La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 11

Chapter 113,619 wordsPublic domain

[160] Vedi circolare del 22 genn. 1782 del Vicerè Caracciolo, che richiamava il real ordine relativo alla esatta esecuzione della circolare del 6 luglio 1775 sull'argomento. _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 231-37 e v. XXVI, pp. 329-31. Mons. Michele Schiavo, giudice per modo di provvisione della R. Monarchia, nel 1763 lasciava una memoria: _Per la Deputazione del Regno affin di limitarsi le doti, e le enormi spese che si verificano nei monacati delle figliuole_. Ms. Qq D 146. n. 8, della Bibl. Comunale di Palermo.

CAP. X.

LE MONACHE E LA LORO VITA NEI MONASTERI.

Tornando alla nostra monachella, eccola entrata, come morta al mondo, nel numero dei più; ma pur tale, ella può rimaner paga del suo nuovo stato. Da qui a tre anni le saranno schiuse le porte degli impieghi del monastero: ella

Sarrà fatta sagristana, Purtunara, cucinerà, Spiziala ed infirmerà, Cillarària sarrà,

come dice il buon Meli. Potrà anche salire al grado di _borsaria_, di _rotaria_, di maestra delle educande o delle novizie, di Priora, di Badessa[161].

[161] _Poesie_, p. 368. _Sagristana_, impiegata agli uffici interni della sagrestia della chiesa; _purtunara_, portiera del monastero, incaricata di aprire e far accompagnare chi entri nel monastero: il medico, i fornitori di generi alimentari ecc.; _cucinera_, addetta a sovraintendere ai servigi della cucina; _spiziala_, dolciera; _cillarària_, economa per la cibaria; _bursaria_, cassiera interna; _rutara_, che sta in portineria, pronta alle chiamate delle persone che vengono alla ruota.

Ad alcuni di questi _impieghi_ le monache eran chiamate ad una certa età.

Intanto comincia a disporre di qualche scudo delle sue entrate per certi bisogni e doveri che non son quelli della cibaria, del vestiario, del bucato, del culto, ai quali provvede il monastero. Di una cameriera e magari di due non potrà fare a meno, abituata com'ella è ad esser servita. Un confessore non le si potrà negare: l'ha ogni monaca, vuole averlo anche lei: un confessore tutto suo, esclusivamente, unicamente suo, che ella non permette, o solo per rara eccezione permette, che abbia altre penitenti[162] nel medesimo monastero[163]. Lui direttore dello spirito, consigliere, amico, padre essa guarda con premurosa riverenza; a lui i suoi pensieri, le sue attenzioni. Non v'è solennità ch'ella lasci scorrere senza una di codeste attenzioni. Per la Pasqua gli manda i più squisiti _pupi cu l'ova_; per S. Martino, i più teneri _biscotti pieni_; per Natale le più dure _mostacciole_; anzi, perchè di grado superiore nella famiglia numerosa dei dolci, i più pesanti _pantofali_[164]. Nella ricorrenza dell'onomastico o del compleanno di lui, essa non sa, nè può rinunziare al piacere, fors'anche al dovere, di mandargli un grande vassoio (_'nguantiera_) con dolci speciali del monastero, o conserva di scorzanera (_scursunera_), e sopra o intorno una mezza dozzina di fazzoletti di seta rosso-gialla, o di posate, o di cucchiaini da caffè d'argento. La domestica esterna (_mamma_), portando questi doni, o un'ambasciata chiedente della salute di lui, sa di dovere studiare tutte le mosse del _padre_ (confessore), imprimersi nella memoria le parole tutte da lui pronunziate, con la mimica che le associa, per poterle subito ridire e ripetere alla signora.

[162] _Penitente_, colui o colei che abitualmente si confessa con un sacerdote.

[163] «Contro la determinazione del Concilio di Trento avea quasi ogni monaca un particolare e perpetuo confessore, origine delle continue dissensioni, le quali pur troppo si sentono spesso in questi monasteri.» _Ragguaglio_ che citeremo innanzi, pp. 175-76 {p. 166}.

[164] _Pupu cu l'ova_, nei monasteri e nell'alta pasticceria siciliana, specie di colombina, fatta di pasta dolce con un rialzo ad un lato, con isquisita conserva. -- _Viscottu chinu_, biscotto molle in forma convessa ed a ghirigori di sopra, e piano sotto, ripieno di conserva o crema. -- _Mustazzola_, dolce molto duro, di farina, zucchero ed altri ingredienti, a forma di focaccia irregolarmente schiacciata, ed a ghirigori biancastri su fondo color mogano. -- _Pantofalu_, specie di _mustazzola_ vuota e piena di conserva di pistacchio o d'altro.

Or com'è che una monaca, pur avendo professata povertà, poteva permettersi tanto lusso di regali?

Il come è semplicissimo. La monaca si rivolgeva con una lunga lettera, a forma prestabilita, alla sua superiora e le chiedeva le licenze di disporre del peculio, ossia del proprio vitalizio per i bisogni personali o per fare delle piccole offerte. La formula di questa lettera è un capolavoro di educazione, di rassegnazione alla volontà della Badessa, suprema moderatrice del monastero, vigile custode della regola di esso. Perchè, dopo la più larga professione di santa obbedienza alla materna carità ed autorità di lei, la supplicante chiedeva il permesso di potere col vitalizio «compire qualche atto di gratitudine così coi parenti che con qualche altra persona cui ella avesse obbligazione; potersi servire di tarì dodici, tenerli in suo potere e spenderli per sua soddisfazione..., fare qualche elemosina, far celebrare qualche messa, pagare qualche persona di servizio..., imprestare o imprestarsi qualche cosa secondo le occorrenze del tempo, disporre di tutto quello che teneva in cella, servirsi di alcune cose d'argento, ricevere tutto quello che sarebbe stato dato dal monastero, dai parenti o da altra persona, e che se ne potesse servire e disporre a suo arbitrio e poter fare qualche cosa dolce così per sè stessa che dei parenti e persone cui avesse obbligo...» _Excusez du peu!_

Aveva la Badessa, senza intesa del Vescovo, facoltà di concedere queste ed altre licenze?

-- «Sì», rispondeva un canonista, al quale ne veniva mosso quesito; «perchè la Badessa ha le medesime facoltà dell'Abate».

E quanto poteva, con licenza della Badessa, spendere la monaca?

-- «In ragione del vitalizio», si rispondeva, e, secondo le varie opinioni, da uno a quindici scudi[165], fino a cinque dei quali solo pel confessore.

[165] _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_. Ms. Qq. H 158 cit., n. XIV, della Biblioteca Comunale di Palermo.

Ecco giustificati i regali delle monache. Ma la faccenda non era così semplice come si presentava. Una volta (1755) l'Arcivescovo Cusani, fungendo da Vicerè e da Capitan General di Sicilia, volle portarvi rimedio, ed ordinò «a tutte le monache particolari e converse di ogni monastero, senz'alcuna eccezione, sotto pena di scomunica maggiore _ipso facto incurrenda_, che non potessero nè molto nè poco, nè direttamente nè indirettamente, nè per qualsivoglia pretesto dare, o regalare ai loro confessori ordinarj, o straordinarj, regolari o secolari; e questi all'incontro, sotto pena di sospensione _ipso facto incurrenda_ non potessero nè per sè, nè per altri, ne per qualunque formalità, che potrebbe pensarsi, anche per titolo di elemosina, ricevere cosa alcuna dalle medesime»[166].

[166] Editto di D. M. P. Cusani ecc. in data dell'11 ottobre 1755. In Palermo MDCCLV, Stamperia Valenza.

L'editto del Cusani suscitò un pandemonio. Ecclesiastici insigni furon chiamati a dare il loro avviso. Un parere teologico diede P. Benedetto Piazza; uno canonico, P. Francesco Burgio: un altro, mezzo teologo, mezzo canonico, il molto Reverendo P. Giuseppe Gravina: tre scrittori di primo ordine. L'Arcivescovo con tutta la sua autorità ne uscì malconcio. Un anonimo ne prese le parti, e in un libro che si finse stampato a Lucca ed uscì invece dai torchi di Palermo, furon messe carte in tavola e, a difesa del Cusani, raccontate cose dell'altro mondo.

Ecco il titolo intero di questo prezioso libro: _Ragguaglio delle contraddizioni sostenute dalla pastorale vigilanza di Mons. D. Marcello Papiniano Cusani Arciv. di Palermo per occasione di un Editto da lui pubblicato agli 11 di Ottobre del 1755: per cui si vietano i regali delle monache ai confessori: gli abusi intollerabili nelle occasioni de' Monacati e Professioni delle medesime: e l'accesso dei Regolari ai loro monisteri senza la licenza dell'Ordinario: che serve di confutazione ai voti de' PP. B. Piazza, Fr. Burgio e G. Gravina d. C. de G. contro l'Editto stesso e_ l'Ordinaria, _e la_ delegata giurisdizione dei Vescovi. In Lucca 1759. (In-8º, pp. 407).

Altri bisogni, non personali, imponeva la Comunità per officiature, servizio divino, ricorrenze civili, restauri edilizi del monastero. Questi bisogni non eran pochi, nè facili a soddisfare con le rendite del religioso istituto, e con lo scarso assegno personale delle suore. E frattanto le famiglie erano di continuo importunate per sovvenzioni straordinarie, che provocavano clamorosi ricorsi al Sovrano. Laonde nel 1779 Ferdinando ingiungeva ai monasteri «di addossarsi le spese di qualunque genere senza ombra di gravare per le moniali. Per tal modo, diceva, i padri di famiglia si rilevano dal peso di soccorrere con straordinarie spese le loro figlie e congiunte, mentre le singole monache non si angustiano più di spendere quel che quasi angaricamente spendevano»; e faceva obbligo espresso ai vescovi di sorvegliare la esecuzione dei suoi ordini. I vescovi peraltro, impotenti a ciò, vedevano la loro azione frustrata dalle comunità religiose, refrattarie a qualsivoglia provvedimento in proprio favore.

Lesi nei loro personali interessi, i parenti tornavano a gridare: ed il Re, seccato, emanava nuovi ordini e passava alle minacce, non intendendo più oltre sopportare che si pagasse di proprio dalle monache quello che avrebbe dovuto pagarsi dalla cassa del monastero. Le monache, diceva il Re, fecero i loro conti e videro che non potevano arrivarci, avendo bisogno dell'aiuto di costa, cioè di denaro delle famiglie: e ne mormoravano. E sdegnato, nuovi richiami faceva ai Vescovi, affinchè sotto pena di peccato mortale vietassero alle monache qualunque spesa individuale per ricreazioni, dovute solo ed assolutamente dal patrimonio del monastero (1782)[167].

[167] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 350.

Ma di chi si dolevano queste benedette monache se esse medesime eran causa dei loro mali? Il 1º gennaio del 1796 moriva suora Emanuela Cordova, Badessa di S.a M.a delle Vergini, e seppellivasi in monastero[168]. La buona donna sapendo a quali dispendî sarebbe andata incontro la comunità, pei funerali a lei dovuti, tre giorni prima si dimetteva da superiora. Le suore avrebbero potuto uscirne bene, accettando la rinunzia: ma senza discussione la respinsero[169]: il che fa onore al loro sentimento di devozione per la loro venerata madre. Ma allora perchè tornare alle solite querimonie pel gravame che loro veniva da siffatta sventura? Oh non sapevano esse che alla Badessa toccavano gli onori dei capi religiosi? e che per tre giorni consecutivi sarebbe occorso l'intervento del Capitolo e del clero della Cattedrale: i canonici, i prebendati? _Cujus culpa_ delle 70 onze che ci volevano per tutta questa funzione, alla quale peraltro era in loro facoltà di sottrarsi?

[168] Alle severe inibizioni dei seppellimenti in città (1783-8) i Vicerè non cessavano di contravvenire essi medesimi. Le chiese di Suor Vincenza, della Magione ecc. erano aperte ai cadaveri. È poi ricordo di chi scrive, come di qualsivoglia persona nata nella prima metà del sec. XIX, la inumazione nelle sepolture private o sociali di chiese appartenenti a monasteri, collegi di Maria, reclusorî, conventi, confraternite. Rinomata fra tutte, specialmente per la Nobiltà femminile, la sepoltura delle Cappuccinelle presso il Papireto. Vedi v. I cap. XXIII.

[169] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 346-47.

Ma v'è anche di più, e questo conferma la responsabilità tutta monacale dello sperpero inconsiderato che nei monasteri si faceva[170].

[170] A giudicare con piena conoscenza in proposito si legga la _Descrizione di ciò che operarono le monache del vener. monastero dell'Immacolata Concezione di questa città di Palermo sotto il governo della Reverenda Madre suora Rosa Felice Ventimiglia normanna e sveva, Abbatessa la terza volta, per la venuta di Carlo III in Palermo_. In Palermo, Amato, 1735.

E sì che la Concezione non era il primo dei monasteri di Palermo!

Poche settimane dopo giunta in Palermo la Corte di Napoli, volle la Regina Carolina fare un giro pei monasteri. Primo visitò (1 aprile 1799) quello di Sales, fuori Porta Nuova, al quale era annesso il R. Educatorio delle nobili donzelle che prendevano nome da lei. L'accompagnarono dame e cavalieri, e le furono resi omaggi singolari; e regali di fiori di smalto e ceste di dolci furono offerti ai principini: somma complessiva di questa bazzecola, settant'onze (Lire 892,50)! Di questo un po' male rimase la Regina, non per offesa che venisse al suo orgoglio di sovrana, ma pel costo di tanti regali. Laonde, rientrata nella Reggia, emanò ordini severi che nelle seguenti visite, offerte simili non si ripetessero, pena la sua indignazione.

Vera o no che fosse la collera, bisognava prenderla nella sua espressione e non pensare a nuovi _trattamenti_ per lo appresso.

Eppure la prima a dimenticarsene fu l'augusta incollerita.

Tre mesi e diciotto giorni durarono le sue visite, e in ventun monasteri da lei visitati, non una ma due feste da ciascuno si lasciò ella fare e si godette, l'una più dispendiosa dell'altra. Se il Sales buttò via quelle settant'onze, il Salvatore, per non restare ad esso indietro ne buttò cento (L. 1275). Carolina avrebbe dovuto senz'altro smettere; ma non ismise, e la minaccia della sua indignazione fu una _scena appesa_: appesa, come per far comprendere che le acque dolci diacce, i sorbetti, le _carapegne_ non eran poi roba da rifiutare; e che se la visita si prolungava troppo, a certa ora, tanto lei quanto gli augusti marmocchi avrebbero avuto bisogno di un ristoro, che con parola propria chiameremo cena. Difatti non vuolsi dimenticare che la Corte, secondo l'uso d'allora, pranzava poco dopo mezzogiorno.

Ecco dunque una cena regale con pietanze in caldo e in freddo degne della figlia di Maria Teresa e della moglie di Ferdinando III.

I monasteri facevano a gara per superarsi, anzi per sopraffarsi a proprio danno. Non avean danaro e lo toglievano precipitosamente in prestito, senza speranza di poterlo prontamente restituire. Parati, illuminazioni, musicate, _Pange-lingua_ in chiesa, illuminazioni a cera di Venezia dentro, in tutti i corridoi, nelle sale del Capitolo, in refettorio, nel quartiere della Superiora, gramolate di tutte le essenze, ponci di caffè e schiume di latte, dolci sopra dolci, torte grasse, arrosti di pollanche (talora chieste alla cucina del Principe di Trabia), conserve ed altra roba da _dessert_; e poi doni di altri dolci, di argenteria, di oreficeria e fin di telerie: ecco ciò che presentarono queste monachelle, che per la vanità di comparire più di quel che erano toglievano alla loro sussistenza il necessario ai piccoli comodi.

Al tirar delle somme, per la follia di poche ore, ciascuno dei monasteri visitati s'indebitava per la cifra tonda di trecent'onze (3825), e quello delle Vergini, di seicento (7650)!

Al domani di tanta ebbrezza, le recriminazioni delle singole religiose contro le loro superiore e delle superiore contro le singole religiose esplodevano violente. -- «Fu la Badessa che volle spender tanto!» esclamavano le une. -- «Furon le suore che s'imposero, perchè le monache di Sett'Angeli, e financo quelle di S.a Chiara, fecero cose da pazzi!» rimbeccavano le altre. -- «La colpa è tutta delle Teresiane, le quali senza un accordo regalarono una cornice d'oro massiccio», aggiungevasi, mentre in alcuni circoli monastici si gettava la colpa di tanta jattura «su quelle superbacce, dicevasi, di S.a Caterina, che per la loro rendita di 20.000 scudi all'anno, spendono e spandono come se tutti i monasteri possedessero banchi di danari!».

E frattanto angustie o querimonie eran pascolo giornaliero di più che millecinquecento moniali, ed i cantastorie di piazza sotto le loro finestre e presso i parlatorî le venivano frizzando col canto della «Storia nuova delle monache indebitate», e ripetendo ad ogni strofa l'intercalare, che faceva ridere il non colto pubblico:

Dijuna, o monaca, fa' pinitenza: Scutta li sfrazzi fatti a cridenza![171].

[171] Digiuna, o monaca, fa' penitenza; sconta il lusso che tu sei procurato facendo debiti!

E poichè era risaputo che la Superiora delle Repentite non avea voluto partecipare al comune sperpero, ed alla dama della Regina avea fatto intendere che non avrebbe potuto procurarsi l'onore della regale visita, un ultimo verso della canzone esclamava:

Viva la monaca d' 'i Repentiti!

Quale fosse la istruzione nei monasteri non è facile vedere; certo, però, non dev'essere stata gran che, se nel vecchio _Ceremoniale_ del P. Tornamira, che era il vangelo delle monache benedettine, si ammetteva che la monacanda non sapesse scrivere pur avendo imparato a leggere correttamente nell'anno del noviziato o in due anni di esso, ove uno non fosse bastato[172].

[172] _Tornamira e Gotho_, op. cit., p. 50.

Supporla però inferiore a quella dei Collegi di Maria sarebbe errore, almeno in alcune materie di cultura femminile. Il più antico di questi Collegi, quello dell'Olivella (1791) e, meglio ancora, l'altro di S.a Maria alla medesima Olivella (1740), nel primo articolo del suo Statuto prescriveva «il gratuito insegnamento alle ragazze nei lavori donneschi, nell'istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè della educazione morale della cristiana religione»: il che non è poco, data la scarsissima istruzione popolare. Potevano le monache non essere nel grado d'istruzione delle donzelle del Carolino; ma non è a presumerle da meno delle Collegine, anche in considerazione della inferiorità di queste al ceto nobile, e talvolta forse al civile. A ragione, peraltro, dell'ordine al quale appartenevano le monache erano obbligate a leggere gli ufficî divini.

Una prova indiretta della loro cultura nelle Arti belle e geniali l'abbiamo come nel maneggio degli strumenti musicali che si avea occasione di ammirare in molte religiose, così negli stupendi lavori di ricamo, di cera, di smalto con disegni che si eseguivano dentro gli stessi monasteri. Corridoi, sale da Capitoli, cappelle interne, cori, celle, erano ingombri di bacheche e di scarabattoli con immagini di cera, in abitini delicatissimi, ornati di drappi a fiocchettini, a frangette, a fiorellini, a foglie, ad erbe, che erano e, a chi li veda anche ora, sono una maraviglia. V'erano intere sacre rappresentazioni, scene plastiche della Bibbia, e del Leggendario dei Santi, le quali aveano assorbito lunghi anni di paziente lavoro d'ignorate artiste del chiostro, inconscie del loro valore, solo infiammate all'attuazione d'un ideale intensamente carezzato.

Quando (26 luglio 1775) la Principessa Giulia d'Avalos, moglie del Vicerè Marcantonio Colonna di Stigliano, visitò il Monastero di S.a M.a delle Vergini, Badessa la veneranda Marianna Notarbartolo dei Principi di Sciara, e si fece (giova avvertire che questa donna non era la prima del suo casato in quel pio luogo, perchè, per tradizione, le famiglie facevano di generazione in generazione entrare le loro figliuole sempre nei medesimi monasteri), come dicevasi fin d'allora, «della scelta musica», tre riscossero sinceri applausi: suor M.a Fede, suor M.a Carità e suor Marianna Emanuele de' marchesi di Villabianca, dilettanti, la prima di canto e cembalo, la seconda di canto, cembalo e salterio, la terza di violetta d'amore e violino[173]. E ci volle coraggio ed abilità per esporsi innanzi alla moglie di un Vicerè ed a 180 dame di Palermo che in quella occasione furono visitatrici e spettatrici.

[173] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI. p. 334.

In quei tempi le audizioni di questo genere non si pagavano.

Houel, che in qualche città dell'Isola stupì alla limitatissima istruzione delle donne anche dell'alta Società, in Palermo raccolse con piacere la notizia che una monaca, figlia del Principe di Campofranco, avesse scritto di morale[174]; ma se si fosse fermato un poco più sull'argomento, avrebbe saputo che altra moniale, Anna M. Li Guastelli, avea composto due poemi, uno su S.a Rosalia, un altro su Palermo.

[174] _Houel_, v. I. p. 67. Vedi il cap. _Dame e Cavalieri_.

Ma di essa, a tempo e a luogo.

Se poi la maggior parte delle monache erano di scarsa istruzione, non ne mancavano altre mediocremente istruite, le quali rappresentavano lo elemento culto d'un monastero. Queste, o alcune di queste, non eccellevano per floride condizioni economiche di famiglia, pur essendo nobili o civili; ma erano accettate come _soggetti_. Soggetto nel linguaggio monastico voleva dire persona di tali qualità intellettive che giovava prendere nel monastero (ed anche nel convento, se uomo) senza quell'appannaggio di corredo, di dote e vitalizio che era uno dei requisiti per l'ammissione e l'accettazione da parte delle comunità.

La _soggetta_ occupava poi le cariche più delicate di scrittura: e se non la _razionala_ interna, era sempre la scrivana del monastero o la segretaria della Badessa, col permesso della quale poteva tenere nella sua cella penne e calamaio; mentre le altre, al bisogno, dovevano andare a chiedere le une e le altre.

Molti e diversi i monasteri, superbi per moli, immensi per estensione, con due, tre atrii, e con avanzi, sovente ignoti alle gentili commoranti, ignorati anche dai dotti di fuori. L'ampiezza di essi era tale da consentire più d'un quartiere, e per servirci del linguaggio monastico, più d'una cella ad una medesima religiosa, e offriva persino un edificio interno di villeggiatura a tutta o a parte della comunità. Questa villeggiatura era ben diversa da quella che si faceva fuori.

Hager che volle conoscerli e n'ebbe permissione dall'Ordinario, ne visitò fino a ventidue, non tutti della medesima importanza, benchè tutti più o meno rinomati. Eran divisi fra i quattro rioni, dentro la città; ma quello di Sales, di recente costruzione, sorgeva fuori, nella via di Monreale (Corso Calatafimi). Più antico tra tutti il monastero del SS. Salvatore nel Cassaro. Per pingui patrimonî e per grande decoro aveano rinomanza i monasteri delle Benedettine del Cancelliere, delle Francescane di S.a Chiara, della Badia Nuova, delle Stimmate, di S. Vito, delle Domenicane della Pietà, delle Carmelitane di Valverde, delle Carmelitane scalze di S. Teresa, delle Minime dei Sett'Angeli, delle Teatine di S. Giuliano ed altri con sott'ordini e sottoregole di Santi e di Sante.

Le Badesse e le Priore, elette dal suffragio delle comunità, vi duravano anni ed anni in carica confermate dalla fiducia, o dal rispetto, o dalla convenienza, o fors'anche dal tornaconto dei partiti interni. Il fiore della Nobiltà palermitana eravi costantemente rappresentato; e negli ultimi del secolo (diciamo una data precisa: tra gli anni 1798-1800), suora Migliaccio, figlia del Principe di Malvagna e di Baucina (già Capitan Giustiziere e Pretore) al Salvatore, suora Gabriella Crescimanno al Cancelliere, suor Maria Buglio, che abbiam vista alla Martorana, suor Maria-Francesca Giacona o Chacon a S.a Chiara, suor Calderone dei Baroni di Baucina alla Badia Nuova, suor Maria Lucchese dei Duchi Lucchesi a Montevergine. Contemporaneamente reggevan le sorti di S.a Caterina la Rosalia Migliaccio dei Principi di Baucina, sorella della Badessa del Salvatore: della Pietà, suora Burgio dei Duchi di Villafiorita; di Valverde, suora Vannucci dei Marchesi Vannucci. L'ideale dei monasteri secondo i canti infantili dell'Isola, l'Origlione[175], riposava lietamente all'ombra di suor Maria Diana dei Duchi di Cefalà.

[175] Cfr. i nostri _Canti pop. sic._, 2ª ediz., v. II, n. 749.