La vita nuova

Part 3

Chapter 33,916 wordsPublic domain

Ora, tornando al proposito, dico che poi che la mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, che partitomi dalle genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d’amarissime lagrime: e poi che alquanto mi fu sollevato questo lagrimare, misimi nella mia camera, là dove io potea lamentarmi senza essere udito. E quivi chiamando misericordia alla donna della cortesia, e dicendo: «Amore, aiuta il tuo fedele», m’addormentai come un pargoletto battuto lagrimando. Avvenne quasi nel mezzo del mio dormire, che mi parve vedere nella mia camera lungo me sedere un giovane vestito di bianchissime vestimenta; e, pensando molto quanto alla vista sua, mi riguardava là ov’io giacea; e quando m’avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole: _Fili mi, tempus est ut prætermittantur simulacra nostra._ Allora mi parea ch’io ’l conoscessi, però che mi chiamava così come assai fiate nelli miei sospiri m’avea già chiamato. E riguardandolo parvemi che piagnesse pietosamente, e parea che attendesse da me alcuna parola: ond’io assicurandomi, cominciai a parlare così con esso: «Signore della nobiltade, perchè piagni tu?» E quegli mi dicea queste parole: _Ego tamquam centrum circuli, cui simili modo habent circumferentiæ partes; tu autem non sic._ Allora pensando alle sue parole, mi parea che mi avesse parlato molto oscuro, sì che io mi sforzava di parlare, e diceagli queste parole: «Ch’è ciò, Signore, che tu mi parli con tanta scuritade?». E quegli mi dicea in parole volgari: «Non dimandare più che utile ti sia». E però cominciai con lui a ragionare della salute, la quale mi fu negata, e domanda’lo della cagione; onde in questa guisa da lui mi fu risposto: «Quella nostra Beatrice udì da certe persone, di te ragionando, che la donna, la quale io ti nominai nel cammino de’ sospiri, ricevea da te alcuna noia. E però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa. Onde conciossiacosa che veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi certe parole per rima, nelle quali tu comprenda la forza ch’io tegno sovra te per lei, e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia. E di ciò chiama testimonio colui che ’l sa: e come tu prieghi lui che gliele dica; ed io, che sono quello, volentieri le ne ragionerò; e per questo sentirà ella la tua volontade, la quale sentendo, conoscerà le parole degl’ingannati. Queste parole fa che sieno quasi uno mezzo, sì che tu non parli a lei immediatamente, chè non è degno. E non le mandare in parte alcuna senza me, ove potessero essere intese da lei; ma falle adornare di soave armonia, nella quale io sarò tutte le volte che farà mestieri». E dette queste parole, disparve, e lo mio sonno fu rotto. Ond’io ricordandomi, trovai che questa visione m’era apparita nella nona ora del dì; e anzi che io uscissi da questa camera, proposi di fare una Ballata, nella quale seguitassi ciò che ’l mio Signore m’avea imposto, e feci poi questa Ballata:

Ballata, io vo’ che tu ritruovi Amore, E con lui vadi a Madonna davanti, Sì che la scusa mia, la qual tu canti, Ragioni poi con lei lo mio Signore.

Tu vai, Ballata, sì cortesemente, Che, senza compagnia, Dovresti avere in tutte parti ardire: Ma, se tu vuogli andar securamente, Ritruova l’Amor pria; Chè forse non è buon sanza lui gire: Però che quella, che ti debbe udire, Se, com’io credo, è invêr di me adirata, E tu di lui non fussi accompagnata, Leggieramente ti farìa disnore.

Con dolce suono, quando se’ con lui, Comincia este parole Appresso ch’averai chiesta pietate: Madonna, quegli che mi manda a vui, Quando vi piaccia, vuole, Se egli ha scusa, che la m’intendiate. Amore è quei, che per vostra beltate Lo face, come vuol, vista cangiare: Dunque, perchè gli fece altra guardare Pensatel voi, dacch’e’ non mutò ’l core.

Dille: Madonna, lo suo cuore è stato Con sì fermata fede, Ch’a voi servir l’ha pronto ogni pensero: Tosto fu vostro, e mai non s’è smagato. Se ella non ti crede, Di’ che ’n domandi Amor, che sa lo vero: Ed alla fin le fa umil preghiero, Lo perdonare se le fosse a noia, Che mi comandi per messo ch’i’ moia; E vedrassi ubidir bon servidore.

E di’ a colui ch’è d’ogni pietà chiave, Avanti che sdonnei, Che le sappia contar mia ragion buona: Per grazia della mia nota soave Riman tu qui con lei, E del tuo servo, ciò che vuol, ragiona; E s’ella per tuo priego gli perdona, Fa’ che gli annunzi in bel sembiante pace. Gentil Ballata mia, quando ti piace, Muovi in quel punto, che tu n’aggi onore.

_Questa Ballata in tre parti si divide: nella prima, dico a lei ov’ella vada, e confortola però che vada più sicura; e dico nella cui compagnia si metta, se vuole securamente andare, e senza pericolo alcuno; nella seconda, dico quello che a lei s’appartiene di fare intendere; nella terza, la licenzio del gire quando vuole, raccomandando lo suo movimento nelle braccia della fortuna. La seconda parte comincia quivi:_ Con dolce suono; _la terza quivi:_ Gentil Ballata. _Potrebbe già l’uomo opporre contro a me e dire che non sapesse a cui fosse il mio parlare in seconda persona, però che la Ballata non è altro, che queste parole ch’io parlo: e però dico che questo dubbio io lo intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte più dubbiosa: ed allora intenderà qui chi più dubbia, o chi qui volesse opporre, in quello modo._

Appresso di questa soprascritta visione, avendo già dette le parole, che Amore m’avea imposte a dire, m’incominciarono molti e diversi pensamenti a combattere e a tentare, ciascuno quasi indefensibilmente: tra li quali pensamenti, quattro m’ingombravano più il riposo della vita. L’uno dei quali era questo: «Buona è la signoria d’Amore, però che trae lo ’ntendimento del suo fedele da tutte le vili cose». L’altro era questo: «Non buona è la signoria d’Amore, però che quanto lo suo fedele più fede gli porta, tanto più gravi e dolorosi punti gli conviene passare». L’altro era questo: «Lo nome d’Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare, che la sua propria operazione sia nelle più cose altro che dolce, conciossiacosa che i nomi seguitino le nominate cose, siccome è scritto: _Nomina sunt consequentia rerum_». Lo quarto era questo: «La donna per cui Amore ti strigne così, non è come le altre donne, che leggiermente si mova del suo core». E ciascuno mi combattea tanto, che mi facea quasi stare come colui, che non sa per qual via pigli il suo cammino, che vuole andare, e non sa onde si vada. E se io pensava di voler cercare una comune via di costoro, cioè là ove tutti si accordassero, questa via era molto inimica verso di me, cioè di chiamare e di mettermi nelle braccia della Pietà. Ed in questo stato dimorando, mi giunse volontà di scriverne parole rimate; e dissine allora questo Sonetto:

Tutti li miei pensier parlan d’amore: Ed hanno in lor sì gran varïetate, Ch’altro mi fa voler sua potestate, Altro folle ragiona il suo valore.

Altro sperando m’apporta dolzore; Altro pianger mi fa spesse fïate; E sol s’accordano in chieder pietate, Tremando di paura ch’è nel core.

Ond’io non so da qual matera prenda; E vorrei dire, e non so che mi dica: Così mi truovo in amorosa erranza.

E se con tutti vo’ fare accordanza, Convenemi chiamar la mia nemica, Madonna la Pietà, che mi difenda.

_Questo Sonetto in quattro parti si può dividere: nella prima, dico e propongo che tutti li miei pensieri sono d’Amore; nella seconda, dico che sono diversi, e narro la loro diversitade; nella terza, dico in che tutti pare che s’accordino; nella quarta, dico che, volendo dire d’Amore, non so da qual parte pigli matera; e se la voglio pigliare da tutti, conviene che io chiami la mia nemica, madonna la Pietà. Dico madonna, quasi per isdegnoso modo di parlare. La seconda parte comincia quivi:_ Ed hanno in lor; _la terza quivi:_ E sol s’accordan; _la quarta:_ Ond’io non so.

Appresso la battaglia delli diversi pensieri, avvenne che questa gentilissima venne in parte, ove molte donne gentili erano adunate; alla qual parte io fui condotto per amica persona, credendosi fare a me gran piacere in quanto mi menava là dove tante donne mostravano le loro bellezze. Ond’io, quasi non sapendo a che io fossi menato, e fidandomi nella persona, la quale un suo amico all’estremità della vita condotto avea, dissi a lui: «Perchè semo noi venuti a queste donne?» Allora quegli mi disse: «Per fare sì ch’elle sieno degnamente servite». E lo vero è, che adunate quivi erano alla compagnia d’una gentil donna, che disposata era lo giorno; e però, secondo la usanza della sopradetta cittade, conveniva che le facessero compagnia nel primo sedere alla mensa nella magione del suo novello sposo. Sì che io, credendomi far il piacere di questo amico, proposi di stare al servigio delle donne nella sua compagnia. E nel fine del mio proponimento mi parve sentire un mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte, e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora dico che io poggiai la mia persona simulatamente ad una pintura, la quale circondava questa magione; e temendo non altri si fosse accorto del mio tremare, levai gli occhi, e mirando le donne, vidi tra loro la gentilissima Beatrice. Allora furono sì distrutti li miei Spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla gentilissima donna, che non mi rimase in vita più che gli Spiriti del viso; ed ancor questi rimasero fuori de’ loro strumenti, però che Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna. E avvegna ch’io fossi altro che prima, molto mi dolea di questi Spiritelli, che si lamentavano forte, e diceano: «Se questi non ci sfolgorasse così fuori del nostro luogo, noi potremmo stare a vedere la maraviglia di questa donna, così come stanno gli altri nostri pari». Io dico che molte di queste donne, accorgendosi della mia trasfigurazione, si cominciarono a maravigliare; e ragionando si gabbavano di me con questa gentilissima: onde, lo ingannato amico mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne, mi domandò che io avessi. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti Spiriti miei, e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: «Io ho tenuti i piedi in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare». E partitomi da lui, mi ritornai nella camera delle lagrime, nella quale, piangendo e vergognandomi, fra me stesso dicea: «Se questa donna sapesse la mia condizione, io non credo che così gabbasse la mia persona, anzi credo che molta pietà le ne verrebbe». E in questo pianto stando, proposi di dire parole, nelle quali, a lei parlando, significassi la cagione del mio trasfiguramento, e dicessi che io so bene ch’ella non è saputa, e che se fosse saputa, io credo che pietà ne giugnerebbe altrui: e propuosele di dire, desiderando che venissero per avventura nella sua audienza; e allora dissi questo Sonetto:

Con l’altre donne mia vista gabbate, E non pensate, donna, onde si mova Ch’io vi rassembri sì figura nova Quando riguardo la vostra biltate.

Se lo saveste, non porrìa Pietate Tener più contra me l’usata prova; Chè quando Amor sì presso a voi mi trova, Prende baldanza e tanta sicurtate,

Ch’el fier tra’ mïei Spirti paurosi, E quale uccide, e qual pinge di fuora, Sì ch’ei solo rimane a veder vui;

Ond’io mi cangio in figura d’altrui; Ma non sì, ch’io non senta bene allora Gli guai degli scacciati tormentosi.

_Questo Sonetto non divido io in parti, perchè la divisione non si fa se non per aprire la sentenzia della cosa divisa: onde, conciossiacosa che, per la ragionata cagione, assai sia manifesto, non ha mestieri di divisione. Vero è che tra le parole, ove si manifesta la cagione di questo Sonetto, si trovano dubbiose parole; cioè quando dico ch’Amore uccide tutti i miei Spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori degli strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d’Amore; ed a coloro che vi sono, è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me dichiarare cotale dubitazione, acciò che lo mio parlare sarebbe indarno, ovvero di soperchio._

Appresso la nuova trasfigurazione mi giunse un pensamento forte, lo quale poco si partìa da me; anzi continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragionamento meco: «Poscia che tu pervieni a così schernevole vista quando tu se’ presso di questa donna, perchè pur cerchi di veder lei? Ecco che se tu fossi domandato da lei, che avresti tu da rispondere? ponendo che tu avessi libera ciascuna tua virtude, in quanto tu le rispondessi». Ed a questo rispondea un altro umile pensiero, e dicea: «Se io non perdessi le mie virtudi, e fossi libero tanto ch’io potessi rispondere, io le direi, che sì tosto com’io imagino la sua mirabil bellezza, sì tosto mi giugne un desiderio di vederla, lo quale è di tanta virtude, che uccide e distrugge nella mia memoria ciò che contra lui si potesse levare; e però non mi ritraggono le passate passioni di cercare la veduta di costei». Ond’io, mosso da cotali pensamenti, proposi di dire certe parole, nelle quali, scusandomi a lei di cotal riprensione, ponessi anche di quello che mi addiviene presso di lei; e dissi questo Sonetto:

Ciò che m’incontra, nella mente more Quando vegno a veder voi, bella gioia, E quand’io vi son presso, sento Amore, Che dice: Fuggi, se ’l perir t’è noia.

Lo viso mostra lo color del core, Che, tramortendo, dovunque s’appoia; E per l’ebrïetà del gran tremore Le pietre par che gridin: Moia, moia.

Peccato face chi allor mi vide, Se l’alma sbigottita non conforta, Sol dimostrando che di me gli doglia,

Per la pietà, che ’l vostro gabbo uccide, La qual si cria nella vista morta Degli occhi, c’hanno di lor morte voglia.

_Questo Sonetto si divide in due parti: nella prima, dico la cagione, per che non mi tegno di gire presso a questa donna; nella seconda, dico quello che m’addiviene per andare presso di lei; e comincia questa parte quivi:_ E quando io vi son presso. _E anche si divide questa seconda parte in cinque, secondo cinque diverse narrazioni: chè nella prima dico quello che Amore, consigliato dalla ragione, mi dice quando le son presso; nella seconda, manifesto lo stato del core per esemplo del viso; nella terza, dico siccome ogni sicurtade mi vien meno; nella quarta, dico che pecca quegli che non mostra pietà di me, acciò che mi sarebbe alcun conforto; nell’ultima, dico perchè altri dovrebbe aver pietà, cioè per la pietosa vista, che negli occhi mi giugne; la qual vista pietosa è distrutta, cioè non pare altrui, per lo gabbare di questa donna, la quale trae a sua simile operazione coloro, che forse vedrebbono questa pietà. La seconda parte comincia quivi:_ Lo viso mostra; _la terza:_ E per l’ebrïetà; _la quarta:_ Peccato face; _la quinta:_ Per la Pietà.

Appresso ciò che io dissi questo Sonetto, mi mosse una volontà di dire anche parole, nelle quali dicessi quattro cose ancora sopra il mio stato, le quali non mi parea che fossero manifestate ancora per me. La prima delle quali si è, che molte volte io mi dolea, quando la mia memoria movesse la fantasia ad imaginare quale Amor mi facea; la seconda si è, che Amore spesse volte di subito m’assalìa sì forte, che in me non rimanea altro di vita se non un pensiero, che parlava di questa donna; la terza si è, che quando questa battaglia d’Amore mi pugnava così, io mi movea, quasi discolorito tutto, per veder questa donna, credendo che mi difendesse la sua veduta da questa battaglia, dimenticando quello che per appropinquare a tanta gentilezza m’addivenia; la quarta si è, come cotal veduta non solamente non mi difendea, ma finalmente disconfiggeva la mia poca vita; e però dissi questo Sonetto:

Spesse fïate vegnonmi alla mente L’oscure qualità ch’Amor mi dona; E vienmene pietà sì, che sovente Io dico: lasso! avvien egli a persona?

Ch’Amor m’assale subitanamente Sì, che la vita quasi m’abbandona: Campami un spirto vivo solamente, E quei riman, perchè di voi ragiona.

Poscia mi sforzo, chè mi voglio atare; E così smorto, e d’ogni valor vôto, Vegno a vedervi, credendo guarire:

E se io levo gli occhi per guardare, Nel cor mi si comincia uno tremoto, Che fa de’ polsi l’anima partire.

_Questo Sonetto si divide in quattro parti, secondo che quattro cose sono in esso narrate: e però che sono esse ragionate di sopra, non m’intrametto se non di distinguere le parti per li loro cominciamenti: onde dico che la seconda parte comincia quivi:_ Ch’Amor; _la terza quivi:_ Poscia mi sforzo; _la quarta:_ E se io levo.

Poi che io dissi questi tre Sonetti, ne’ quali parlai a questa donna, però che furo narratori di tutto quasi lo mio stato, credendomi tacere e non dir più, però che mi parea avere di me assai manifestato, avvegna che sempre poi tacessi di dire a lei, a me convenne ripigliare materia nova e più nobile che la passata. E però che la cagione della nova materia è dilettevole a udire, la dirò quanto potrò più brevemente.

Conciossiacosa che per la vista mia molte persone avessero compreso lo segreto del mio cuore, certe donne, le quali adunate s’erano, dilettandosi l’una nella compagnia dell’altra, sapeano bene lo mio cuore, perchè ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte. Ed io passando presso di loro, sì come dalla fortuna menato, fui chiamato da una di queste gentili donne; e quella, che m’avea chiamato, era donna di molto leggiadro parlare. Sì che quando io fui giunto dinanzi da loro, e vidi bene che la mia gentilissima donna non era tra esse, rassicurandomi le salutai, e domandai che piacesse loro. Le donne erano molte, tra le quali n’avea certe che si rideano tra loro. Altre v’erano, che guardavanmi aspettando che io dovessi dire. Altre v’erano che parlavano tra loro, delle quali una volgendo gli occhi verso me, e chiamandomi per nome, disse queste parole: «A che fine ami tu questa tua donna, poi che tu non puoi la sua presenza sostenere? Dilloci, chè certo il fine di cotale amore conviene che sia novissimo». E poi che m’ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma tutte le altre cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione. Allora dissi loro queste parole: «Madonne, lo fine del mio amore fu già il saluto di questa donna, forse di cui voi intendete; ed in quello dimorava la beatitudine, ch’è ’l fine di tutti li miei disiri. Ma poi che le piacque di negarlo a me, lo mio signore Amore, la sua mercede, ha posta tutta la mia beatitudine in quello, che non mi puote venir meno». Allora queste donne cominciaro a parlare tra loro; e sì come talor vedemo cadere l’acqua mischiata di bella neve, così mi parea vedere le loro parole uscire mischiate di sospiri. E poi che alquanto ebbero parlato tra loro, anche questa donna mi disse, che prima m’avea parlato, queste parole: «Noi ti preghiamo, che tu ne dichi ove sta questa tua beatitudine». Ed io rispondendole, dissi cotanto: «In quelle parole che lodano la donna mia». Ed ella rispose: «Se tu ne dicessi vero, quelle parole che tu n’hai dette notificando la tua condizione, avresti tu operate con altro intendimento». Ond’io pensando a queste parole, quasi vergognandomi mi partii da loro; e venìa dicendo tra me medesimo: «Poi che è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perchè altro parlare è stato il mio?» E però proposi di prendere per materia del mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima; e pensando a ciò molto, pareami avere impresa troppo alta materia, quanto a me, sì che non ardìa di cominciare; e così dimorai alquanti dì, con desiderio di dire e con paura di cominciare.

Avvenne poi che, passando per un cammino, lungo il quale correva un rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontà di dire, che cominciai a pensare il modo ch’io tenessi; e pensai che parlare di lei non si conveniva, se non che io parlassi a donne in seconda persona; e non ad ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili, e non sono pur femmine. Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sè stessa mossa, e disse: _Donne ch’avete intelletto d’amore_. Queste parole io riposi nella mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio cominciamento: onde poi ritornato alla sopradetta cittade, e pensando alquanti dì, cominciai una Canzone con questo cominciamento, ordinata nel modo che si vedrà di sotto nella sua divisione. La Canzone comincia così:

Donne, ch’avete intelletto d’amore, Io vo’ con voi della mia donna dire; Non perch’io creda sua laude finire, Ma ragionar per isfogar la mente. Io dico che, pensando il suo valore, Amor sì dolce mi si fa sentire, Che, s’io allora non perdessi ardire, Farei, parlando, innamorar la gente; Ed io non vo’ parlar sì altamente, Che divenissi per temenza vile: Ma tratterò del suo stato gentile, A rispetto di lei leggeramente, Donne e donzelle amorose, con vui, Chè non è cosa da parlarne altrui.

Angelo chiama in divino intelletto, E dice: Sire, nel mondo si vede Maraviglia nell’atto, che procede Da un’anima, che fin quassù risplende. Lo cielo, che non have altro difetto Che d’aver lei, al suo Signor la chiede, E ciascun santo ne grida mercede. Sola Pietà nostra parte difende; Chè parla Iddio, che di madonna intende: Diletti miei, or sofferite in pace, Che vostra speme sie quanto mi piace Là, ov’è alcun che perder lei s’attende, E che dirà nell’inferno a’ malnati: Io vidi la speranza de’ beati.

Madonna è disiata in l’alto cielo: Or vo’ di sua virtù farvi sapere. Dico: qual vuol gentil donna parere Vada con lei; chè quando va per via, Gitta ne’ cor villani Amore un gelo, Per che ogni lor pensiero agghiaccia e père. E qual soffrisse di starla a vedere Diverrìa nobil cosa, o si morrìa: E quando trova alcun che degno sia Di veder lei, quei prova sua virtute, Chè gli avvien ciò che gli dona salute, E sì l’umilia, che ogni offesa oblia. Ancor le ha Dio per maggior grazia dato, Che non può mal finir chi le ha parlato.

Dice di lei Amor: Cosa mortale Come esser può sì adorna e sì pura? Poi la riguarda, e fra sè stesso giura Che Dio ne ’ntende di far cosa nova. Color di perla ha quasi in forma, quale Conviene a donna aver, non fuor misura; Ella è quanto di ben può far natura, Per esemplo di lei beltà si prova; Degli occhi suoi, come ch’ella gli muova, Escono spirti d’amore infiammati, Che fieron gli occhi a qual, che allor la guati, E passan sì, chè ’l cor ciascun ritrova. Voi le vedete Amor pinto nel riso, Là ’ve non puote alcun mirarla fiso.

Canzone, io so che tu girai parlando A donne assai, quando t’avrò avanzata: Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata Per figliuola d’Amor giovane e piana, Che dove giugni, tu dichi pregando: Insegnatemi gir; ch’io son mandata A quella, di cui loda io sono ornata. E, se non vogli andar, sì come vana Non ristare ove sia gente villana. Ingègnati, se puoi, d’esser palese Solo con donna o con uomo cortese, Che ti merranno per la via tostana. Tu troverai Amor con esso lei; Raccomandami a lui come tu dêi.