li sospiri miei, O cor gentili, che pietà il disìa; Li quai disconsolati vanno via, E, s’e’ non fosser, di dolor morrei;

Però che gli occhi mi sarebbon rei Molte fïate più ch’io non vorrìa, Lasso di pianger sì la donna mia, Ch’io sfogherei lo cor piangendo lei.

Voi udirete lor chiamar sovente La mia donna gentil, che se n’è gita Al secol degno della sua virtute;

E dispregiar talora questa vita In persona dell’anima dolente, Abbandonata dalla sua salute.

Poi che detto ebbi questo Sonetto, pensandomi chi questi era, cui lo intendeva dare quasi come per lui fatto, vidi che povero mi pareva lo servigio e nudo a così distretta persona di questa gloriosa. E però innanzi ch’io gli dessi il soprascritto Sonetto, dissi due stanze di una Canzone; l’una per costui veracemente, e l’altra per me, avvegna che paia l’una e l’altra per una persona detta, a chi non guarda sottilmente. Ma chi sottilmente le mira, vede bene che diverse persone parlano; in ciò che l’una non chiama sua donna costei, e l’altra sì, come appare manifestamente. Questa Canzone e questo Sonetto gli diedi, dicendo io che per lui solo fatto l’avea.

_La Canzone comincia:_ Quantunque volte, _ed ha due parti: nell’una, cioè nella prima stanza, si lamenta questo mio caro amico, distretto a lei; nella seconda, mi lamento io, cioè nell’altra stanza che comincia:_ E’ si raccoglie. _E così appare che in questa Canzone si lamentano due persone, l’una delle quali si lamenta come fratello, l’altra come servidore._

Quantunque volte, lasso! mi rimembra Ch’io non debbo giammai Veder la donna, ond’io vo sì dolente, Tanto dolore intorno al cor m’assembra La dolorosa mente, Ch’io dico: Anima mia, chè non ten vai? Chè li tormenti, che tu porterai Nel secol che t’è già tanto noioso, Mi fan pensoso di paura forte; Ond’io chiamo la Morte, Come soave e dolce mio riposo; E dico: Vieni a me, con tanto amore, Ch’io sono astioso di chiunque muore.

E’ si raccoglie negli miei sospiri Un suono di pietate, Che va chiamando Morte tuttavia. A lei si volser tutti i miei desiri, Quando la donna mia Fu giunta dalla sua crudelitate: Perchè il piacere della sua beltate, Partendo sè dalla nostra veduta, Divenne spirital bellezza grande, Che per lo cielo spande Luce d’amor, che gli angeli saluta, E lo intelletto loro alto e sottile Face maravigliar; tanto è gentile!

In quel giorno, nel quale si compiva l’anno che questa donna era fatta de’ cittadini di vita eterna, io mi sedea in parte, nella quale ricordandomi di lei, disegnava un angelo sopra certe tavolette: e mentre io ’l disegnava, volsi gli occhi e vidi lungo me uomini, a’ quali si conveniva di fare onore. E’ riguardavano quello ch’io facea, e secondo che mi fu detto poi, egli erano stati già alquanto, anzi che io me n’accorgessi. Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: «Altri era testè meco, e perciò pensava». Onde partiti costoro, ritornaimi alla mia opera, cioè del disegnare figure d’angeli. Facendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole per rima, quasi per annovale di lei, e scrivere a costoro, li quali erano venuti a me: e dissi allora questo Sonetto, che comincia: _Era venuta_, lo quale ha due cominciamenti; e però lo dividerò secondo l’uno e l’altro.

[Illustrazione: Dante sorpreso a disegnare un angelo]

_Dico che, secondo il primo, questo Sonetto ha tre parti: nella prima, dico che questa donna era già nella mia memoria; nella seconda, dico quello che Amore però mi facea; nella terza, dico degli effetti d’Amore. La seconda comincia quivi:_ Amor che; _la terza quivi:_ Piangendo uscivan. _Questa parte si divide in due: nell’una, dico che tutti i miei sospiri usciano parlando; nell’altra, dico come alquanti diceano certe parole diverse dagli altri. La seconda comincia quivi:_ Ma quelli. _Per questo medesimo modo si divide secondo l’altro cominciamento, salvo che nella prima parte dico quando questa donna era così venuta nella mia memoria, e ciò non dico nell’altro._

PRIMO COMINCIAMENTO.

Era venuta nella mente mia La gentil donna, che per suo valore Fu posta dall’altissimo Signore Nel ciel dell’umiltate, ov’è Maria.

SECONDO COMINCIAMENTO.

Era venuta nella mente mia Quella donna gentil, cui piange Amore, Entro quel punto che lo suo valore Vi trasse a riguardar quel ch’io facìa.

Amor, che nella mente la sentìa, S’era svegliato nel distrutto core, E diceva a’ sospiri: Andate fuore; Per che ciascun dolente si partìa.

Piangendo uscivan fuori del mio petto Con una voce, che sovente mena Le lagrime dogliose agli occhi tristi.

Ma quelli, che n’uscian con maggior pena, Venìen dicendo: O nobile intelletto, Oggi fa l’anno che nel ciel salisti.