La vita nell'esercito

Part 11

Chapter 113,790 wordsPublic domain

« — Sì, — disse Maria guardandomi trasognata.

« — Che ne è stato? È vivo? È morto?

« — Hanno detto che è morto: io non me ne ricordo, ero tanto piccina!...

« — Un’altra domanda. Di tua madre che ne è stato?

« — Non lo so: dopo la morte del babbo ha sposato un mercante d’ombrelli ed io sono fuggita di casa per non star col patrigno; dopo — aggiunse con una grande indifferenza — non ne ho saputo più nulla. C’è chi dice che sia andata in America....

« — Ascolta, le dissi fuori di me, stringendole i polsi, fissandola intensamente negli occhi; — da quanto tempo fai questo mestiere?

« — Perchè vuoi saperlo? Chi sei tu?

« — Rispondi, per l’anima di tuo padre!

« — Da quattro anni.

« — Chi è stato il tuo primo amante?

« — Un sergente di cavalleria, — balbettò spaventata.

«Ricaddi su quel letto d’infamia come fulminato; tutto il sangue mi era affluito al cervello, vedevo tutto rosso, sentivo un sinistro ronzio nelle orecchie, il rossore della vergogna mi bruciava le guancie. E mi nascosi il volto tra le mani scoppiando in singhiozzi.

« — Ma che hai? Chi sei dunque? Chi sei? — gridò Maria spaventata avvicinandosi alla porta, pronta a chiamar gente o a fuggire.

« — Chi sono? Chi sono? Ah, disgraziata!

«Ma un lampo attraversò il mio cervello; perchè rivelarmi? Mi affibbiai il cinturino, mi gittai in capo il kepy e fuggii come un pazzo sentendo di non poter padroneggiare il desiderio, il bisogno di baciarla e di strangolarla. Mia sorella! mia sorella! Quella disgraziata, quella prostituta, quella donna che si vendeva al primo venuto, che si era venduta a me, era _mia sorella!..._

«Dove andai, che cosa feci io non lo so: fuggivo come un pazzo per le vie di Roma e mi pareva che tutti sapessero la miseria mia, che tutti leggessero il mio nome a caratteri di fuoco in una gran macchia di fango. Vedi Lamberti, io sono un povero figliuolo senza istruzione, senza coltura, cresciuto in un ambiente tutt’altro che virtuoso; pure ho anch’io delle idee sull’onore, ho anch’io un onore personale, intimo, che ho sempre tenuto alto in tutte le circostanze e quest’ultimo colpo che me lo rapisce è troppo forte, è troppo atroce. Ma che ho dunque fatto perchè la maledizione del cielo mi perseguiti così? Ritrovare una sorella amata, desiderata, vagheggiata nei sogni della fantasia, ritrovarla in una casa infame, l’aria sfrontata, le guancie coperte di belletto!!... Ritrovarla dopo essere stato il suo amante di un’ora, dopo averle pagato il piacere di un’ora!... Ma di’ tu dunque, dimmi, non avevo ragione di voler morire?»

E il disgraziato scoppiò per la terza volta in uno scoppio irrefrenabile di singhiozzi; tra i singhiozzi si faceva strada ostinatamente una domanda angosciosa:

— Perchè.... perchè.... non mi hai lasciato morire?

Io tacevo, annichilito.

IRENE

Andò così.

Verso le dieci di sera, mentre leggevo con grande interesse, sdraiato sulla poltrona a dondolo, un libro del Taine, la porta a vetri che mette sul ballatoio si spalancò e Alfredo entrò sorridendo del suo sorriso infantile, tenendo a braccetto una donna.

Io mi alzai meravigliato.

— Madamigella Irene! — disse Alfredo facendo la presentazione con aria comicamente cerimoniosa. E accennandomi a lei, soggiunse mentre io mi inchinavo:

— Il tenente Roberto, mio carissimo amico, e per conseguenza tuo.

— Già.... gli amici dei nostri amici.... Ma si accomodi prego....

E chiusi il libro mentre Alfredo toltasi la sciabola frugava, da padrone, nella dispensa.

Madamigella Irene si accomodò vicino a me; era una ragazza sulla ventina, non bellissima, ma piacente per una certa dolcezza che aveva nello sguardo e nel sorriso. Vestiva poveramente ma con una tal qual pretesa di eleganza; nell’accento si accusava lombarda.

— Eh? che belle figliuole so scovare io? — diceva Alfredo distendendo sul tavolo, che aveva sgomberato di tutti i libri, la tovaglia e i tovaglioli. — In compenso tu ci darai da cena, vero? Lascia fare, me ne incarico io; nella tua dispensa, a cercar bene, c’è da trovar sempre qualche cosa. Vado in cucina ad accendere il fuoco e ti lascio in buona compagnia.

— Fai! fai!... — risposi io tra contrariato e lieto di quella diversione al metodismo delle mie abitudini.

— Siamo venuti a disturbarlo, non è vero? — cominciò la ragazza un po’ imbarazzata....

— Ma niente, carina!... Anzi! Figurati, leggevo, e finito il capitolo, mi disponevo ad andarmene a letto come un provinciale qualunque. Perchè non ti togli il cappello?

Notai che il tono confidenziale con cui la trattavo, le fece corrugare impercettibilmente le sopraciglia; però i suoi sguardi, che avevano avuto un fuggevolissimo lampo di sdegno, ripresero subito quella tristezza rassegnata che dava alla sua fisonomia, un po’ irregolare, una specie di fascino doloroso.

Ella si alzò, si tolse lentamente il cappello mentre io la guardavo. Colle braccia sollevate dietro la nuca, la linea del suo corpo appariva perfetta ed elegante, la vita sottile come un giunco, il seno e le anche, pronunciati, le davano l’aspetto di una di quelle anfore greche od etrusche di inimitabile purezza. Poi, come ebbe deposto il cappello sul letto, cominciò a togliersi silenziosamente i guanti (certi guanti di un giallo assai dubbio, ad un solo bottone) scoprendo i polsi rotondi e due manine belle forse in origine, ma sciupacchiate, col pollice e l’indice anneriti dalle sforacchiature dell’ago.

Faceva tutto ciò macchinalmente, lasciando errare sulle labbra pallide un sorriso vago, guardandosi dattorno con un’indifferenza grande, come se nulla potesse omai, nella vita, interessarla più.

Io mi avvicinai, le presi una mano che ella mi abbandonò senza resistenza e l’accostai alla lampada.

— Facevi la modista?

— No, la sarta.

— Dove?

— A Milano.

— E.... ora?...

— Ora....

Un improvviso rossore le aveva coperto le guancie, le aveva imporporato il collo e le orecchie. Mi fissò in volto quelle sue nere pupille così dolci e così tristi e le abbassò subito, concludendo con un sorriso forzato:

— Ora.... viaggio!

— Ah!...

Tacemmo entrambi: io pensai di essermi imbattuto in una di quelle che hanno l’umore sentimentale e non ci feci caso. Accesi una sigaretta e le offersi l’astuccio.

— Fumi?

— Grazie, no; non ho _ancora_ imparato.

La tristezza, una tristezza invincibile, oltrechè nello sguardo e nel sorriso, era anche nella voce; una strana voce di contralto in cui le note basse parevano fatte di singhiozzi e quelle acute di lacrime.

— Ed è molto tempo che.... viaggi?

— Tre settimane; son fuggita di casa il 20 di aprile.

— Coll’amante, naturalmente....

— No, sola.

— Perchè?

— Non ne parliamo, è una storia lunga.... Vuole che cambiamo discorso, eh?

In quel momento Alfredo entrava trionfante con un piatto in mano.

— A tavola! a tavola! Vi ho fatto una _omelette aux truffes_ da far risuscitare un intero camposanto: sentite che odore!...

Dal piatto fumante il possente odore dei tartufi si levava solleticando acutamente le nari.

— Bravo Alfredo, per Dio! Meriti un posto nelle cucine reali — dissi attaccando vivamente la frittata tentatrice.

— Hai appetito, piccina? — domandò Alfredo ad Irene stringendole una delle magre guancie tra l’indice e il medio.

Nello sguardo della fanciulla, sorpresi un fugacissimo lampo di cupidigia subito velato dall’abbassarsi delle palpebre.

— Ha fame! — pensai mettendole nel piatto una fetta enorme di frittata....

* * *

Dopo la seconda bottiglia di _Barbera_, Alfredo si addormentò sulla seggiola, la testa tra le mani, i gomiti poggiati alla tavola, la pipa tra i denti.

Mezzanotte suonava all’orologio della piazza. Nella mia piccola cameretta ci si stava d’incanto; nell’aria era quella nebbiolina mista di fumo e di vapore, greve di odori gastronomici, traverso alla quale, nel lavorìo benefico della digestione, uomini e cose si intravvedono come tra le nebbie del sogno senza contorni precisi e senza proporzioni.

Sdraiato sulla poltrona, poggiato un braccio sulle ginocchia di Irene, io traevo grandi boccate di fumo dalla sigaretta e il mio pensiero seguiva le spire bianchiccie che si elevavano lentamente, perdendosi in circoli larghi e sottili contro il soffitto e nei cortinaggi della finestra.

Eravamo stati allegri a quella cena improvvisata: i tartufi, il barbera generoso, il buon umore di Alfredo ci avevano conquistato.

Anche Irene aveva lo sguardo brillante, le guancie colorite, il sorriso meno triste; il benessere fisico emanante dallo stomaco rifocillato, cancellava poco a poco da quel volto emaciato le tracce dei patimenti recenti, ridonava alla sua pelle di venti anni, morbida e bianca, quella freschezza vellutata di pesca matura che invita dolcemente a mordere ed a baciare. Veduta così, alla luce discreta della lampada, colla massa dei capelli bruni pettinati alla greca che le ombreggiava la fronte di un cespuglio di riccioli ribelli, colla chiostra candidissima dei denti che si mostrava tra l’arco roseo delle labbra semichiuse, ella mi parve bella e desiderabile.

— Ti chiami Irene?

— Sì.

— Nome di guerra, certo!...

— No, è il mio nome.

— Ah! — dissi con un tono di incredulità bonaria che dovette ferirla profondamente.

— Non ci crede?

— Sì, ci credo, e poi....

— Tanto fa un nome come un altro, — concluse ella col suo sorriso triste: — qui non mi conosce nessuno.

— Quanti anni hai?

— Diciotto.

— Solamente?

— Dimostro di più, non è vero? Gli è che la vita non è sempre allegra, signore.

— Hai dunque sofferto molto?

— Molto!

Subitamente il suo sguardo e tutto il volto ripresero quell’espressione di desolata mestizia che mi aveva colpito prima di cena.

— Vuoi raccontarmi qualche cosa?

— No, a che serve?

— Hai ragione: stai con lui questa notte? — e indicai Alfredo.

— Non lo so: egli mi ha condotta qui.... preferirei rimaner qui.

— Davvero? e perchè?

— Quel signore è troppo allegro....

Alfredo si era messo a russare della grossa: ora aveva incrociato le braccia sulla tavola e volgeva verso di noi il suo volto di paggio biondo su cui la tenue barbetta metteva dei riflessi di oro pallido.

Io lo destai dolcemente:

— Alfredo! Alfredo!...

— Hum! — grugnì egli, senza muoversi.

— Svegliati, è tardi; domattina c’è piazza d’armi alle cinque.

Alfredo si levò da sedere cogli occhi chiusi come un sonnambulo, immemore di tutto; e sempre ad occhi chiusi cinse la sciabola e si calcò in testa il berretto con una manata.

— Addio! — disse avvicinandosi alla porta, un po’ barcollante.

— Addio. E l’Irene?

— Ho troppo sonno, te la lascio; verrò a riprendermela domani.

Infilò la porta ed uscì.

Quando ebbi chiuso l’uscio e rientrai in camera Irene era in piedi e teneva in mano il cappello e i guanti.

— Vuole che me ne vada? mi domandò umilmente.

La pendola del caminetto segnava l’una dopo la mezzanotte e fuori pioveva.

— Rimani! — le dissi.

* * *

Veramente la sua voce di contralto sembrava fatta di singhiozzi e di lacrime.

Nel buio, fumando la mia sigaretta, ascoltavo pensoso quella voce dolente che mi narrava una storia tanto diversa da quella di tutte le donne cadute. E come ella, conscia per dolorosa esperienza della repulsione fisica che ispirano all’uomo certi corpi di femmina dopo il piacere goduto, si teneva lontana, all’altra estremità del letto grandissimo, la sua voce pareva giungermi affievolita dalla distanza, più desolata che mai, quasi tragica a volte.

Diceva ella col suo spiccato accento lombardo, con una grande precisione di parole e di idee:

— No, la vita non è sempre, nè per tutti, allegra; per certuni anzi non è che un continuo succedersi di dolori. A volte la sventura si abbatte sopra una famiglia e la perseguita nel suo capo ed in tutti i suoi membri per anni ed anni e per intere generazioni. Così è accaduto a me. Facevo la sarta per necessità, ma non ero di condizione volgare ed ho il diploma di maestra. Mio padre era redattore della _Perseveranza_, mia madre era figlia di un impiegato di prefettura. Eravamo tre sorelle, differentissime di indole, di tendenze, di abitudini e nostra madre (mi vergogno a confessarlo) non era tale da guidarci sulla via della virtù. Ella aveva un amante ricco, noi tutte lo sapevamo e il babbo che lo sospettava e che voleva averne la certezza assoluta, era di un umore chiuso e intrattabile. La casa era un inferno: molte volte dovemmo assistere a delle scene di orribile cinismo da parte della mamma, di perdonabile brutalità da parte del babbo. La sua professione di giornalista tenendolo occupato buona parte della notte, l’amante della mamma veniva di sera facendosi precedere da un domestico carico di ogni ben di Dio. Allora cominciava l’orgia alla quale anche noi dovevamo partecipare; si mangiava, si beveva e la mamma e il suo ganzo si divertivano a vederci brille e si baciavano in faccia a noi senza vergogna, senza vergogna si chiudevano nella camera nuziale, mentre noi guardavamo dal buco della serratura colla malsana curiosità delle ragazzine maliziose e viziate. Oh! la nostra innocenza infantile non è durata molto tempo ed io a dodici anni sapevo già che cosa pensare della vita!... Capivo tutto e soffrivo, ma non osavo aprir bocca per paura della mamma e dell’Ambrosina che teneva le sue parti ed era per conseguenza la sua beniamina. La tresca vergognosa durò a lungo senza che il babbo se ne accorgesse, ma finalmente una sera egli capitò in casa all’improvviso, vide sulla tavola i resti dell’orgia, capì a volo, sfondò con un calcio la porta, e si precipitò nella stanza coniugale col revolver in pugno. Ah! campassi mill’anni non dimenticherò quella scena!... Dalla porta semiaperta vedemmo la mamma e il ganzo seminudi, in ginocchio dinanzi a mio padre che li teneva ambedue immobili e terrorizzati sotto la canna del suo revolver. Chiudemmo gli occhi aspettando la tragedia. Ma che cosa passò nel cervello di mio padre in quel momento? Chi potrebbe dirlo? Sollevò l’uomo ghermendolo al collo colla mano sinistra, lo trascinò alla porta di casa, lo spinse fuori, così seminudo, con un calcio nella schiena, come un cane lebbroso. Poi tornò in camera, pallido d’ira, gli occhi iniettati di sangue, afferrò la mamma pei capelli, trascinò anche lei alla porta coprendola di vituperii, la spinse fuori seminuda, a calci, come l’amante:

— Fuori di casa mia, sgualdrina! Fuori, prostituta!...

Chiuse la porta di casa a doppia mandata, mise il catenaccio e volgendosi a noi con un piglio terribile, additandoci la nostra stanza colla mano imperiosamente tesa:

— E voialtre a letto subito! _Marche!_

E cadde sul divano della saletta da pranzo la testa tra le mani, a piangere come un fanciullo!...

Da quella notte e mentre il processo di separazione faceva il suo corso, il povero babbo prostrato dal colpo terribile cadde in una malattia di languore che lo obbligò a lasciare gli uffici della _Perseveranza_. Fu allora che mia sorella maggiore Ambrosina entrò in qualità di cameriera ai servizii di un vecchio e ricco banchiere e che io mi collocai in un negozio a far la sarta. Jole, la più piccola, rimase in casa ad accudire il babbo e a badare alle faccende domestiche.

Così passò un anno; in quel frattempo avvenne la separazione legale tra il babbo e la mamma. Il povero babbo, invecchiato di vent’anni in _quella notte_, non lavorava quasi più, scriveva appena un articolo alla settimana, incurante della miseria in cui eravamo tutti piombati, inguaribilmente ferito al cuore dal tradimento infame della mamma. Tuttavia tra i suoi scarsi guadagni, i miei, e i pochi soldi che ci dava l’Ambrosina, si tirava ancora avanti.

Ma la sventura non era ancora stanca di perseguitarci.

Un giorno il vecchio banchiere sorprese l’Ambrosina colle mani nello scrigno, colle tasche piene di biglietti di banca trafugati. Senz’altro chiuse la ladra a chiave in uno stanzino, la mise sotto buona guardia e corse a cercarmi. Già fin da quando l’Ambrosina era entrata in casa sua, il vecchio banchiere mi aveva messo gli occhi addosso e non di rado mi seguiva alla lontana quando mi recavo al negozio o tornavo a casa.

Quella sera mi fermò risolutamente e mi raccontò senza ambagi la disonesta azione commessa da mia sorella e la sua ferma intenzione di consegnarla nelle mani della giustizia, a meno che.... mi capisce signore?

Anch’io capii di volo l’orribile proposta e il primo impulso fu quello di schiaffeggiare il vecchio libertino in mezzo alla via: credo anzi di avergli in sulle prime risposto assai sdegnosamente; ma non tardai a comprendere che ogni resistenza era inutile perchè egli aveva in pugno l’onore di tutta la famiglia e quel che era peggio la vita di mio padre che non avrebbe certamente sopravvissuto a quest’ultimo colpo.

Domandai che mi lasciasse la notte intera per riflettere, dissi che avrei risposto all’indomani andando al negozio.

Egli accondiscese, sicuro della vittoria.

Appunto quella sera trovai il babbo più accasciato, più malandato del solito; egli si doleva sopratutto della sua incapacità al lavoro quasichè la sventura coniugale, oltrechè nell’onore, lo avesse colpito nel cervello inaridendogli ogni sorgente di ispirazione; e sempre egli portava quelle sue mani scarne alla nuca, come ad impedir la fuga delle idee, la miseranda dispersione di tutta la materia cerebrale altra volta così rigogliosa e feconda.

Alla notte non chiusi occhio: dovevo prendere una risoluzione che avrebbe deciso della vita di mio padre e del mio avvenire.

Certamente la nuova vergogna sarebbe stata per il babbo il colpo mortale, ma per stornare il nuovo disonore dal suo capo, era necessario che io mi sacrificassi, che io cedessi alle voglie brutali di quel vecchio. Che fare?

Io pensai che al babbo non molto tempo restava da vivere: forse non sarebbe giunto in tempo a conoscere la triste verità: forse col prezzo del mio sacrifizio avrei potuto addolcire i suoi ultimi giorni.

La mattina seguente.... non andai al negozio: per molto tempo anzi non ci andai più, Ambrosina fu mandata a servire in un’altra casa ed io divenni la ganza del banchiere.... Quello che ho sofferto in quell’epoca, lo schifo, la nausea di quelle carezze (le prime) l’avversione insormontabile che mi ispirava quell’uomo, io non voglio dirle. Forse lei non ci crederebbe; ma il buon Dio che legge in tutti i cuori, avrà letto anche nel mio e forse mi avrà perdonato e benedetto quando gli uomini mi disprezzavano....

Basta, dopo sei mesi il povero babbo morì, si spense quasi tranquillamente, ignaro di tutto, benedicendoci, perdonando anche alla mamma. Egli non si accorse mai che io era incinta, non sospettò nemmeno che dopo tre mesi sarei stata quasi agonizzante in un letto d’ospedale....

Dopo il parto.... lasciai la creatura ai trovatelli, abbandonai l’Ospedale e Milano sperando di trovar lavoro altrove.

Andai a Vigevano, a Novara, ad Alessandria; ero sola, ancora debolissima, priva di mezzi.... nessuno volle aiutarmi. Allora.... non ebbi il coraggio di morire e continuai a discendere la china fatale....

Lei non ci crederà, ma questa sera quando venni qui col suo amico.... avevo fame!

— È vero! — pensai.

* * *

L’alba ne sorprese insonni entrambi: ella piangendo silenziosamente, io silenziosamente fumando. Mano a mano che Irene proseguiva, tra i singhiozzi, la sua storia dolorosa, il mio temperamento d’artista si ridestava, la mia fantasia ricostruiva il duplice dramma, lo carezzava, lo lumeggiava, lo coloriva. Qual meravigliosa novella se ne sarebbe potuto cavare, raddolcendo le tinte, modificando il finale, dando all’eroina l’aureola del sacrifizio e quel coraggio di morire che all’Irene era mancato, sopprimendo quella brutta appendice di vagabondaggio vergognoso che la offendeva, che ne sciupava la bellezza morale, che la diminuiva di valore ai miei occhi!...

E dinanzi a quel pianto muto, sconsolato, continuo, la mia diffidenza cadeva, si scoloriva il mio scetticismo galante; non io mi trovavo in faccia ad una donnina dall’umor sentimentale, sibbene in faccia alla sventura vivente, in faccia ad una creatura derelitta che scendeva, riluttante, la sdrucciolevole china del vizio, spinta dalla necessità, alla necessità repugnante invano.

Il caso nuovo mi interessava: la fanciulla mi pareva degna di un benevolo esame: forse parlandole di onestà, di lavoro, di riabilitazione, le mie parole non sarebbero cadute su sterile terreno. Ma anche pensai che non avendo io nè i mezzi, nè la possibilità di aiutarla a risalire l’abisso in cui era caduta, fosse più che mai crudele l’indugiarsi a dipingerle tutta l’ideale bellezza della rigenerazione morale. Poichè quando in certe sciagurate condizioni dell’esistenza non si ha il coraggio di morire, non si ha nemmeno la forza di ribellarci al proprio destino e lo si segue piangenti, ma rassegnati.

— Ed ora che farai? — le chiesi.

— Non lo so.

— Non hai per l’avvenire un progetto, una speranza?

— Progetti no; speranze una sola: quella di imbattermi in un uomo che non mi tratti male, che mi accarezzi senza disgusto, che mi tenga con sè e mi ami un pochino. Io sarei la sua schiava affezionata e fedele, mi contenterei delle briciole del suo pane, delle briciole del suo amore, di tutto, purchè mi togliesse dall’infamia di questa vita girovaga che mi abbrutisce. Gli uomini non sono cattivi in fondo, ma difficilmente credono all’amore ed alle oneste intenzioni di una donna caduta; godono, vi pagano, e vi gittano via come un limone spremuto, come un giocattolo spezzato. È triste a pensarlo, ma hanno ragione: ci son tante donne che amano questo orribile mestiere, che speculano sulla loro vergogna ridendo, che non hanno cuore nè sensi e non adorano che il danaro! Ma io non ci son nata, io non riuscirò a nulla di quello a cui le altre riescono, fuorchè a morire all’ospedale; io rifiuto la mercede quando mi viene da un bravo giovane che mi ha ascoltata, che mi ha compatita, che ha avuto per me delle buone parole offrendomi l’ospitalità in casa sua....

La mia abituale diffidenza, un momento sopita, si ridestò a queste parole: il mio orrore per ogni legame, per ogni forma di _collage_, irrigidì l’anima mia contro l’assalto della pietà. Risposi evasivamente, sviando a bella posta il discorso:

— Povera Irene! — e dove andrai dopo di qui?

— Non lo so: io vorrei poter metter da parte un gruzzoletto, ritornare a Milano, aprire una botteguccia da sarta o da rammendatrice, o una scuola privata per bambini; ma è un sogno che non raggiungerò mai per quanto mi privi di tutto il superfluo e qualche volta anche del necessario. Non lo raggiungerò anche perchè sento che questa vitaccia di strapazzi, di viaggi, di notti perdute, questi alti e bassi di orgia e di fame, mi distruggono. Chi mi ha conosciuta a Milano, un anno fa, prima della mia entrata in casa del banchiere, non mi riconoscerebbe più certamente.... Pazienza! sarà quel che Dio vorrà!

Io sentivo talmente la verità nelle sue parole, e di quella verità ero tanto penetrato, che non trovavo nemmeno la più piccola pietosa menzogna per consolarla; non sapevo che compiangerla:

— Povera Irene! povera Irene!...

. . . . . . .

La sveglia si mise a suonare col suo terribile suono argentino; erano lo quattro e mezzo.

— Si alza?

— Sì, vado in Piazza d’armi.

— Senza aver chiuso occhio?

— Oh! non è già la prima volta; poi a venticinque anni non ci si bada.

— Mi alzo anch’io, allora?

— Perchè? Dove vuoi andare alla quattro e mezzo del mattino? Rimani e dormi finchè io torni, farai colazione con me.

— Grazie signore! Lei è molto buono!...

Mi vestii in fretta mentre l’acqua bolliva sulla macchinetta del caffè; poi quando fui pronto la baciai sulla fronte come una buona amica, richiuse le imposte.

— Addio piccina mia, dormi bene; caccia via i cattivi pensieri.

Ed uscii.

Sulla piazza trovai Alfredo che s’avviava frettolosamente al quartiere rabbrividendo dal freddo, le mani in tasca e il sigaro fra i denti.

— Buon giorno, Alfredo.

— Oh! ciao Roberto! Bella notte eh?

— Non tanto....

— Perchè? la piccina non ti piaceva?