La vita intima e la vita nomade in Oriente
Part 10
Come ho detto, ciascuna delle due nuove venute trascinava con sè, aggrappati alla sua veste, i frutti delle sue viscere, assolutamente come la madre dei Gracchi. Invece la bella donna che prediligevo camminava sola dietro alle sue «metà», come è chiamato in Oriente il grado di parentela che consiste nell'avere un marito comune. Essa teneva la testa bassa e sembrava piuttosto umiliata che umile. Feci in fretta i miei convenevoli colle due prime, perchè ero impaziente di arrivare all'ultima e di vedere quel bel viso animarsi nella conversazione. La saluto e non mi risponde. Le domando perchè non ha condotto con sè i suoi bimbi, sempre silenzio. Allora le tre altre metà, parlando tutte insieme, m'informano colla maggiore soddisfazione che essa non ne ha, mentre la bella china il capo ed arrossisce esageratamente. Mi dolsi di aver toccato un tasto così delicato; ma non si indovinerebbe mai ciò che soggiunsi per attenuare l'effetto della mia imprudenza. Avrei dato prova della più odiosa brutalità, se avessi parlato a qualsiasi altra donna che non fosse stata un'abitante dell'harem; ma vivevo da tre anni in Asia, e conoscevo abbastanza bene il terreno sul quale mi inoltravo. Prendendo dunque un'aria di confidenza elogiosa, come se dovessi dire qualcosa che potesse metter certo un termine all'imbarazzo della bella Turcomana e restituirle l'onore, replicai: «Certo i figli della signora son morti?»
— Non ne ha mai avuti, — urlarono le tre arpie ridendo a crepapelle. Questa volta due lagrime scesero lungo le gote infiammate della poveretta.
Nulla è più spregiato, vilipeso, rejetto in Oriente di una donna sterile. Avere dei figli e perderli è certo un dolore, ma è possibile consolarsene, dimenticarli, sostituirli. Dopo tutto, se anche mancassero i conforti, l'oblio, ed i nuovi rampolli, la madre che ha perduto i suoi figli non resta per questo meno una signora e la sua posizione sociale e domestica rimane la medesima; è rispettata, ammirata, fors'anche amata e non ha nulla da arrossire. Ma non mettere al mondo figliuoli, quella è una disgrazia vera, immensa, irreparabile, che vi getta nel fango e nella polvere e che autorizza l'ultima delle schiave, pur che sia incinta, a calpestarvi. Siate pur bella, graziosa, adorata, abbiate pur recato a vostro marito la sostanza di cui vive, corra nelle vostre vene sangue imperiale, mentre vostro marito non è che un facchino, dal momento che la vostra sterilità è accertata, non avete più da sperare salvezza. Sarebbe meglio per voi finirla colla vita, perchè ognuno dei vostri giorni sarà riempito di dolorose umiliazioni e d'insulti.
Durante tutto il tempo che passai con quelle signore, non mi riescì di strappare alla più bella una sola parola. Abbassava le sue lunghe ciglia con un gesto ammirabile, i più incantevoli colori andavano e venivano sulle sue guancie di velluto, i sorrisi più amabili gareggiavano sulle sue labbra, ma se fosse stata muta non avrebbe potuto rimanere più ostinatamente silenziosa. Non fu che alla fine della mia visita, quando prendevo congedo dalle mie ospiti, ed avevo fatto osservare alla bella taciturna, che la lasciavo senz'aver udito il suono della sua voce, allora soltanto, fatto un passo verso di me e, assunto un atteggiamento deciso, come se stesse per salire su una breccia, essa disse tutto d'un fiato, con una voce dolcissima e molto pura, ma priva della menoma modulazione nel suono:
— Signora, rimani ancora, perchè ti voglio molto bene.
Ciò detto, la bocca si richiuse, gli occhi ricominciarono a guardare il pavimento, l'ardore della risoluzione si spense su quel magnifico viso; l'impresa era stato coronata da successo, il complimento era giunto al suo indirizzo e la bella fra le belle poteva riposare sugli allori.
Non so perchè, ma a partire da quel momento fui perseguitata dall'idea che la mia regina di bellezza potesse essere idiota e che mi avesse servito una delle frasi, forse l'unica, colla quale salutava il signore suo sposo. Quando lo rividi gli feci, secondo l'uso, molte lodi delle sue donne, ma insistetti sopratutto sulla rara bellezza della mia favorita.
— La trovate dunque così bella? — disse egli con una certa sorpresa.
— Mirabilmente bella! — gli risposi.
Parve che riflettesse un momento, poi rialzò le sopraciglia, disegnando, con questo movimento una quantità di rughe orizzontali sulla sua fronte; spinse innanzi il labbro inferiore ed il mento, abbassò la testa allungando il collo, alzò leggermente le spalle ed un poco le braccia per lasciarle poi ricadere sulle coscie; finalmente mi disse in tono semi-confidenziale:
— Non ha figli.
Era giudicata!
Avevo fretta di rimettermi in cammino.
Dopo aver passato alcuni giorni presso il principe del Giaur-Daghda, dovevo raggiungere Alessandretta per dirigermi di là a Beirut. Sgraziatamente il tempo piovoso venne a contrariare i miei progetti di partenza e dovetti, molto a malincuore, prolungare il mio soggiorno nella residenza di Mustuk, senz'altri mezzi di distrazione che conversazioni molto monotone, un poco col bey ed un poco colle sue mogli. Finalmente il sole ricomparve, ed io abbandonai il monte del Giaurro, con un senso vivissimo di soddisfazione, cioè in una disposizione d'animo ben diversa da quella in cui mi trovavo alla mia partenza da Adana.
III.
IL VIAGGIATORE EUROPEO NELL'ORIENTE ARABO
LA VALLE D'ANTIOCHIA — LATAKIÈ — LE DONNE DI SIRIA
Quattro ore di marcia separano il palazzo del principe Mustuk dalla cittadina di Alessandretta[20]. Il viaggiatore che da Alessandretta si reca a Beirut comincia a percorrere le montagne fino ai dintorni di Latakiè: di là segue le coste del Mediterraneo fino a Beirut. La regione che quest'itinerario mi fece attraversare è una delle più pittoresche della Siria, ed il tratto da Alessandretta a Beirut segna un periodo distinto nel viaggio di cui vado raccogliendo i ricordi. Non ebbi mai un'occasione migliore per constatare come siano esagerate le apprensioni che sembrano inseparabili da una marcia in talune parti del Levante. Si temono le fatiche e le privazioni quando ci si avvia verso solitudini di apparenza molto inospite. Se tali timori sono a volte giustificati, non bisogna dimenticare che i nostri viaggi in Europa hanno pure le loro noie e le loro fatiche, e che le gioie di una corsa avventurosa, come quella di cui voglio rievocare le vicissitudini, non vengono sempre a riscattarne i pesi.
Per non prolungare troppo questo saggio di riabilitazione della vita alquanto laboriosa che s'impone nel Levante ad ogni viaggiatore, mi contenterò di dire: Non visitate la Siria nel mese di luglio, nè l'Asia Minore in inverno; dovreste temere l'apoplessia o la congelazione. Scegliete un'epoca favorevole, prendete un buon cavallo di cui regolerete il passo a modo vostro, buttatevi attraverso le montagne o sulle spiaggie bagnate dal Mediterraneo, e venite poi a dirmi se la corsa di otto ore al giorno, fatta in simili condizioni, non valga mille volte le lunghe giornate del viaggiatore trascinato da una comoda berlina, sulle migliori strade d'Europa. Certo il pericolo, accanto alla stanchezza, deve esser calcolato nelle previsioni di chiunque voglia visitare l'Oriente, ma il miglior modo di affrontarlo consiste nel liberarsi dai timori puerili, alimentati da vecchi pregiudizii, e di cui si vantano volontieri le donne. Lasciando che altri collochi una sorta di pusillanimità pretenziosa e finta fra le grazie femminili, per conto mio faticherò sempre a comprenderla, e non riuscirò mai a scusarla. La paura, più o meno sincera, è uno dei nemici più temibili nel viaggiatore e, sovratutto nel Levante, chi non sa trionfare di un così triste sentimento, deve condannarsi alla vita sedentaria.
Veniamo alla città di Alessandretta ed alle avventure del mio pellegrinaggio verso Beirut. A dispetto dei geografi, devo negare che Alessandretta sia una città. Potrò ammettere, se si vuole, che lo sia stata parecchi secoli or sono, sebbene non vi siano rovine ad attestarlo; ma non vado più in là; e non potrò mai considerare Alessandretta che come un punto di partenza. Il paesaggio è bello; il littorale poi magnifico. Il vasto anfiteatro di montagne colleganti il monte del Giaurro col Libano è meraviglioso. Nulla di più ridente della verde pianura limitata per tre lati da queste montagne, e per l'altro lato dal mare, la pianura sulla quale sorge Alessandretta. Ma che si può dire delle case che rappresentano la città, case in pessimo stato, anche se sono nuove, costruite senz'ordine nè disegno e che lasciano fra di esse, invece di strade, piccoli spazi tagliati in tutti i sensi? Di Alessandretta si può solo dire che la temperatura vi è eccessiva sia in estate che in inverno, che il caldo vi è intollerabile ed il freddo rigorosissimo, che le infiltrazioni del mare vi provocano febbri periodiche, che il bazar vi è poverissimo e la maggior parte delle mercanzie spedite da Aleppo scompaiono quasi immediatamente nelle mani di otto o dieci abitanti privilegiati. La città di Alessandretta, lo ripeto, non vale che quando la si abbandona.
Vi passai nondimeno circa 48 ore. Pochi momenti dopo la nostra partenza dal palazzo di Mustuk bey, eravamo stati sorpresi da un orribile temporale che ci forzò a rifugiarci in una capanna di doganieri, posta in riva al mare. Lo spazio troppo stretto non ci aveva permesso di ricoverare le nostre cavalcature e, quando arrivammo ad Alessandretta, ci accorgemmo che uno dei nostri cavalli, un bel turcomano color isabella, col muso e la criniera neri, era come reumatizzato in tutta la faccia. Non si poteva pensare a condurlo più lontano, e ci piangeva il cuore all'idea di abbandonarlo così al suo triste destino. Decidemmo dunque di consacrargli un'intera giornata, durante la quale avremmo potuto prendere disposizioni necessarie per farlo ben curare.
Non si trattava più che di allogarci per un giorno e per due notti ad Alessandretta. Eravamo scesi in casa del console di Sardegna, che ci aveva ricevuti con tutta la cordialità alla quale i viaggiatori sono così sensibili, ma egli viveva da celibe nella sua triste residenza, e la sua casa, sebbene abbastanza grande, non era adatta per ricevere la nostra numerosa carovana. Il console comunicò il suo imbarazzo ad un collega, agente consolare della Gran Bretagna, ed il risultato della conferenza fu di mettere a nostra disposizione la dimora del console inglese, allora in congedo, e tutto ciò che essa conteneva. Accolsi questa decisione con una gioia quasi infantile. Avevo osservato, nella casa del console d'Inghilterra, certi particolari di griglie verdi, di balconi coperti che mi riportavano come d'incanto in mezzo alle simpatiche dimore di Cheltenham e di Brighton. Passare un giorno e due notti in uno di quegli eden in miniatura, che mi appariva inaspettatamente, sulle rive del mare di Siria, dopo esser rimasta digiuna, durante degli anni, di ogni lusso e di ogni eleganza, ciò somigliava ad un sogno, ad un sogno d'Europa.
_Ma nulla è al mondo in c'uom s'affida_
ha detto il Petrarca e mi ricordavo questo verso entrando nel mio piccolo eden; il sogno si era dileguato lasciando solo rammarichi dietro di sè. Il console era assente da parecchi mesi ed una squadra di servitori arabi si era insediata in tutte le stanze e le traccie del loro soggiorno erano troppo evidenti. Dovetti strapparmi alle belle visioni che mi avevano un momento arriso, poi ordinare e sorvegliare le purificazioni senza le quali non è possibile abitare in una casa araba. Scelsi una stanza esposta al nord, per non disturbare gli esseri microscopici che preferiscono le camere esposte a mezzogiorno. Misi in azione durante il resto della giornata parecchie scope ed altrettante spazzole; feci del mio meglio per moltiplicare le correnti d'aria favorite dagli assiti mal connessi e dalle mura screpolate; m'impadronii d'un letto in ferro verniciato che mi parve d'aspetto rassicurante, e terminati questi preparativi potei prendere un po' di riposo. Si capisce nondimeno che cercai tutti i modi per star lontana da un simile alloggio e le ore della mia sosta ad Alessandretta furono sovratutto occupate da passeggiate in riva al mare. Come dovetti rimpiangere allora la mia ignoranza in storia naturale! Camminavo su un mosaico di marmi preziosi e di pietre rilucenti. Il mare, che li aveva gettati sulla spiaggia con una quantità di graziose conchiglie, dava pure ad essi il riflesso del suo umido scintillio su cui i raggi del sole di Siria si rifrangevano in colori mutevoli ed indefinibili, splendendo come diamanti. Mi chinai a raccogliere manciate di quelle pietre e di quelle conchiglie andando e venendo dalla riva alla mia camera per deporvi la mia raccolta, ma finii per gettarla tutta dalla finestra dopo aver riflesso che quelle pietre che mi erano parse così preziose non potevano avere alcun valore per uno scienziato. Un altro spettacolo destò la mia sorpresa ad Alessandretta, quello di una piccola mandra di maiali domestici che annusavano dibattendosi a loro agio in un recinto accanto al consolato, giacchè quelle bestie appartenevano al console. Non ho potuto dimenticare quest'incontro perchè un armeno di Diarbekir, che avevo al mio servizio, scambiò quegli animali per cani di una razza di gran pregio e non riescii a convincerlo del suo errore. Se ben compresi, egli si era imaginato che i maiali fossero degli elefanti con una tromba più piccola.
All'escire da Alessandretta, la strada penetra quasi subito nelle montagne che sono a sud-est e si aggira per ben quattro ore in un labirinto di lauri e di mirti. La cittadina di Beinam[21], ove pernottammo appunto a quattro ore di distanza da Alessandretta, ha sparpagliato le sue case tra il fondo del vallone e l'alto del pendio, in modo da occupare uno spazio più ampio di quello che convenga alle sue piccole dimensioni. La casa di campagna del console inglese, ove dovevamo scendere, era una delle ultime della città. Da quell'altura si scopre un bellissimo panorama. Le montagne, o meglio le colline, in mezzo alle quali avevamo camminato a partire da Alessandretta giacevano ai nostri piedi, ed i nostri sguardi si fermavano al di là, sul mare scuro e turchino che dal lato della Siria incorniciavano capricciosamente le cime ritagliate a festoni dei monti e le masse verdi delle foreste. Quanto al nostro alloggio dirò solo che lo raggiungemmo inerpicandoci su per la montagna come le mosche si arrampicano sui muri e che, dopo aver ben considerato il locale offertomi, feci un interrogatorio al mio cavass per scoprire quali reconditi motivi lo avessero determinato a condurmi in quel Purgatorio e perchè non avesse subito cercato di collocarmi altrove. Egli mi squadrò tutto sorpreso ed attribuì la stranezza delle mie domande e delle mie valutazioni dei beni di questa terra ad un'imperfetta conoscenza delle usanze turche. Finì per giurarmi, su quanto può avere di più sacro un buon mussulmano, che la casa in cui mi trovavo era senza confronto la più bella di Beinam. Senza insistere più oltre avrei desiderato sapere, non foss'altro per mia istruzione, come fosse fatta la più brutta.
Da Beinam ad Antiochia la tappa è molto lunga, qualcosa come dieci o dodici ore secondo le previsioni. A tale riguardo devo dire che è difficilissimo stabilire nella Siria un calcolo esatto delle ore e delle distanze. Siccome non si è ancor pensato a misurare il terreno ed a suddividerlo in leghe, miglia o metri, non si valutano le distanze che dal tempo impiegato a percorrerle. Non basta, v'è di peggio; perchè non tutti camminano collo stesso passo e non è stato scelto un passo qualsiasi che serva come unità di misura. Se per esempio vi dicono che occorrono dieci ore da Beinam ad Antiochia e vi appagate di tale indicazione potreste pentirvene, perchè può darsi che voi superiate la distanza in cinque ore e fors'anche in quindici, senza poterlo rinfacciare a chi vi ha dato l'informazione. La colpa sarà tutta vostra per non aver soggiunto: quali ore? di pedone, di cammello, di mulo? Di cavallo d'affitto o di cavallo di posta? In alcuni cantoni si conta sempre ad ore di cammello, in altre ad ore di mulo e così via. Quando sbucammo dalle montagne eravamo circa a mezza strada e scendemmo in una valle che ha nel centro un lago ed il lato verso occidente limitato da una catena di montagne basse lungo le quali serpeggia la strada. A breve distanza dal lago una vecchia locanda quasi interamente diroccata faceva ancora una certa figura. La grandezza e la magnificenza con cui furono costruiti quei monumenti dell'ospitalità orientale sono proprio straordinarie. A prima vista si direbbero palazzi reali o templi consacrati a qualche Dio ignoto. Porte simili ad archi di trionfo, enormi pilastri che sostengono volte alte cento piedi, vastissime corti aperte su altre ancor più immense e selciate a pietroni, tutto ciò non contiene che scuderie e tettoie per le merci. Per ciò che concerne i viaggiatori, non vi è ostacolo a che si stabiliscano per la notte fra le gambe dei cavalli, oppure sotto la loro testa, cioè su un rialzo che fiancheggia le mangiatoie. I dintorni di Antiochia armonizzano coll'antica grandezza di quella città in decadenza[22]. Sul vertice di una delle montagne che chiudono la valle in mezzo alla quale sorge l'antica capitale della Siria, si possono ancora scorgere rovine di fortificazioni. L'Oronte bagna la valle e, prima di entrare nella città, si suddivide in parecchie braccia che formano degli isolotti sui quali sono stati eretti dei mulini. Le conche, scaglionate di tratto in tratto, regolano il corso delle acque che servono ad irrigare deliziosi giardini. Il riposo ci era offerto ad Antiochia dall'agente consolare d'Inghilterra, ricco mercante armeno, che con una cordialità perfetta aveva messo a mia disposizione tutta la sua casa. Mi sarebbe stato pur dolce di fermarmi ad Antiochia! Tutto mi vi invitava, le rovine ed i giardini, i boschetti dei lauri rosa e le fontane sacre; ma bisognava proseguire senza guardare oppure rinunciare a raggiungere Gerusalemme prima delle feste di Pasqua. Non tardai a decidermi ed allorchè, dopo la prima notte passata ad Antiochia, il mio ospite venne a domandarmi qual monumento doveva farmi visitare, rimase male all'udire come avessi rinunciato a vedere le rarità di Antiochia e contassi partire il giorno stesso.
Lasciavamo dunque Antiochia senza aver nulla veduto di quanto essa racchiude; ma la Provvidenza dei viaggiatori che doveva conoscere ed apprezzare i motivi della mia condotta ci riservava un compenso, conducendoci verso uno dei luoghi più celebri e, ciò che vale assai meglio, più belli dei dintorni della città. Era la fontana di Dafne[23], ove si ergeva una volta, a pochi passi da una sorgente limpida e copiosa, un tempio che credo fosse dedicato a Venere. Il sole già alto sull'orizzonte bruciava il nostro capo e cercavamo cogli occhi fin da lungi un poco di ombra, quando scorgemmo un boschetto di gelsi che coronava il vertice di una collina. Attraverso a quel fogliame scuro si indovinavano masse biancastre di varie forme e misure. Erano colonne di marmo bianco; talune giacevano al suolo, altre, sebbene tronche, si reggevano tuttora in piedi; il suolo era ingombro di moltissimi frammenti. In mezzo sorgevano alberi di ogni età, dal lauro e dall'olivo il cui tronco nodoso era annerito dal tempo al gelso giovane e flessibile che levava al cielo i suoi rami snelli come le dita di una mano supplichevole. Le mura del tempio erano crollate, le colonne rovesciate, e quelle che rimanevano in piedi non reggevano più nè volte nè frontoni. Ma gli alberi portavano tuttora le loro foglie, i fiori ed i frutti. E, se i succhi di alcuni si erano disseccati, ciò non era accaduto prima d'aver affidato alla terra, custode e tutrice fedele, i germi fecondi destinati alla riproduzione. La vanità umana non ha ancor imparato la lezione che la natura le ripete sin dall'inizio della creazione. L'uomo crede innalzare edifici che dureranno quanto il marmo e gli stessi metalli. Ahimè! Quei fragili steli, quei fiori e quelle foglie così delicati, che proiettavano un tempo la loro ombra sui gradini del santuario decantato come perenne, non ombreggiano oggi che le sue rovine. Anche la più gracile creazione della natura è immortale ed il lavoro più solido dell'uomo non dura al di là di un certo tempo.
Non avrebbe dipeso che da noi di partire da Antiochia in una carovana numerosa. Il Giaur-Daghda non è la sola montagna dell'impero ottomano che ripari fra le sue roccie sudditi ribelli. La grande tribù araba degli Ansariati, che occupa una parte notevole del Libano e dell'Antilibano, da Latakiè fino ai dintorni di Damasco, si era appena rivoltata ed il pascià d'Aleppo mandava truppe contro quegli indomiti montanari che pretendevano di sottrarsi alla coscrizione. Vi fu chi ci consigliò di accompagnarci ai soldati per porci al riparo dai briganti. Ritenni invece che il viaggiare colle truppe voleva dire affrontare il nemico; preferii dunque di viaggiare per conto mio e di non pormi sotto la protezione di alcuno. Durante tutta la mia lunga spedizione non mi sono allontanata una sol volta da questa regola di condotta e, quando mi è stato impossibile di rifiutare una scorta, ho avuto cura di non ammettervi che dei «basci-bozuk» (ciò che si potrebbe tradurre: capi scarichi), specie di guardia urbana o comunale che deve avere un gran potere di seduzione poichè è così ben vista dai briganti come dai suoi propri capi. Non so quali sarebbero state le conseguenze del sistema opposto, ma non devo preoccuparmene se il mio non ha dato cattivi risultati. Ho attraversato paesi assai pericolosi, a giudicare da quanto mi si diceva, e non ho mai subito gravi noie.