La vita nuova

Part 6

Chapter 63,247 wordsPublic domain

Poi per alquanto tempo, conciofossecosa che io fossi in parte, nella quale mi ricordava del passato tempo, molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto, che mi faceano parere di fuori una vista di terribile sbigottimento. Ond’io, accorgendomi del mio travagliare, levai gli occhi per vedere s’altri mi vedesse. Allora vidi che una gentil donna, giovane e bella molto, da una fenestra mi riguardava molto pietosamente quant’alla vista; sicchè tutta la pietade pareva in lei accolta. Onde, conciossiacosa che quando i miseri veggono di loro compassione altrui, più tosto, si muovono a lagrimare, quasi come di sè stessi avendo pietade, io sentii allora li miei occhi cominciare a voler piangere; e però temendo di non mostrare la mia vile vita, mi partii dinanzi dagli occhi di questa gentile; e dicea fra me medesimo: «E’ non può essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore». E però proposi di dire un Sonetto, nel quale io parlassi a lei, e conchiudessi in esso tutto ciò che narrato è in questa ragione. E però che questa ragione è assai manifesta, nol dividerò.

Videro gli occhi miei quanta pietate Era apparita in la vostra figura, Quando guardaste gli atti e la statura Ch’io faccio pel dolor molte fïate.

Allor m’accorsi che voi pensavate La qualità della mia vita oscura, Sicchè mi giunse nello cor paura Di dimostrar cogli occhi mia viltate.

E tolsimi dinanzi a voi, sentendo Che si movean le lagrime dal core, Ch’era sommosso dalla vostra vista.

Io dicea poscia nell’anima trista: Ben è con quella donna quello Amore, Lo qual mi face andar così piangendo.

Avvenne poi che ovunque questa donna mi vedea, si facea d’una vista pietosa e d’un color pallido, quasi come d’Amore: onde molte fiate mi ricordava della mia nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E certo molte volte non potendo lagrimare nè disfogare la mia tristizia, io andava per vedere questa pietosa donna, la quale parea che tirasse le lagrime fuori delli miei occhi per la sua vista. E però mi venne anche volontade di dire parole, parlando a lei; e dissi questo Sonetto che comincia: _Color d’Amore_, e ch’è piano senza dividerlo per la sua precedente ragione.

Color d’amore, e di pietà sembianti, Non preser mai così mirabilmente Viso di donna, per veder sovente Occhi gentili e dolorosi pianti,

Come lo vostro, qualora davanti Vedetevi la mia labbia dolente; Sì che per voi mi vien cosa alla mente, Ch’io temo forte non lo cor si schianti.

Io non posso tener gli occhi distrutti Che non riguardin voi spesse fïate, Pel desiderio di pianger ch’egli hanno:

E voi crescete sì lor volontate, Che della voglia si consuman tutti; Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.

[Illustrazione: La donna della finestra]

Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla; onde molte volte me ne crucciava nel mio cuore, ed aveamene per vile assai; e più volte bestemmiava la vanità degli occhi miei, e dicea loro nel mio pensiero: «Or voi solevate far piangere chi vedea la vostra dolorosa condizione, ed ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna che vi mira, che non mira voi se non in quanto le pesa della gloriosa donna di cui pianger solete; ma quanto far potete, fate; chè io ve la rimembrerò molto spesso, maledetti occhi: chè mai, se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre lagrime esser ristate». E quando fra me medesimo così avea detto alli miei occhi, e li sospiri m’assalìano grandissimi ed angosciosi. Ed acciò che questa battaglia, che io avea meco, non rimanesse saputa pur dal misero che la sentìa, proposi di fare un Sonetto, e di comprendere in esso questa orribile condizione, e dissi questo che comincia: _L’amaro lagrimar_.

_Il sonetto ha due parti: nella prima, parlo agli occhi miei, siccome parlava lo mio core in me medesimo; nella seconda, rimovo alcuna dubitazione, manifestando chi è che così parla; e comincia questa parte quivi:_ Così dice. _Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma sariano indarno, però che è manifesto per la precedente ragione._

L’amaro lagrimar che voi faceste, Occhi mïei, così lunga stagione, Faceva lagrimar l’altre persone Della pietate, come voi vedeste.

Ora mi par che voi l’obliereste, S’io fossi dal mio lato sì fellone, Ch’io non ven disturbassi ogni cagione, Membrandovi colei, cui voi piangeste.

La vostra vanità mi fa pensare, E spaventami sì, ch’io temo forte Del viso d’una donna che vi mira.

Voi non dovreste mai, se non per morte, La nostra donna, ch’è morta, obliare: Così dice il mio core, e poi sospira.

Recommi la vista di questa donna in sì nuova condizione, che molte volte ne pensava come di persona che troppo mi piacesse; e pensava di lei così: «Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, ed apparita forse per volontà d’Amore, acciò che la mia vita si riposi». E molte volte pensava più amorosamente, tanto che il core consentiva in lui, cioè nel suo ragionare. E quando avea consentito ciò, io mi ripensava siccome dalla ragione mosso, e dicea fra me medesimo: «Deh, che pensiero è questo, che in così vile modo mi vuol consolare, e non mi lascia quasi altro pensare!» Poi si rilevava un altro pensiero, e dicea: «Or che tu se’ stato in tanta tribulazione d’Amore, perchè non vuo’ tu ritrarti da tanta amaritudine? Tu vedi che questo è uno spiramento, che ne reca li desiri d’Amore dinanzi, ed è mosso da così gentil parte, com’è quella degli occhi della donna, che tanto pietosa ti s’è mostrata». Ond’io avendo così più volte combattuto in me medesimo, ancora ne volli dire alquante parole; e però che la battaglia de’ pensieri vinceano coloro che per lei parlavano, mi parve che si convenisse di parlare a lei; e dissi questo Sonetto il quale comincia: _Gentil pensiero_. E dico _gentile_ in quanto ragionava di gentil donna: chè per altro era vilissimo. E fo in questo Sonetto due parti di me, secondo che li miei pensieri erano in due divisi. L’una parte chiamo cuore, cioè l’appetito; l’altra chiamo anima, cioè la ragione; e dico come l’uno dice all’altro. E che degno sia di chiamare l’appetito cuore, e la ragione anima, assai è manifesto a coloro, a cui mi piace che ciò sia aperto. Vero è che nel precedente Sonetto io fo la parte del cuore contro a quella degli occhi, e ciò pare contrario di quel ch’io dico nel presente; e però dico che anche ivi il cuore intendo per l’appetito, però che maggior desiderio era il mio ancora di ricordarmi della gentilissima donna mia, che di vedere costei, avvegna che alcuno appetito ne avessi già, ma leggier parea: onde appare che l’uno detto non è contrario all’altro.

_Questo Sonetto ha tre parti: nella prima, comincio a dire a questa donna come lo mio desiderio si volge tutto verso lei; nella seconda, dico come l’anima, cioè la ragione, dice al cuore, cioè all’appetito; nella terza, dico come le risponde. La seconda parte comincia quivi:_ L’anima dice; _la terza quivi:_ Ei le risponde.

Gentil pensiero, che parla di vui, Sen viene a dimorar meco sovente, E ragiona d’amor sì dolcemente, Che face consentir lo core in lui.

L’anima dice al cor: Chi è costui, Che viene a consolar la nostra mente, Ed è la sua virtù tanto possente, Ch’altro pensier non lascia star con nui?

Ei le risponde: O anima pensosa, Questi è uno spiritel nuovo d’amore, Che reca innanzi a me li suoi desiri:

E la sua vita, e tutto il suo valore, Mosse dagli occhi di quella pietosa, Che si turbava de’ nostri martìri.

Contra questo avversario della ragione si levò un dì, quasi nell’ora di nona, una forte imaginazione in me, che mi parea vedere questa gloriosa Beatrice, con quelle vestimenta sanguigne, colle quali apparve prima agli occhi miei, e pareami giovane, in simile etade a quella in che prima la vidi. Allora incominciai a pensare di lei; e secondo l’ordine del tempo passato ricordandomene, lo mio core incominciò dolorosamente a pentirsi del desiderio, a cui così vilmente s’avea lasciato possedere alquanti dì contro alla costanza della ragione: e discacciato questo cotal malvagio desiderio, si rivolsero tutti i miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. E dico che d’allora innanzi cominciai a pensare di lei sì con tutto il vergognoso cuore che li sospiri manifestavano ciò molte volte; però che quasi tutti diceano nel loro uscire quello che nel cuore si ragionava, cioè lo nome di quella gentilissima, e come si partìo da noi. E molte volte avvenìa che tanto dolore avea in sè alcuno pensiero, che io dimenticava lui, e là dov’io era. Per questo raccendimento di sospiri si raccese lo sollevato lagrimare in guisa, che li miei occhi pareano due cose, che desiderassero pur di piangere: e spesso avvenìa che, per lo lungo continuare del pianto, dintorno loro si facea un colore purpureo, quale apparir suole per alcuno martìro che altri riceva: onde appare che della loro vanità furono degnamente guiderdonati, sì che da indi innanzi non poterono mirare persona che li guardasse sì, che loro potesse trarre a simile intendimento. Onde io volendo che cotal desiderio malvagio e vana tentazione paresse destrutto, sì che alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole ch’io avea dette dinanzi, proposi di fare un Sonetto, nel quale io comprendessi la sentenza di questa ragione. E dissi allora: _Lasso! per forza_ ec.; e dissi _lasso_, in quanto mi vergognava di ciò che gli miei occhi aveano così vaneggiato.

_Questo Sonetto non divido, però che è assai manifesta la sua ragione._

Lasso! per forza de’ molti sospiri, Che nascon de’ pensier che son nel core, Gli occhi son vinti, e non hanno valore Di riguardar persona che gli miri.

E fatti son che paion due disiri Di lagrimare e di mostrar dolore, E spesse volte piangon sì, ch’Amore Gli cerchia di corona di martìri.

Questi pensieri, e li sospir ch’io gitto, Diventan dentro al cor sì angosciosi, Ch’Amor vi tramortisce, sì glien duole;

Però ch’egli hanno in sè li dolorosi Quel dolce nome di Madonna scritto, E della morte sua molte parole. Dopo questa tribulazione avvenne, in quel tempo che molta gente andava per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura, la quale vede la mia donna gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una via, la quale è quasi mezzo della cittade, ove nacque, vivette e morìo la gentilissima donna, e andavano, secondo che mi parve, molto pensosi. Ond’io pensando a loro, dissi fra me medesimo: «Questi peregrini mi paiono di lontana parte, e non credo che anche udissero parlare di questa donna, e non ne sanno niente; anzi i loro pensieri sono d’altre cose che di questa qui; chè forse pensano delli loro amici lontani, li quali noi non conoscemo». Poi dicea fra me medesimo: «Io so che se questi fossero di propinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati, passando per lo mezzo della dolorosa cittade». Poi dicea fra me stesso: «S’io li potessi tenere alquanto, io pur gli farei piangere anzi ch’egli uscissero di questa cittade, però che io direi parole, che farebbero piangere chiunque le intendesse». Onde, passati costoro dalla mia veduta, proposi di fare un Sonetto, nel quale manifestassi ciò ch’io avea detto fra me medesimo; ed acciò che più paresse pietoso, proposi di dire come se io avessi parlato a loro; e dissi questo Sonetto, lo quale comincia; _Deh peregrini_ ec. E dissi _peregrini_, secondo la larga significazione del vocabolo: chè peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto. In largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della patria sua; in modo stretto, non s’intende peregrino se non chi va verso la casa di santo Jacopo, o riede: e però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio dell’Altissimo. Chiamansi _palmieri_, in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi _peregrini_, in quanto vanno alla casa di Galizia, però che la sepoltura di santo Jacopo fu più lontana dalla sua patria, che d’alcuno altro apostolo; chiamansi _romei_, in quanto vanno a Roma, là ove questi ch’io chiamo _peregrini_, andavano.

_Questo Sonetto non si divide, però ch’assai il manifesta la sua ragione._

Deh, peregrini, che pensosi andate Forse di cosa che non v’è presente, Venite voi di sì lontana gente, Come alla vista voi ne dimostrate?

Chè non piangete, quando voi passate Per lo suo mezzo la città dolente, Come quelle persone, che neente Par che ’ntendesser la sua gravitate.

Se voi restate, per volere udire, Certo lo core ne’ sospir mi dice, Che lagrimando n’uscirete pui.

Ella ha perduta la sua Beatrice: E le parole, ch’uom di lei può dire, Hanno virtù di far piangere altrui.

Poi mandaro due donne gentili a me, pregandomi che mandassi loro di queste mie parole rimate; ond’io pensando la loro nobiltà, proposi di mandar loro, e di fare una cosa nuova, la quale io mandassi loro con esse, acciò che più onorevolmente adempiessi li loro prieghi. E dissi allora un Sonetto, il quale narra il mio stato, e manda’lo loro col precedente Sonetto accompagnato, e con un altro che comincia: _Venite a intender_ ec. Il Sonetto, il quale io feci allora, comincia: _Oltre la spera_ ec.

_Questo Sonetto ha in sè cinque parti: nella prima, dico là ove va il mio pensiero, nominandolo per nome di alcuno suo effetto; nella seconda, dico perchè va lassù, cioè chi ’l fa così andare; nella terza, dico quello che vide, cioè una donna onorata: e chiamolo allora_ spirito peregrino, _acciò che spiritualmente va lassù, e sì come peregrino, lo quale è fuori della sua patria giusta; nella quarta, dico com’egli la vede tale, cioè in tale qualità, ch’io non la posso intendere: cioè a dire, che il mio pensiero sale nella qualità di costei in grado, che il mio intelletto nol può comprendere; conciossiacosa che il nostro intelletto s’abbia a quelle benedette anime, come l’occhio nostro debole al sole: e ciò dice il Filosofo nel secondo della_ Metafisica; _nella quinta, dico che, avvegna che io non possa intendere là ove il pensiero mi trae, cioè alla sua mirabile qualità, almeno intendo questo, cioè che tal è il pensare della mia donna, perchè io sento spesso il suo nome nel mio pensiero. E nel fine di questa quinta parte dico:_ Donne mie care, _a dare ad intendere che son donne coloro a cui parlo. La seconda parte comincia:_ Intelligenzia nuova; _la terza:_ Quand’egli è giunto; _la quarta:_ Vedela tal; _la quinta:_ So io ch’el parla. _Potrebbesi più sottilmente ancora dividere, e più sottilmente intendere, ma puossi passare con questa divisione; e però non mi trametto di più dividerlo._

[Illustrazione: Dantis Amor]

Oltre la spera, che più larga gira, Passa il sospiro ch’esce del mio core; Intelligenzia nuova, che l’Amore Piangendo mette in lui, pur su lo tira.

Quand’egli è giunto là, dov’el desira, Vede una donna, che riceve onore, E luce sì, che per lo suo splendore Lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che, quando il mi ridice, Io non lo ’ntendo, sì parla sottile Al cor dolente, che lo fa parlare.

So io ch’el parla di quella gentile, Però che spesso ricorda Beatrice: Sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.

Appresso a questo Sonetto apparve a me una mirabil visione, nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sa veramente. Sicchè, se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, spero di dire di lei quello che mai non fu detto d’alcuna. E poi piaccia a Colui, ch’è Sire della cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, che gloriosamente mira nella faccia di Colui, _qui est per omnia saecula benedictus._

[Illustrazione: Il saluto di Beatrice nell’Eden]

INDICE DEL VOLUME, DELLE POESIE E DELLE TAVOLE

INDICE DEL VOLUME

La vita nuova di Dante e i quadri di Dante Gabriele Rossetti _Pag_. 9 Avvertenza per questa edizione » 32 Incipit vita nova » 33

INDICE DELLE POESIE.

A ciascun’alma presa e gentil core _Pag_. 39 O voi, che per la via d’amor passate » 45 Piangete, amanti, poi che piange amore » 48 Morte villana, di pietà nimica » 50 Cavalcando l’altr’ieri per un cammino » 54 Ballata io vo’ che tu ritruovi amore » 61 Tutti li miei pensier parlan d’amore » 66 Con l’altre donne mia vista gabbate » 71 Ciò che m’incontra nella mente more » 74 Spesse fïate vegnonmi alla mente » 77 Donne, ch’avete intelletto d’amore » 83 Amore e ’l cor gentil sono una cosa » 89 Negli occhi porta la mia donna amore » 91 Voi, che portate la sembianza umìle » 96 Se’ tu colui, c’hai trattato sovente » 98 Donna pietosa e di novella etate » 105 Io mi sentii svegliar dentro dal core » 112 Tanto gentile e tanto onesta pare » 119 Vede perfettamente ogni salute » 121 Sì lungamente m’ha tenuto amore » 124 Gli occhi dolenti per pietà del core » 131 Venite a intender li sospiri miei » 136 Quantunque volte, lasso!, mi rimembra » 139 Era venuta nella mente mia » 142 Videro gli occhi miei quanta pietate » 144 Color d’amore e di pietà sembianti » 146 L’amaro lagrimar che voi faceste » 149 Gentil pensiero, che parla di vui » 153 Lasso! per forza dei molti sospiri » 156 Deh, peregrini, che pensosi andate » 160 Oltre la sfera, che più larga gira » 163

INDICE DELLE TAVOLE.

Dante Alighieri _Pag_. 33 Il saluto di Beatrice » 36 Beatrice nega il saluto a Dante » 55 Gli angeli portano al cielo l’anima di Beatrice » 101 Il sogno di Dante » 103 Beatrice » 119 Beata Beatrix » 126 Dante sorpreso a disegnare un angelo » 140 La donna della finestra » 146 Dantis Amor » 163 Il saluto di Beatrice nell’Eden » 164

NOTE:

[1] _Hand and Soul._ Da poco ristampato in inglese dal Germ, per cura della ditta editrice _Chiswick Press_ e tradotto in italiano, e pubblicato sulla rivista «Flegrea» da Olivia Rossetti Agresti, nipote dell’autore.

[2] D. G. ROSSETTI, _Letters and Memoir_, edited by _W. M. Rossetti_. Londra, Ellis and Elvey, publishers; vol. I, cap. II.

[3] _Pre Raphaelite Brotherhood_.

[4] Tommaso Woolner, scultore; Giacomo Collinson e Giorgio Federico Stephens, pittori; più tardi vi si aggregarono anche Coventry Patmore, letterato; e Deverell. Ma i veri P. R. B. furono i primi sei e W. M. Rossetti, il fratello del Nostro.

[5] «La mia donna ama soltanto il cuore dell’amore». D. G. R. _House of life._ Parte I. Sonetto VIII.

[6] «Rivi di cori dalla sua lingua, spazi di cielo dai suoi occhi, dolci segni che fuggono dal santuario dell’anima sua». Idem, Sonetto LVIII.

[7] _Poesie di D. G. Rossetti._ Trad. da A. AGRESTI, Firenze, Barbera, pag. 112.

[8] Questo quadro è una dimostrazione di più della grande arte degli effetti, che il Rossetti possedeva al massimo grado. Come una volta dipinse il mare a Nazareth dicendo poi che se non c’era ci avrebbe dovuto essere, perchè ci faceva bene, qui riunì in uno due episodi della _Vita Nova_. Quello ove realmente Dante dice che Beatrice gli negò il saluto, e quello posteriore, dove ad una festa nuziale Beatrice, insieme ad altre donne, vedendo Dante si burlò della sua subitanea debolezza e del suo smarrimento. L’espressione di Beatrice è durissima come di chi nega o rimprovera, le altre donne ridono, la sposa accenna alla festa nuziale.

[9] A. AGRESTI, op. cit., pag. 104.

[10] SHAKESPEARE: _Macbeth_. Atto 5º scena I, «Via, dannata macchia! via, dico.....».

[11] DANTE, _Inferno_. Canto VIII.

[12] DANTE, _Paradiso_. Canto XXXII.

[13] Abbiamo voluto pubblicare anche la riproduzione di questo quadro, dando così ai nostri lettori, completo, il ciclo di Beatrice dipinto dal Rossetti.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.