La vita intima e la vita nomade in Oriente

Part 11

Chapter 113,494 wordsPublic domain

La mia decisione di non unirmi alle truppe del pascià era più facile da prendere che da eseguire. Quando si parte dallo stesso posto, si cammina nella stessa direzione e presso a poco collo stesso passo, non si può rimanere distanti uno dall'altro. Potevamo rimanere indietro di una o due giornate, ma sarebbe stato tempo perso e non ne avevamo da gettar via. Ci esponevamo inoltre, in tal guisa, a non trovare nei villaggi che magazzeni vuoti ed alloggi infestati d'insetti. Ci rassegnammo dunque ad oltrepassare i soldati ed a lasciarci oltrepassare ad ogni tratto, talora fino dieci volte in un giorno, ripromettendoci bene di non trascurar nulla per convincere gli indigeni che i nostri incontri colle truppe non erano che fortuiti e passaggeri. Ogni volta che noi eravamo raggiunti dai soldati questi ci inviavano una salva di maledizioni turche che mettevano a dura prova la mia pazienza. Un corpo d'armata che insulta una ventina di viaggiatori! Converrà ammettere che è spingere un po' lontano l'abuso della forza; solo a gran fatica mi rassegnai a non rendere a quegli insolenti armati anatema per anatema. Il mio cavallo diede prova il primo giorno di quella marcia da Antiochia a Latakiè di un grado di intelligenza e di sensibilità che mi sorprese. La tappa era lunga, il tempo piovoso e la strada, scavata dalla pioggia, serpeggiava attraverso alla vallata o sul fianco dei monti. La giornata era sul finire e la stanchezza aveva rotte le nostre fila: i cavalli più deboli si erano lasciati distanziare dai più forti e coraggiosi e, quando le curve della strada nascondevano alcuni cavalieri agli sguardi dei loro compagni, quelli che erano in testa si fermavano e chiamavano ad alte grida i ritardatarii, non rimettendosi in cammino che dopo aver udito la voce o scorto la figura di ciascuno dei viaggiatori. «Kur», che non conosce nè pigrizia nè stanchezza, era come sempre il primo della fila. «Kur» è il nome del mio cavallo bianco perchè kur significa bianco in turco e quel cavallo non ha un pelo che non sia del più puro candore. Osservo di passaggio che nè turchi nè arabi fanno grandi sforzi d'imaginazione per dar nome ai loro cavalli ed ai loro cani. Quasi sempre il nome della bestia è dato dal colore del manto. Possiedo per altro un bel stallone arabo il cui nome vale: «Cavallo verde» per quanto sia grigio pomellato. È del resto un nome di razza, di famiglia e non un nome proprio. Eravamo giunti ai piedi di una montagna ripida su cui la strada tracciata colla più primitiva semplicità si lanciava verticalmente dalla base alla cima. Kur fece esattamente come la strada, per quanto lo invitassi colla voce e colla briglia a temperare i suoi ardori. Egli non mi ascoltava: ritto il capo e le orecchie, le narici dilatate, sembrava ch'egli aspirasse avidamente l'emanazione inebbriante recatagli dall'aria dei monti; ai miei richiami rispondeva con un nitrito sordo, a sbalzi, fremente, ed accelerava maggiormente il passo. Quasi sulla vetta la strada aveva una piccola svolta che Kur nella sua impazienza si guardò bene dal seguire. Mirando dritto dinanzi a sè, egli raggiunse la cresta che dominava a picco l'opposto versante o piuttosto una specie di voragine incorniciata dalle grandi roccie strapiombanti all'ingiro. Con un movimento naturale ed involontario tirai la briglia, ma prima che avessi l'agio di riflettere che forse io faceva in quel momento l'ultima galoppata della mia vita, eravamo ai piedi di quelle roccie precipitando dal monte con altrettanta foga quanta ne avevamo messa a salire. Soddisfatta di questo esito scorgevo con gioia sullo stesso pendio pel quale scendevamo a precipizio il villaggio dove dovevamo pernottare ed ammiravo la forza e l'elasticità dei garretti del mio cavallo preoccupandomi solo del suo stato morale, giacchè non è necessario d'essere arabo per affezionarsi a quelle bestie così eroiche quanto miti e così miti quanto belle. Il mio povero Kur, dicevo fra di me, è divenuto pazzo; quand'ecco scorsi in mezzo alla strada che conduceva al villaggio un arabo su un bel cavallo riccamente equipaggiato, che aveva l'aria di aspettarci. Mi affrettai a balzare a terra avendo constatato che non vi era più alcuna speranza di far partire Kur in qualsiasi direzione. I due cavalli uniti da una misteriosa amicizia, che dava la spiegazione della corsa sfrenata di Kur, nitrivano, scalpitavano, facevano i salti più straordinari e si rizzavano sulle gambe posteriori agitando le anteriori come se avessero accarezzato l'ambizioso disegno di stringersi la mano. Il cavaliere arabo, che era stato mandato dal capo di quella località per offrirmi la sua casa, pose termine al mio stupore narrandomi che i nostri due cavalli erano compatriotti e, fors'anche un po' consanguinei, che un pascià li aveva comprati entrambi nello stesso villaggio, ch'egli stesso aveva acquistato il suo da quel pascià e che i due amici, riconosciutisi da lontano, esprimevano a modo loro il piacere che provavano a rivedersi. Aggiunse che nulla era più normale dell'attaccamento che i cavalli arabi sentono per esseri della loro specie e che i loro sensi sono così raffinati da rivelar loro a grande distanza l'avvicinarsi di un essere amato od anche di un luogo famigliare. Pregai l'arabo di far chiudere i due cavalli nella stessa scuderia per procurare loro qualche ora di gradevole convivenza, ed egli mi promise di esaudire la mia domanda. La riunione dei due amici si prolungò più che non avessi supposto dapprima, giacchè il cattivo tempo ci obbligò a passare il giorno seguente nel villaggio e le truppe giunte qualche ora dopo di noi imitarono in ciò il nostro esempio. Passai la giornata a visitare malati. Il governatore locale, bellissimo uomo, molto ricco ed affarista poco scrupoloso, mi confessò bonariamente che riscoteva le imposte, ma non le versava al fisco. Ed alzava le spalle dicendo: «Come potrei pagarle? Non mi rimarrebbe abbastanza denaro per la mia famiglia e per me». Egli era inquieto per la sua salute soffrendo di attacchi di nervi, di una vista molto indebolita e talora anche di un tremito alle gambe. Mi condusse nel suo harem e mi presentò alle sue due spose, che mi parvero due delle più belle persone ch'io avessi veduto in Asia. Erano però spudorate quanto belle e le manifestazioni erotiche che esse prodigavano al loro signore e padrone in mia presenza erano sorprendenti. Egli stesso ne parve sconcertato; ma le due signore dal viso di bronzo non erano di quelle che si turbino così facilmente. In un altro harem dello stesso villaggio potei assistere ad una scena intima molto più di mio gusto. Due giovani donne sposate da qualche anno ad un vecchio Effendi non avevano mai avuto figli, ma la terza sposa dell'Effendi era morta mettendo al mondo un piccolo infermo che passava la sua triste vita a gemere ed a piangere. Nulla di più commovente delle tenere cure colle quali le due giovani madri addottive circondavano il gracile orfanello figlio della loro rivale. Rimasi con esse qualche tempo studiando quel quadretto interessante di vita famigliare mussulmana. Il bimbo mancava di grazia e di bellezza, la sua testa troppo pesante per il suo corpo ricadeva talora sul petto e tal'altra si rigettava indietro come se dovesse scivolare lungo la sua schiena; le sue gambette gracili ed arcuate non sembravano destinate a poterlo mai reggere; eppure vi era nella sollecitudine di quelle due giovani donne per il povero orfano un misto di ingenuo e di grazioso, di pietà, d'ammirazione e di rispetto; un certo imbarazzo nel loro modo di curare quel malatino mostrava esaurientemente che esse non avevano mai dedicato tali cure ad un figlio delle proprie viscere. Così, assorte in un compito nuovo e delicato, quelle donne erano certo felici, più felici che molte gran signore di Costantinopoli.

Partimmo all'indomani, sfidando le minaccie del tempo e le truppe turche fecero altrettanto. La strada si allontanava sempre più dalla riva del mare ed errava traverso a valli, gole e montagne. Il paese era magnifico, tutto fresco e verde e scorgevo ad ogni tratto deliziosi rifugi sotto i folti pergolati formati dagli arrampicanti. Come erano pure le acque che zampillavano a quelle ombre, e scorrevano con un dolce mormorio in mezzo ai prati in fiore! Come si disegnavano armoniose le linee delle montagne che si profilavano da lungi su un azzurro immacolato! Suppongo che durante l'estate infuocata della Siria questi luoghi perdono molto del loro fascino, mi figuro che questo spettacolo incantevole di freschezza, di forza e di opulenza, che questa calma serenità della natura scompaia presto e duri appena qualche tempo; ma fu appunto durante quei giorni privilegiati che attraversammo il paese e non potrò mai dimenticare le impressioni che suscitò in me.

La scena non aveva mutato l'indomani. Ci avvicinavamo a Latakiè ed al mare, che scorgevamo talora da lungi, dall'alto dei monti. Il tempo era capriccioso; a delle pioggie torrenziali di breve durata, succedevano intervalli di pace luminosa nei quali si potevano vedere le goccioline d'acqua sospese alle foglie riflettere i raggi del sole. L'arcobaleno si lanciava spesso da un monte all'altro quasi fosse un ponte gettato dagli spiriti dell'aria. Durante una di quelle brevi burrasche ci dirigevamo verso un villaggetto che sembrava invitante e dove speravamo di potere asciugare le nostre vesti e prendere un po' di cibo. Si può giudicare quale fu la nostra sorpresa quando, avvicinatici al villaggio, ci scontrammo nelle donne, nei bimbi, negli stessi uomini che escivano dalle case carichi di tutto ciò che potevano trasportare, sacchi di grano e di farina, provviste di ogni genere, materassa, coperte, spingendo pure innanzi a sè mucche, capre, galline e tacchini. Quella popolazione terrorizzata correva verso il monte con tutti i sintomi dello spavento e del dolore. Accelerammo il passo colla speranza di raggiungerli, ma man mano che noi ci affrettavamo essi facevano altrettanto sicchè presto li ebbimo perduti di vista. Al nostro arrivo nel villaggio abbandonato, non trovammo che una vecchia donna e due ragazzetti che, non so per qual motivo, non avevano seguito gli altri. Domandammo loro latte e uova offrendo di pagare ciò che avremmo consumato ed essi ne parvero stupitissimi. Si guardavano in faccia e talora parevano pronti a concederci fiduciosi i viveri richiesti; ma poi si voltavano a guardare dal lato donde eravamo giunti e riprendevano a gemere e tremare. Uno dei due fanciulli si fece coraggio sino a chiederci se gli «altri» fossero ancora lontani ed incoraggiato dalla nostra risposta ci additò la causa di quel misterioso spavento. Eravamo stati scambiati per l'avanguardia del corpo d'esercito che seguiva la medesima nostra strada e gli abitanti si erano affrettati a porre ciò che possedessero al riparo dal saccheggio. Ecco qual simpatia esiste in certe provincie turche fra le truppe nazionali, cioè i difensori armati dello stato e della legge, e le popolazioni delle campagne! Ne fui tanto più confermata nel mio proposito di rimanere durante tutta la durata del mio viaggio all'infuori dalle autorità regolari e dai loro rappresentanti armati. Cominciai già quel giorno a raccogliere i frutti della mia saggezza. Quella buona gente era così contenta di non aver a che fare se non con stranieri col denaro alla mano che frugò nei nascondigli e ci offerse tutto quello che i fuggiaschi non avevano potuto portar via... Poi, mentre uno dei ragazzi andava ad avvertire i suoi amici che non dovevano temer nulla dai loro ospiti, l'altro giovanetto e la vecchia ci raccontarono la triste storia di tutti i saccheggi di cui erano stati vittime quegli abitanti. Questa parte della Siria è stata il teatro di molte battaglie fra turchi ed egiziani, e dopo che è ritornata in potere della Porta perdura la guerra civile fra i turchi e le tribù bellicose delle montagne. I poveri contadini che lavorano i campi, senza parteggiare nè per gli uni nè per gli altri, sono malmenati da tutti. Nessuno li teme nè ha interesse a risparmiarli, o per lo meno quest'interesse che non è diretto ed immediato non potrebbe essere valutato in Asia. La stessa loro povertà non li mette al riparo dal saccheggio perchè fin che uno vive evidentemente possiede qualche cosa che può essergli tolta. La schiera dei fuggiaschi rientrava nel villaggio quando noi ne uscivamo e tutti ci salutarono augurandoci buon viaggio con cordialità e buon umore. Se ci fossimo imbrancati colle truppe turche, quel giorno non avremmo fatto colazione.

Era destino per altro che dovessimo finire tristemente la giornata. I nostri bagagli ed una parte della nostra gente, la cui marcia era meno rapida della nostra, ci avevano preceduti, dandoci convegno per la notte in un piccolo villaggio turcomano a quattro ore da Latakiè. Il nome di questo villaggio mi sfugge; ma il guajo fu che non ce ne ricordammo più appunto quel giorno. La strada si stendeva allora lungo la linea delle colline sabbiose che fiancheggiano il mare, e noi scorgevamo da tutte le parti villaggi ed accampamenti fra i quali dovevamo scegliere. Cadeva la sera e, nella nostra incertezza, continuavamo a camminare. Finimmo per renderci conto che avevamo oltrepassato la nostra meta. Ci convenne di ritornare sui nostri passi e, avendo scorto a breve distanza un accampamento di turcomani, lo raggiungemmo per cercare di scoprire che fosse accaduto dei nostri bagagli e della loro scorta.

Un bimbo che rincasava col suo gregge ci assicurò di aver inteso dire che in un dato villaggio si erano alloggiati mulattieri spettanti ad una carovana di viaggiatori. A stento consentì con una mancia anticipata a farci da guida. Lo seguimmo per più di un'ora, ormai in piena notte, mentre la stanchezza mi opprimeva. D'un tratto il fanciullo fuggì dopo averci additato alcuni fuochi lontani che annunciavano un villaggio ove, asseriva, avremmo trovato quanto cercavamo. Sebbene questi presagi non fossero favorevoli, ad un'ora così avanzata della notte non ci rimaneva altro da fare che di recarci là ove ci aveva indirizzato il ragazzo e doveva evidentemente sorgere un villaggio, per aspettarvi l'alba anche senza bagagli. Ci toccò infatti di trascorrere in tali condizioni quelle ore notturne.

Le notti passate così sono orribili. Viaggiando in Oriente, non si porta con sè nulla di superfluo, un materasso, qualche oggetto per ripulirsi, un po' di zucchero, di riso e di caffè, non altro; ci si riduce allo stretto necessario e si riesce a contentarsi. Ma più sono semplici questi preparativi tanto più gravoso è il rinunciare anche ad essi. E cosa vi si offre in aggiunta, supponendo che i vostri ospiti sieno buona gente disposta ad offrirvi qualcosa? Come materassa avete una coperta imbottita che si piega in due e nell'interno della quale siete invitata a stendervi come tra i fogli di un libro. Il pasto consiste di solito in un piatto di riso cotto nell'acqua e condito con un burro Dio sa di quale data. Nelle case ben montate vi servono dei cucchiaj di legno utilissimi per mangiare; nelle piccole case vi si lascia la scelta o di prendere il riso colle dita o di fabbricarvi voi stessi sul posto dei piccoli recipienti con un pezzo di pane. E bisogna ancora spiegare che il pane d'Asia non assomiglia affatto a quello d'Europa. Si mescola della farina d'orzo coll'acqua senza impastarla, poi con un cilindro la si stende su di un asse lasciandole lo spessore di un grosso quaderno di carta; si posa quindi la miscela su un largo coperchio di casseruola o di marmitta che si avvicina al fuoco. Quando vi è rimasta due o tre minuti, il pane è fatto. Questo pane che è molle come il cotone deve servirvi da tovaglia, anzi da piatto, da tovagliolo per asciugarvi le dita e per involgervi le provviste dell'indomani; infine ne fate dei cornetti per riempirli di riso o di qualche altra miscela poco solida e portarti alla bocca nel modo più pulito possibile. Talora vi è servito anche un po' di latte agro e cagliato. Ormai mi ci sono avvezza, ma a quell'epoca del mio soggiorno nel Levante non lo potevo tollerare. Quanto al caffè, non solo è servito senza zucchero, ma è di regola che metà della tazza sia occupata dal fondo. Al momento di porgerlo è scosso in modo che il fondo sale alla superficie e si mescola a tutto il liquido.

Un'altra causa d'imbarazzo per il viaggiatore rimasto senza bagagli consiste in ciò che i pettini e le spazzole sono oggetti completamente sconosciuti nelle campagne dell'Oriente. Fra i piccoli inconvenienti che chiedo scusa di enumerare aggiungo l'impossibilità di versare l'acqua in una catinella per lavarsi il viso e le mani. I catini orientali sono, per solito, in ferro smaltato od in rame ed il fondo ne è composto da un leggero reticolato attraverso al quale l'acqua scorre man mano che è versata, in un secondo sudicissimo bacino dello stesso metallo. Gli orientali tengono le loro mani sopra i fori del primo catino mentre un servo versa loro l'acqua che si raccoglie poi nel catino inferiore. Mentre hanno le mani bagnate in tal guisa se le passano sul viso e sulla barba e le loro abluzioni sono terminate. Imperfette come sono queste abluzioni sono però ripetute parecchie volte in un giorno. Vedete a quali noie si espone il viaggiatore europeo che faccia troppo a fidanza coi mezzi dell'ospitalità orientale; mi basta di averle indicate senza insistere troppo. Aggiungerò solo un particolare. Guai a chi visiti alcune parti del Levante senza aver provvisto all'illuminazione. Nei villaggi ed anche nelle piccole città, candele e candellieri sono sconosciuti. Vi si bruciano scheggie di un legno resinoso che dà una luce molto viva, ma ancor più fumo che luce. Si tengono in mano questi bastoncelli accesi a rischio di spargere la resina infiammata su tutti gli oggetti circonvicini e spesso sulle proprie dita, senza parlare del pericolo che possono correre la casa e gli ospiti.

Appena alzato il sole ci rimettemmo in cammino. Dovevamo arrivare prima della fine del giorno a Latakiè[24]. Non era ancora mezzogiorno quando incontrammo, a poca distanza dalla città, una cavalcata composta dei principali abitanti che veniva, secondo l'uso, a darci il benvenuto e ad accompagnarci alla casa del console inglese dal quale eravamo attesi ed ove ritrovammo bagagli e scorta. La casa e la famiglia del console inglese di Latakiè dovrebbero essere additate a tutti gli stranieri come il tipo più attraente delle case e delle famiglie arabe. Ogni cosa vi è assolutamente nazionale, vale a dire propria dell'Oriente, e nondimeno è difficile l'immaginare alcunchè di più elegante che questa casa e di più rispettabile e grazioso della famiglia che vi abita.

L'uso di far comunicare gli appartamenti gli uni cogli altri è sconosciuto nell'Oriente arabo; la corte ricollega fra loro tutte le stanze di una casa che bastano a loro stesse. Quante sono le camere del primo piano, altrettante le scale che terminano tutte nella corte. Non si economizza certo così nè lo spazio nè i materiali nè la mano d'opera, tutte cose che non costano care nel Levante, e del resto così si usa. Si entra nella casa del console inglese di Latakiè da una piccola porta bassa che si apre da un lato sulla strada e dall'altro su un andito stretto e scuro che conduce alla corte. Questa ha un pavimento di lastroni di marmo ed è circondata dai vari corpi di fabbrica. Quello in fondo contiene la sala comune, ove si giunge da una scala esterna in due rami come le scalinate d'accesso alle nostre case di campagna. Il salotto è grande, rischiarato da sette finestre che danno sui giardini e mobiliato da un divano che si stende lungo tutte le pareti sotto le finestre; parecchi altri sofà più piccoli sono addossati al muro. Tutti i mobili sono coperti di seta verde, le tende delle finestre sono della stessa stoffa, il pavimento di legno è risplendente di nettezza, un lampadario sospeso in mezzo alla stanza ne completa l'addobbo. In faccia a questo corpo di fabbrica sorge la sala da pranzo, vasto locale a pianterreno che non ha aperture fuor che sulla corte e che ha in giro un rialzo riempito da file di piastrelle e da divani. I due fabbricati laterali contengono le camere da letto, gli uffici, la credenza ecc. La mia camera era collocata in alto d'una scala scoperta che dava sui giardini, trovandosi allo stesso livello delle terrazze che costituiscono i tetti delle case orientali e sulle quali, nella stagione calda, si trasportano i letti. Il console era un giovane arabo di Latakiè che parlava benissimo l'italiano ed aveva tutte le belle maniere di un vero gentiluomo inglese. Mite, intelligente ed attivo, egli esercitava un'influenza abbastanza grande sui Drusi come pure sui Fellah e gli Ansariati dei dintorni e non adoperava questa influenza che per calmare le passioni violente di quelle schiatte, per mantenere o ricondurre la pace fra esse ed il governo. Il giorno stesso del mio arrivo — non precedevo che di alcune ore le truppe ottomane — egli aveva ricevuto una lettera del capo della tribù ribelle, che si diceva pronto a trattare coll'amministrazione imperiale sulla base delle condizioni che il console avesse giudicato opportuno di proporgli. Il giovine mediatore era felice del suo successo nell'interesse del paese e della pace in primo luogo, e poi anche perchè sperava di acquistare un merito a Costantinopoli.