La vita intima e la vita nomade in Oriente

Part 9

Chapter 93,825 wordsPublic domain

Se le madri non provano vera tenerezza per i loro figli, questi se ne curano ben poco. I ragazzi considerano le loro madri come serve, dando loro ordini, le rimproverano per la loro pigrizia o per la loro trascuratezza e non so se si limitano sempre a delle parole. Il pudore, questo ornamento virgineo della prima età, non esiste nè per i ragazzi, nè per quelli che li circondano. Tutte queste donne si vestono, si svestono davanti ai loro figli ed i discorsi più liberi si fanno in loro presenza. I fanciulli disprezzano le loro madri e questa vita in comune, che fa loro perdere il rispetto per i genitori, comunica loro spesso le tristi passioni dalle quali essi sono dominati. La rivalità del potere che agita le madri è per i figli una sorgente di animosità, d'invidia, di dispetto, d'orgoglio e di ira. «Mia madre è più bella, più ricca, più giovane! è nata a Costantinopoli!» Ecco di cosa si vantano questi ragazzi quando vogliono umiliare quelli che essi chiamano _fratelli_.

Chi avesse le idee e gli affetti di un Cristiano in seno ad una simile famiglia, dovrebbe esser molto compianto; ma non sarebbe esposto a trovarvisi. Il turco, che non è mai escito dalla sua provincia, che non conosce altra società all'infuori di quella basata sulle istituzioni mussulmane, che considera come articolo di fede che nulla havvi di bello e di buono al mondo oltre il suo paese, le sue leggi, le sue usanze, che ritiene animali immondi tutti gli uomini di un'altra religione che la sua, questo turco della classe media si compiace della corruzione in mezzo a cui vive. Egli non ama nessuno intensamente; non è del resto violento e crudele che in un modo negativo. Purchè i suoi pasti siano pronti all'ora voluta, egli non chiede nulla di più alla Divinità. I suoi figli gli sono cari, ma se muoiono egli non pensa che a colmare i vuoti causati dalla loro perdita. Le sue mogli soffrono per caso nell'anima o nel corpo, forse egli ne riderà, forse vi rimarrà perfettamente indifferente. Ignorantissimo, non sapendo neppure che esistano paesi nei quali il culto delle arti e delle lettere occupano e deliziano la vita dell'uomo, egli non conosce che i piaceri sensuali ed il riposo che prolunga e varia finchè può coll'uso dell'oppio, dell'hascisch, dell'acquavite e del tabacco. Le attrattive della conversazione sono per lui lettera morta; parla per domandare o per ordinare quello che gli occorre; poi tace e, siccome tutti stanno in silenzio intorno a lui, non gli rimane neppure di stare ad ascoltare ciò che si racconta. Allorchè una delle sue mogli ha perduto la freschezza della gioventù o, per un motivo qualsiasi, ha cessato di piacergli, egli si astiene dal chiamarla a sè e presto dimentica che esista. Se ha veduto al bazar una schiava che gli piaccia, la compera, la porta a casa sua e la proclama sua favorita. Può essere idiota, golosa, ladra: lo sa, ma che gliene importa? Non ha illusioni, e come potrebbe averne? E perchè? Egli sa benissimo che la giovane donna, ch'egli stringe nelle sue braccia, non prova per lui che odio e disgusto, sa che essa gli caccierebbe volontieri un pugnale nel cuore pur di guadagnare dieci piastre, sa pure che il suo amore non è che una febbre effimera. Ma potrebbe esserne altrimenti? Sonvi altrove donne, amori, febbri, risvegli diversi dai suoi? Se ne esistono, non si cura di conoscerli. Egli ignora le gioie intime, ineffabili del sacrificarsi. Non ha mai confessato nulla che possa nuocergli, dicendo a sè stesso: Sono stato fedele alla verità! Non ha mai preferito la soddisfazione di un altro alla sua propria e non si è mai detto: Sono stato fedele alle mie affezioni! Non ha mai considerato la morte un'aurora, l'aurora di un giorno eterno, senza nubi. Pure quell'uomo si crede felice; ma può egli esserlo più dell'ultimo mendicante al quale è stato concesso nella vita di sapere che significhi amare, consacrarsi a qualcosa, credere ed attendere?

La famiglia del ricco, del nobile, del turco di Costantinopoli, che ha frequentato la società Franca, o che ha viaggiato in Europa, non presenta lo stesso spettacolo d'immoralità o d'ingenua turpitudine, ma, ohimè, salvo qualche rara eccezione, la seta ed il broccato non ricoprono ancora che uno scheletro abbietto. Le dame di quegli harem di primo ordine non indossano, per una settimana o per un mese, la stessa veste sudicia e spiegazzata. Ogni mattina, levandosi dai loro letti sontuosi, esse lasciano gli abiti del dì innanzi, cambiandoli con nuove acconciature. I loro vestiti, i loro pantaloni e le loro sciarpe escono dalle fabbriche di Lione, e sebbene le manifatture europee non spediscano in Oriente che gli avanzi della loro fabbricazione, questi rifiuti fanno ancora un effetto quando avvolgono le forme splendide di una di quelle Georgiane o di quelle Circasse che popolano gli harem. Ma che vale l'apparenza, se la realtà, così impiastricciata, non è per questo meno ripugnante?

Voglio dire una parola a proposito delle due razze che per la nostra immaginazione inesperta rappresentano il prototipo della bellezza femminile. Alta, formosa, colla persona ben modellata, uno splendido colorito, masse di capelli neri e lucenti, la fronte spaziosa e completa, il naso aquilino, gli occhi neri enormi e spalancati, labbra vermiglie modellate come quelle delle statue greche di buona epoca, denti di perla, il mento rotondo, l'ovale del viso perfetto, tale è la Georgiana. Ammiro di tutto cuore le donne di quella razza; poi, quando le ho bene ammirate, volgo il capo e non le guardo più, perchè sono certa di ritrovarle, quando mi piacerà, tali e quali le ho lasciate, senza un sorriso di più nè di meno, senza la menoma variante nella fisionomia. Un bimbo può nascerle e morirle, il suo signore adorarla o detestarla, la sua rivale trionfare od essere inviata in esilio, nulla ce ne rivela il viso della Georgiana. Non so neppure se gli anni rechino qualche mutamento a quella bellezza marmorea di cui m'impazienta l'immobile splendore.

La Circassa non ha nè gli stessi pregi, nè le stesse lacune. È una bellezza nordica, che mi ricorda le bionde e sentimentali figlie d'Allemagna; ma la somiglianza non va al di là delle forme esterne. Le circasse sono in maggioranza bionde; il loro colorito è di una freschezza incantevole; i loro occhi sono azzurri, grigi o verdi ed i loro tratti, per quanto fini e graziosi, sono irregolari. Quanto la Georgiana è sciocca ed altera, altrettanto la Circassa è falsa ed astuta. Una è capace di tradire il suo signore, l'altra di farlo morire di noia.

Il farsi belle è la grande occupazione di queste signore. A qualunque ora voi le trovate vestite di crespo rosso o di raso celeste, la testa coperta di diamanti, con collane al collo, pendenti agli orecchi, spille sui loro abiti, braccialetti alle loro braccia ed alle loro gambe, anelli alle dita. Talora piedi nudi appaiono fuor dal vestito di crespo rosso ed i capelli sono tagliati quadri sulla fronte, come usano gli uomini dei nostri paesi, ma sono questi particolari dell'acconciatura che hanno poca importanza. Gli atteggiamenti del bel mondo femmineo devono esprimere il più profondo rispetto misto d'un timore reverenziale per il signore dell'harem. Non appena egli entra, subito si fa silenzio, una delle sue mogli gli leva gli stivali, l'altra gli mette le pantofole, quest'altra gli offre la sua veste da camera, una quarta gli reca la sua pipa, il suo caffè od i dolci. Egli solo ha il diritto d'indirizzarle la parola e, quando degna di rivolgersi ad una delle sue compagne, questa china gli occhi, sorride e risponde a voce bassa, quasi temesse di far cessare l'illusione e di svegliarsi da un sogno troppo dolce perchè possa durare a lungo. Tutto ciò non è che una commedia che non inganna nessuno, come non prendiamo alla lettera le pose d'innocenza e di timidezza delle nostre educande. In realtà, tutte quelle donne nutrono scarsa simpatia per il loro signore e padrone. Esse, che sembrano così facili ad una dolce commozione, che non parlano se non con un debole sussurro, si rimandano l'un l'altra delle ingiurie grossolane su di un tono acuto e rumoroso e non vi è eccesso a cui non possano giungere contro quella delle loro compagne che gode il favore del Sultano. Le schiave favorite sarebbero molto da compiangere, se non si permettessero delle rappresaglie, ma si guardano bene dal non concedersele.

Ciò che mi ha rivoltato più d'ogni altra cosa, e non è dir poco, è l'harem in miniatura dei giovinetti di grandi famiglie. Questi ragazzi, da nove a dodici anni, possiedono delle schiavette della loro età presso a poco, colle quali fanno la parodia delle gesta dei loro padri. Queste giovani, vittime di una costituzione sociale davvero mostruosa, fanno così un orrendo tirocinio della vita che le attende, giacchè non v'ha nulla di più crudele d'un ragazzo scostumato e la barbara depravazione del vecchio licenzioso si ritrova all'altra estremità della vita. Ho veduto di questi ragazzi, embrioni di pascià, picchiare a calci ed a pugni, graffiare, ferire tutta una schiera di ragazzine che ardivano appena piangere, mentre la giovane tigre si leccava la lingua con un sorriso singolare che mi rammentava certe pagine di Petronio. Con tutto ciò, voglio ancora ripeterlo, niuno sarebbe più lontano da sentimenti così odiosi che il turco, quale l'ha fatto la natura. Dirò di più, quel ragazzo crudele diventerà probabilmente un uomo abbastanza buono quando avrà l'età per eseguire senza troppo sforzo il compito sotto il quale, per il momento, soccombe.

Le grandi dame di Costantinopoli non si tengono paghe di vedere il mondo attraverso alle griglie delle loro finestre; vanno a passeggio nella città, nel bazar, ovunque loro garba e senz'essere sottomesse ad alcuna sorveglianza incomoda. Un tempo la maschera procurava alle veneziane un'estrema libertà; il velo delle donne turche rende loro il medesimo servizio. Il marito più geloso passerebbe accanto alla sua sposa mentre questa segue un'avventura, senza poter avere il menomo sentore di ciò che gli accade, poichè, non solo il velo copre il viso, non solo il mantello, detto _ferragiah_, copre tutta la persona e le dà l'aspetto di un involto, ma veli e _ferragiah_ sono tutti della stessa stoffa, della stessa forma e quasi dello stesso colore; è un domino che assomiglia a tutti gli altri domino. Le signore turche possono quindi star sicure di salvaguardare il loro incognito finchè lo desiderano e l'infedeltà non fa loro correre alcun rischio. Perchè mai sarebbero allora fedeli? Non per amore dei loro mariti, che detestano cordialmente, non per rispetto ai loro doveri, giacchè anche la parola dovere non significa nulla per esse. Profittano dunque, come loro piace, della libertà che accordano loro le usanze. Invocate la testimonianza degli europei che hanno abitato a Costantinopoli: vi confesseranno, se vogliono esser sinceri, che hanno annodato più di un intrigo amoroso nella strada o nei bazar. La morale che si può trarre da tutto ciò è che le maggiori precauzioni non valgono nulla, quando è scomparsa l'idea del dovere.

Dopo tutto ciò che ho detto dell'atteggiamento del mariti orientali verso le loro mogli, si potrebbe credere che la brutalità sia l'essenza del loro carattere. La conclusione sarebbe falsa, giacchè il turco, di ogni età e di qualunque classe della società, ha ricevuto dalla natura una cortesia, una delicatezza ed una dolcezza di modi che gli occidentali non acquistano che dopo lunghi studii, sforzi faticosi e dominandosi continuamente. Un turco non si renderà mai colpevole nè di una parola, nè di un gesto che possa offendere una donna, e, se tratta sua moglie presso a poco come un essere irragionevole, in realtà essa non fa nulla per elevarsi ad una condizione superiore. Vorrei che vedeste l'attitudine imbarazzata e scandalizzata di un turco che si trovi collocato fra una signora europea e la sua mandra di odalische. Si badi che odalisca può esser tradotto letteralmente «cameriera» o meglio ancora «donna per la camera»!

Bisogna imparare il turco per perdere così le ultime illusioni! Un turco dunque in un caso simile si mostra più ruvido del solito colle sue mogli, e le riduce al silenzio appena socchiudono le labbra, le allontana con un pretesto o coll'altro, ed intanto lancia all'europea delle occhiate di traverso che rivelano il suo timore e la sua diffidenza e le ripete ad ogni momento: «Non badate a quello che dicono, sono turche!» od ancora: «Voi mi trovate ben grossolano con queste donne, non è vero? che volete, sono turche!» Ah Dio mio! Sì, sono delle turche, nel senso che voi date a tale parola, vale a dire delle creature sciocche e degradate; ma chi le ha rese tali? E perchè il nome che date alle vostre compagne è divenuto il sinonimo di tutto ciò che vi ha di basso e di incolto nel sesso femminile? Gli è che voi avete costituito la famiglia coll'unico intento di moltiplicare i vostri piaceri sensuali. Avete voluto che la donna vi fosse sottomessa come una schiava; che può dunque essere se non una schiava? Ma forse io ho già troppo prolungato queste riflessioni generali. Ormai il lettore sa cosa voglia dire il nome di harem in Oriente e lo posso ricondurre alla residenza che mi aveva suggerito queste divagazioni, all'abitazione del nobile mio ospite Mustuk bey.

Il principe del Giaur-Daghda ha ormai varcato i limiti della prima gioventù. È un uomo d'una quarantina d'anni, alto e ben fatto, con una fisionomia che sarebbe un po' volgare, se non fosse illuminata da due begli occhi azzurri, limpidi, sorridenti e penetranti come due spade. Nulla rivela in lui il feudatario ambizioso ed astuto che resiste senza posa agli ordini del suo sovrano, pur conservando le apparenze del rispetto e della sottomissione. In Mustuk bey, o per lo meno ne' suoi modi e nel suo linguaggio, vi è una certa bonomia. Egli non ostenta il lusso orientale dei pascià e dei capi della sua tribù; il suo abito, il suo contegno, la sua casa, la sua tavola, tutto in lui respira la massima semplicità.

Dietro la casa del bey vi è una piccola corte quadrata, cinta di fabbricati bassi ad un solo piano. Poichè la corte è rettangolare, i due edifici che formano i lati occupano una superficie doppia all'incirca di quella che coprono le costruzioni collocate alle estremità. Una di queste non è che il muro divisorio fra l'harem e la casa del bey e vi è praticata la porta d'ingresso. Due porticine, fiancheggiate entrambe da due finestre, comunicano con ciascuno degli edifici laterali della corte selciata. Il fabbricato in fondo non ha che una porta e due finestre, ed è impossibile di entrare in quel chiostro silenzioso senza ripensare all'interno di un convento di certosini. Si accede anzitutto ad una stanza piuttosto grande, mobiliata con materassa e cuscini e che si apre a sua volta su un'altra camera adoperata come magazzeno e granajo. In ognuna delle celle disposte intorno alla camera principale, regna e governa una delle spose del bey. Si sussurra nel villaggio, ed anche nelle città vicine, che l'universo non è concentrato per il bey in quelle quattro mura e che altri stabilimenti, analoghi a questo, sono scaglionati ad una certa distanza sui pendii del monte del Giaurro. A dir il vero, sarebbe quello un lusso un po' dispendioso.

La gerarchia è sempre rispettata negli harem e, per Sardanapalo che possa essere, e per innamorato che sia di una o dell'altra delle sue giovani spose, Mustuk bey terrà sempre circolo presso la prima sua moglie in ordine di data. Infatti mi condusse da lei, quando, dopo aver visto che la grande sala fuori dalla cinta sacra era stata apparecchiata perchè io vi potessi dormire, mi dichiarai pronta a fare il dover mio con quelle signore.

La «signora in capo» mi sembrò stranissima nell'aspetto e, guardandola, pensavo involontariamente ad una acrobata pensionata. Questa sultana era stata bellissima e la sua bellezza non era ancor tutta scomparsa; il suo colorito presentava una strana mescolanza della secchezza recatavi dal sole e di una serie di strati di pittura sotto la quale la pelle originaria non era più visibile. I suoi grandi occhi verde-mare erano straordinariamente cerchiati: si sarebbero detti serbatoi posti sotto la glandola lacrimale per raccogliere i torrenti che ne potessero escire. La sua bocca grande, ma ben modellata, lasciava vedere dei denti ancora bianchissimi, ma troppo staccati gli uni dagli altri e che sembravano oscillare nelle gengive, il cui rosso troppo vivo e la malsana enfiagione evocavano cattivi pensieri. Evidentemente essa sdegnava le parrucche di pelo di capra, ma aveva tinto in rosso fulvo i suoi propri capelli. Tutta la sua acconciatura era, non solo accurata, ma ricercata e colpiva col contrasto offerto dallo spettacolo de' suoi bimbi vestiti come piccoli mendicanti. Finchè suo marito fu presente essa si mostrò timida e spaventata come una giovanissima sposa il giorno del matrimonio, coprendosi il viso col velo, colle mani, con tutto ciò che era alla sua portata, e non rispondendo che a monosillabi. Voltato il naso contro il muro, essa tratteneva lo scoppiettare di un riso nervoso, sembrava sul punto di piangere alla prima occasione favorevole, ripeteva insomma le piccole manovre che avevo veduto eseguire così spesso da donne nella stessa posizione e che lusingano sempre visibilmente i mariti orientali.

Essi si dicono che tale turbamento deriva, nelle donne, dal senso della loro inferiorità e, poichè l'inferiorità di chi ci circonda suppone necessariamente la nostra propria superiorità, il padrone di un harem interpreta come un omaggio l'imbarazzo prodotto dalla sua presenza. È questo un sentimento che non spetta, del resto, esclusivamente, nè ad un popolo nè all'uno dei due sessi: fa parte degli elementi che costituiscono la natura umana.

Dopo aver goduto per qualche tempo il simpatico turbamento che egli produceva ed avermi supplicata più volte di non fare attenzione a sua moglie che era una semplice turca, il bey ci lasciò soggiungendo che io non avrei potuto cavare una parola da lei, finchè egli fosse stato presente. Quand'ebbe varcato la soglia, io mi voltai verso sua moglie ed al primo momento credetti che fosse scomparsa in una botola, lasciando dietro di sè a rappresentarla i suoi vestiti accomodati in un pacco. Una leggera ondulazione in quell'informe ammasso mi convinse del mio errore e tosto il viso dipinto della mia bella ospite ne emerse come da una nuvola. L'addio del suo caro sposo l'aveva piombata in una così grande emozione che aveva provato la necessità di nascondere la sua testa fra le sue gambe. Quelli che conoscono il modo di sedersi degli orientali capiranno che le evoluzioni della moglie di Mustuk non offrivano grandi difficoltà.

Quando fummo sole, essa depose la sua maschera di fosca timidezza e chiacchierò per qualche tempo a suo agio. Mi fece domande sulle nostre usanze che le sembravano altrettanto strane quanto divertenti, se devo giudicare dalle risate che si ripetevano così spesso come i ritornelli di una canzone ed altrettanto a proposito. Rimasi nondimeno convinta che quella bella signora era assai più intelligente di quello che volesse ammettere suo marito, giacchè vedevo l'interesse che essa prendeva ad una quantità di cose che non la riguardavano e la costanza con cui essa mi domandava il perchè di ogni cosa. Mi sarebbe stato difficilissimo di rispondere categoricamente a tutte le sue domande in modo da farmi comprendere; ma io conoscevo già la parola magica, il talismano che addormenta e paralizza subito ogni curiosità degli orientali. Supponete il vostro interlocutore meravigliato al massimo grado ed intento a chiedervi la ragione di ciò che a lui sembra inesplicabile, mostruoso, pazzesco: vi basterà di rispondere: «Così si usa nel nostro paese» e la sorpresa si dissiperà, non udrete più ripetere la domanda ed il curioso si dichiarerà interamente soddisfatto. Non vi accadrà mai che vi risponda: «Ma perchè si usa così?» e neppure: «Chi vi impedisce di cambiare?» No, gli orientali sono così bene avvezzi dalla più tenera infanzia a vedere, fare e tollerare un numero infinito di assurdità consacrate dall'uso, che giungono a considerare quest'ultimo come gli antichi consideravano il destino, come una divinità immutabile, inesorabile, superiore a tutte le altre, e contro la quale è inutile irrigidirsi. Quando mi accada di trovarmi in mezzo di un popolo che si contenti di venire a sapere che una cosa è in uso in un dato posto, per credersi dispensato dall'esaminarla meglio e dal giudicarla, saprò cosa pensare del valore delle sue istituzioni.

La striscia di luce che entrando dalla porta aperta, disegnava un grande rettangolo sul pavimento, apparve d'un tratto intercettata; un rumore di ciarle sussurrate e di pantofole strascicate sulle pietre umide si fece udire dal di fuori e le tre altre mogli del bey, che si trovavano per il momento a casa, vennero a fare la mia conoscenza ed a darmi il benvenuto. La seconda e la terza si assomigliavano a tal punto che le credetti sorelle: erano due grassoccie, la cui salsedine precoce poteva essere scambiata per freschezza in un paese di gusti poco raffinati. Entrambe trascinavano al loro seguito la schiera di bimbi che la Provvidenza aveva loro regalato.

Dietro queste due donne, stava umilmente nell'ombra una figura che attrasse subito i miei sguardi e li tenne avvinti a sè, malgrado tutte le manovre compiute dalle altre sultane per farmi voltare dalla loro parte. Io non ricordo d'aver mai visto nulla di più bello. Questa donna indossava una lunga veste a strascico di raso rosso, aperta sul seno che era appena velato da una camiciola di garza di seta, le cui larghe maniche giungevano fin sotto il gomito. L'acconciatura del suo capo era quella delle Turcomane e, per farsene un'idea, occorre imaginare una complicazione, una molteplicità infinita di turbanti, messi gli uni sugli altri o gli uni attorno agli altri, fino a raggiungere altezze inaccessibili. Eranvi sciarpe rosse arrotolate, sei o sette volte a spirale e formanti una torre nel genere della dea Cibele; fazzoletti di tutti i colori intrecciati colle sciarpe che salivano o scendevano senza un disegno prestabilito e componendo dei fantastici arabeschi; metri e metri di mussola fina che coprivano col loro candore una parte dell'impalcatura, incorniciavano con cura la fronte e ricadevano in drappeggi lunghi e leggeri lungo le guancie, intorno al collo, fino sul petto. Catenelle d'oro o piccoli zecchini, infilati gli uni negli altri, spille in pietre preziose od in diamanti puntate nella mussola, ondeggiavano graziosamente fra le pieghe, dando loro una certa stabilità che non sarebbe stato ragionevole di attendersi da un tessuto così vaporoso. I piccolissimi piedi di bambina, che sembravano scolpiti nel marmo, apparivano e scomparivano tratto tratto sotto la lunga veste scarlatta, mentre braccia e mani, come non ne vidi giammai, scuotevano un numero infinito di braccialetti e di anelli che non dovevano pesar poco e scintillavano come veri diamanti. Tutto ciò costituiva un insieme bizzarro e grazioso al tempo istesso, ma si cessava dal vederlo appena si avesse guardato il viso cinto da quei drappeggi ondeggianti e che una così grande toeletta mirava ad abbellire. La bellezza di quel viso era così singolare che io rinuncio a descriverla perchè non è possibile dare, a chi non ha potuto contemplarla, un'idea di un capolavoro così incantevole della natura, di un misto tanto delizioso di grazia e di timidezza.