La vita nuova

Part 2

Chapter 23,395 wordsPublic domain

Il pittore ha dato a questa figura un carattere diverso da quello dato a Beatrice. La testa di Beatrice è purissima; lo sguardo profondo, sereno e dolce ad un tempo rivela la vergine; la «DONNA DELLA FINESTRA» è più umana, più vicina a noi. Sotto le vene delle bianchissime e delicate mani corre, ardente, il sangue e, negli occhi bellissimi spiranti una dolce pietà, si vela la passione. È questa veramente la Donna, la Bellezza che sola poteva far vacillare il grande; il purissimo amore di Dante per la sua Signora; che poteva quasi offuscarne la memoria nella mente del poeta; che sola, co’ suoi bellissimi occhi, poteva attrarre tanto a sè gli occhi di lui, che egli n’era pentito e ancora, nel _Purgatorio_, sentiva il dolore della infedeltà commessa. È una delle più voluttuose figure dipinte dal Rossetti, e bisognava che così fosse, perchè Dante l’ha cantata così.

Spesso il Rossetti volgeva l’anima alla _Divina Commedia_; era ancora lo spirito del grande fiorentino che lo tentava, e, in varie volte, ne ha dipinti alcuni episodi: «PAOLO E FRANCESCA» e il «SALUTO DI BEATRICE NELL’EDEN».

«_Guardami ben: ben son ben son Beatrice!_»[13]

Ma nell’aprile del 1882, prima che fosse terminato il quadro «SALUTATIO BEATRICIS», la morte gli strappò dalla mano i pennelli, e Dante Gabriele Rossetti scese nella tomba gloriosa, portando seco, insoddisfatto, il desiderio carezzato tanti anni, di vedere pubblicata — illustrata da lui — la _Vita Nova_; il libro che gli aveva insegnato a poetare ed a dipingere d’Amore.

A. AGRESTI.

INCIPIT VITA NOVA:

AVVERTENZA.

PER QUESTA EDIZIONE DELLA «VITA NOVA» CI SIAMO VALSI DELLA LEZIONE SEGUÌTA DA ALESSANDRO D’ANCONA COME DI QUELLA CHE, PER ESSERE STATA SCRUPOLOSAMENTE RISCONTRATA SU CODICI E STAMPE, È FINORA IL PIÙ VERACE TESTO DELL’AUREO LIBRO GIOVANILE DEL DIVINO POETA. LE TAVOLE SONO STATE RIPRODOTTE IN ELIOTIPIA DALLO STABILIMENTO DANESI DI ROMA.

[Illustrazione: Dante Alighieri]

In quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice:

_INCIPIT VITA NOVA._

Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole, le quali è mio intendimento d’assemprare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

Nove fiate già, appresso al mio nascimento, era tornato lo cielo della luce quasi ad un medesimo punto, quanto alla sua propria girazione, quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sapeano che sì chiamare. Ella era già in questa vita stata tanto, che nel suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d’oriente delle dodici parti l’una d’un grado: sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi dalla fine del mio. E apparvemi vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto sanguigno, cinta ed ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenìa. In quel punto dico veracemente che lo Spirito della Vita, lo quale dimora nella segretissima camera del core, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia nelli menomi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: _Ecce Deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi_. In quel punto lo Spirito animale, il quale dimora nell’alta camera, nella quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente alli Spiriti del viso, disse queste parole: _Apparuit jam beatitudo vestra_. In quel punto lo Spirito naturale, il quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e disse queste parole: _Heu miser! quia frequenter impeditus ero deinceps_. D’allora innanzi dico ch’Amore signoreggiò l’anima mia, la quale fu sì tosto a lui disposata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria, per la virtù che gli dava la mia imaginazione, che mi convenìa fare compiutamente tutti i suoi piaceri. Egli mi comandava molte volte, che io cercassi per vedere quest’angiola giovanissima: ond’io nella mia puerizia molte fiate l’andai cercando; e vedeala di sì nuovi e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: «Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di Dio». Ed avvegna che la sua imagine, la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a signoreggiarmi, tuttavia era di sì nobile virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse senza il fedele consiglio della ragione, in quelle cose là dove cotal consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare alle passioni ed atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre dell’esemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole, le quali sono scritte nella mia memoria sotto maggiori paragrafi.

[Illustrazione: Il saluto di Beatrice]

Poi che furono passati tanti dì, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascritto di questa gentilissima, nell’ultimo di questi dì avvenne, che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via volse gli occhi verso quella parte dov’io ero molto pauroso; e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò virtuosamente tanto, ch’e’ mi parve allora vedere tutti i termini della beatitudine. L’ora, che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quel giorno: e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire alli miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partii dalle genti. E ricorsi al solingo luogo d’una mia camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima; e pensando di lei, mi sopraggiunse un soave sonno, nel quale m’apparve una maravigliosa visione: che mi parea vedere nella mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro dalla quale io discernea una figura d’uno signore, di pauroso aspetto a chi la guardasse: e pareami con tanta letizia, quanto a sè, che mirabil cosa era: e nelle sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali io intendea queste: _Ego dominus tuus_. Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in un drappo sanguigno leggermente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna della salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E nell’una delle mani mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: _Vide cor tuum_. E quando egli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare quella cosa che in mano gli ardeva, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto: e così piangendo, si ricogliea questa donna nelle sue braccia, e con essa mi parea che se ne gisse verso il cielo: ond’io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non potè sostenere, anzi si ruppe, e fui disvegliato. E inmantanente cominciai a pensare; e trovai che l’ora, nella quale m’era questa visione apparita, era stata la quarta della notte: sì che appare manifestamente, ch’ella fu la prima ora delle nove ultime ore della notte. E pensando io a ciò che m’era apparito, proposi di farlo sentire a molti, i quali erano famosi trovatori in quel tempo: e con ciò fosse cosa ch’io avessi già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, proposi di fare un sonetto, nel quale io salutassi tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi loro ciò ch’io avea nel mio sonno veduto; e cominciai allora questo Sonetto:

A ciascun’alma presa e gentil core, Nel cui cospetto viene il dir presente, A ciò che mi riscrivan suo parvente, Salute in lor signor, cioè Amore.

Già eran quasi ch’atterzate l’ore Del tempo ch’ogni stella n’è lucente, Quando m’apparve Amor subitamente, Cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor, tenendo Mio core in mano, e nelle braccia avea Madonna, involta in un drappo, dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo Lei paventosa umilmente pascea: Appresso gir lo ne vedea piangendo.

_Questo Sonetto si divide in due parti: nella prima parte saluto, e domando risponsione; nella seconda, significo a che si dee rispondere. La seconda parte comincia quivi:_ Già eran.

A questo Sonetto fu risposto da molti e di diverse sentenzie, tra li quali fu risponditore quegli, cui io chiamo primo de’ miei amici; e disse allora un Sonetto lo quale comincia: _Vedesti al mio parere ogni valore_. E questo fu quasi il principio dell’amistà tra lui e me, quando egli seppe ch’io era quegli che gli avea ciò mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non fu veduto allora per alcuno: ma ora è manifesto alli più semplici.

Da questa visione innanzi cominciò il mio Spirito naturale ad essere impedito nella sua operazione, però che l’anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; ond’io divenni in picciolo tempo poi di sì frale e debole condizione, che a molti amici pesava della mia vista: e molti pieni d’invidia si procacciavano di sapere di me quello ch’io voleva del tutto celare ad altrui. Ed io accorgendomi del malvagio addomandare che mi faceano, per la volontà d’Amore, il quale mi comandava secondo il consiglio della ragione, rispondea loro, che Amore era quegli che così m’avea governato: dicea d’Amore, però che io portava nel viso tante delle sue insegne, che questo non si potea ricoprire. E quando mi domandavano: «Per cui t’ha così distrutto questo Amore?» ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.

Un giorno avvenne, che questa gentilissima sedea in parte, ove s’udiano parole della Reina della gloria, ed io era in luogo, dal quale vedea la mia beatitudine; e nel mezzo di lei e di me, per la retta linea, sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare, che parea che sopra lei terminasse; onde molti s’accorsero del suo mirare. E in tanto vi fu posto mente, che, partendomi di questo luogo, mi sentii dire appresso: «Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui». E nominandola, intesi che diceano di colei, che mezza era stata nella linea retta che movea dalla gentilissima Beatrice, e terminava negli occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi che il mio segreto non era comunicato, lo giorno, altrui per mia vista: ed inmantanente pensai di fare di questa gentile donna ischermo della veritade; e tanto ne mostrai in poco di tempo, che il mio segreto fu creduto sapere dalle più persone che di me ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti anni e mesi; e per più fare credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scrivere qui, se non in quanto facesse a trattare di quella gentilissima Beatrice: e però le lascerò tutte, salvo che alcuna ne scriverò, che pare che sia loda di lei.

Dico che in questo tempo, che questa donna era ischermo di tanto amore, quanto dalla mia parte, mi venne una volontà di voler ricordare il nome di quella gentilissima, e d’accompagnarlo di molti nomi di donne, e specialmente del nome di questa gentile donna; e presi i nomi di sessanta le più belle donne della cittade, ove la mia donna fu posta dall’altissimo Sire, e composi una epistola sotto forma di Serventese, la quale io non scriverò: e non n’avrei fatta menzione, se non per dire quello che, componendola, maravigliosamente addivenne: cioè, che in alcuno altro numero non sofferse il nome della mia donna stare, se non in sul nono, tra’ nomi di queste donne.

La donna, con la quale io avea tanto tempo celata la mia volontà, convenne che si partisse della sopradetta cittade, e andasse in paese molto lontano: per che io, quasi sbigottito della bella difesa che mi era venuta meno, assai me ne sconfortai, più che io medesimo non avrei creduto dinanzi. E pensando che, se della sua partita io non parlassi alquanto dolorosamente, le persone sarebbero accorte più tosto del mio nascondere, proposi adunque di farne alcuna lamentanza in un Sonetto, lo quale io scriverò; perciò che la mia donna fu immediata cagione di certe parole, che nel Sonetto sono, siccome appare a chi lo ’ntende: e allora dissi questo Sonetto:

O voi, che per la via d’Amor passate, Attendete, e guardate S’egli è dolore alcun, quanto il mio, grave: E priego sol, ch’udir mi sofferiate; E poi imaginate S’io son d’ogni dolore ostello e chiave.

Amor, non già per mia poca bontate, Ma per sua nobiltate, Mi pose in vita sì dolce e soave, Ch’i’ mi sentia dir dietro spesse fiate: Deh! per qual dignitate Così leggiadro questi lo cor have?

Ora ho perduta tutta mia baldanza, Che si movea d’amoroso tesoro; Ond’io pover dimoro In guisa, che di dir mi vien dottanza.

Sì che, volendo far come coloro, Che per vergogna celan lor mancanza, Di fuor mostro allegranza, E dentro dallo cor mi struggo e ploro.

_Questo sonetto ha due parti principali: che nella prima intendo chiamare i fedeli d’Amore per quelle parole di Jeremia profeta:_ O vos omnes, qui transitis per viam, attendite et videte, si est dolor sicut dolor meus; _e pregare che mi sofferino d’udire. Nella seconda narro là ove Amore m’avea posto, con altro intendimento che l’estreme parti del Sonetto non mostrano: e dico ciò che io ho perduto. La seconda parte comincia quivi:_ Amor non già.

Appresso il partire di questa gentil donna, fu piacere del Signore degli angeli di chiamare alla sua gloria una donna giovane e di gentile aspetto molto, la quale fu assai graziosa in questa sopraddetta cittade; lo cui corpo io vidi giacere senza anima in mezzo di molte donne, le quali piangeano assai pietosamente. Allora, ricordandomi che già l’aveva veduta fare compagnia a quella gentilissima, non potei sostenere alquante lagrime; anzi piangendo mi proposi di dire alquante parole della sua morte in guiderdone di ciò, che alcuna fiata l’avea veduta con la mia donna. E di ciò toccai alcuna cosa nell’ultima parte delle parole che io ne dissi, siccome appare manifestamente a chi le ’ntende: e dissi allora questi due Sonetti, dei quali comincia il primo: _Piangete amanti_; il secondo: _Morte villana_.

Piangete, amanti, poi che piange Amore, Udendo qual cagion lui fa plorare: Amor sente a pietà donne chiamare, Mostrando amaro duol per gli occhi fuore;

Perchè villana Morte in gentil core Ha messo il suo crudele adoperare, Guastando ciò che al mondo è da lodare In gentil donna, fuora dell’onore.

Udite quant’Amor le fece orranza; Ch’io ’l vidi lamentare in forma vera Sovra la morta imagine avvenente;

E riguardava invêr lo ciel sovente, Ove l’alma gentil già locata era, Che donna fu di sì gaia sembianza.

_Questo primo Sonetto si divide in tre parti. Nella prima chiamo e sollecito i fedeli d’Amore a piangere; e dico che lo signore loro piange, e che udendo la cagione perch’e’ piange, si acconcino più ad ascoltarmi; nella seconda, narro la cagione; nella terza, parlo d’alcuno onore, che Amore fece a questa donna. La seconda comincia quivi:_ Amor sente; _la terza quivi:_ Udite.

Morte villana, di pietà nimica, Di dolor madre antica, Giudicio incontestabile, gravoso, Poi c’hai data materia al cor doglioso Ond’io vada pensoso, Di te biasmar la lingua s’affatica.

E se di grazia ti vo’ far mendica, Convenesi ch’io dica Lo tuo fallir, d’ogni torto tortoso; Non però che alla gente sia nascoso, Ma per farne cruccioso Chi d’Amor per innanzi si nutrica.

Dal secolo hai partita cortesia, E, ciò che ’n donna è da pregiar, virtute In gaia gioventute: Distrutta hai l’amorosa leggiadria.

Più non vo’ discovrir qual donna sia, Che per le proprietà sue conosciute: Chi non merta salute, Non speri mai d’aver sua compagnia.

_Questo Sonetto si divide in quattro parti: nella prima, chiamo la Morte per certi suoi nomi propri; nella seconda parlando a lei, dico la ragione perch’io mi movo a biasimarla; nella terza, la vitupero; nella quarta, mi volgo a parlare a indiffinita persona, avvegna che quanto al mio intendimento sia diffinita. La seconda parte comincia quivi:_ Poi c’hai data; _la terza quivi:_ E se di grazia; _la quarta quivi:_ Chi non merta.

Appresso la morte di questa donna alquanti dì, avvenne cosa, per la quale mi convenne partire della sopradetta cittade, ed ire verso quelle parti, dov’era la gentil donna ch’era stata mia difesa, avvegna che non tanto lontano fosse lo termine del mio andare, quanto ella era. E tutto che io fossi alla compagnia di molti, quanto alla vista, l’andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l’angoscia, che il cuore sentia, però ch’io mi dilungava dalla mia beatitudine. E però lo dolcissimo signore, il quale mi signoreggiava per virtù della gentilissima donna, nella mia imaginazione apparve come peregrino leggiermente vestito, e di vili drappi. Egli mi parea sbigottito, e guardava la terra, salvo che talvolta mi parea, che li suoi occhi si volgessero ad uno fiume bello e corrente e chiarissimo, il quale sen gìa lungo questo cammino là ove io era. A me parve che Amore mi chiamasse, e dicessemi queste parole: «Io vegno da quella donna, la quale è stata lunga tua difesa, e so che il suo rivenire non sarà; e però quel cuore ch’io ti facea avere da lei, io l’ho meco, e portolo a donna, la quale sarà tua difensione come questa era»; e nomollami sì, ch’io la conobbi bene. «Ma tuttavia di queste parole, ch’io t’ho ragionate, se alcuna ne dicessi, dille per modo che per loro non si discernesse lo simulato amore che hai mostrato a questa, e che ti converrà mostrare ad altrui». E dette queste parole, disparve tutta questa mia imaginazione subitamente, per la grandissima parte, che mi parve ch’Amore mi desse di sè; e, quasi cambiato nella vista mia, cavalcai quel giorno pensoso molto, e accompagnato da molti sospiri. Appresso lo giorno, cominciai questo Sonetto:

Cavalcando l’altr’ieri per un cammino, Pensoso dell’andar, che mi sgradia, Trovai Amor nel mezzo della via, In abito leggier di peregrino.

Nella sembianza mi parea meschino Come avesse perduta signoria; E sospirando pensoso venia, Per non veder la gente, a capo chino.

Quando mi vide, mi chiamò per nome, E disse: Io vegno di lontana parte, Dov’era lo tuo cor per mio volere;

E recolo a servir novo piacere. Allora presi di lui sì gran parte, Ch’egli disparve, e non m’accorsi come.

[Illustrazione: Beatrice nega il saluto a Dante]

_Questo Sonetto ha tre parti: nella prima parte dico siccome io trovai Amore, e qual mi parea; nella seconda, dico quello ch’egli mi disse, avvegna che non compiutamente, per tema ch’io avea di non scovrire lo mio segreto; nella terza, dico com’egli disparve. La seconda comincia quivi:_ Quando mi vide; _la terza quivi:_ Allora presi.

Appresso la mia tornata, mi misi a cercare di questa donna, che lo mio signore m’avea nominata nel cammino de’ sospiri. Ed acciò che il mio parlare sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltra li termini della cortesia; onde molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa soperchievole voce, che parea che m’infamasse viziosamente, quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizj e reina della virtù, passando per alcuna parte mi negò il suo dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la mia beatitudine. E uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare ad intendere quello che il suo salutare in me virtuosamente operava.

Dico, che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza della mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso: e chi allora m’avesse addimandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente: «Amore» con viso vestito d’umiltà. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno Spirito d’amore, distruggendo tutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti Spiriti del viso, e dicea loro: «Andate ad onorare la donna vostra»; ed egli si rimanea nel loco loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, far lo potea mirando lo tremore degli occhi miei. E quando questa gentilissima donna salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma egli quasi per soperchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora sotto il suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sicchè appare manifestamente che nelle sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.