La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 10
Poesie siciliane e italiane del tempo e di prima avvalorano siffatti giudizî, certo non temerarî. Di una di esse diremo che un benedettino raccomandava in poveri versi ai suoi correligiosi di rimanere al loro posto, di serbar silenzio a rifettorio, di non andar bighellonando pel monastero, di stare in ritiro, di non cercare più di tre pietanze e, nel sollievo di gennaio, di non pensare all'antica usanza[150]. Che cosa fosse questo «sollievo» e questa «usanza», non si riesce di capire: salvo che per quello non voglia intendersi un po' di svago a Palermo, dentro il monastero dello Spirito Santo (caserma dei pompieri), nei giorni freddi d'inverno in S. Martino; e per questa, qualche vecchio abuso. Altri componimenti ribattono sul medesimo chiodo; ma son colpi delicati che si riducono a biasimare, indirettamente rafforzandolo, lo sfarzo dei nobili figli di S. Benedetto, sfarzo rimasto proverbiale quanto il letto dei Predicatori e le mense dei Cappuccini:
[150] _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_, n. LXXXIII. Ms. Qq H 158 della Biblioteca Comunale.
Lettu di Duminicani, Lussu di Binidittini, Tavula di Cappuccini.
Se i Benedettini per la loro nascita e quindi per una cert'aria d'altezzosità venivano sfavorevolmente segnalati dai religiosi d'altri ordini, questi non potevano andar lieti di cordiali rapporti tra loro. Gelosie sempre rinascenti per dottrine teologiche, per preminenze di regole, li tenevan divisi l'un l'altro, ed erompevano in motteggi in pubblici ritrovi principiando nei refettorî e finendo nelle sagrestie dei proprî conventi.
Dal dì ch'erano andati via i Gesuiti, i Domenicani erano restati quasi i primi a rappresentare la più soda cultura, essi nel sito dei quali era stato fiorentissimo lo Studio, protetto dal Magistrato del Comune. Per questo eran tenuti in alta estimazione. Ma i Domenicani non sapevano perdonare ai Francescani la immensa colonna alzata in onore della Concezione in mezzo della piazza della lor grande chiesa; colonna che ricordava un trionfo dei frati Conventuali, sostenitori arditi della verginità di Maria, da essi posta in dubbio.
Quella colonna era un dispetto permanente per ciascun domenicano, il cui ordine vide sempre di malocchio il giuramento del sangue del Senato di Palermo[151], e serbò una certa simpatia pel Muratori, che lo biasimò non essendo giustificabile la difesa, a costo del proprio sangue, di una credenza cattolica non proclamata mai come domma dai sovrani pontefici. Ma i Francescani se ne impipavano, perchè avevano dalla loro il Magistrato Civico e sapevano che tutte le simpatie dei Domenicani non sarebbero valse un briciolo nella protezione di questo, specialmente dopo che la potenza dell'ordine di S. Domenico era stata depressa per l'abolizione del S. Uffizio.
[151] Cfr. in questo vol. il cap. I, p. 24.
Non contro un altro ordine, ma contro la confraternità dei falegnami, i Teatini sbraitavano per la statua di S. Giuseppe, che quelli, proprietarî del terreno della chiesa, aveano voluto piantare sulla porta. E che non fecero per impedire questa preferenza di fronte al fondatore del loro ordine, S. Gaetano! Ogni anno, per la festa di S. Giuseppe, quando i maestri dentro il maestoso tempio distribuivano la immagine del S. Patriarca, inghiottivano bocconi amari nel sentire i monelli a gridare sotto la loro Casa, nella vicina piazza Vigliena e per le vie: _Viva S. Giuseppe, e non S. Gaetano!_[152].
[152] _De Borch_, _Lettres_, lett. XV, pp. 71-72.
Ragione di scatti e di ostilità erano le processioni sacre, alle quali era d'obbligo l'intervento delle comunità religiose. La precedenza di queste dava luogo a liti non sempre definibili dall'autorità ecclesiastica secolare (la quale, del resto, ben poco poteva sugli ordini regolari), ed era occasione frequente di clamorosi ricorsi presso l'Apostolica Legazia. Frati Conventuali, Osservanti, Riformati scendevano in lizza tra loro, e poi, alla lor volta, in lizza contro altre comunità per il posto che loro spettava nelle pubbliche funzioni.
Nel 1778 il Re in persona, come Legato Apostolico, stabiliva le norme regolatrici di siffatta bisogna; ma quelle norme a nulla valsero, e lo spettacolo dei dissidî proseguì poco edificante.
Tre anni dopo un Ministro siciliano, a nome del Re scriveva: «Per darsi fine alla controversia agitata con eccessivo calore degli animi tra i pp. Conventuali ed i pp. Osservanti e Riformati in materia di precedenza nelle processioni ed in altre pubbliche funzioni,.... S. M. ha avuto presente la sovrana sua reale risoluzione del 1778, con cui per punto fisso e generale fu determinato che la precedenza dei frati nelle pubbliche funzioni regolar si debba dall'antichità dell'approvazione del rispettivo loro Istituto». E partecipava questa volontà acciò venisse comunicata ai superiori di quegli ordini, non solo «per comune notizia», ma anche «per l'osservanza, ad oggetto di evitarsi in avvenire le scandalose brighe che sovente per tal piato sono avvenute».
Sarebbe una vera ingenuità il credere che le brighe cessassero. Nelle processioni e nell'associazione dei cadaveri si combatteva pel diritto di priorità; come nella festa di S. Antonio per quello della celebrazione di essa, reclamato per conto proprio ed esclusivo da ciascuno dei tre ordini. Si giunse a tale che il Re dovette incaricare il Tribunale della Legazia e specialmente la R. Camera di S. Chiara del più rigoroso esame, in giudizio contraddittorio, «delle bolle pontificie invocate dai provocatori della lite e dei giudizî degli scrittori di cronache, annali ecc. dei documenti tutti che si potettero avere nelle mani dai componenti quel Tribunale, fornito sempre d'uomini notissimi per onestà, ricchi di erudizione storica, come di scienza canonica. Più anni andavan per la scrupolosa ricerca, che dovea fornire la base della sentenza; solo nel 1794 il R. Dispaccio pose fine alla questione»[153]. Il Sovrano, che avea ben altro pel capo che i puntigli dei frati per siffatte piccolezze, conchiudeva in questi termini perentorî: «Che s'imponga perpetuo silenzio a controversie di questo genere, le quali per lungo tempo han turbata la pace dei frati col distrarli dagli esercizî di religione, ai quali son chiamati»[154].
[153] _L. Palomes_, _Dei Frati Minori e delle loro denominazioni. Illustrazioni e Documenti_. 2ª ediz., lib. III, pp. 269-70. Palermo, 1798.
[154] Dispacci di S. M. Ferdinando III. In Pal., per il Solli MDCCXCVII.
Gli era come dicesse: Andate a farvi benedire: e non mi state più a rompere la devozione!...
CAP. IX.
LA PROFESSIONE DI UNA MONACA.
Il dì 11 gennaio del 1797 S. E. Rev.ma Mons. D. Filippo Lopez y Royo, Arcivescovo della Diocesi di Palermo, riceveva la seguente partecipazione:
«_Io Donna Maria Buglio, Abbadessa del Ven. Monastero di S. Maria dell'Ammiraglio detto della Martorana di questa città di Palermo, dell'ordine del Padre S. Benedetto, faccio fede come avendo con buona licenza di S. E. Rev.ma nostro Arcivescovo fatto capitolo, nel quale sono intervenute tutte le monache c'hanno voto, e proposto, che la Novizia Donna Luisa Valguarnera, doppo aver finito l'anno intiero del suo noviziato, e compiti li anni ventuno di sua età, richiede umilmente di essere ammessa per amor di Dio alla professione solenne delli tre voti monastici di Povertà, Castità, Obedienza, e di perpetua clausura in questo monastero, e di esser accettata nel numero delle monache velate con la solita dote di scudi 1000, è stata accettata con l'intiero consenso della nostra Congregazione, avendo con voti secreti, e non a viva voce, in quantità sopra due terzi come richiede la nostra santa Regola. Di più faccio fede di mia coscienza, e ne chiamo in testimonio Dio benedetto e che mi ha da giudicare, che la suddetta Donna Luisa Novizia, per quel, che io giudico, ed ho potuto vedere, e intendere dalla Madre Maestra, e da tutte le Superiore, e monache, sa leggere bene, ed è degna per virtù di essere gratificata, ed abile per il servizio di Dio in questo Monastero._
«_In fede di che ho fatto la presente sottoscritta di mia mano, sigillata col nostro solito sigillo._
«_Dato nel nostro Monastero di S. Maria dell'Ammiraglio in Palermo, oggi li 9 del mese di gennaio dell'anno 1797._
_Donna Maria Buglio, Abbadessa_ _Donna Teresa Agraz, Cancelliera._
Dopo otto giorni Mons. Serio, Vicario generale della Diocesi, si recava alla Martorana ad interrogare un'ultima volta, e ad esplorare l'animo di D.a Luisa, e n'avea la conferma letterale delle dichiarazioni precedenti della Madre Abbadessa: e con questo la rinunzia formale dei suoi beni, «acciò più libera e sciolta applicar si possa a servire Sua Divina Maestà».
Siamo al giorno 23 gennaio. Dalla via Alloro, dal Cassaro, dalla Strada Nuova portantine e mute elegantissime vengono a fermarsi nella piazzetta di S.a Caterina. Dame e cavalieri in abiti inappuntabili ne scendono posatamente, e con istudiata gravità infilano la porta della chiesa. Il Principe di Valguarnera li ha tutti invitati per la solenne professione della sua terza figliuola, la quale, compiuto, come abbiam visto, l'anno del noviziato, intende appartarsi per sempre dal mondo.
I musaici del sublime monumento di Giorgio Antiocheno brillano all'agitarsi delle mille fiammelle accese nelle tre absidi e nelle cappelle laterali. Otto o nove altari sono ininterrottamente occupati da celebranti, stati «pregati di accrescere vieppiù la pompa colla presenza di loro messa». A traverso le lucenti grate si profilano le esili figurine delle nobili monache; dalle quali, a rispettosa distanza quelle delle converse, e più in là ancora, o in una stanza a parte, invisibili, le cameriere, pronte ad ogni cenno delle rispettive loro signore.
Tutto è pronto per la cerimonia. Al corno dell'epistola dell'altare maggiore sono le vesti monacali della candidata: lo scapolare largo e lungo, la cocolla manicata e talare, il velo nero, il breviario, che devono essere incensati e benedetti. Esce la messa solenne. I musici dal letterino[155] intuonano il _Kyrie_. All'offertorio, il celebrante va a sedere sotto un dossello. Di dentro, nella parte interna, sotto altro dossello, col suo baculo d'argento in mano, circondata dalle monache tutte in cocolla, ergesi maestosa la Badessa. Ed ecco, preceduta dalle educande e dalle novizie compagne, inginocchiarsele innanzi in abito di novizia, Maria-Luisa Valguarnera (giacchè è questo il nome di religione che dovrà prendere) e chiederle la grazia di Dio e la sua. Un breve dialogo latino si svolge tra l'una e l'altra; la quale, interrogata, risponde di rinunziare al diavolo ed alle opere di esso, di volere assumere la conversazione dei costumi monacali, abbandonare quella dei genitori, abdicare alla propria volontà.
[155] Letterino (fr. _luterin_) dicesi la tribuna, la cantoria dei musici nelle chiese. È anche il palco nel quale sta l'organo, o si affacciano persone per vedere e non esser vedute.
Gl'invitati si mettono in punta di piedi, allungando il collo per vedere o sentire, e la novizia con voce flebile e tremante legge la sua petizione. Le compagne palpitano; la giovinetta, accostatasi al corno dell'epistola dell'altare dell'oratorio, lo bacia, e presa la penna soscrive col segno della croce invece che col proprio nome la domanda. E mentre il sacerdote prega, la novizia si alza e con le braccia aperte in atto di volare e col viso al cielo ripete per tre volte, inginocchiandosi in ciascuna: _Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum, et vivam: et non confundas me ab expectatione mea_ (Prendimi, o Signore, secondo la tua parola, ed io vivrò: e non volermi fare sperare invano).
La funzione segue a svolgersi dal celebrante della chiesa, che recita orazioni e benedice gli abiti, li incensa e li manda dentro l'oratorio. La curiosità negli spettatori cresce. La Badessa senza scomporsi toglie l'abito noviziale alla neo-religiosa che le sta prostrata innanzi, la veste dello scapolare grande, della cocolla, del velo nero, le porge il breviario, recitando mano mano una preghiera, finchè la professata intuona: _Regnum mundi_, versetto che le monache tristamente ed il coro dei musici allegramente proseguono ed avvicendano con crescente commozione di tutti. Il sacerdote torna a benedire, e la Madre Badessa riceve _in oscolo_ di pace suor Maria-Luisa, mentre il medesimo fa la Madre Priora, e l'una dopo l'altra le monache tutte.
Le campane suonano a festa: gli astanti mormorano, i cocchieri di fuori schioccano le fruste, e lacchè e lettighieri torno torno alla Fontana Pretoria gridacchiano e sorridono. In uno istante muta la scena. In mezzo all'oratorio, sopra un tappeto ed un cuscino suor Maria si prostra per terra: e le suore la coprono tutta con coltre nera come cadavere che resti chiuso entro una cassa: e le converse le adattano dal capo e dai piedi due candelieri accesi. A un dato segno, le campane dall'alto rintoccano a mortorio: e come un tremito invade tutti i circostanti; e le monache singhiozzano, e i circostanti lacrimano, impotenti a reprimer lo schianto del cuore alla improvvisa morte morale di colei che è così piena di vita. Dentro e fuori, la commozione è al colmo: ma si mitiga non sì tosto che il celebrante inviti la docile vittima ad alzarsi: _Surge quae dormis, et exurge a mortuis et illuminabit te Christus_ (O tu che dormi, levati, e sorgi di mezzo ai morti, e Cristo t'illuminerà)[156]. Ed essa si leva, e con gli occhi rossi s'accosta alla grata del comunichino[157], e tra la impazienza degli invitati riceve l'ostia benedetta: e nuove benedizioni e nuove incensate e nuove orazioni porgono a tutti agio di osservarla, di studiarla, di scrutarne il cuore profondamente agitato.
[156] Le particolarità tutte di questa funzione concordano pienamente con quelle del _Ceremoniale e le Costituzioni benedettine_ del Padre Tornamira e Gotho. In Palermo, Dell'Isola, MDCLXXVI.
[157] _Comunichino_, è nelle chiese dei monasteri il luogo pel quale dalla chiesa si amministra alle monache interne la comunione.
Il sacrificio è compiuto. Oggi suor Maria-Luisa nel refettorio sederà la prima tra le novizie, domani l'ultima tra le professe. La maestra avrà una ragazza di meno da sorvegliare; la Badessa, una subalterna di più alla quale imporre; le suore una novella compagna alla quale confidarsi; le celle monacali, una nuova ospite.
Intanto nel parlatorio riserbato è un apparato di altro genere. La Nobiltà e gl'invitati tutti, dimenticando lo stridente taglio delle chiome dell'anno precedente ed il triste tumulo di pochi momenti innanzi, vi passa lietamente chiacchierando e motteggiando. Lì per mano di servitori gallonati ed imparruccati corrono incessanti, ed a profusione quasi incredibile, fenomenale, gelati di tutte le essenze, e amarene e limonate e _carapegne_ e cioccolata e paste e pasticcini quanti può averne inventati la monacale industria e favoriti la capricciosa golosità dei consumatori[158]. La signora Badessa D.a Maria Buglio, benchè non ispetti a lei lo indirizzo di tante cortesie, si moltiplica per far onore agli ospiti, i quali tutti, dalla più attempata matrona alla più svelta ragazza, dal vecchio più costumato al giovane più libertino, felicitano la nuova sposa del Signore: alla quale, come ai genitori di lei, ripetono a coro la trita frase d'occasione: «Beata lei che s'è messa in salvo, lasciando a noi i guai di questo mondaccio!...».
[158] Ben altro che questo troviamo nel medesimo anno e, per documento storico irrefragabile, nella seconda metà del secolo XVIII. Di una professione celebrata nel settembre del 1755, un cavaliere palermitano (che potè anche essere un ecclesiastico) scriveva: «Preceduto prima l'invito stampato, si fece con sì sontuosa e dissoluta profanità, che tutti restammo scandalizzati. Fu sino piantata avanti la porta del parlatorio una baracca di tavole, dalla quale, come si fa nei teatri, si dispensavano pubblicamente i rinfreschi; e durò questa profana solennità per tre giorni continui, fino alle cinque passate della notte. Il giuoco e il ballo, per non dir altro, vi mancarono solamente, perchè si potesse dire di stare in un festino carnale.»
Altro che cuccagna! E non parliamo delle ore favorite per cosiffatte funzioni, le quali erano pomeridiane e sovente notturne! (_Ragguaglio_, pp. 30-31, citato più oltre, nelle pp. 175-176 {p. 166} del presente volume.)
Eppure, chi potesse penetrare nell'animo di questa beata, quale tempesta di affetti e di aspirazioni non vi scoprirebbe! E che crucciamento e dolore e dispetto in quello delle giovini compagne! Astrazione facendo dalle professe per vero, profondo sentimento religioso, le quali potevano dirsi soddisfatte, anche felici del loro stato, quante di queste non eran tormentate dal pensiero di aver troppo facilmente abbandonata la società nella quale avrebbero potuto brillare! Quante non rimpiangevano l'annuenza al chiostro, destramente strappata dai genitori, che dovevano ad ogni modo sbarazzarsi dei cadetti e delle figliuole per conservare ai primogeniti o all'unica erede le ricchezze![159] Anch'esso, il chiostro, aveva le sue attrattive; ma quanto non concorrevano queste a rendere talvolta angosciosa la vita di privazioni del mondo! Come resistere alle tentazioni incessanti quando le monache, affacciate alle logge sul Cassaro, vedevano uomini e donne d'ogni ceto, andare spensieratamente? E non era ragione d'ingrati confronti lo scorgere il fratello, la sorella, la cognata, l'amica, in carrozza, a piedi, bevendo fino all'ultima goccia l'ambrosia della felicità, o il saperli pompeggiare in passeggiate, in teatri, in ricevimenti, in spettacoli, in pranzi, in tutte le ricreazioni della vita!
[159] «Gli sforzi dei genitori tendono ad arricchire il solo primogenito, motore precipuo l'interesse. Le povere ragazze, prendendo il velo, son costrette a rinunziare a tutti i loro beni a favore del padre, il quale alla loro morte li trasmette intatti al maggiore della famiglia.» _M. Palmieri de Micciché_, _Pensées et Souvenirs_, t. I, ch. XX.
Ciò non pertanto, non una parola di risentimento era dato sorprendere sulle loro bocche. A traverso la calma imperturbabile e la devota rassegnazione, nessuno mai sarebbe riuscito a scoprire la interna lotta di tanti cuori. Alcuni di questi cuori forse sanguinavano; ma chi ne udiva i gemiti? Solo qualche anima gentile li avrà in segreto raccolti, compatiti, disacerbati col balsamo di lacrime pietose.
La festa è finita. La famiglia della neo-professa, rientrando in casa, ha riandato mestamente le grandi spese sostenute dal dì che la figliuola entrò educanda, a questo della professione: e la dote, e il _livello_ (vitalizio), e il corredo, e i varî _trattamenti_, e gli ornati ed i parati della chiesa, ed altri particolari a base di centinaia d'onze. E non di meno può dirsi contenta di esserna uscita senza il pericolo non infrequente della rinunzia al chiostro, proprio all'ultimo istante, poco prima del solenne giuramento dei voti, dopo che per la educanda, per la novizia si sono sperperate somme ingenti in tutte le funzioni che precedono e conducono a questa, or ora compiuta.
Perchè è da sapere che le spese di professione erano le ultime di una serie del genere, che partiva dalla prima entrata della ragazza in monastero e giungeva dove l'abbiam vista. Il Governo le proibiva; ma a che valevano le sue proibizioni se fatta la legge è trovato l'inganno? La circolare della Gran Corte (1775) per la riforma di siffatte spese veniva sempre elusa.
Facciamo un po' di conto in famiglia e vediamo come andassero le cose.
Per chi nol sappia, varie erano le funzioni per le quali la fanciulla dovea passare per giungere a professarsi.
Qualunque fosse l'età nella quale una bambina veniva ricevuta in monastero (e si cominciava anche a quattro, cinque anni! giacchè di buon'ora voleva crearsi alla futura monachella un ambiente che facesse dimenticare quello di famiglia), al settimo anno essa faceva la ufficiale entrata di educanda. Era quella una funzioncina tra seria ed infantile, alla quale parenti ed amici intervenivano, soddisfatti quanto le monache, con le quali ricevevano in comune dolci e rinfreschi, pur non avendone i regali e le galanterie.
Da educanda passava a novizia vestendo l'abito religioso: funzione che esigeva l'offerta dell'abito, della _manta_, oppur della tovaglia, o d'altro al monastero, di un cero da mezzo rotolo (gr. 400) a ciascuna religiosa, di non so quanti ceri per gli altari, e poi di dolciumi a tutto andare, così dentro come fuori il monastero, e di ori e argenti e moneta sonante.
Veramente questa entrata in noviziato dovrebbe avere lunghi particolari. Il lettore potrebbe a passo a passo seguire la giovinetta educanda nei sei mesi di _perseveranza_ precedenti il noviziato medesimo, fuori del monastero; vederla a distrarsi o in noiosi passatempi, o in graditi ritrovi, in città e in campagna: occupazioni tutte preparate con tal fine astuzia da non far nascere simpatia per la vita fuori chiostro; studiarla nelle settimane di _probazione_; ammirarla finalmente nel giorno della _monacazione_. Giammai ragazza al mondo s'avviò a giurar fede di sposa con festa e lusso pari a quello di lei nel momento di questo primo drammatico atto della vita claustrale. Sciolte sulle spalle le lunghe, lucentissime chiome; candide, ampiamente strascicanti per terra le vesti nuziali, verso il palpitante seno stracariche di ricchi ornamenti; coperto di gemme, di pietre e di ori preziosi il collo delicato, le orecchie, le dita, ella s'appressa ad abbandonar tanta pompa per divenire la sposa del Signore. Ad una ad una tutte quelle forme mondane ella viene smettendo, fino all'ultima, (che è terribile sacrificio per una donna!): le chiome, sulle quali, forbici inesorabili s'accostano crudelmente recidendo, e che la genitrice reclamerà per la famiglia, doloroso testimonio d'una bellezza scomparsa. Il saio monacale copre subito la gentile figura, ohimè! così improvvisamente trasfigurata!
Abbiam vista la seconda delle funzioni, e potremmo tornarvi per fermarci sui parati e sulle macchine che si costruivano in chiesa, sulla grande musicata per la messa cantata, sui ceri accesi a tutti gli altari, sulle lumiere pendenti dalla volta, sulle torce spettanti alle monache e sulla profusione di dolci tra i presenti e gli assenti, tra i funzionanti e gl'impiegati, i protettori, i familiari, i clienti del monastero, non escluse le converse, le cameriere, le donne esterne di servizio. Ma nossignore: più tardi verranno i primi ufficî e lo insediamento in essi. Vanitosa come figlia di Eva, orgogliosa quanto una nobile del settecento, la giovane religiosa non vorrà restare indietro alle consuore che l'han preceduta. Che si direbbe di lei, che della sua casa, se la infermiera o la refettoriera non impiegasse qualche somma in ornamenti, apparati, utensili del rispettivo ufficio? Ci vada di mezzo il _livello_ riserbatosi, si contraggono pure debiti, la generosità va fatta!
Molte e non liete son le riflessioni alle quali potremmo abbandonarci per tanto sperpero; ma a che giovano esse se non giovarono i continui ricorsi dei congiunti delle moniali al domani d'una professione? Limitiamoci a deplorare con una vittima del tempo, certo Lombardo, la elusione delle leggi, e solamente confermiamo il baratro che nelle case aprivano le pompe monacali; donde «una delle più dure concause della decadenza delle famiglie nobili di questa Capitale e di tutto il Regno e le scandalose dispiacenze tra padri e figlie»: i padri nel vedere, come abbiam detto, le figlie mutar di volontà dopo tanti anni di vita di educande; le figlie per la conseguente riduzione della dote[160].