La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 7
Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale omaggio; e la lista è onorevole per l'arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795); Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a Lucia, musicò un'opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia si affermò con l'arguta sua opera i _Tre Eugenj_. Il favore del pubblico accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della _pietra simpatica_. Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato, godeva non immeritata fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l'_Ezio_ (1777), la _Semiramide_ (1785), la _Troja distrutta_ (1778), l'_Armida_ (1786) fece ammirare all'estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli _Amanti alla prova_ (1784); con la _Didone abbandonata_ (1786), in Brunswick; con _Il Bertoldo_ (1787) qui pure passava ai servizî di S. M., mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore artistico, conseguiva l'invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton; onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la facea grande l'amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.
Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare; periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle confraternite vespri e messe cantate, funerali e _tedeum_. È stato rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell'anno erano feste patronali[104].
[104] _Guerra_, _Stato presente della Città di Messina_, Napoli, 1781.
Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S. Filippo Neri c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a profitto a larghi intervalli[105]. Per tal modo, il vecchio, dopo il silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e _Il trionfo di Giuditta_ davasi la mano con _Il trionfo della Religione_; _La morte di Assalonne_ con _La morte di Saulle_ o con _La morte di Sansone_, _Sisara_ con _Sedecia_, _Abramo_ con _Giacobbe_, e l'uno e l'altro con _Atalia_. La _Passione di N. S. G. Cristo_, «poesia dell'Abbate Pietro Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello, Maestro di cappella napolitano»; _i Pellegrini del sepolcro di N. S._ «del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig. D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, non ostante l'alta sua posizione artistica ed economica, non negava l'opera sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell'Olivella facevano gola a chicchessia.
[105] Possediamo un bel volume, contenente una trentina di queste sacre azioni. La collezione porta la data del 1806 e del 1807 (vi sono oratorî anche nel 1810); ma si tratta di ristampe. La sola Iª parte del _Trionfo della Religione_ è «per le stampe del Barravecchia, 1807».
Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la musica ad un oratorio sacro»[106]: delittuoso stratagemma non unico nè raro.
[106] _La morte di Sansone, dramma per musica ecc. da cantarsi nell'Oratorio dei RR. PP. della Congregazione di S. Filippo Neri. Parte I._ In Palermo, nella stamperia del Solli.
L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale. Siamo alla vecchia _frottola_, nome che parrebbe non doversi intendere come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno all'uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione, scriveva: «12 luglio 1779. La _flotta_ dei musici andò a farsi la comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio 1780: «_flotta_ dei musici della Unione di S. Cecilia per il Cassaro»[107]: donde il sospetto che non si tratti di una _frottola_ poetica, ma di una _frotta_, di una moltitudine, di persone che andavano cantando un inno, una canzoncina. I _Capitoli_ della Unione però nell'indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi musici così cantanti come strumentarj di tasto, d'arco e di fiato e maestri di cappella abbiano da intervenire all'offerta... cantando e suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal Superiore»[108].
[107] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 331; XXVIII, p. 30.
[108] _Capitoli o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto titolo di Santa Cecilia, nuovamente raccolti ed ordinati, e dopo le conferme di molti Viceregnanti approvati dall'Ecc.mo Sig. Vicerè Giovanni Fogliani_, cap. XIX. In Palermo, MDCCLXII. Nella Stamperia dei SS. Apostoli presso P. Bentivenga.
Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in conclusione potrebbe aver avuto due significati.
Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra l'esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:
Nell'ottangula piazza insemi accampa Di canora assemblea quattru parchetti Remora duci in cui cu' passa inciampa[109]
[109] _G. Gargarosso_, _La fidilissima Sicilia e lu so invittu Munarca Filippu V_, p. 8. In Palermo, pri Filici Marinu, 1711.
Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti, ma confermavano la inclinazione loro alla melodia ed il largo esercizio dei cultori di essa. Come poi il lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo, molti signori facevano della scelta musica di componimenti lirici e drammatici nelle loro ville e nei loro palazzi.
Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da vivacchiare, il mestiere di virtuoso, messo in dubbia luce dal vieto motto: _musici et cantores miserrime vivunt_, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali erano un'irrisione; e basta dire che per le messe cantate di S. Rocco e di S. Sebastiano il Senato pagava tre onze e due tarì, e «per l'associo del Divinissimo il giorno del _Corpus Domini_» quattr'onze e dodici[110]; ma tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè i musicisti crescessero a dismisura.
[110] _Riforma fatta dalla Regia Giunta_, p. 21. In Palermo MDCCXCI.
Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva ogni giorno un caffè d'allora nella Piazza Vigliena, «frequentato soverchiamente da questi fertili professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero[111].
[111] _Santacolomba_, _La Educazione della Gioventù_ ecc. p. 44.
L'ultima riforma dei _Capitoli_ dell'Unione dei Musici (1762) si vede soscritta da 104 confrati, oltre dieci altri aggregati posteriormente. Un esemplare di questi _Capitoli_, appartenente alla Unione medesima, ha delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un momento[112]. Parecchi confrati erano sacerdoti, forse organisti, od anche cantanti di chiesa. Alcuni aveano lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d'Europa vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese, sonatore d'organo e di violino, bandito, andava ramingando fuori regno. Longevi non pochi di essi, morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad oltre 90 (D. Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe Biundo). Farà certo meraviglia il sapersi di quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli, probabilmente non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino Dulena, D. Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non nuova affatto per la Sicilia, viene da fonte ufficiale, e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di questi quattro, lo Scivoli, occupava l'alto ufficio di Unito maggiore, cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati consorti in spadoneria, non uno ebbe lunga vita, essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni di età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano delle voci femminili di sopranini e contralti, ci vuol poco a supporre la esistenza di quei disgraziati; i quali peraltro venivano ufficialmente ammessi dalle antiche _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore_[113], e rimasero in un motto di dispregio, divenuto oramai storico[114].
[112] Vedi nota seguente.
[113] Cap. XVII, p. 39.
[114] Vedi il nostro opuscolo, _Modi Proverbiali ecc. di Palermo_, n. 13. Palermo, 1902.
Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento della loro Unione da parte di tutti i Vicerè succedutisi dal 1679 alla fine del sec. XVIII, aveano obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18 di entrata e tarì 3 il mese, ora, nello scorcio del secolo, per le comuni strettezze ne pagavano 9 di entrata e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie, argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli accompagnamenti funebri. Ammalati, se non eran debitori verso la Compagnia, avean diritto alla assistenza sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare altri cadaveri fuori di quelli dei loro confrati, sotto la pena fortissima di 30 onze di multa. Alle spese occorrenti per l'annuale oratorio in onore della protettrice S.a Cecilia potevano far fronte con gli introiti del Teatro di loro proprietà, come a quelli per la offerta di S.a Rosalia con gli «introiti delli lucri d'organi ed orchestra»[115].
[115] Si consulti l'esemplare dei _Capitoli_ cit., posseduto dall'Unione dei Musici, per dono fatto il dì 21 sett. 1894 da Giovanni Pitucco. Questo esemplare per le note a penna che contiene ha valore di documento originale.
Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro proprio, rappresentato dall'Auditore generale, abilitato a decidere «così per l'osservanza dei Capitoli come per l'occorrenza di tutti i virtuosi musici accollati in detta Unione tanto _attive_ quanto _passive_»[116].
[116] _Capitoli_ cit., p. 5.
La _Calata dei Musici_, rimpetto la fontana Pretoria, sul Cassaro, luogo di convegno ordinario, era tuttodì piena di siffatti virtuosi. Vi avresti incontrato maestri valenti di musica e soprani, contralti, tenori, e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore specie, ai quali, dal più al meno, erano familiari l'oboe ed il violino, il fagotto e la tromba, il flauto ed il corno di caccia, la chitarra francese, il mandolino ed il contrabbasso, oltre l'immancabile organo ed il prediletto cembalo[117].
[117] Un giornale del 1794 parla d'un cembalo di Grimaldi ad ottava stesa, che arriva nei cantini _al delasolrè_.
Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk si videro per la prima volta i piattini di metallo, certi particolari tamburi e timpani e triangoli, e ne fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe di Resuttano (1769)[118]. Questi strumenti di recente introduzione aveano chi sapesse maestrevolmente maneggiarli ed ingrossavano la falange dei sonatori nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato non si risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci musici ordinarî della guardia pretoria, non fa nulla: altri istituti aveano di che vantarsi di nuovi strumentisti.
[118] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 109.
La musica del teatrino senatorio nella Marina dal giorno di S. Giovanni (24 giugno) alla Esaltazione della S.a Croce (14 settembre) per tutte le sere di estate ricreava ogni buon palermitano[119].
[119] Per tutta l'estate questa musica costava al comune 130 onze (_Riforma_ cit., p. 23).
Essa cominciò, nella medesima Marina, nel 1591, quando, aperta la strada Colonna, il Senato vi fece passare pei mesi di giugno-settembre, esclusi i venerdì, i virtuosi che solevano sonare nel palazzo pretorio nei giorni di lunedì o mercoledì. Ciascuno di essi godeva un salario di onze 30 e n'ebbe aggiunto un altro di onze 6. E qui giova notare che prima di quell'anno, fino al 1583, in cui rovinò, luogo di diporto e di svago estivo, specialmente o forse esclusivamente per le signore, era il terrapieno sulla Cala, rimpetto il Castello a mare, dalla parte settentrionale, dove ora è S. Spirito, chiamata la _Sala delle dame_. Vedi _A. Flandina_, _La Sala delle Dame in Palermo_ (Pal. 1879).
Per alcuni anni tra una sonata e l'altra del teatrino, la Domenica, ve n'era sul mare, in un gozzo carico di sonatori da fiato, che con dolce lentezza solcava le acque d'argento come barca di fate in un lago incantato. La chiamavano _notturna_, e ne rendevano illimitata lode al senatore Barone Calvello, delegato per la musica cittadina[120]. Nella Villa Giulia altra banda musicale, già nota ai nostri lettori, per legato perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori appassionati, come nelle sere d'estate donne ed uomini non invitati da nessuno s'abbandonavano al canto di deliziose ariette[121].
[120] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 172-173.
[121] Vedi v. I, cap. XXV.
E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori accrescevasi mano mano che si entrava e progrediva nel nuovo secolo. In poco volger d'anni eran già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî e del Piticchio non cessava di regalare ai sempre numerosi uditori. Più in qua, tra un pezzo e l'altro si canteranno, con accompagnamento di mandolini e di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente seria d'oggi rimarrà scandalizzata della profanazione del palchetto municipale per via di queste canzonette dialettali; ma i nostri nonni non ne rimanevano niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche l'intervento di questa banda musicale sarà sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso) nelle ricorrenze ecclesiastiche più solenni.
Per questo beninteso amore all'arte dei suoni molte case signorili tenevano per propria ricreazione un'orchestra. La Resuttano era di queste: perchè il Principe nudriva un gusto squisito d'arte, come una intelligente predilezione per le lettere.
Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano a titolo di lode Carlo Cottone di Castelnuovo, Girolamo Grifeo di Partanna, Gian Luigi di Paternò, Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della Nobiltà.
Nei palazzi, continua era l'eco di dialoghi e di cantate, occupazione geniale di maestri abilissimi e di dilettanti esperti. I salotti della più eletta cittadinanza risonavano della miglior musica del tempo, canto e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli strumenti obbligati ad arco, disimpegnati anche dagli alunni del Conservatorio del Buompastore. Il signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le nostre chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre gli autori più illustri. Piticchio si alternava con Alessandro Scarlatti, Zingarelli con Guglielmi, Paisiello con Cimarosa. Via via che la musica piegava a forme nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di arie e di madrigali, di canzonette e di romanze, produzione manoscritta che si diffondeva per copie, tenute poco men che originali. Le molteplici vicende delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio; ma sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella Biblioteca del R. Conservatorio di Musica.
Non era artista di canto o di strumento che non trovasse ammiratori e protettori. Un violinista celebre, venuto di Terraferma, col pagamento di tre tarì a persona dentro il refettorio del convento della Gancia diede un'accademia e potè contare sopra un introito netto di trent'onze. Chi avrebbe sognato allora che per accademie simili si sarebbe pagato un giorno sette volte di più!
Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.a Cecilia allietava con un trattenimento di arie, _rondeaux_, concerto di strumenti, duetti, ecc.[122]. Altri ed altri ancora trovavano accoglienze oneste e liete; sì che Antonio Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino per le corti d'Europa, negli ultimi anni di sua vita sceglieva Palermo come sua seconda patria, «non indegno di stare accanto al maggior sonatore d'arpone che si fosse mai sentito», il palermitano Michele Barbici, di cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli o altrove con gran plauso i trii ed i quartetti»[123].
[122] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.
[123] _Forno_, _Opuscoli_ cit., II, p. CCLVI.
CAP. VI.
LA BOLLA DELLA CROCIATA.
«Nel 1556 i Sovrani di Sicilia ottennero dai pontefici il privilegio di vendere e distribuire le bolle di Pio IV nella occasione della guerra contro i Mori. Per gratitudine di questa concessione Filippo il Prudente fece un'annua assegnazione alla fabbrica di S. Pietro in Roma di scudi romani 1666».[124]
[124] _Ortolani_, op. cit., p. 49.
Sulla fine del sec. XVIII col pretesto che si dovesse dar la caccia alle galere turchesche, gl'introiti di questo privilegio li volle per sè Re Ferdinando, il quale sapeva bene quel che voleva, perchè quegl'introiti costituivano una bella sommetta.
L'acre Giuseppe Gorani nel 1794 scriveva che la Sicilia pagava per questo quarantunmila ducati all'anno[125]. Se dicesse la verità, sel veda chi ha modo di approfondire questa forma, poco o niente finora studiata, di sfruttamento governativo dell'Isola. Più tardi, nel 1813, l'Ortolani affermava lo introito annuale delle bolle 45000 onze, pari a ducati 135 mila; e senza dubbio egli parlava della Bolla in tutta la Sicilia e non nella sola Palermo.
[125] _Gorani_, op. cit., t. I, p. 47.
Questa cifra, per chi vi si fermi sopra con attenzione, è molto interessante. Quarantacinque mila onze valevano mezzo milione di bolle; e mezzo milione di bolle rappresentavano cinquecentomila Siciliani sollecitanti la licenza dell'uso delle carni, delle uova, dei caci, del latte ecc. La popolazione d'allora, in tutta l'Isola, era di 2 milioni; sicchè una quarta parte di essa cercava di mettersi in regola con la chiesa, con la propria coscienza e anche col proprio stomaco per quanto poco fosse esigente. Poteva, è vero, partecipare alle ragioni dell'acquisto il timore di essere scoperti trasgressori d'un precetto chiesastico, che è quanto dire civile e magari politico; ma al religioso non prevaleva certamente il timore delle pene corporali dell'autorità civile e politica. Nessun credente, nessun suddito fedele di S. M. avrebbe sognato di sottrarsi al compimento dei più elementari doveri religiosi, nei quali pietà, devozione, culto si confondevano in un pensiero indefinito, in aspirazioni ataviche molto vagamente mantenute. Se poi questo pensiero fosse espressione fedele d'un sentimento schiettamente religioso, non è luogo opportuno d'indagare.
Vicerè il Marchese Caracciolo, un real dispaccio del 15 febbraio 1783 aboliva l'intervento senatorio alla solenne proclamazione della Bolla; ma un dispaccio posteriore lo ripristinava. Così, mentre si manteneva intatto il divieto precedente, della partecipazione del Magistrato civico alle quarantore del Monte Pellegrino (14 settembre), tornava ad imporsi quello della grande festa della Bolla[126], evidentemente perchè se ne accrescesse la pompa, e con la pompa le entrate a beneficio del Sovrano.
[126] _Provviste del Senato_, a. 1783-84. p. 429.
Ed ecco, come pel passato, questa cerimonia nelle domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima, ripetersi con tutto l'apparato religioso, civile e militare, onde per lunghissimo volger d'anni era stata accompagnata.
Trattavasi della pubblicazione d'un indulto pontificio a favore di chi per ragion di salute volesse in quaresima _cammaràrisi_, cioè mangiar di grasso. Ma questo indulto, che pur concedeva beneficî religiosi non comuni, portava con sè qualche obbligo materiale e spirituale in chi lo cercasse. Egli dovea per l'acquisto della Bolla, cioè della licenza, 52 grani (L. 1,11) e compiere speciali pratiche devote, visitando in dati giorni, per un dato numero di volte, alcune chiese designate.
Per ciò appunto l'opera del Senato era non che cercata ma voluta. Il gonfalone della SS. Crociata veniva sorretto da un prete, avente allato un tesoriere (_erario_) dell'Arcivescovo, il quale portava in mano una bara, entrambi, prete e tesoriere, eran preceduti da dodici chierici, o _jàconi_ rossi (_russuliddi_), in cotta.
Non ostante che adusato a cosiffatti spettacoli, il pubblico grosso e minuto s'affollava innanzi al palazzo arcivescovile, ove la lieta novella dovea primamente darsi. Tamburini e trombetti senatorii, agli ordini del Cerimoniere del Senato, ad un cenno di lui sonavano: e D. Girolamo De Franchis con chiara e roboante voce leggeva: _Il Sommo Pontefice si è degnato concedere l'uso dei latticini e delle carni nella prossima Quaresima_. Ma perchè il Cerimoniere del Senato e non altri dell'Amministrazione della SS. Crociata? Perchè il Senato entrava in tutto e per tutto, ed il suo Cerimoniere stavolta era anche Banditore.
La cavalcata (giacchè tutta questa gente andava su muli e cavalli che richiamavano a quello dell'Apocalisse) sfilava verso il Palazzo vicereale. Al corpo di guardia, Don Girolamo rileggeva, e tosto, per la piccola piazza (_Chiazzittedda_), via di Porta di Castro e Ponticello, fino al Palazzo Pretorio. Terza lettura e terza ripresa di via, stavolta per l'abitazione del Tesoriere della Crociata, donde, dopo una quarta ed ultima lettura, alla Cattedrale ordinaria o provvisoria. Allora le tre autorità principali potevano esser soddisfatte dell'omaggio reso loro; ma il Tesoriere lo era più di tutte, e per quei giorni non capiva nei panni.