Part 4
_Questa Canzone, acciò che sia meglio intesa, la dividerò più artificiosamente che le altre cose di sopra, e però prima ne fo tre parti. La prima parte è proemio delle seguenti parole: la seconda, è lo intento trattato; la terza, è quasi una servigiale delle precedenti parole. La seconda comincia quivi:_ Angelo chiama; _la terza quivi:_ Canzone, io so. _La prima parte si divide in quattro: nella prima, dico a cui dir voglio della mia donna, e perchè io voglio dire; nella seconda, dico che mi pare a me stesso quand’io penso lo suo valore, e come io direi se non perdessi l’ardimento; nella terza, dico come credo dire di lei, acciò che io non sia impedito da viltà; nella quarta, ridicendo ancora a cui intendo di dire, dico la ragione per che dico a loro. La seconda comincia quivi:_ Io dico; _la terza quivi:_ Ed io non vo’ parlar; _la quarta quivi:_ Donne e donzelle. _Poi quando dico:_ Angelo chiama, _comincio a trattare di questa donna; e dividesi questa parte in due. Nella prima, dico che di lei si comprende in cielo; nella seconda, dico che di lei si comprende in terra, quivi:_ Madonna è disiata. _Questa seconda parte si divide in due; chè nella prima dico di lei quanto dalla parte della nobiltà della sua anima, narrando alquante delle sue virtudi effettive, che dalla sua anima procedeano: nella seconda, dico di lei quanto dalla parte della nobiltà del suo corpo, narrando alquante delle sue bellezze, quivi:_ Dice di lei Amor. _Questa seconda parte si divide in due, chè nella prima, dico d’alquante bellezze, che sono secondo tutta la persona; nella seconda dico d’alquante bellezze, che sono secondo determinata parte della persona, quivi:_ Degli occhi suoi. _Questa seconda parte si divide in due; che nell’una dico degli occhi, che sono principio di Amore; nella seconda, dico della bocca, ch’è fine d’Amore. Ed acciò che quinci si levi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi legge, che di sopra è scritto che il saluto di questa donna, lo quale era operazione della sua bocca, fu fine de’ miei desiderj, mentre che io lo potei ricevere. Poscia quando dico:_ Canzone io so, _aggiungo una stanza quasi come ancella dell’altre, nella quale dico quello che da questa mia Canzone desidero. E però che quest’ultima parte è lieve ad intendere, non mi travaglio di più divisioni. Dico bene, che a più aprire lo intendimento di questa Canzone si converrebbe usare più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno, che per queste che son fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare: chè certo io temo d’avere a troppi comunicato il suo intendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, s’egli avvenisse che molti le potessono udire._
Appresso che questa Canzone fu alquanto divolgata tra le genti, conciofossecosa che alcuno amico l’udisse, volontà lo mosse a pregarmi ch’io gli dovessi dire che è Amore, avendo forse, per le udite parole, speranza di me oltre che degna. Ond’io pensando che appresso di cotal trattato, bello era trattare alcuna cosa d’Amore, e pensando che l’amico era da servire, proposi di dire parole, nelle quali io trattassi d’Amore; e dissi allora questo Sonetto:
Amore e ’l cor gentil sono una cosa, Sì come ’l Saggio in suo dittato pone; E così esser l’un sanza l’altro osa, Com’alma razional sanza ragione.
Fagli Natura, quando è amorosa, Amor per sire, e ’l cor per sua magione, Dentro allo qual dormendo si riposa Tal volta brieve, e tal lunga stagione.
Beltate appare in saggia donna pui, Che piace agli occhi sì, che dentro al core Nasce un disio della cosa piacente:
E tanto dura talora in costui, Che fa svegliar lo Spirito d’amore: E simil face in donna uomo valente.
_Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima, dico di lui in quanto è in potenza; nella seconda, dico di lui in quanto di potenza si riduce in atto. La seconda, comincia quivi:_ Beltate appare. _La prima si divide in due: nella prima, dico in che soggetto sia questa potenza; nella seconda, dico come questo soggetto e questa potenza sieno prodotti insieme in essere, e come l’uno guarda l’altra, come forma materia. La seconda comincia quivi:_ Fagli natura. _Poi quando dico:_ Beltate appare, _dico come questa potenza si riduce in atto; e prima, come si riduce in uomo: poi, come si riduce in donna, quivi:_ E simil face in donna.
Poscia che io trattai d’Amore nella sopradetta rima, vennemi volontà di voler dire anche in loda di questa gentilissima parole, per le quali io mostrassi come si sveglia per lei quest’amore, e come non solamente si sveglia là ove dorme, ma là ove non è in potenza, ella mirabilmente operando il fa venire. E dissi allora questo Sonetto:
Negli occhi porta la mia donna Amore, Per che si fa gentil ciò ch’ella mira: Ov’ella passa, ogni uom vêr lei si gira, E cui saluta fa tremar lo core:
Sì che, bassando il viso, tutto smuore, E d’ogni suo difetto allor sospira: Fugge dinanzi a lei superbia ed ira: Aiutatemi, donne, a farle onore.
Ogni dolcezza, ogni pensiero umìle Nasce nel core a chi parlar la sente; Ond’è laudato chi prima la vide.
Quel ch’ella par quand’un poco sorride Non si può dicer nè tener a mente, Sì è novo miracolo gentile.
_Questo Sonetto ha tre parti. Nella prima, dico siccome questa donna riduce in atto questa potenza, secondo la nobilissima parte degli occhi suoi: e nella terza, dico questo medesimo, secondo la nobilissima parte della sua bocca. E intra queste due parti ha una particella, ch’è quasi domandatrice d’aiuto alla precedente parte ed alla seguente, e comincia quivi:_ Aiutatemi, donne. _La terza comincia quivi:_ Ogni dolcezza. _La prima si divide in tre; chè nella prima, dico come virtuosamente fa gentile ciò ch’ella vede; e questo è tanto a dire, quanto inducere Amore in potenza là ove non è. Nella seconda, dico come riduce in atto Amore ne’ cuori di tutti coloro cui vede. Nella terza, dico quello che poi virtuosamente adopera ne’ lor cuori. La seconda comincia:_ Ov’ella passa; _la terza:_ E cui saluta. _Quando poscia dico:_ Aiutatemi, donne, _do ad intendere a cui la mia intenzione è di parlare, chiamando le donne che m’aiutino ad onorare costei. Poi quando dico:_ Ogni dolcezza, _dico quel medesimo ch’è detto nella prima parte, secondo due atti della sua bocca: uno de’ quali è il suo dolcissimo parlare, e l’altro lo suo mirabile riso; salvo che non dico di questo ultimo come adoperi ne’ cuori altrui, perchè la memoria non puote ritener lui, nè sue operazioni._
Appresso questo non molti dì passati, sì come piacque al glorioso Sire, lo quale non negò la morte a sè, colui ch’era stato genitore di tanta maraviglia, quanta si vedeva ch’era questa nobilissima Beatrice, di questa vita uscendo, se ne gìo alla gloria eternale veracemente. Onde, conciossia che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia così intima amistà, come quella da buon padre a buon figliuolo e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e lo suo padre, siccome da molti si crede, e vero è, fosse buono in alto grado; manifesto è, che questa donna fu amarissimamente piena di dolore. E conciossiacosa che, secondo è l’usanza della sopradetta cittade, donne con donne e uomini con uomini si adunino a cotale tristizia, molte donne s’adunaro colà, ove questa Beatrice piangea pietosamente: ond’io veggendo ritornare alquante donne da lei, udii lor dire parole di questa gentilissima com’ella si lamentava. Tra le quali parole udi’ che diceano: «Certo ella piange sì, che qual la mirasse dovrebbe morire di pietade». Allora trapassarono queste donne; ed io rimasi in tanta tristizia, che alcuna lagrima talor bagnava la mia faccia, ond’io mi ricoprìa con porre le mani spesso agli miei occhi. E se non fosse ch’io attendea anche udire di lei, però che io era in luogo onde ne gìano la maggior parte di quelle donne che da lei si partiano, io mi sarei nascoso incontanente che le lagrime m’aveano assalito. E però dimorando ancora nel medesimo luogo, donne anche passarono presso di me, le quali andavano ragionando e dicendo tra loro queste parole: «Chi dee mai esser lieta di noi, che avemo udita parlare questa donna così pietosamente?» Appresso costoro passarono altre, che veniano dicendo: «Questi che quivi è, piange nè più nè meno come se l’avesse veduta, come noi avemo». Altre poi diceano di me: «Vedi questo che non pare desso: tal è divenuto». E così passando queste donne, udii parole di lei e di me in questo modo che detto è. Ond’io poi pensando, proposi di dire parole, acciò che degnamente avea cagione di dire, nelle quali io conchiudessi tutto ciò che udito avea da queste donne. E però che volentieri le avrei domandate, se non mi fosse stata riprensione, presi materia di dire, come se io le avessi domandate, ed elle mi avessero risposto. E feci due Sonetti; che nel primo domando in quel modo che voglia mi giunse di domandare; nell’altro, dico la loro risponsione, pigliando ciò ch’io udii da loro, sì come lo m’avessero detto rispondendo. E cominciai il primo: _Voi, che portate_; il secondo: _Se’ tu colui_.
Voi, che portate la sembianza umìle, Cogli occhi bassi mostrando dolore, Onde venite, chè ’l vostro colore Par divenuto di pietà simìle?
Vedeste voi nostra donna gentile Bagnar nel viso suo di pianto Amore? Ditelmi, donne, chè mel dice il core, Perch’io vi veggio andar senz’atto vile.
E se venite da tanta pietate, Piacciavi di ristar qui meco alquanto, E che che sia di lei, nol mi celate.
Io veggio gli occhi vostri c’hanno pianto, E veggiovi venir sì sfigurate. Che ’l cor mi trema di vederne tanto.
_Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima, chiamo e dimando queste donne se vengono da lei, dicendo loro ch’io il credo, perchè tornano quasi ingentilite. Nella seconda, le prego che mi dicano di lei; e la seconda comincia quivi:_ E se venite.
Se’ tu colui c’hai trattato sovente Di nostra donna, sol parlando a nui? Tu rassomigli alla voce ben lui, Ma la figura ne par d’altra gente.
Deh! perchè piangi tu sì coralmente, Che fai di te pietà venir altrui? Vedustù pianger lei, chè tu non pui Punto celar la dolorosa mente?
Lascia pianger a noi, e triste andare! E’ fa peccato chi mai ne conforta, Chè nel suo pianto l’udimmo parlare.
Ella ha nel viso la pietà sì scorta, Che qual l’avesse voluta mirare, Sarebbe innanzi a lei piangendo morta.
_Questo Sonetto ha quattro parti, secondo che quattro modi di parlare ebbero in loro le donne per cui rispondo. E però che di sopra sono assai manifesti, non m’intrametto di narrare la sentenzia delle parti, e però le distinguo solamente. La seconda comincia quivi:_ Deh! perchè piangi tu; _la terza:_ Lascia piangere a noi; _la quarta;_ Ella ha nel viso.
[Illustrazione: Gli angeli portano al cielo l’anima di Beatrice]
Appresso ciò per pochi dì, avvenne che in alcuna parte della mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, ond’io continuamente soffersi per nove dì amarissima pena; la quale mi condusse a tanta debolezza, che mi convenia stare come coloro, i quali non si possono movere. Io dico che nel nono giorno sentendomi dolore quasi intollerabilemente, a me giunse uno pensiero, il quale era della mia donna. E quando ebbi pensato alquanto di lei, e io ritornai pensando alla mia deboletta vita; e veggendo come leggiero era lo suo durare, ancora che sana fosse, cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria. Onde sospirando forte, fra me medesimo dicea: «Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia». E però mi giunse uno sì forte smarrimento, ch’io chiusi gli occhi, e cominciai a travagliare come farnetica persona, e ad imaginare in questo modo: che nel cominciamento dell’errare che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: «Tu pur morrai». E poi, dopo queste donne, m’apparvero certi visi diversi ed orribili a vedere, i quali mi diceano: «Tu se’ morto». Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello, che io non sapea dov’io mi fossi; e veder mi parea donne andare scapigliate piangendo per la via, maravigliosamente triste; e pareami vedere il sole oscurare sì, che le stelle si mostravano d’un colore, che mi facea giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che fossero grandissimi terremoti. E maravigliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, imaginai alcuno amico che mi venisse a dire: «Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo». Allora incominciai a piangere molto pietosamente; e non solamente piangea nella imaginazione, ma piangea con gli occhi bagnandoli di vere lagrime. Io imaginava di guardare verso il cielo, e pareami vedere moltitudine di angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi da loro una nebuletta bianchissima: e pareami che questi angeli cantassero gloriosamente; e le parole del loro canto mi parea udire che fossero queste: _Osanna in excelsis;_ ed altro non mi parea udire. Allora mi parea che il cuore, ov’era tanto amore, mi dicesse: «Vero e certo è che la donna nostra morta giace». E per questo mi parea andare per vedere lo corpo, nel quale era stata quella nobilissima e beata anima. E fu sì forte la erronea fantasia, che mi mostrò questa donna morta: e pareami che donne la coprissero, cioè la sua testa, con un bianco velo; e pareami che la sua faccia avesse tanto aspetto d’umiltade che parea dicesse: «Io sono a vedere lo principio della pace». In questa imaginazione mi giunse tanta umiltade per veder lei, che io chiamava la Morte, e dicea: «Dolcissima Morte, vieni a me, e non m’esser villana: però che tu dei esser fatta gentile: in tal parte se’ stata! or vieni a me che molto ti desidero: tu ’l vedi, ch’io porto già lo tuo colore». E quando io avea veduti compiere tutti i dolorosi mestieri, che alle corpora de’ morti s’usano di fare, mi parea tornare nella mia camera, e quivi mi parea guardare verso il cielo; e sì forte era la mia imaginazione, che piangendo cominciai a dire con vera voce: «O anima bellissima, com’è beato colui che ti vede!». E dicendo queste parole con doloroso singulto di pianto, e chiamando la Morte che venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale era lungo il mio letto, credendo che il mio piangere e le mie parole fossero lamento per lo dolore della mia infermità, con grande paura cominciò a piangere. Onde altre donne, che per la camera erano, s’accorsero di me che io piangeva per lo pianto che vedeano fare a questa: onde facendo lei partire da me, la quale era meco di propinquissima sanguinità congiunta, elle si trassero verso me per isvegliarmi, credendo che io sognassi, e diceanmi: «Non dormir più, e non ti sconfortare». E parlandomi così, allora cessò la forte fantasia entro quel punto ch’io volea dire: «O Beatrice, benedetta sii tu!». E già detto avea: «O Beatrice», quando riscotendomi apersi gli occhi, e vidi ch’io era ingannato; e con tutto ch’io chiamassi questo nome, la mia voce era sì rotta dal singulto del piangere, che queste donne non mi poterono intendere. Ed avvegna che io mi vergognassi molto, tuttavia per alcuno ammonimento d’amore mi rivolsi loro. E quando mi videro, cominciaro a dire: «Questi par morto»; e a dir fra loro: «Procuriam di confortarlo»; onde molte parole mi diceano da confortarmi, e talora mi domandavano di che io avessi avuto paura. Ond’io essendo alquanto riconfortato, e conosciuto lo fallace imaginare, risposi loro: «Io vi dirò quello che io ho avuto». Allora cominciai dal principio, e fino alla fine dissi loro quello che veduto avea, tacendo il nome di questa gentilissima. Onde io poi, sanato di questa infermità, proposi di dir parole di questo che m’era avvenuto, però che mi parea che fosse amorosa cosa a udire; e dissi questa Canzone:
Donna pietosa e di novella etate, Adorna assai di gentilezze umane, Era là ov’io chiamava spesso Morte. Veggendo gli occhi miei pien di pietate, Ed ascoltando le parole vane, Si mosse con paura a pianger forte; Ed altre donne, che si furo accorte Di me per quella che meco piangìa, Fecer lei partir via, Ed appressârsi per farmi sentire. Qual dicea: Non dormire; E qual dicea: Perchè sì ti sconforte? Allor lasciai la nova fantasia, Chiamando il nome della donna mia.
Era la voce mia sì dolorosa, E rotta sì dall’angoscia del pianto, Ch’io solo intesi il nome nel mio core; E con tutta la vista vergognosa, Ch’era nel viso mio giunta cotanto, Mi fece verso lor volgere Amore. Egli era tale a veder mio colore, Che facea ragionar di morte altrui: Deh confortiam costui, Pregava l’una l’altra umilemente; E dicevan sovente: Che vedustù che tu non hai valore? E quando un poco confortato fui, Io dissi: Donne, dicerollo a vui.
Mentre io pensava la mia fragil vita, E vedea ’l suo durar com’è leggiero, Piansemi Amor nel core, ove dimora; Perchè l’anima mia fu sì smarrita, Che sospirando dicea nel pensiero; Ben converrà che la mia donna mora. Io presi tanto smarrimento allora, Ch’io chiusi gli occhi vilmente gravati; E furon sì smagati Gli spirti miei, che ciascun giva errando. E poscia imaginando, Di conoscenza e di verità fuora, Visi di donne m’apparver crucciati, Che mi dicean pur: Morra’ti, morra’ti.
Poi vidi cose dubitose molte Nel vano imaginare, ov’io entrai; Ed esser mi parea non so in qual loco, E veder donne andar per via disciolte, Qual lacrimando e qual traendo guai, Che di tristizia saettavan foco. Poi mi parve vedere a poco a poco Turbar lo sole ed apparir la stella, E pianger egli ed ella; Cader gli augelli volando per l’a’re, E la terra tremare; Ed uom m’apparve scolorito e fioco, Dicendomi: Che fai? non sai novella? Mort’è la donna tua, ch’era sì bella.
[Illustrazione: Il sogno di Dante]
Levava gli occhi miei bagnati in pianti, E vedea, che parean pioggia di manna, Gli angeli che tornavan suso in cielo: Ed una nuvoletta avean davanti, Dopo la qual cantavan tutti: Osanna; E s’altro avesser detto, a voi dire’lo. Allor diceva Amor: Più non ti celo; Vieni a veder nostra donna che giace. L’imaginar fallace Mi condusse a veder mia donna morta; E quando l’ebbi scorta, Vedea che donne la covrian d’un velo; Ed avea seco una umiltà verace, Che parea che dicesse: Io sono in pace.
Io diveniva nel dolor sì umile, Veggendo in lei tanta umiltà formata, Ch’io dicea: Morte, assai dolce ti tegno: Tu dêi omai esser cosa gentile, Poi che tu se’ nella mia donna stata, E dêi aver pietate, e non disdegno. Vedi che sì desideroso vegno D’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede: Vieni, chè ’l cor ti chiede. Poi mi partìa, consumato ogni duolo; E, quando io era solo, Dicea, guardando verso l’alto regno: Beato, anima bella, chi ti vede! Voi mi chiamaste allor, vostra mercede.
_Questa Canzone ha due parti; nella prima, dico parlando a indiffinita persona, com’io fui levato d’una vana fantasia da certe donne, e come promisi loro di dirla: nella seconda, dico com’io dissi a loro. La seconda comincia quivi:_ Mentr’io pensava. _La prima parte si divide in due: nella prima, dico quello che certe donne, e che una sola, dissero e fecero per la mia fantasia, quanto è dinanzi ch’io fossi tornato in verace cognizione; nella seconda, dico quello che queste donne mi dissero, poich’io lasciai questo farneticare; e comincia questa parte quivi:_ Era la voce mia. _Poscia quando dico:_ Mentr’io pensava, _dico com’io dissi loro questa mia imaginazione; e intorno a ciò fo due parti. Nella prima, dico per ordine questa imaginazione; nella seconda, dicendo a che ora mi chiamaro, le ringrazio chiusamente; e questa parte comincia quivi_: Voi mi chiamaste.
Appresso questa vana imaginazione, avvenne un dì, che sedendo io pensoso in alcuna parte, ed io mi sentii cominciare un tremito nel core, così come s’io fossi stato presente a questa donna. Allora dico che mi giunse una imaginazione d’Amore: che mi parve vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava; e pareami che lietamente mi dicesse nel cuor mio: «Pensa di benedire lo dì ch’io ti presi, però che tu lo dêi fare». E certo mi parea avere lo core così lieto, che in me non parea che fosse lo core mio, per la sua nova condizione. E poco dopo queste parole che ’l core mi disse con la lingua d’Amore, io vidi venire verso me una gentil donna, la quale era di famosa beltade, e fu già molto donna di questo primo amico mio. E lo nome di questa donna era Giovanna; salvo che per la sua beltade, secondo ch’altri crede, imposto l’era nome di Primavera: e così era chiamata. E appresso lei guardando, vidi venire la mirabile Beatrice. Queste donne andaro presso di me così l’una appresso l’altra, e parvemi che Amore mi parlasse nel core, e dicesse: «Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d’oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così _Primavera_, cioè _prima verrà_ lo dì che Beatrice si mostrerà dopo l’imaginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare, lo primo nome suo tanto è dire quanto Primavera, perchè lo suo nome Giovanna è da quel Giovanni, lo quale precedette la verace luce, dicendo: _Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini_». Ed anche mi parve che mi dicesse, dopo queste, altre parole, cioè: «Chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore, per molta somiglianza che ha meco». Ond’io poi ripensando, proposi di scrivere per rima al primo mio amico, tacendomi certe parole le quali pareano da tacere, credendo io che ancora il suo cuore mirasse la beltà di questa Primavera gentile. E dissi questo Sonetto:
Io mi sentii svegliar dentro dal core Un spirito amoroso che dormìa: E poi vidi venir da lungi Amore Allegro sì, che appena il conoscìa;
Dicendo: Or pensa pur di farmi onore; E ’n ciascuna parola sua ridìa. E, poco stando meco ’l mio signore, Guardando in quella parte onde venìa,
Io vidi monna Vanna e monna Bice Venire invêr lo loco là ov’i’ era, L’una appresso dell’altra maraviglia:
E sì come la mente mi ridice, Amor mi disse: Questa è Primavera, E quella ha nome Amor, sì mi somiglia.
_Questo Sonetto ha molte parti: la prima delle quali dice, come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel core, e come parve che Amore m’apparisse allegro da lunga parte; la seconda, dice come mi parve che Amore mi dicesse nel mio core, e quale mi parea; la terza dice come, poi che questo fu alquanto stato meco cotale, io vidi ed udii certe cose. La seconda parte comincia quivi:_ Dicendo: or pensa pur; _la terza quivi:_ E poco stando. _La terza parte si divide in due: nella prima, dico quello ch’io vidi; nella seconda, dico quello ch’io udii; e comincia quivi:_ Amor mi disse.