La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 8
Così preannunziata, la Bolla veniva più tardi, in un gran foglio stampato, con ogni maniera di solennità, condotta in giro pel Cassaro. Il Senato in carrozza, e dietro ad esso, ufficiali nobili s'avviavano alla graziosa chiesa di S. Francesco d'Assisi. Quattro canonici lo ricevevano alla porta; il Cerimoniere gli esibiva l'acqua santa; i tamburi e lo stendardo col Crocifisso dipintovi sopra si mettevano in moto; gli Orfani dispersi, gli Orfani di S. Rocco, i frati Conventuali, i Chierici del Seminario, seguivano, e con essi il Capitolo col suo araldo, i tre vivandieri, uno dei quali in cappa magna con un quadretto della Madonna in mano. Penultimo gruppo: _jàconi_ rossi, paggi del Pretore e del Vicario, e in mezzo, con la tanto celebrata Bolla, in insegne canoniche, il Ciantro, fiancheggiato dall'Assessore e dal Maestro Notaro della Crociata.
Ultimo gruppo: Mazzieri, Maestro di Cerimonie del Senato, Senatori coi loro ufficiali nobili e civili, contestabili e trombetti e sonatori di oboe e lunga tratta di gente.
Entrati in chiesa, tutti erano al loro posto. Ad un lato il Vicario generale o il Ciantro; all'altro, il Senato. Inchini rispondevano ad inchini: e quando tutto era in ordine, e fin la Bolla appesa innanzi al Crocifisso, la cerimonia aveva il suo epilogo in una gran messa, intramezzata da un sermone, che celebrava i beneficî provenienti dallo indulto stato concesso.
L'incarico di questo sermone era ambito e sollecitato anche da predicatori sommi. Il Senato, che soleva far sempre le spese, stavolta (rara eccezione) non ne faceva nessuna; bastandogli solo di metter di suo la pompa pretoria. Chi pagava invece era l'Amministrazione della Crociata, la quale compensava il panegirista dell'opera con quattr'onze d'argento (L. 51), una risma di carta bianca (di quella che oggi si dice _protocollo_), un mazzo di penne d'oca e cinque copie della Bolla: un bel regalo davvero!
Una volta il predicatore designato non comparve. Era già l'ora della funzione, e tutti si guardavano in viso tra maravigliati del ritardo e contrariati che non si potesse udire la tanto attesa orazione panegirica. Ed ecco farsi innanzi verso il Commissario un sacerdote, ed offrirsi di supplire il ritardatario. L'offerta, manco a dirlo, è subito, ma non senza una tal quale diffidenza, accettata. Il ben arrivato ecclesiastico sale sul pergamo e fa una orazione del seguente tenore: «Sua Santità, inesauribile nelle sue grazie, ne ha concesso una, cristiani dilettissimi, che non ha l'eguale nel mondo universo: ha accordata la Bolla, per poter ogni fedele _cammàrarsi_, e con questo, ha pure mandata la indulgenza plenaria. Così egli ha aperto, ma che dico io aperto? spalancato il tesoro delle celesti grazie. Per questo tesoro non v'è prezzo. Eppure, se sapeste, uditori umanissimi, quanto poco si paga una parte di questo tesoro, la Bolla della SS. Crociata! Ditelo voi!... Forse cent'onze? No: figli miei; non si permette cotanto dispendio. Forse cinquanta?... Neanche. Lo pagherete venti, dieci onze? Neanche questo. Potreste allora pagarlo cinque; ma la inesauribile carità del Padre dei fedeli non può consentire a tanta spesa. E allora nè cento, nè cinquanta, nè venti nè dieci, nè cinque, si potrà pagare un'onza. Oibò, neanche la metà, fratelli dilettissimi, neanche un quarto d'onza! Sbalordite! Tanto tesoro, che vi consente di mangiar carne e latticinî durante la prossima Quaresima, tanto tesoro si paga solo cinquantadue grani!....»[127].
[127] Storico anche questo; l'abbiamo raccolto dalla bocca di vecchi canonici della Cattedrale di Palermo, uno dei quali vive ancora.
Contro l'ammonimento consacrato nel solito cartellino attaccato alla porta delle chiese:
Se vuoi placar di Dio la maestate offesa, Sta con silenzio e riverenza in chiesa.
uno scoppio d'ilarità risonò per le ampie volte del tempio. Il vecchio Arcivescovo Mons. Sanseverino strinse con forza le labbra; il giovane Pretore Duca di Cannizzaro sorrise con tutto l'Eccellentissimo Senato: e le quattr'onze in argento, e la risma di carta, e le penne d'oca, e le cinque bolle furono con inusitato piacere mandate fino a casa dell'arguto o semplice oratore. Egli se le era ben meritate!
Abbiamo detto che il Senato faceva sempre le spese: e dobbiamo un chiarimento della nostra affermazione.
Le funzioni non solo profane ma anche sacre erano senza numero, ed il Comune non poteva disinteressarsene. Lasciarne passare una senza concorrervi operosamente, che è quanto dire spendendo, era un'offesa alle tradizioni religiose della Città. Molte cose abbiam trovate in proposito rovistando vecchie carte d'archivio: e più volte ci è venuto sulle labbra l'antico motto: _Cappiddazzu paga tuttu!_ Senza uscir di sagrato, ricordiamo che per le processioni senatorie per quelle delle chiese secolari e regolari la sola cera impiegata ammontava a poco men che diciotto quintali (presso a chil. 1440), la quale al prezzo di tarì 8, gr. 12 il rotolo (L. 365 il chil.) raggiungeva la cospicua cifra di circa milledugentotre onze (Lire 15.325,50), divenuta un terzo di più nel 1808 per l'aumento di prezzo del genere. Nè c'è da sospettare di arbitrî di senatori, o di compiacenze verso preti e frati, perchè quella dozzina e mezza di quintali di cera era stata, come _ultima ratio_, ritenuta spesa obbligatoria dalla famosa _Riforma_ governativa del 1788[128].
[128] _Riforma_ cit. (a p. 106 del v. I di quest'opera), p. 60. -- _I. Sala_, _Dimostrazione dello Stato del Patrimonio del Senato di Palermo, presentato alla Giunta eretta pella fissazione del detto Patrimonio_. Ms. dell'Archivio Comunale di Palermo.
E lasciando altri particolari, torniamo alla Bolla.
Al domani della funzione, questa veniva messa in vendita. Ogni buon padre di famiglia si affrettava a provvedersene, e ad apporvi il proprio nome, recitando a tempo e a luogo alcune orazioni, e pregando non solo pel Sommo Pontefice, ma anche pel Re, che, a conti fatti, era l'unico beneficato, come quello che si scroccava somme colossali, e benedizioni, non si sa quanto sincere, dei suoi sudditi.
Il desiderio di mangiar di grasso stuzzicava sovente i cittadini a procurarsi in varie guise l'autorizzazione del cibo proibito.
Abbiamo in proposito un documento abbastanza curioso e molto caratteristico. Gl'impiegati tutti, dal nobile Spedaliere al guattero della cucina, dell'Ospedale celtico di S. Bartolomeo (oggi Istituto dei Trovatelli) e di altri spedali e spedaletti della Città, il dì 6 febbraio del 1799 si rivolgevano al Cardinale Arcivescovo di Napoli, a ciò delegato dalla S. Sede, perchè consentisse loro, mercè l'acquisto della Bolla, l'uso delle carni e dei grassi per la Quaresima e per ogni altro giorno proibito (vulgo _proìbitu_) dell'anno. Il documento è questo:
«L'Ospedaleri, li Professori maggiori fisici e chirurgi, li Pratici fisici e chirurgi, l'Infermieri e Cappellani, li Ricordanti, l'Aromatarj, li Maggiordomi, li giovani di assento, li cuochi, li massari, li serventi dell'uno e dell'altro sesso, li lavandare, li P.P. Cappuccini e tutte le persone addette al servigio dell'Ospedale di S. Bartolomeo, l'Incurabili e dell'Ospedale dello Spirito Santo con suoi annessi e dipendenti ospedaletti della città di Palermo in Sicilia, umiliano alla E. V. che havendo supplicato al di loro Arcivescovo di accordargli (_sic_) _in perpetuum_ la grazia di poter mangiar carne in tutti i giorni proibiti dell'anno, come sono Venerdì, Sabati, vigilie, quattro tempi e quaresima, per essere li viveri di mezzo scarsissimi, per le laboriose fatighe che sono nelli detti ospedali col prossimo pericolo di perder la vita; per altro non spirano se non aere mercuriale, risposegli non aver tale facoltà. Supplicano pertanto V. E. affinchè quale special delegato di S.S. Pio VI gli facesse la grazia accordargli _in perpetuum_ la dispenza suddetta, di poter mangiar carne colle loro famiglie e rispettive commensali in tutti i giorni proibiti di sopra descritti coll'obbligo espresso però di doversi provvedere ogn'uno di essi della Bolla della SS. Crociata. Lo supplicano ecc.».
Si rileva da qui che la grazia volevasi in perpetuo e per tutte le famiglie dei sanitarî, degli ecclesiastici e degli inservienti: privilegio che non aveva esempio nel genere. S. Eminenza esaminò la cosa e concesse[129] ma S. Maestà non dovette saperne nulla, altrimenti forse se ne sarebbe risentita come di concessione lesiva degl'interessi dello Stato o, meglio, suoi.
[129] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1799., pp. 269-71.
CAP. VII.
QUARESIMALI E QUARESIMALISTI. ESERCIZI SPIRITUALI.
Ed entrava la Quaresima col treno formidabile delle sue prediche.
Il funebre _momento_ era il primo passo verso la reazione ai baccanali. Sulle fronti belle, forse fino a poche ore innanzi sfiorate da ardenti, furtivi baci, cadeva la grigia cenere ad iniziare un periodo di moleste resipiscenze, pausa per alcuni, eternità per altri, soliti a giocondarsi della vita allegra.
Da cento pulpiti, per cento bocche, con pertinacia di sciupata rettorica si lanciavano sugli ascoltatori parole blande e voci roventi, a coprir l'eco tuttora indistinta degli urli dei passati giorni. E le mani si agitavano irrequiete, ora energiche nell'accusare, ora calme nel discutere, ora stringenti nel persuadere, sicure nel promettere e fiduciose nello sperare.
La severità dei richiami poteva, è vero, determinare a rigori corporali; ai quali però la fiacchezza di perseveranza toglieva ogni carattere di profonda convinzione. Come soffocati, recenti ardori intiepidivano; desiderî indiscreti tacevano, ed un senso di misticismo nasceva talora nell'animo di chi meditava: e la meditazione era agitazione di spirito irrequieto, non lontana dal finire in vera, ma effimera contrizione.
Ma noi viaggiamo per un campo fantastico, dal quale, per indole nostra e per la natura schiettamente oggettiva di questo lavoro, ci siam tenuti lontani. Proseguiamo invece per via di fatti la vita dei nostri bisnonni.
Preoccupazione costante, ed insieme occupazione gradita, era quella del quaresimale nella chiesa madre, la quale, come il lettore sa, nell'ultimo ventennio del secolo era provvisoriamente a Casa Professa.
Il Senato non trascurava mai di fare, con la intesa del Capitolo e dell'Arcivescovo, la nomina del quaresimalista, nomina ordinariamente anticipata di otto anni sulla data della recita del quaresimale. Nel 1782 P. D. Felice Testa della Congregazione dei Celestini veniva eletto pel 1790; nel 1783, P. D. Pietro Rottigni somasco pel 1791; nel 1784, P. Alberto Tozzi dei Predicatori pel 1792, e via discorrendo.
Gli è che Palermo, città di primo ordine, Capitale del Regno di Sicilia, dovea pensare bene a chi affidar così grave compito; e chi dovea disimpegnarlo non poteva essere il primo venuto, o l'ultimo arrivato. Palermo avea persone che intendevano, uditorio intelligente e di gusto, che non si contentava, nè poteva contentarsi di chicchessia. Nei suoi pergami eran saliti in ogni tempo i principali oratori d'Italia, chiamati dall'autorità del Senato, allettati dalla riputazione che ad essi veniva dall'eservi saliti, dicitori di merito incontestabile.
V'era poi una ragione considerevole per la oculatezza da mettersi nella scelta: il paragone con i quaresimalisti di altre chiese, nelle quali usava ammirare veri campioni della sacra eloquenza. Il pubblico accorreva alle due chiese come a due teatri: e voleva giudicare _de auditu e de visu_ dell'uno e dell'altro.
Certo non era il quaresimalista d'una parrocchia privilegiata che poteva imporre soggezione. Questo, nominato bensì dal Senato, era un oratore di secondo o di terz'ordine: e solo le deliberazioni del civico consesso ne serbano ricordo. Quelli che davan da fare erano invece i Domenicani ed i Filippini, i quali al predicatore ufficiale della metropolitana contrapponevano i migliori loro _soggetti_; e se non li avevano del proprio ordine, li facevan venire da altri del clero regolare e secolare pur di averli e di gareggiare. Tanto lusso obbligava a spese, ed i frati Domenicani ed i padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri le facevano per superarsi tra loro.
Anche le monache si volevano mettere in evidenza, ed entravano nella gara: quelle della Martorana specialmente, alle quali tornava graditissimo il trionfo del loro quaresimalista sull'altro del Duomo, come qualche volta ai Teatini di S. Giuseppe dovevano tornare d'infinito piacere i trionfi oratorî della loro chiesa.
Non ostante le mal celate velleità del primato nel genere, due chiese soltanto se lo palleggiavano contrastando anno per anno: la Cattedrale e l'Olivella!
La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I devoti, gli _habitués_, accorrevano numerosissimi ad ascoltarli; volevano studiarne la mimica e la parola, la scienza e l'ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni e nei caffè; e la curiosità, come nasceva negli assenti, così acuivasi in coloro che gli aveano uditi e non se n'erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed il contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi oratori, dei quali ben a ragione il proverbio siciliano: _Tinta dda matri c'havi lu figghiu pridicaturi!_ compiange le genitrici; giacchè non v'è persona che più dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da quelli che meno la intendono. Alla simpatia o all'antipatia del pubblico varie circostanze concorrevano tutte più o meno forti: la nazione del predicatore l'ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche e più le esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo che agli artisti da teatro, fatti segno di calorosi applausi e di tacite disapprovazioni. Nel 1785 un genovese che predicava nella chiesa dell'Olivella soppiantava un napoletano al Duomo; dove anche l'anno seguente un altro soccombeva a quello della medesima Olivella. Nel 1787 la logomachia sostenevasi tra di valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei. Il sac. Gaetano Burlò nella chiesa di S. Giuseppe superava di gran lunga i suoi emuli; di che fu un gran discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle assemblee e nelle riunioni. Si era pensato in tempo debito (1791) a P. Pietro Rottigni dei padri Somaschi; ma all'ultima ora, dopo sette anni dalla nomina, egli mandava scusandosi di non poter venire. Fu una indelicatezza imperdonabile, che fece andare su tutte le furie il signor Pretore ed il nobile Senato. Che cosa poteva quindi fare P. Matteo Aceto, invitato improvvisamente, poco prima della Quaresima? Si erano messi gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n'era fatta la elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n'era andato all'altro mondo, e fu fortuna che P. Gaspare da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il tardivo e gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa lode.
Al giunger dei Reali in Palermo, l'intervento loro alle sacre concioni assumeva carattere di pubblica dimostrazione a favore del P. Domenico Maria Sances dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al Gesù, Casa Professa, mentre all'Olivella predicava un nizzardo. Che pronunzia infranciosata quella del nizzardo! Ed era mai possibile che col vento fortunale spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?
Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana a sentire il Sances. Maria Carolina ne era addirittura entusiasta, e per riflesso, tutte le dame di Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo e regalavagli una forte somma in monete d'oro ed una tabacchiera del valore di dugent'onze (L. 2550)!, poco più del doppio, quasi il triplo, del compenso solito a darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando egli era forestiere[130]. Lo spirito d'indifferenza religiosa dell'antico pupillo del Tanucci avea già subito l'influsso della politica e della sventura. La esperienza avea gettata molta acqua sul fuoco dei primi anni del suo regno: e corte e chiesa si erano in lui strette in amplesso assai più forte che non si potesse sospettare appena egli era uscito di minorità. Il giovine principe nel 1768 aveva arditamente espulso i Gesuiti, anche cadenti ed infermi; il vecchio Re nel 1805 doveva richiamarli: e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati sollecitamente atterrati, dovevano venir ricomposti e rimessi in onore. Laonde il cronista Villabianca, a chiudersi del sec. XVIII, per la Quaresima del 1800 poteva non senza una tal quale malizietta scrivere: «Li primi ad esercitare la religiosa osservanza di sentir la predica dei sani giorni furono li Sovrani con tutta la R. Famiglia; con che avendosi (_sic_) essi passato allegramente nello scorso baccanale, procurano ora far bene alle loro anime nei giorni di penitenza e fare insieme i lor doveri di principi nell'edificare i popoli col loro santo cristiano esempio»[131].
[130] «Il Predicatore quaresimale della Madrice Chiesa di questa città per le prediche della Quaresima e panegirici e viene tenuto a fare, onze 80; e ciò in seguito di ordine di S. E., per via del Tribunale del R. Patrimonio, li 13 maggio 1692, colla condizione che il detto Predicatore essendo regnicolo abbia da conseguire onze 60; ed essendo forestiero onze 80, come dalla Riforma del 1788.» _I. Sala_, _Dimostrazione_ cit. _dello Stato del Patrimonio del Senato di Palermo_ p. 213.
[131] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1800, p. 66.
Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di scettico e di bigotto, di ridancione e di geremiaco, questo degenerato figlio di Carlo III, che divertivasi e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca lecita e non lecita alternava con le noiose cure dello Stato; e che, mentre per non dare ombra alla Regina si asteneva dal visitare i monasteri, dove con le attraenti bellezze muliebri della Capitale si sarebbe potuto guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa Fasone; la quale poi, in un giorno di malumore, per un inatteso regalo di cattivo genere, dovea egli disterrare e mandare a domicilio forzato in Castelvetrano!
Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di prediche di cui si occupasse il Senato. Ad altri cicli consimili e a non pochi panegirici doveva annualmente questo pensare tanto per la metropolitana quanto per le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha diritto di patronato. Per le tre Rogazioni precedenti l'Ascensione invitava _soggetti_ di valore indiscutibile. Le Rogazioni erano le processioni alle quali nessuna corporazione monastica doveva mancare; sicchè le prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi ai monaci ed ai frati della città ed agli ecclesiastici più in onore, facevano «tremar le vene e i polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P. Reggente Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno dell'ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu lui uno degli oratori; e con lui in varî anni D. Fr. Ruffo, dottore in sacra teologia, i cappuccini P. Giuseppe Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto, il carmelitano P. Lettore Niccolò Aiello, lo scolopio P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio, Barresi, Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia, Giunta e D. Giuseppe Trofolino.
Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un buon predicatore, ma anche un fervoroso operaio della chiesa. Se il lettore non ne sa altro, si ricordi almeno essere egli stato l'autore della giaculatoria che dopo la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle chiese.
Fa mestieri di trascriverla?
Eccola quale egli la compose e l'Arcivescovo del tempo l'approvò (1779):
Adoramu umiliati La santissima Trinitati; Adoramu ogni momentu Lu santissimu Sacramentu; E lodata sempre sia La purissima Maria!
Adesso il pietoso lettore sa che questa canzonetta conta la bellezza di centoventicinque anni di età.
Il fiore dei panegiristi del tempo era adibito anch'esso a celebrare, oltre le tre Rogazioni, S. Sebastiano e S. Agata, per conto del Comune, che dal 1575 avea fatto voto di festeggiarli come protettori e patroni della Città, e S.a Rosalia, la graziosa verginella palermitana, il genio tutelare a cui la Città medesima come ad àncora di speranza, a tavola di naufragio, a porto di salute ricorse sempre con fede nei giorni più tristi per essa.
Poco meno che mezzo secolo addietro, fra il 1850 ed il 1860, le Rogazioni aveano già perduto l'antico lustro, e S. Sebastiano le simpatie che lo avean
. . . . . . . . fatto degno Di tanto onore . . . . . .
Chi scrive queste pagine ricorda le ultime processioni commemorative delle due ricorrenze, dove non più gli ordini monastici tutti, ma solo pochi loro rappresentanti con gonfalone e croce intervenivano, _rari nantes in gurgite vasto_, scarsi componenti una breve fila di frati, appena notabili nelle grandi vie da percorrere, non sai se mortificati di essere in sì poco numero, o infastiditi dell'ora dello spettacolo, che li distraeva dalle consuete occupazioni.
Il quaresimale prosegue sempre lo stesso a cura del Municipio e col favore inalterato del pubblico, che ora si rivolge a quello dell'Olivella,[132] ora si accentra tutto sull'altro, secondo il giudizio degl'intendenti, le relazioni degli amici, la mimica degli uditori più autorevoli, i quali coi più lievi movimenti del capo, o con l'aggrottar delle ciglia, o col contrarre delle labbra, talora decidono del merito dell'oratore e formano presso il _servum pecus_ degli ascoltatori la così detta pubblica opinione.
[132] Da pochi anni l'Olivella tace; riparlerà forse, e ricominceranno i termini di paragone.
Nella Quaresima erano di obbligo alcuni giorni di meditazione in esercizî spirituali. Tutte le chiese di secolari e di regolari accoglievan fedeli d'ambo i sessi; ma v'era un luogo esclusivamente destinato a questo devoto ufficio, la «Casa degli esercizî», fondata dai preti di S. Carlo Borromeo; e v'era anche la congrega del Fervore (1765), promossa ed aiutata da quell'uomo di santa vita che fu Mons. D. Isidoro del Castillo dei marchesi di S. Isidoro, provvidenza del quartiere dell'Albergaria, del quale fu parroco attivissimo. Lì, nella Casa, erano lunghi corridoi con camerette da una parte e dall'altra per coloro che vi si recassero, una magnifica cappella, un ampio e lungo refettorio e qualcos'altro per la pace dello spirito. Per nove giorni di seguito, nobili e civili vi si ritiravano per attendere alla riforma del loro costume ed all'acquisto della cristiana virtù[133]. Favorito da clausura volontaria (e sovente involontaria) era il raccoglimento di coloro i quali, per devozione sincera o, come non di rado accadeva, per ostentazione, vi entravano. La Curia arcivescovile li conosceva uno per uno, e rilasciava loro un attestato di questo compiuto dovere, come tutte le parrocchie rilasciavano quello del precetto pasquale. Li conosceva la Polizia e sapeva tenerli in conto come di buoni cattolici così di sudditi fedeli. Li conosceva anche il Senato, nei cui archivi se ne conservavano alcune volte i nomi e i documenti, perchè l'autorità comunale consentisse la costruzione di certi ripari necessarî ad impedire ai passanti di turbare il religioso ritiro[134].
[133] _G. Palermo_, _Guida istruttiva per Palermo_, 2ª edizione p. 698.
[134] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, pp. 135 e 226.
Luogo consimile pel conforto dell'anima sua aveva una volta scelto il Vicerè Fogliani (1767): la Quinta Casa al Molo, con la predicazione del gesuita P. Sansone; ma non avea voluto esser solo, e «di casa in casa con un suo creato avea mandato invitando tutti i nobili della città.» Ecco il suo _nodiglio_: