La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 9
«_Il Vicerè la riverisce, e avendo risoluto di andare a fare li Esercizj di S. Ignazio nella quinta Casa, la esorta e prega a volere con la sua pietà tenergli compagnia in questo santo ritiramento, e gliene averà obligazione, oltre il merito che ella si farà col signore Iddio. Questa fatta di esercizj, composta di soli nobili, comincierà la sera del lunedì 23 corrente marzo, e terminerà la mattina del giorno primo di aprile._
_Ve ne sarà in appresso una seconda, composta di nobili e mercadanti, la quale comincierà la sera del lunedì 6 aprile, e terminerà la mattina del mercoledì santo. Si compiaccia però avvisar per tempo con suo biglietto in risposta a quale delle due potrà intervenire, non dubitandosi che per questi pochi giorni lascerà ogni altro affare per occuparsi di quello solo, che tanto importa all'anima sua»._
Il tono della chiusura non ammetteva dubbio sull'accettazione. «Fatevi gli esercizj spirituali (diceva con belle parole il Vicerè): e dichiarate se volete farli coi nobili ora, o coi nobili e coi mercanti più tardi.».
Non si ha il numero dei signori invitati con questa circolare; ma si sa che in compagnia di S. E. furono quaranta persone probabilmente dell'alta aristocrazia[135].
[135] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 8.
Vicende della vita!... Questa Quinta Casa dovea vent'anni dopo (1786) convertirsi in R. Casa di correzione pei figli discoli e per le mogli scorrette!
Nel 1799, nel medesimo mese di marzo del suo antico Vicerè, Ferdinando III con Carolina e tutta la Corte, assisteva dentro la Cappella Palatina ad esercizî simili a quelli che abbiamo cennati[136]: e furono giorni di grande sacrificio pel Sovrano, che non uscì, non fiatò e, tanto per parere, tenne silenzio da certosino.
[136] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 329.
Quello che per gli uomini alla Quinta Casa, avveniva per le donne nel Ritiro delle figlie della Carità sotto nome di Filippone. «Nel corso quaresimale si ricevevano per nove giorni dame e donne civili e zitelle e povere per farvi gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Lojola in santo ritiro, delle quali le prime pagavano una certa somma per lo trattamento del pranzo, della cena e di quanto altro bisognava».
Così diceva un articolo del _Ragguaglio_ del pio luogo: «e da questo santo Stabilimento non è stato poco il vantaggio che in questa città se ne è riportato,» aggiungeva un erudito[137].
[137] _Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie della Carità_, ecc. n. 12, p. XXXIV. In Pal., Felicella, MDCCLXXII. -- _G. Palermo_, _Guida_ cit., p. 537.
E come non v'era chiesa (e la pratica è sempre in pieno vigore anche oggi, specialmente nelle parrocchie, negli oratorî, nei monasteri, nelle case di educazione, ecc.) nella quale, per età e quasi per classe sociale, gli esercizî di Quaresima non si ripetessero per gli uomini, così non v'era e non v'è chiesa nella quale dove per nobili dame, dove per modeste signore e dove per umili donnicciuole, e per ragazze e madri di famiglia, quattro giorni almeno non venissero a questo consacrati. Le diverse partite di esercizî supponevano ed ammettevano uditori diversi: e nessun altro di sesso, di età, di condizione differente. Cominciavano (ripetiamo, che l'uso è sempre vivo) nelle ultime ore del giorno e finivano di sera. _Istruzione e Meditazione_ impartivasi quando da un solo, quando da due sacerdoti. Quasi sempre amena la _istruzione_: e se per poco si scorre l'_Utile col Dolce_ del P. Casalicchio, al quale i predicatori ordinariamente attingevano[138], si comprende bene perchè uomini e donne, vecchi e fanciulli, vi si divertissero; ma la _meditazione_ era una vera penitenza; quella sul purgatorio e, peggio ancora, l'altra sull'inferno, un supplizio. Una di queste prediche pel rumore che fece, dovea restar proverbiale, e merita un ricordo.
[138] _L'Utile col Dolce, ovvero quattro Centurie di argutissimi detti e fatti di saviissimi uomini del p._ _Carlo Casalicchio_ _d. C. d. G._ In Napoli, MDCCLXIV.
Dal 1671 a 1764 in Napoli e Venezia se ne fecero undici edizioni.
Era appunto di Quaresima, e nella chiesa di S. Maria delle Grazie, detta della Gància, alla quale è attaccato il relativo convento dei frati Osservanti, si compievano i soliti esercizî per le popolane della Kalsa. Toccava oramai la meditazione sull'inferno: e si era voluto renderla efficacissima rappresentando al vivo le pene dei dannati. Nel meglio, quando cioè il predicatore si accalorava nel descriverle, si sente un orrendo scroscio di catene, e pietosi lamenti di uomini, e raccapriccianti urli di demonî, e fracassi assordanti, e bagliori sinistri di fiammate, che rompeano, rendendola più penosa, la oscurità della chiesa. Immaginiamo il terrore delle donne! Quale più, quale meno, tutte si misero a piangere, a singhiozzare implorando pietà e misericordia, a gridare come ossesse; le più pronte si precipitarono verso la porta fuggendo; molte si svennero, alcune tramortirono. A tanto scompiglio accorsero i vicini, e con essi la Polizia: e sentendo la cosa, non poterono trattenere le più matte risate.
La frase popolare _Finiri a 'nfernu di Gància_ attesta il tragicomico aneddoto[139].
[139] Vedi i nostri _Spettacoli_ e _Feste_, p. 206, e _Modi proverbiali_ cit., n. 44.
Sulle nomine dei predicatori per opera del magistrato municipale, vedi _Provviste del Senato_, a. 1791, p. 6; 1794, pp. 16 e 67; 1795, p. 127; 1796, p. 155; 1797, p. 42; 1799, p. 32.
CAP. VIII
FRATI, MONACI E CONVENTI.
Non era ordine religioso che non fosse più o meno largamente rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia, vogliamo intendere Palermo, centro anche della vita ecclesiastica dell'Isola. Basiliani e Benedettini, Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano in città e fuori i loro monasteri ed i loro conventi[140].
[140] Convento in Sicilia vale abitazione di frati.
Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto, di S. Francesco d'Assisi e di S. Agostino, e le sotto-regole di S. Domenico e di S. Francesco di Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari, del terz'ordine di S. Francesco e via discorrendo. V'erano poi anche preti secolari e regolari, che partecipavano delle fraterie, ma ne differivano quasi radicalmente, perchè, congregazioni particolari, aveano per proprio istituto determinati scopi, come quello d'istruire la gioventù (Scolopî), di educarla (Filippini), di assistere i moribondi (Crociferi), di meditare e di elemosinare (Teatini) ecc. Di Gesuiti non si parlava più da un pezzo.
I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo supremo di ciascuna era appunto un Provinciale con giurisdizione assoluta sopra un dato numero di conventi. Era preposto al convento un Guardiano, col nome di Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di Correttore tra i Minimi, di Nostro Hermano tra i Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il Correttore moderava o dirigeva la famiglia del suo convento, come il Provinciale o l'Abate (se tra Benedettini, Basiliani ecc.) quelle di tutti i conventi a lui sottoposti. Egli, il Guardiano, amministrava, disciplinava i suoi confrati, ma non così indipendentemente che non dovesse darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi passava qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta ogni spesa, come qualsiasi disposizione relativa al governo materiale e spirituale della comunità.
Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che gli abiti dei Regolari eran tanti e così diversi che ci sarebbe stato da farne una gaia collezione di quadri e da riempirne le più cospicue gallerie del mondo.
L'espressione ha un fondo di vero, in quanto gli abiti, a ragione della necessaria distinzione di ordini, erano molti e molteplici, sì per la stoffa ond'eran composti, sì pei colori e sì per la forma. Come dai frati Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai monaci Benedettini, così dal ruvido albagio (_abbràciu_) si giungeva al morbido fior di lana; e dal nero perfetto di questi ultimi, al castagno dei Mendicanti, al latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci, dalla saccata dei Minimi, si scendeva alla stretta ed angusta degli Antoniniani. I rozzi sandali, per via di modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a capo nudo, non pochi si coprivano, quali d'un nicchio e quali d'un cappello a tegoli.
La chierica _unius mediocris palmae_ dei Minimi allargavasi fino a limitare, nei Minori Conventuali, una corona di corti capelli, simbolo della corona di spine di G. C., e si riduceva alla misura d'una moneta di scudo d'argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.
Ciascun ordine professava un voto proprio oltre quelli di Povertà, Castità, Obbedienza, obbligatorî per tutte le fraterie; e dove uno s'astringeva a perpetua vita quaresimale (Minimi), un altro a quella della predicazione (Domenicani), gli altri, alla istruzione, alla redenzione degli schiavi, alla elemosina, alle missioni nei Luoghi santi ecc.[141].
[141] Erano i Riformati, presso i quali è ancora nel convento della Gància un posto col titolo di _Terra Santa_. Costoro andavano in giro pei comuni dell'Isola portando le _bolle dei Luoghi Santi_, composte e stampate dentro il Commissariato di _Terra Santa_ in Palermo, dove i tipografi si chiudevano, e stampavano scrupolosamente il numero prestabilito di bolle: non una di più. Codeste bolle contenevano privilegi e indulgenze agli acquisitori, e si portavano addosso, preservativi di assalti di ladri, di naufragi in fiumi, infortunî d'ogni genere nei viaggi per la Sicilia.
Poveri avrebbero dovuto esser tutti in quanto che a nessuno era individualmente lecito di possedere: e se qualche cosa aveano, questa non poteva essere se non del convento; ma tali non erano se si guardi agli stabili ed alle larghe entrate della comunità. I viaggiatori del tempo si palleggiavano le cifre di codeste entrate, e le facevano ascendere a somme favolose[142].
[142] Il solo _Gorani_, _Mémoires_, I, 471, nel 1793, scriveva: «I conventi dell'Isola possiedono beni incalcolabili. Palermo ha monasteri con annuali rendite di 100,000 ducati d'argento» (L. 425,000).
Checchè ne sia, nella Capitale ciascun frate (non parliamo neppure di monaci), di qualsivoglia corporazione, mangiava, beveva e vestiva decentemente. In provincia però s'intristiva sovente nei disagi; e v'eran conventi nei quali la tanto gradita campana del refettorio sonava solo _pro forma_.
Il Governo, che si occupò anche un poco di monasteri e di conventi poveri, provvide a tutti in generale con la legge dell'ammortizzazione; ed ai disagiati, con l'abolizione di quei _conventini_ che per difetto di patrimonio, o per iscarsezza di numero, o per degenerazione dal primitivo istituto, non fossero più in grado di reggersi o non avessero più ragione di esistere.
Codesto concetto, vogliam dire embrionale, del Governo sulle corporazioni religiose, doveva in tempi posteriori, due terzi di secolo dopo, dar luogo a provvedimenti tanto improvvisi quanto immaturi. Gli scomposti tumulti palermitani del settembre 1866, fin qui non ricercati abbastanza nella loro finalità, vennero seguiti dallo scioglimento delle corporazioni medesime e dall'incameramento dei loro beni a pro dello Stato, o meglio a pro di accorti speculatori. Costoro, aiutati da inconsci, o da inesperti, o da disonesti, seppero trarne profitto a scapito dei poveri, ai quali il dilapidato patrimonio venne indebitamente sottratto.
Della morale dei frati si è sempre discusso: e le opinioni unilaterali ci son giunte in proverbi poco benevoli ad essa. Se ne raccontano tante, da poterne venir fuori un nuovo _Decamerone_; ma si dimentica che la fragilità è umana, e non poteva esigersi virtù soprannaturale in mezzo alle tentazioni pertinaci della vita in chi a 16 anni avea professato un voto, del quale non era in grado di valutare le conseguenze avvenire.
Ferdinando III volle ovviare al danno della inconsapevolezza dei giovanetti che si legavano con voti perpetui a quella età, e dispose che le professioni non dovessero farsi innanzi il ventunesimo anno: disposizione savia, ma non priva di difetto in quanto il professando, chierico dapprima, novizio poi, non avea avuto fino a vent'anni agio di conoscere il mondo per decidersi ad abbandonarlo per una vita del tutto diversa.
E frattanto, vedi incoerenza dello spirito umano! Una volta che Re Ferdinando recossi a visitare il chiostro di Monreale, quei monaci, dopo avergli chiesto la mitra come l'avevano i canonici della Collegiata del Crocifisso, altra grazia non seppero domandargli se non quella di poter pronunziare voti solenni prima del ventunesimo anno! Il Re avrà pensato: «Oh guarda! io l'avevo fatto per essi, ed essi non se ne contentano: ...fate il comodo vostro!», e da Legato Apostolico concesse il privilegio, che la incauta comunità si affrettò a consacrare in una lapide nello scalone del monastero.
L'obbedienza era il voto forse più rigorosamente osservato, o fatto osservare. Il semplice frate, ed anche in dignità di Definitore, di Maestro, di Reggente, vi si sobbarcava o rassegnato o a denti stretti. Il Provinciale, emanazione dell'autorità _generalizia_, ordinava a suo arbitrio la residenza del frate. Codesta residenza egli partecipava all'interessato con un foglio di carta in latino, chiamato _obbedienza_; la quale poteva essere imposta dalla esigenza del culto in una chiesa di provincia, ma poteva anche rappresentare, come di frequente avveniva, un provvedimento disciplinare. In questo secondo caso la faccenda era grave: e la _obbedienza_ sonava castigo o punizione.
L'_obbedienza_ era un'arma terribile. Per essa, dicono le male lingue, avevano sfogo le antipatie di persona, gli odii di parte monastica; in essa si epilogavano le vendette personali. I peggiori conventi della provincia eran destinati ad ospitare i paria delle fraterie. Quando poi l'avea fatta grossa od era un recidivo incorregibile, previa l'autorizzazione del Generale dell'ordine, il frate veniva confinato in un convento di «stretta osservanza» non solo fuori provincia, ma anche fuori ordine. Era un domicilio coatto in tutto il significato della parola, al quale, in caso di riluttanza di renitenza, andavasi con la sgradita scorta della forza pubblica, rimanendosi sotto la scomoda sorveglianza della Polizia. Gibilmanna, tra Cefalù e Castelbuono, suona triste anche oggi pei frati che vi tribolavano; e Polistena era la Gibilmanna della Calabria.
Le Costituzioni siciliane però offrivano la guarentigia di un tribunale d'appello al religioso che si credesse ingiustamente castigato: vogliam dire il Giudice della R. Monarchia, che ordinariamente era un alto prelato, e, perchè rappresentante del Governo, indipendente. A questo Giudice il povero bersagliato richiedeva fremente e fiducioso una riparazione, che allo spesso otteneva completa: la revoca d'un'obbedienza che eccedesse i limiti dell'ordinario e prendesse carattere di punizione immeritata anche in rapporto alla salute del frate. Era l'autorità sovrana del Re che si contrapponeva alla monastica, la quale da Roma, da un Generale, da un Cardinal protettore dell'ordine, dal Papa stesso attingeva forza ed autorità.
Or parendo questa esorbitante in alcuni ordini e come una inframettenza a scapito della potestà regia, un giorno si pensò a diminuirla, anzi a distruggerla senz'altro in alcuni ordini monastici: ed eccola colpita in pieno petto. Un decreto reale, la mattina del 4 novembre 1788, improvvisamente aboliva i Generalati dei Domenicani e dei Francescani in Sicilia. Fu una bomba che scoppiò con ispaventevole fracasso, accolta dove con fragorosi applausi, dove con penosa sorpresa; di che l'eco giunse disastrosa a Roma. In Palermo frati e chierici regolari non compresi nel sovrano editto si chiedevano perchè non lo si estendesse anche ai loro ordini, sottraendoli così alla supremazia d'un Generale o d'un Procuratore Generale, che quasi nessuno di essi aveva mai veduto, ed al quale dovevano ciecamente ubbidire.
Espressione dei sentimenti d'allora son tre sonetti anonimi, corsi manoscritti appena promulgato alle Quattro Cantoniere il real decreto. Chi li compose? Nessuno lo seppe; solo più tardi se ne attribuì la paternità ad un prete, professore di Teologia dommatica nell'Accademia degli Studî, il celebre sac. Carì, che con olimpica serenità se ne rimaneva dietro le quinte.
I sonetti son così liberi che noi non sappiamo farli di pubblica ragione; e perciò li lasciamo manoscritti[143].
[143] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788, pp. 677-78.
Com'essi, i frati, passassero il loro tempo, è stato detto e ripetuto. A quanti si sono occupati delle fraterie, rincrescevole è parso il saperle sovente disoccupate senza utile alcuno per la società. I viaggiatori che lasciavano la Sicilia, scagliavano contro queste tutti i sassi che incontravano per via. Gorani nel 1791 mettendo in combutta preti, monaci e frati, ne faceva sessantatremila poltroni, oltre a «centomila persone votate al celibato e perdute per la società»[144]. Chi abbia per poco guardato l'opera del «citoyen françois», sa che mangiatore di ecclesiastici egli fosse. Hager dolevasi che andando a cercare qualche frate in convento, non ne trovasse mai uno. Dov'erano? «Nelle botteghe o per le strade, a sciupar un tempo prezioso, a ciarlare, ad oziare, mentre non pur l'agricoltura, ma anche le manifatture e le fabbriche per manco di braccia perivano». E voleva senz'altro che si mandassero a zappare o far da manuali[145].
[144] _Mémoires_, t. I, p. 471.
[145] _Gemälde von Palermo_....
Fin quell'uomo mite del Marchese Villabianca deplorava questo stato di cose, che tornava «a molto discapito della popolazione». Quando nel 1779, sulla politica del Tanucci, il Sovrano, «stante il continuo, smisurato moltiplicarsi di frati mendicanti di S. Francesco», ordinava per dieci anni la chiusura dei noviziati e fissava per le province siciliane il numero dei Cappuccini in 900, degli Osservanti in 450, e dei Riformati in altri 450, lo stesso nobiluomo compiacevasi che S. M. volesse «uomini utili allo Stato pel maneggio delle armi e per la coltura di campi»[146]. Nè men severo in siffatti giudizî era nella sua malandata vecchiaia.
[146] _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 350; _Diario_ ined., 28 febbraio 1799; 22....
Non pertanto, Bartels, per indole, per professione evangelica e per la evoluzione e rivoluzione dei tempi, avverso alle fraterie, faceva un'osservazione di ben altro genere a favore delle fraterie medesime. Mentre l'aristocrazia del censo tormentava nelle lontane terre i vassalli e, forse senza saperlo o volerlo, ne succhiava per mezzo di avidi procuratori il sangue, gli ordini religiosi erano umani verso la povera gente che ne lavorava la terra e ne riceveva pane; il quale se era bagnato di sudore, non grondava di lacrime.
L'osservazione trova appoggio nei fatti.
È bensì vero che guardando ai diversi istituti monastici non fosse da rimanere edificati della scrupolosa osservanza dei voti; ma è ugualmente vero che, come per compenso, larga era nei frati la beneficenza. La povertà pudibonda trovava sempre nelle case monastiche una minestra ed un pane, che sovente bastava a sfamare sventurati non usi a stender la mano. La miseria, che per lunga abitudine di chiedere andava a battere a quelle porte, non tornava indietro senza un sussidio. Differenti le ore per quella come per questa; diverse le mense. Houel, pur esso non amico dei frati, rimaneva commosso nel vedere, dentro il convento dei Cappuccini, «in un refettorio particolare e recondito, accolti ogni giorno a desinare nobili poveri e vergognosi, con grande onestà serviti. Nessuno si accorgeva della ragione del loro andare, giacchè infinito era il concorso dei poveri a quel convento. Ed osservava: «Quest'opera di carità fa degni di considerazione quei frati, ai quali ricchi e non ricchi fanno elemosina per sopperire alle spese a tanto bene necessarie. Essi meritano di esser benedetti, giacchè non posson fare dei loro beni uso migliore»[147].
[147] _Voyage pittoresque_, v. I, p. 71.
Come nei monasteri femminili era la stretta clausura pei due sessi e per qualunque persona, meno che per le autorità ecclesiastiche, pel medico e per gli operai addetti a lavori materiali; nei conventi la clausura era solo limitata alle donne. Gli uomini potevano entrare; le donne, invece no. A nessun militare era fatto lecito sorpassare armato la porta, la sua sciabola o spada dovea rimanere giù, in essa. Quando i Reali ebbero vaghezza di fare una visita al monastero dei Benedettini di S. Martino, e con loro erano anche donne, avvenne una strana scenetta, nella quale le dame di compagnia, col pretesto di far parte della comitiva, presero per loro le facoltà della Regina e delle principesse reali di penetrare nelle monastiche mura maschili; il che fu ragione di gravi risentimenti dei superiori.
Ed è giusto avvertire che alcuni anni innanzi era stata perpetrata una comica frode, per ragione della quale la sorveglianza era divenuta più del solito oculata. Una signora inglese, desiderosa di conoscere _de visu_ l'interno del monastero, travestita da uomo, era entrata con altri uomini, visitatori del grande edificio. Nessuno se ne accorse, nessuno ne seppe nulla; ma quando l'Abate n'ebbe conoscenza, ordinò che nessun forestiere quind'innanzi vi mettesse più piede[148]. _In dubiis pro anima._
[148] _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 658.
Gibbon lasciò scritto: «Un solo convento dei Benedettini rese alla scienza forse maggiori servizî che le due università di Oxford e di Cambridge.».
Questa opinione, in Sicilia, nel secolo XVIII, deve aver credito, perchè nei monasteri di S. Martino e di Monreale erano uomini eminenti per dottrina, pietà e senso squisito d'arte. Il gusto che dominava fin nei particolari delle opere antiche e moderne dei due monasteri, non meno che in quelli di S.a Maria del Bosco e di S. Nicolò l'Arena, prova che quelle non eran persone volgari, ma che invece si ispiravano ai più elevati sentimenti del bello. Dopo un secolo e più che il Governo Vicereale fece vandalici saccheggi a S.a Maria del Bosco; dopo trentott'anni che la Legge sulle corporazioni religiose è venuta a scompaginare quanto avea saputo comporvi il monachismo intelligente, musei, pinacoteche, librerie, attestano una civiltà di pensiero che la beffarda società d'oggi non riuscirà a cancellare giammai.
Eppure nel secolo XVIII il pubblico non era pienamente persuaso della pietà e della sapienza dei Benedettini. Padri dotti e buoni come i fratelli Salvatore e G. E. Di Blasi, come D. Ambrogio Mira e D. Raffaele Drago, D. Gaspare Rivarola e D. Carlo Ant. Paternò, e come D. Gioacchino Monroy ed altri tali, si contavano a dito: e i non contati si prestavano a giudizî sfavorevoli, che tutti li mettevano in combutta. La loro mondanità li teneva con un piede nel chiostro ed uno nelle dorate sale degli aviti palazzi, alternando così la monotona recitazione del breviario con la variata lettura di certi libri giunti in contrabbando dalla Francia, e l'aperta contemplazione delle sacre immagini nella chiesa e dei severi ritratti nei dormitorî con quella furtiva delle _Provvigioni pel chiostro_, stampe di costumi e di scene illustrate, che con deplorevole leggerezza qualcuno tra essi mostrava a visitatori stranieri[149].
[149] _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 657.