La vita intima e la vita nomade in Oriente
Part 8
La vita di viaggio non tardò a vincere, colla varietà delle sue impressioni, il rimpianto che mi lasciava il soggiorno di Adana. Appena varcata la frontiera del Giaur-Daghda, salivamo le ultime colline che ci separavano dal golfo di Alessandretta, quando un gruppo di donne e di fanciulli apparve all'estremo limite del nostro orizzonte, ristretto in quel punto dall'aprirsi di una valle di cui stavamo per raggiungere i primi pendii senza poterne ancora misurare l'ampiezza. Ben presto conoscemmo la causa di quell'affollamento, che non aveva nulla di terrificante: le famiglie di una tribù di montanari accampate, colle loro greggi, nella valle vicina venivano a presentarci i loro omaggi, mentre i loro padri e mariti vagavano altrove. Ci mostrammo sensibilissimi a quest'atto di riguardo, e dopo avere gettato qualche piastra a quelle brave matrone, proseguimmo il cammino, lasciando molto delusa una di quelle signore che aveva avuto la speranza di farsi regalare della biancheria vecchia. Da buona occidentale io credeva che il denaro potesse tener luogo, se non di tutti i beni di questa terra, per lo meno di quelli che si comprano e vendono, ma quella buona donna, alla quale cercavo di comunicare la mia convinzione, mi rispose che, per quanto le dessi del denaro, non ne avrebbe mai abbastanza per comprarsi del pane e che le mancherebbe sempre il modo di soddisfare i suoi gusti in fatto di corredo.
Qualche passo più in là incontrammo una ventina di cavalieri, piuttosto bene in arcioni, ed abbastanza ben armati, ai quali comandava un uomo d'alta statura coperto da uno di quegli ampi mantelli di panno rosso che hanno il medesimo taglio dei nostri scialli e che sono indossati dai Curdi meridionali. Il capo della nostra scorta ed il personaggio vestito alla curda si accostarono come veri fratelli d'arme. Il nostro capitano mi presentò il cavaliere dal mantello rosso, facendomi conoscere il suo nome ed il suo titolo: era Dedè bey, luogotenente di Mustuk-bey, principe della montagna. Il luogotenente era venuto a conoscenza del mio passaggio negli stati del suo signore e veniva ad offrirmi i suoi servigi e quelli de' suoi uomini promettendomi di condurmi, senza ostacoli nè impicci, alla residenza del principe Mustuk. Non mi rimaneva che di ringraziare quel luogotenente, e lo feci nel miglior modo possibile. Dedè per altro era un personaggio troppo importante per porsi egli stesso alla testa della scorta che mi recava. Rivolse ai suoi soldati un bel discorso per rammentar loro i riguardi che dovevano avere per me, per la mia qualità di viaggiatrice, e per l'onore stesso di quelle popolazioni della montagna, impegnato ad assicurarmi la traversata di quel territorio pericoloso. Soggiunse che aveva motivo di credere che essi adempirebbero puntualmente il loro dovere di condurmi al gran bey Mustuk. Dopo avere così istruito il suo drappello armato, Dedè ne affidò il comando ad uno de' suoi ufficiali, poi risalì a cavallo e disparve in un labirinto di roccie.
Il luogo dove si svolgeva questa scena mi colpì col suo aspetto pittoresco. È chiamato la porta delle tenebre, da un antico arco di trionfo le cui rovine fanno una bellissima figura nel paesaggio, giacchè l'arco sorge in fondo ad un dirupo che ha una ricca vegetazione contrastante colla china arida che conduce laggiù. Gli alberi che circondano la porta delle tenebre sono tanto frondosi da spegnere, per così dire, la luce del sole, non lasciandone giungere, sino a quelle venerande arcate, che qualche pallido raggio. Dall'alto delle colline che incorniciano quella gola, la vista si stende sul mare di Siria, di cui si ascoltano muggire le onde a poca distanza, e sulla linea azzurra delle sue coste. Lo spettacolo è splendido sovratutto per occhi attristati fino allora dalle ombre sinistre dei primi gioghi del Giaur-Daghda.
Non ci rimanevano che alcuni scaglioni da scendere per toccare la spiaggia del mare, e ben presto i sentieri rocciosi cedettero all'arena fine e morbida della riva. L'aria era vibrata, il cielo di un turchino senza venature, solo leggermente dorato verso il levante. Neppure il mare aveva una sola increspatura, al punto da lasciar distinguere i pesci che si dibattevano in quelle acque limpide e tranquille. I nostri cavalli erano felici di correre su un terreno uguale, di immergere i loro piedi nelle onde spumose. I nostri cavalli europei sembrano muti, confrontati al cavallo arabo. Questi ha tutto un linguaggio, capace delle più varie sfumature, sia che saluti con mille dolci fremiti la presenza di un padrone amato, sia che chiami con grida reiterate la cavalla che s'indugia nel prato vicino, sia che provochi un rivale alla lotta con urla selvaggie. Per il momento i nostri cavalli manifestavano ingenuamente le impressioni che destava in essi una così bella natura. Che gioia vederli scalpitare, soffiare, aspirare l'aria colle loro narici rosate, scuotere le loro lunghe criniere, frementi di soddisfazione, accarezzati dal vento del mare! Devo dire che noi partecipavamo interamente alla letizia di quei nobili animali e le fatiche di sei settimane di viaggio erano quasi dimenticate in pochi minuti, quando fummo distolte da quelle dolci sensazioni dai suoni di una musica barbara che si faceva udire a qualche distanza. L'acuto sibilo di qualche piffero e di qualche zampogna si mescolava al rullo dei tamburi ed ai colpi sordi delle gran casse. Ed ecco comparire i musicanti che precedevano una banda di montanari in campagna, cioè nel corso di una delle loro spedizioni lungo le carovaniere. Il nostro passaggio era stato annunziato a quei guerrieri nomadi che accorrevano ad augurarci buon viaggio, anzi ad invitarci a prendere con loro qualche rinfresco. Sarebbe stato inurbano il rifiutare. In un attimo saltammo a terra e, affidati i nostri cavalli alla custodia di quegli ospiti premurosi, ci sedemmo sull'erba, mescolando le nostre provviste a quelle dei montanari. Un pasto in comune con una banda di simili avventurieri è una di quelle occasioni che chi ricerca le emozioni non può incontrare che nel Levante. A dir il vero i montanari resistettero a tutte le nostre insistenze per deciderli a prendere la loro parte delle nostre provviste. I doveri dell'ospitalità non permettevano loro di consentire alle nostre richieste: se essi ci avevano offerto il loro latte, il loro formaggio, la loro galletta d'orzo ed i loro aranci era perchè ci riconoscevano come loro ospiti e per ciò stesso non potevano accettare nulla da noi. Dopo il pasto venne la siesta, nella giornata calda, mentre il sole, al colmo della sua corsa, ci dardeggiava co' suoi raggi cocenti. I montanari si ritirarono in un canto per lasciarci riposare; ognuno si stese per terra all'ombra di un boschetto. Sdraiata accanto a mia figlia cercai dapprima di resistere al sonno, ma la stanchezza non tardò a gettarmi in una sorte di sopore. Quando riapersi gli occhi potei constatare con grande soddisfazione che quei montanari erano stati fedeli al loro compito di guardiani ospitali. D'accordo colla nostra scorta essi vegliarono sui nostri cavalli e sui nostri bagagli. Mi sembrava però che fosse tempo di partire separandomi da quei curiosi amici. Dopo aver distribuito un po' di denaro a tutta la banda, e seguiti dalle sue benedizioni ci allontanammo. Era ormai sera quando giungemmo in vista del monte che ha dato il nome di Giaur-Daghda al gruppo al quale sovrasta. L'aspetto del paese che percorrevamo allora, richiamava taluni angoli verdeggianti e ricchi dell'Inghilterra. Avevamo alla nostra destra la distesa del mare, illuminata sulla spiaggia dagli ultimi raggi del sole, velata nello sfondo azzurrigno dalle prime ombre della notte. A sinistra e dinanzi a noi si ergeva la cima verdeggiante del Giaur-Daghda sui cui fianchi arrotondati sorgevano molti villaggi. È raro che in Siria la costa si levi a picco dal mare. Qui, come in tutto il paese, graziose ondulazioni separano i pendii dalle onde che ne lambono la base. Lo spazio fra il mare ed il monte assomigliava ad una fresca vallata della Svizzera. Il borgo di Bajaz[19], residenza del bey, era nascosto ai nostri occhi da gruppi di alberi giganteschi e collegati fra loro dalle ghirlande che vi intrecciava capricciosa la vite selvatica. Tutto intorno a noi era calmo, ridente e sereno; le campanelle che risuonavano qua e là nella campagna annunziavano il ritorno delle greggi all'ovile; qualche merlo in ritardo svolazzava di ramo in ramo a guisa di un gaio compare che, reduce da un banchetto troppo prolungato, incespichi nel cercare la porta di casa. Le tortore tubavano tristemente sugli alberi, e tratto tratto si udivano i primi lagni dell'usignuolo che salutavano il cader della notte.
Allo svolto di un sentiero cinto di siepi vive ci trovammo ad un tratto all'entrata di una corte irregolare. In fondo sorgeva un edificio di poca apparenza. Era la casa del bey, ed egli stesso ci attendeva sulla soglia della sua residenza. L'accoglienza che ci fece non lasciava nulla a desiderare ed io fui personalmente abbastanza fortunata di ottenere il permesso di ritirarmi nella mia tenda. Il tempo cospirava contro di me; piovve così dirottamente durante tutta la notte che, non volendo incorrere nella taccia di stravagante, dovetti decidermi a riparare sotto un tetto. Io temeva di essere condannata ad abitare l'harem; ma il bey, uomo di spirito, indovinò i miei segreti pensieri, mise a mia disposizione un vasto locale del suo appartamento, avvertendomi nel tempo stesso che le sue mogli riceverebbero le mie visite e me le renderebbero tutte le volte che ne avessi piacere. Una volta rassicurata sulla libertà de' miei movimenti, cominciai col prender possesso del mio domicilio, ma subito dopo profittai dell'occasione che mi si offriva, per studiare, a volontà, e sotto un nuovo aspetto, quella vita dell'harem di cui il mio soggiorno presso il mufti di Scerkess mi aveva già dato una ben triste idea. Poichè l'harem è una delle istituzioni più misteriose della società turca non si troverà forse male che ancor una volta io m'indugi a parlarne.
Col nome di harem si designa qualcosa di complesso e di molteplice. V'è l'harem del povero, quello delle classi medie e del gran signore, l'harem della provincia e quello della capitale, l'harem della campagna e quello della città, quello del giovinotto e quello del vecchio, del pio mussulmano che rimpiange i tempi andati e del maomettano spirito forte, scettico, riformatore, che veste la redingote. Ognuno di questi harem ha il suo carattere speciale, il suo grado d'importanza, i suoi costumi, le sue abitudini. Il meno strano di tutti, quello che più si accosta ad un'onesta famiglia cristiana, è l'harem del povero abitante della campagna. La moglie del contadino, costretta a lavorare nei campi e nell'orto, a condurre le greggi al pascolo, a recarsi nei villaggi per farvi o vendere le provviste, non è prigioniera nelle mura del suo harem. Quand'anche, ed è raro, la casa coniugale abbia due stanze, di cui una teoricamente riservata alle donne, gli uomini non ne sono banditi rigorosamente. È raro che il contadino abbia parecchie mogli. Ciò non accade che in casi straordinari, per esempio quando un giornaliero, cioè un servo, un inferiore, sposi la vedova del suo padrone, fatto che non si verifica che se la signora non è più in età da poter aspirare a miglior partito. Con questo matrimonio il servo viene ad essere un poco più ricco di prima e, dopo qualche anno di fedeltà coniugale, quando vede che gli anni hanno camminato più presto per sua moglie che per lui, profitta della sua agiatezza per aggiungersi una compagna più di suo gusto. Non conosco altri contadini poligami che quelli che abbiano sposato, nella loro prima gioventù, una vecchia possidente.
Salvo quest'eccezione la famiglia del contadino turco è simile a quella del contadino cristiano e, lo dico con rammarico, il primo potrebbe spesso servire d'esempio al secondo. Con pari fedeltà, il vantaggio sarebbe del turco, perchè tale virtù non gli è imposta nè dalla legge religiosa, nè dalla civile, nè dagli usi, nè dai costumi, nè dall'opinione pubblica, e non può esservi indotto che dalla bontà della sua natura, alla quale ripugna il pensiero di affliggere la sua compagna. E non le fa mai pagare il privilegio, di cui non osa privarla, di esser sola padrona di casa, con cattivi trattamenti o malumori; non si compensa mai col tormentarla del freno che si impone per riguardo ad essa. La sua anima semplice e generosa sarebbe incapace delle piccole vigliaccherie. La tradizione della debolezza della donna in Oriente non è relegata nel dominio della favola, ed i riguardi cui ha diritto il debole da parte del più forte sono ancora considerati cosa seria. Tutto o quasi è concesso alla donna dacchè è ritenuta debole. Ha il privilegio di arrabbiarsi senza motivo, di mancare di senso comune, di parlare per diritto e per traverso, di agire a rovescio di ciò che le si domanda e sovratutto di ciò che le si ordina, di lavorare quando le pare e piace, di spendere come crede il denaro guadagnato da suo marito, di pretendersi malata, di lamentarsi senza alcuna ragione. In forza di quale legge o di quale istituzione, per effetto diretto od indiretto di quale usanza o di qual principio, gode essa di tale privilegio? La legge l'abbandona senza difesa al capriccio del suo signore e padrone, l'uso la condanna; ma la bontà d'animo, la tenerezza, la generosità naturale dell'uomo garantiscono alla donna un'impunità quasi assoluta. Il contadino turco ama la sua compagna come un padre e come un amante; non la contraria mai di proposito e scientemente e non v'è noia ch'egli non affronti di buon grado per amor di sua moglie. La donna invecchia presto in questi climi, sotto l'influenza di un nutrimento grossolano e malsano, e di continui parti, di cui nè la scienza nè l'arte attenuano i pericoli. L'uomo invece, che ha una costituzione più adatta a sopportare le fatiche e le privazioni, rimane quasi eternamente vegeto. È frequentissimo qui il caso di vecchi di più di ottant'anni che abbiano intorno bimbi che sono la loro progenitura diretta. Nonostante questa disparità fra l'uomo e la donna, l'unione stretta sulle soglie dell'infanzia è di regola spezzata solo dalla morte. Ho veduto donne decrepite, inferme, orribili, condotte per mano, curate ed adorate da bei vecchi ritti come i pini dei monti, colla barba d'argento, ma lunga e folta, coll'occhio vivace e limpido. Un giorno uno di questi splendidi vecchi di cui ho parlato mi aveva condotto la sua vecchia moglie, cieca e paralitica, colla speranza ch'io potessi renderle il moto e la vista. La vecchia era arrivata a cavalcioni su un asino che suo marito teneva per la briglia, camminando allato. L'aveva poi presa nelle braccia e, depostala su un banco vicino alla mia porta, vi aveva installato la sua povera compagna su un ammasso di cuscini, con tutta la sollecitudine di una madre per il suo figliolo. Dissi alla cieca:
— Dovete voler molto bene a vostro marito?
— Vorrei bene vederci — mi rispose.
Io guardavo il marito che sorrideva melanconicamente, ma senza l'ombra di un rancore. Si passò il rovescio della mano sugli occhi e disse:
— Povera donna! la sua cecità la rende molto infelice e non sa abituarvisi. Ma voi le renderete la vista, non è vero, _Bessadea_?
Io scuotevo la testa e stavo per protestare la mia impotenza, ma egli mi tirò il lembo della veste e mi fece segno di tacere. Gli chiesi allora:
— Avete dei figli?
— Ahimè! ne ho avuto uno; ma è morto da tanto tempo.
— E come mai non avete preso un'altra moglie, più robusta e che avesse miglior salute, sì da potervi dare dei figli?
— È presto detto; ma questa povera creatura ne avrebbe avuto dispiacere, e ciò mi avrebbe impedito di esser felice con un'altra anche se feconda. Vedete, _Bessadea_, non si può aver tutto a questo mondo. Io ho una moglie alla quale voglio bene da quasi quarant'anni, non ne sceglierei un'altra.
L'uomo che mi parlava in questa guisa era un turco. Sua moglie gli apparteneva come un mobile; nessuno l'avrebbe biasimato, nessuna legge l'avrebbe punito se si fosse sbarazzato di quel peso inutile con qualche atto violento. In tal caso gli avrebbero semplicemente domandato quali fossero stati i suoi motivi per agire a quel modo. Fortunatamente il carattere del popolo turco corregge ciò che tali costumi hanno di odioso. Vi ha in lui un fondo prezioso di bontà, di dolcezza, di semplicità, un notevole istinto di rispetto per ciò che è bello, di pietà per ciò che è debole. Quest'istinto ha resistito, e speriamo resista ancora per molto tempo, all'azione di istituti deleterii, basati unicamente sul diritto della forza e sull'egoismo. Per comprendere quanto vi abbia di dolcezza e di serenità innate nel turco, bisogna osservare i contadini di origine ottomana, sia nel loro campo, sia al mercato o sulla soglia d'un caffè. Il raccolto, le seminagioni, il prezzo dell'orzo, la loro famiglia, ecco l'argomento invariabile delle loro conversazioni. Nessuno di essi alza la voce, nessuno spinge lo scherzo fino a ferire od annoiare i suoi compagni; niuno mescola a' suoi discorsi delle bestemmie o quelle parole grossolane che il popolo predilige in altri paesi. Questo squisito riserbo, questi modi al tempo stesso così nobili e così semplici gli vengono dall'educazione? No, dalla natura, che è stata prodiga pel popolo turco; ma tutti i doni ch'essa gli ha dato tendono ad essere alterati dalle istituzioni. Man mano che ci si allontana dalle classi nelle quali si conserva il carattere primitivo, man mano che si penetra nella borghesia, od in istrati ancora più alti, ecco apparire il vizio che giganteggia, prevale e finisce per regnare solo. Abbiamo visto testè i sani istinti del popolo turco quali si rivelano nel contadino; bisogna ora studiare l'influenza esercitata sulle classi superiori dalla deplorevole costituzione della famiglia mussulmana. Questa funesta influenza può sovratutto essere constatata ne' suoi effetti, negli strati medi della società turca, nelle imitazioni servili provocate dagli esempi della nobiltà.
Entriamo in un harem borghese o di un piccolo gentiluomo di campagna. È necessario anzitutto che la viaggiatrice privilegiata che vuol visitare un così triste luogo non si faccia alcuna illusione e si prepari a superare molte ripugnanze. Imaginatevi un corpo di fabbrica, separato dalla casa propriamente detta, ove il padrone riceve i suoi ospiti, ove i domestici maschi hanno soli il diritto di abitare. L'ingresso di questo fabbricato si apre di solito su una larga tettoia ove le galline vivono in mezzo ad ogni sorta di detriti e di immondizie. Una scala in legno, coi gradini guasti e disgiunti, conduce alle stanze superiori che consistono in un grande vestibolo dal quale si ha accesso a quattro camere. Una di queste è riservata al padrone di casa che vi abita colla favorita del momento. Le altre stanze sono occupate dal rimanente di ciò che qui si chiama la famiglia. Donne, ragazze, ospiti di sesso femminile, schiave del padrone o della padrona compongono la popolazione dell'harem. In Oriente non esistono veri letti, nè camere specialmente destinate al riposo. Grandi armadi racchiudono, durante il giorno, mucchi di materassi, coperte e guanciali. Venuta la sera, ognuna delle abitanti dell'harem leva dall'armadio ciò che le è necessario, fa il suo letto dove Dio vuole e si sdraia vestita. Quando una camera è piena, quelli che sopraggiungono si collocano altrove, e, se le camere sono ricolme, le ultime venute vanno nel vestibolo o sulla scala. Nulla di più sgradevole per occhi europei che l'aspetto di quelle signore quando si alzano il mattino nelle loro acconciature della sera precedente, cincischiate e sfiorite per la pressione delle materassa ed i moti impulsivi del sonno.
Lo scopo principale di un padre di famiglia turco è di avere il maggior numero possibile di figli e tutto, nella vita domestica, è subordinato a questa considerazione. Se una donna rimane due o tre anni sterile è subito allontanata, suo marito la sostituisce con una compagna più feconda. Nessuno si impiccia dei rimpianti e della gelosia della povera reietta; ma bisogna aggiungere che, se invece di gemere e di piangere questa trova modo di disfarsi in un modo qualsiasi della sua rivale, nessuno si cura del destino di quest'ultima. Perciò io non credo che vi siano in nessun luogo creature più degradate delle donne turche della classe media; la loro abbiezione si legge sul loro viso. È difficile di pronunciarsi sulla loro bellezza per gli spessi strati di belletto che, applicati senza gusto nè misura, sfigurano le loro guancie, le loro labbra, le sopracciglia e i contorni degli occhi. La loro figura è resa difforme dal taglio ridicolo delle loro vesti ed al posto dei capelli mettono dei peli di capra tinti in arancio acceso; il loro viso non esprime che stupidaggine, volgare sensualità, durezza ed ipocrisia. Non hanno la menoma traccia di principi morali o religiosi. I bimbi le occupano e le annoiano al tempo stesso, ne prendono cura come di uno scalino di cui si possono servire per ottenere il favore del marito; ma qualsiasi idea di dovere materno è loro straniera, come si vede dalla frequenza degli aborti che queste donne si procurano sfacciatamente ogni volta che la nascita di un figlio non entra nei loro piani.
Circa quindici giorni prima della mia partenza per Angora, il capo di una confraternita di dervisci, stabilita in una cittaduzza poco lontana dalla mia dimora, venne a chiedermi un rimedio per sua figlia che soffriva di vari disturbi che riconobbi come altrettanti sintomi di gravidanza. Quando espressi il mio parere al venerando personaggio, mi rispose sorridendo che sua figlia non voleva trovarsi in tale stato: «Lo voglia o non lo voglia» replicai «se lo è effettivamente, bisognerà che vi si rassegni». Il vecchio rispose: «Cara signora, non è possibile, suo marito è partito per l'esercito e mia figlia è ben decisa a non avere altri bimbi prima ch'egli ritorni.» Lasciai capire al derviscio che io non lo comprendevo più affatto. Il vecchio sembrava imbarazzato, e grattandosi l'orecchio, entrava in nuove spiegazioni, quando uno de' miei famigli che lo aveva seguito per facilitare la conversazione, si rivolse al vecchio gridandogli, con aria seccata: «Non te lo avevo detto di non parlare di queste cose alla mia padrona? I Cristiani d'Occidente non ammettono questi compromessi e non otterrete niente.» Queste parole mi illuminarono ed io dichiarai all'uomo venerando che perdeva il suo tempo, come se mi avesse domandato del veleno; ma dovetti faticar molto a sbarazzarmene. Ritornava sempre al suo grande argomento della partenza del genero per l'esercito ed assicurava del resto che il marito conosceva ed approvava la decisione di sua figlia. Per fortuna sua, e forse anche mia, quel modello di padre non comprese una parola del mio piccolo discorso, anzi se ne partì dandomi la sua benedizione, attestandomi la sua tenera amicizia e pregandomi di riflettere alla domanda che mi aveva rivolto. Sono transazioni che accadono tutti i giorni e non urtano la coscienza di nessuno.