Part 12
— Sì ma è funebre come un cippo sepolcrale: figurati che non ha fatto che piangere tutta la notte.
— Mamma mia!...
— E mi ha raccontato la sua storia; una storia straordinariamente drammatica e che ritengo vera.
— Eh via!
— Non ridere mio caro; la vita non è sempre nè per tutti allegra. Senti....
* * *
Alle dieci facemmo colazione insieme; ella era triste, io, cascavo dal sonno e provavo irresistibile il bisogno di esser solo. Parlavo breve, a monosillabi, le palpebre grevi di stanchezza, cullandomi nella poltrona a dondolo.
— Lei deve aver molto sonno, signore....
— Molto, carina....
— Ora me ne vado e lo lascerò dormire....
— Oh! puoi rimanere; dormirò lo stesso....
Ma dissi quel _puoi rimanere_, così languidamente, così di mala voglia, che ella si alzò senz’altro da tavola e andò a mettersi il cappellino dinanzi allo specchio.
— Dove vai quest’oggi?
— Non so, anderò all’Albergo.
— E questa sera?
— Al teatro: ci anderà lei?
— Non credo.
— Non ci vediamo più, allora?
— Perchè? la mia casa è sempre aperta per te....
Era il momento critico di ogni avventura d’amore venale. Dovevo pagarla? Non l’avrei profondamente ferita mettendole in mano un biglietto di banca? Ma poichè era così povera, così bisognosa!... Dove avrebbe pranzato? Chi le avrebbe pagato il teatro?...
Estrassi il portafogli con un’aria paterna: ella mi guardava fare, calzando quei vecchi guanti gialli ad un solo bottone che accusavano la sua miseria....
— Sono un povero ufficiale, non posso darti che questo, — dissi, porgendole un biglietto da dieci lire.
La mia voce aveva un tremito nel profferire quelle parole.
Irene respinse il denaro colla sinistra e portò colla destra il fazzoletto alla faccia scoppiando in singhiozzi, disperatamente....
— No.... no.... signore!
E fuggì ad un tratto per la porta semiaperta.
Io rimasi solo a pensare.
* * *
_Dal mio giornale, giovedì 22 giugno_.
... Non vedevo l’Irene da due giorni; questa mattina mentre mi alzavo bussò alla mia porta il cameriere dell’_Albergo dei Buoi Rossi_ con una lettera di Irene diretta a me. La lettera diceva:
«Roberto,
«Quello che provo nello scriverti io stessa non saprei dire: tu mi conosci da poco, è vero, ma abbastanza per capire quanto devo aver sofferto prima di prendere questa risoluzione.
«Non mi sono mai trovata in un caso simile ed è tanta la vergogna e lo spavento che io ne provo, che questa notte non ho chiuso occhio e ho pensato al suicidio.
«Senti; mi mancano 15 lire per pagare il conto dell’Albergo; me lo diedero ieri sera e quando dovetti dire che non avevo abbastanza denaro, mi risposero: _che avrei dovuto avere un amico a cui scrivere_; e ieri sera non mi lasciarono più uscire....
«Smetto perchè non ne posso più: puoi immaginarti come mi trovo.... mi raccomando a te!
«Il latore del biglietto è il fattorino dell’Albergo. Addio....
la tua IRENE».
Io congedai il fattorino, mandandole in una busta le 15 lire. Poveretta! Le risparmiavo una nuova umiliazione da parte del padrone dell’Albergo, e compivo un mio dovere: _la pagavo!_
La triste parola! eppure nessuna lezione di alta morale poteva avere per lei in quel momento la efficacia di quei tre biglietti da cinque lire!
Alle dieci venne in casa mia con le sue poche robe: per poco, spero.
Oggi è uscita; forse ha _fatto affari_ se ha trovato modo di comperarsi il biglietto per il teatro e di pagarsi il pranzo.
Questa sera è tornata da me; voleva rimanere, ma io le ho detto:
— Bambina mia, _è necessario_ che tu vada al teatro, lo desidero. Vedi? Ammesso che tu sia ancora suscettibile di qualche onesto sentimento, noi non possiamo darci il lusso di amarci; bisognerebbe che io fossi un signore, mentre non sono che un povero ufficiale che vive del suo stipendio. Va, bambina mia, va: dappoichè non posso risparmiarti l’umiliazione della _caccia all’uomo_, metti il cuore in pace e scivola per la china sino alla fine....
Le ho regalato un paio di guanti, un fazzoletto, le ho prestato il binoccolo e l’ho mandata al teatro.
È uscita gettandomi uno di quei suoi sguardi tristi e rassegnati di cane fedele che mi commuovono sempre profondamente....
_Venerdì 23._
Poteva esser l’una dopo la mezzanotte quando mi svegliai al contatto delle sue morbide braccia.
— Sei tu? che fai?
— Perdonami, volevo star con te un’ultima volta....
— Sei stata al teatro?
— Sì.
— E poi?...
— E poi....
Non voleva confessarmelo; ma io che le sentivo nella pelle fina un forte odore di maschio, insistei duramente:
— E poi? Voglio saperlo!
— Dal capitano Di Marco, — balbettò ella supplichevole.
— Ah!...
Fui brutale, non seppi nasconderle la invincibile ripugnanza che ella mi ispirava in quel momento. Appunto il capitano Di Marco era l’unico ufficiale del Reggimento che io odiavo per la sua straordinaria volgarità che traspariva da tutto il suo corpo tozzo e obeso di vecchio satiro. La donna che egli aveva posseduto mi faceva ribrezzo. Le voltai bruscamente le spalle mettendo tra me lei quanta distanza potevo, dicendole imperiosamente:
— Lasciami stare!
Ella pianse a lungo sommessamente.
Al mattino non scambiammo una parola: Irene mi guardava pietosamente e non osava aprir bocca.
Io andai in quartiere e la lasciai a letto.
Ritornai a casa verso mezzogiorno; ella non c’era; c’era invece sul tavolo una sua lettera che io trascrivo testualmente:
«Roberto,
«Stamattina, appena il soldato se ne fu andato, commisi un’imprudenza. Lo so, ho fatto male, ma ne ho avuto il castigo.
«Se ben ti ricordi, l’altro giorno mi hai detto che nel tuo giornale parlavi di me; il tuo contegno di questa notte, quello di stamattina, non me li potevo spiegare.... Ieri sera avevo veduto il tuo libro sul tavolo ed ero certa che ci avevi scritto qualcosa a mio riguardo. Non seppi resistere alla tentazione, ho fatto male, lo so, perdonami se vuoi: ho letto.
«Roberto, dalla mia più tenera infanzia non rammento di aver provato una gioia vera, neppure quella che a nessun bambino è negata; il casto bacio della mamma sua. Ti ho raccontato qualche cosa della mia vita, ma i patimenti passati sono un nulla al confronto di quello che ho sofferto oggi.
«Non so che cosa accada dentro di me, ma ho paura; ieri sera e questa mattina ho pianto e sai il perchè. Credevo che ti fosse cara la mia compagnia; era una gioia nuova per me; fino ad ora non avevo trovato che persone che si ridevano di me, avevo sofferto di vedermi trattata così, avevo pianto al pensiero di doverti dimenticare, ma mi rimaneva l’illusione che tu fossi il solo a non disprezzarmi.
«Ieri soffrivo di più, è vero, ma in fondo al cuore ero felice. Che cosa provai nel leggere quello che tu stesso hai scritto di me, sul tuo giornale, non lo saprai mai.
«Ah! l’avessi saputo ieri, di qual disgusto ti avrei liberato!
«So quello che si prova nel trovarsi vicino ad un essere ripugnante, perchè anch’io l’ho molte volte provato. Roberto, il mio castigo l’ho bell’e avuto: non riescirò mai a dimenticare il ribrezzo che ti devo aver fatto questa notte. Non ti domando perdono perchè so benissimo che non lo avrò mai.
«L’unica cosa di cui ti prego, se pure una mia preghiera può trovar grazia presso di te, è questa: Se un giorno la mia immagine si presentasse alla tua mente, se un giorno tu ti ricordassi di me, non odiarmi; è l’unica speranza che mi resta. In quanto a me, se Dio non pensa a farla finita, io non ho più il coraggio di continuare a vivere così.... La vita per me adesso non è più solamente odiosa, è insopportabile.
«Finisco con un augurio ardentissimo: Che tu non possa mai provare l’infima parte di quel dolore che le tue parole hanno fatto provare a me.
«Dicono che c’è un giorno in cui la verità risplenderà di luce meridiana. In quel giorno forse ti dorrà di avermi così ingiustamente punita. Addio!
IRENE».
Povera fanciulla! Quanto cuore, quanto sentimento in quelle due paginette! Io l’avevo crudelmente offesa senza comprendere nulla di quanto si svolgeva in quell’anima sventurata, io ero stato brutale con lei ed avevo sdegnato la sua umile sottomissione, il suo umile amore!...
Io non avevo capito che anche tante sciagurate che la società gitta nel fango della via, hanno un cuore buono, un’anima nobile che si ribellano agli insulti quotidiani della vergogna.
Il poeta ha ragione
. . . . nel turbato animo d’una donna si compendia l’agitarsi del mondo.
* * *
Molti mesi passarono senza che io dell’Irene potessi aver più notizia, ma un giorno dall’Ospedale principale di Milano mi giunse il suo appello ultimo e disperato.
Era un vecchio biglietto da visita a stampa, ingiallito dal tempo e portava sul dosso poche righe vergate da una mano tremante. Diceva:
«Roberto mio,
«Quando ti dissi che la mia breve tragedia avrebbe avuto il suo epilogo all’Ospedale non mi ingannavo. Ci sono infatti da due mesi e in quel fatale reparto (tubercolotiche) dal quale non si esce che tra le quattro assi di una bara, dopo una breve permanenza sul tavolo anatomico. Non ho nessuno accanto a me, nè la mamma, nè le sorelle, ma questa notte ho sognato che prima di morire vedrò ancora una volta l’unica persona che io abbia veramente amato.
«Sotto l’impulso di questa suggestione ti scrivo. Verrai?
tua IRENE».
Chiesi cinque giorni di licenza e partii subito per Milano; l’appello di un morente è cosa sacra, tanto più sacra in quanto toccava a me il darle la consolazione estrema, a me che ella aveva amato e da cui era stata crudelmente offesa.
La stagione era rigida; neve dappertutto, sui monti e sul piano: i ruscelli erano gelati, dai rami degli alberi, scheletriti e contorti, pendevano ghiaccioli multiformi.
Cinque ore di strada ferrata in quella candida desolazione, sotto quel cielo di piombo, in quell’aria di gelo. Il pensiero, assiduo tarlo, mi tormentava: la troverò ancora viva? potrò io chiuderle gli occhi? potrò darle la consolazione sognata, di una buona parola, di una carezza estrema? Lo speravo. Ma perchè aveva amato me che non avevo fatto nulla per farmi amare? Perchè, al momento di entrare nell’eternità, chiamava me al suo letto di dolore con tutte le forze del suo desiderio, mentre lamentava appena l’assenza della madre, l’assenza delle sorelle? Misteri dell’anima femminile! Era l’eterno dramma di Margherita Duplessis che si svolge ogni giorno nella vita sotto forme diverse in diversissimi ambienti, ma identico nella sostanza.
Mi tornavano alla mente le sue semplici e desolate parole: _la vita non è sempre nè per tutti allegra_, pensavo al suo semplice ed eroico sacrifizio, alla sua infanzia, contristata dall’infamia materna, alla sua vita randagia e miserabile degli ultimi mesi. Povera Irene! Ed ora forse invocava la morte come una liberazione, dopo aver tanto sofferto, dopo aver tanto sognato, dopo aver tanto ed invano inseguito il fantasma dell’amore traverso alle sozzure dell’esistenza....
Quelle cinque ore di corsa affannosa traverso alle sterminate pianure lombarde, coperte di neve, furono eterne; ma finalmente passarono.
Alla stazione mi gettai in un _brougham_, divorato da una mortale impazienza.
— All’Ospedale principale, di galoppo! Una lira di mancia.
Ma c’era un nebbione fitto e denso che avvolgeva le strade in una tenebrìa paurosa e bisognò contentarsi di andare al piccolo trotto.
All’ospedale per giungere al reparto delle tubercolotiche mi si affacciarono molte difficoltà; ma un giovane medico che mi conosceva mi guidò alla corsia dov’era l’Irene.
— Come sta?
— È agli estremi: ha già ricevuto i Sacramenti.
Giungemmo al letto dove pregava una suora di carità giovanissima: Irene vi giaceva immobile, coperta sino al mento, più bianca di un giglio: aveva gli occhi semichiusi, già velati dalle nebbie della morte.
Io passai sulla sinistra del letto, mi chinai sul capezzale, la chiamai all’orecchio dolcemente:
— Irene! Irene!
Fu l’ultimo guizzo della fiammella: spalancò i grandissimi occhi neri, mi riconobbe, sorrise, tentò rizzarsi a sedere sul letto e ricadde col capo sui cuscini. Morta.
Il dottore constatò il decesso mentre io, ritornato credente in faccia al pauroso mistero, pregavo fervidamente. La suora di carità aveva messo un crocifisso tra le mani di Irene conserte sul petto e si era messa a piangere dirottamente. Poi si alzò, asciugò le lacrimo, si fece il segno della croce e mi disse, mentre io la guardavo colpito dalla sua rassomiglianza colla morta:
— Siete voi il tenente Roberto?
— Sono io, sorella!...
— La poveretta vi aspettava da molto tempo: diceva sempre che voi le avreste chiuso gli occhi. Adempite adunque il suo ultimo desiderio e lasciatela in pace. Ho ottenuto di farla seppellire intatta, accanto a suo padre, nel cimitero monumentale. Se volete portarle dei fiori andateci domani sera verso le cinque. Ed ora lasciateci.
Baciai la morta sulla fronte gelida e seguii il dottore mentre la suora tirava le cortine del letto e si rimetteva a pregare.
— Che pensi? — mi domandò il dottore come fummo fuori.
— Alla povera morta e alla strana somiglianza di lei con la suora di carità che l’assisteva.
— Non c’è da meravigliarsi. Suor Ambrosina e l’Irene erano sorelle.
— Ah!...
Ed uscii dall’Ospedale commosso, pensando che la vita presenta più anomalie ed inverosimiglianze del più arrischiato romanzo fantastico.
PICCOLA LICENZA
Dirimpetto all’osteria con stallaggio di padron Nicola, sulla piazza grande, dove la diligenza era solita a fermarsi, un capannello di contadini maschi e femmine, circondava Bista tutto attillato e lindo nella sua bella uniforme di bersagliere.
Bista era commosso e la sua commozione gli si leggeva sul viso malgrado gli sforzi erculei che faceva per parere disinvolto, malgrado i buffi di fumo bianco che gli uscivano di bocca affrettatamente, malgrado l’aria d’importanza con cui teneva fra i denti il prelibato _minghetti_ regalatogli dal curato.
Era commosso e si appoggiava sulla spalla del vecchio padre e sul braccio di quella vecchietta di donna Veronica sua madre, che lo guardavano cogli occhi imbambolati pieni di lagrime, pieni d’ammirazione.
Suo cognato uscì dall’osteria di padron Nicola con un vassoio pieno di bicchieri e con un grande boccale di vino.
— L’ultimo bicchiere alla salute di Bista — disse.
E mentre Teresa gli teneva il vassoio, cominciò a riempire tutti i bicchieri fino all’orlo di quel bel vino biondo-dorato che non si trova che nei castelli romani.
— È di Marino puro sangue — seguitava il cognato invitando collo sguardo gli astanti, un vinetto che farebbe risuscitare un morto.
Teresa portò in giro il vassoio e ne offrì a tutti; ma Bista non aveva sete; un nodo doloroso lo stringeva alla gola come una morsa; voleva rifiutare.
— Grazie, Teresa, mi farebbe male.
— Bevi, che ti fa bene.
Dal crocchio si levava un coro di voci affettuose; tutti volevano che Bista bevesse; avrebbero voluto coprirlo d’oro, se avessero potuto, quei buoni contadini. Anche donna Veronica gli porse il bicchiere supplicandolo collo sguardo.
— Bevi, figlio mio.
Bista cedette: sollevò il bicchiere ricolmo contro il sole come se avesse voluto leggervi dentro il suo destino: poi lo avvicinò alle labbra e lo tracannò tutto d’un fiato.
Don Fulgenzio, il parroco, dalla porta della chiesa si godeva lo spettacolo colle mani grasse e pelose sul ventre prominente, col suo solito sorriso confidente e bonario.
Appena lo videro lo chiamarono subito rispettosamente, togliendosi il cappello, da gente bene educata.
— Don Fulgè! Bevete un bicchierotto con noi; è di quello vecchio, proprio di Marino sapete?...
Don Fulgenzio si avvicinò al crocchio e la bella sorella di Bista gli porse il vassoio dove c’erano ancora due bicchieri ricolmi fino all’orlo. Il buon prete cominciò a centellinare sibariticamente il vecchio Marino.
— Siamo di partenza eh! Bista?
— Pur troppo, signor curato! Dieci giorni volati via come razzi!... Già quando si sta bene!...
La conversazione divenne generale; parlavano tutti insieme a voce alta circondando Don Fulgenzio che troneggiava in mezzo al crocchio colla sua alta statura di gigante, col suo ventre enorme; il vice brigadiere dei carabinieri e quello delle finanze arrivarono giusto in tempo per stringere la mano a Bista e per tracannarsi un bicchiere del vino asciutto di padron Nicola.
Ma la diligenza non arrivava ancora. Bista era preoccupato; fra tutta quella gente che lo circondava, ci mancava ancora una persona che avrebbe dovuto venire.
Perchè Graziella non era là? Ora una grande inquietudine lo teneva; la diligenza poteva arrivare da un momento all’altro, e lui non l’avrebbe potuta salutare un’ultima volta. Si piegò all’orecchio di Teresa che raccoglieva nel vassoio i bicchieri vuoti.
— Teresa, dov’è Graziella?
Teresa si guardò attorno e poi rispose con un sorriso maliziosetto:
— Non c’è, ma verrà.
In distanza si sentivano gli schiocchi della frusta e le sonagliere dei cavalli; la corriera si avanzava al gran trotto nel bianco stradone polveroso.
— Don Fulgè, Treviso è lontano?
— Eh!... — fece don Fulgenzio trinciando l’aria d’alto in basso colla sua manaccia pelosa, come per indicare una distanza enorme.
Ora che il trotto dei cavalli si sentiva distinto, donna Veronica piangeva dirottamente. Non ne poteva più: si era contenuta anche troppo per rispetto alla gente.
E una tenerezza grande invase tutti gli spettatori di quella scena commovente: Pierina, la sorella più piccola, si era stretta alle braccia di donna Veronica e piangeva anche lei. In breve, Bista, il vecchio padre, Teresa e gli altri formarono un gruppo solo, stretti assieme dalla commozione grande dell’addio.
Don Fulgenzio, intenerito anche lui, voleva parlare, voleva consolare i due poveri vecchi.
— Andiamo via!... Alla fin dei conti son sette mesi, non è vero, Bista?
Bista fece segno di sì col capo: ma non poteva rispondere; se avesse parlato avrebbe rotto anche lui in uno scoppio irrefrenabile di pianto; epperò si irrigidiva contro l’emozione, martoriato da un’altra puntura, addolorato profondamente dalla mancanza di Graziella.
— Non piangere, mamma, fra sette mesi ritorno.
— E se ti rimandano in Africa? — domandò la povera donna afferrandolo per la manica in un nuovo schianto di singhiozzi.
— Non c’è pericolo, mamma, non c’è pericolo.
La diligenza si fermò e nessuno discese; il vetturale si fece dare un mezzo litro da padron Nicola e lo bevve a cassetta, mentre Bista montava. La diligenza era quasi vuota: lì sullo sportello si fecero gli ultimi addii, si scambiarono gli ultimi baci e le ultime strette di mano.
— Addio, Bista!
— Addio, Teresa!
— A rivederci a settembre.
— Va bene. Salutatemi don Antonio.
— Addio! Buon viaggio!
— Buon viaggio!...
E la pesante vettura traversò il piazzale e disparve al trotto in un nuvolone di polvere densa. Ad un tratto dietro alla larga fratta delle more partì un grido:
— Bista!...
Bista si svoltò di scatto e s’affacciò allo sportello. Nella macchia scura della fratta una forma umana agitava nell’aria un fazzoletto rosso in segno di saluto.
Bista sventolò dal finestrino il suo moccichino bianco delle feste e gridò con quanto fiato aveva in gola:
— Addio, Graziella!...
Poi tutto scomparve nel turbinìo polveroso sollevato dalla diligenza....
* * *
Col capo appoggiato sulle mani, Bista pensava.
Quei dieci giorni trascorsi a casa dopo due anni di assenza, erano stati dieci giorni di paradiso; se li vedeva sfilare dinnanzi alla memoria ad uno ad uno con una meravigliosa limpidezza e non gli pareva nemmeno vero di trovarsi lì sul sedile della diligenza che traballava con scricchiolii di vecchia carcassa sui sassi della strada. Che giorni! Che stupende serate in casa di don Antonio, che delizia di balli al suono dell’organino!...
Era lì che aveva ritrovato Graziella in tutto il rigoglio possente della sua giovinezza gagliarda. Quando l’aveva lasciata due anni fa, era una bambina esile, palliduccia, dai capelli nerissimi, sempre arruffati, che stava tutto il giorno nei campi al solleone d’agosto. Ora non la si riconosceva, era cresciuta di molto e le sue forme di adolescente stecchite e rigide, si erano fatte graziose e tondeggianti nello sviluppo della pubertà; i capelli nerissimi e ravviati avevano ora una lucentezza morbida che indicava la carezza del pettine; gli occhi stupendi avevano un’espressione nuova di pudore, di sentimentalità intensa e profonda.
Il solleone d’agosto non aveva potuto abbronzare quella pelle bianchissima su cui l’incarnato delle guancie si diffondeva in una gentile sfumatura color rosa-pallido. Si erano sentiti attratti l’uno verso l’altra senza saper come, invincibilmente; nel calore del ballo poi lui aveva sentito palpitare sul suo largo torace il suo bianchissimo petto di vergine, aveva respirato il profumo campestre dei suoi capelli.
Nessuno sapeva ballare il valzer meglio di lui; nessun’altra ballava come lei, e la gente si fermava ad ammirarli battendo le mani.
Un giorno l’aveva trovata in campagna intenta a rastrellare; una giornata stupenda di primavera con un’arietta profumata di timo che allargava i polmoni.
Era sola; si sedettero sull’erba tutti e due confusi, tutti e due commossi. Che cosa si erano detti? Lo ignorava; si ricordava solamente di una gran sensazione di dolcezza provata, di qualche cosa di infinitamente bello; ma era tornato a casa con un grande sbalordimento nel cervello, col cuore che pareva gli si dovesse spezzare. Poi quelle visite si ripeterono ancora; stavano delle ore muti, guardandosi negli occhi, tenendosi per le mani sotto la carezza tiepida del sole.
A volte lui le parlava dell’Africa, di quel paese lontano e meraviglioso dove tanti fratelli hanno trovato una morte gloriosa; ed ella lo ascoltava attentamente ansiosa di sapere, felice di sentirlo parlare.
Poi si alzavano gravemente e si davano l’addio con uno sguardo lungo, insistente che diceva mille cose, che pareva una carezza infinita....
* * *
— Tu ritorni a Treviso e ti dimentichi di me — gli disse Graziella gettandogli le braccia al collo in un delizioso abbandono.
— Impossibile, Graziella dovrei dimenticarmi di mia madre prima.
E la baciava sulle labbra rosse.
Quei baci Bista non li poteva dimenticare, gli erano entrati nel sangue come un veleno dolce e non lo lasciavano più in pace; li sentiva ancora sulle labbra riarse, scottanti come il fuoco.
L’ultima volta che si videro fu in casa di don Antonio. Dopo il valzer finale, ballato con tutto il sentimento della prossima separazione, Graziella lo aveva preso per una mano e lo aveva condotto per la scaletta buia dell’anticamera.
— Quando parti?
— Domattina colla diligenza delle dieci.
— Ti accompagno.
— Dove?
— Fino ad Anguillara, poi ti lascio.
— Ma è impossibile!
— Voglio così!
— Fa quel che Dio ti ispira!...
— Dammi un bacio....
Non uno, cento baci appassionati, disperati, si scambiarono così nell’oscurità della scaletta; cento baci e cento promesse di fedeltà. Alla fine dovettero separarsi.
— Verrai?
— Verrò.
E non era venuta; e si era limitata a salutarlo dietro la fratta delle more. Perchè?
Bista ci perdeva la testa; forse si era vergognata di salutarlo in faccia a sua madre, in faccia a tanta gente; forse....
* * *
— Anguillara! gridò il postiglione fermando i cavalli.
Bista si destò di soprassalto: aveva fatta tutta la strada assorto così in quella fantasticheria dolce, in quell’evocazione di ricordi dolcissimi.
Si alzò, prese la piccola valigia e discese. D’un tratto si riscosse; aveva sentito una voce fievole pronunciare il suo nome.
Si volse, ebbe appena il tempo di mandare un’esclamazione. Graziella gli si precipitò tra le braccia affannata da una corsa di due ore attraverso ai campi, ai cespugli, ai corsi d’acqua per tener dietro alla diligenza.