La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 12
Il monastero dei Sett'Angeli, convertito un secolo dopo in iscuola del Comune, dove taccheggiava una ignorantissima femina, onoravasi di suora Naselli dei Principi di questo nome; le Stimmate di suora Barletta dei Principi di S. Giuseppe; le Vergini, di suora Maria-Fede dei Marchesi di Villabianca, nostra vecchia conoscenza. Troneggiava Badessa di S.a Teresa la Settimo, sorella del Marchese di Giarratana, e del Sales Dorotea Lanzirotti.
Non di nobili, ma di elette famiglie borghesi menavano vanto altri monasteri che mal sopportavano di non potere stare in prima linea con quelli delle alte sfere religiose da noi serenamente e da esse dispettosamente guardate. La figlia del razionale D. Gaspare Scicli governava, è vero, la Concezione, suora Gerardi S.a Elisabetta, suora Concetta Gasparito S.a Rosalia, Suora Tomasino S. Giuliano, suora Maria-Anna di Guastelli l'Assunta, suora Rosa Lo Monaco le Repentite; ma non potevano, ahimè! esse, madri Guardiane e madri Priore, aspirare all'ambito titolo di Badesse.
Sugli ultimi piani dei palazzi del Cassaro, sotto i tetti, sporgevano, a brevi distanze, logge coperte. Quivi ad ogni pubblico spettacolo sacro o profano, religioso o civile, centinaia di testoline avvolte in candide bende si movevano irrequiete occhieggiando sulla fluttuante folla del corso. Erano le nobili suore dei Sett'Angeli e dell'Origlione, di S.a Chiara e di Montevergine e del Cancelliere, eran quelle delle Vergini e della Martorana e di S.a Caterina, le quali vi giungevano per lunghi, tortuosi cavalcavia, come quello stranamente maraviglioso di S.a Chiara, che andava di fronte al Palazzo Geraci, o per meati sotterranei, come quello che dalla Martorana riusciva sul Palazzo Gugino (Bordonaro) alle Quattro Cantoniere. Il capriccio femminile sposato all'audacia spensierata aveano con ingente spesa costruito questa specie di _tunnel_ che a Maria Carolina parve (15 aprile 1799) opera romana. Un secolo dopo, livellandosi la via Macqueda, tra la Università e Piazza Vigliena, i retori della edilizia e della topografia della Città, alla vista di quest'opera sotterranea, si abbandonavano a fantastiche supposizioni, creandovi sopra leggende da medio evo, che solo la ignoranza e la malafede poteva far concepire.
Altri monasteri illustri (Pietà, S.a Teresa, Valverde), eran luoghi di raccoglimento e di delizia insieme, dove della stretta osservanza le monachelle aveano ragione di compensarsi con giardini e verzieri, laghetti e fontane, viali pensili e logge altissime, che esse si deliziavano a percorrere in barchette, in sedie portatili, in carrozzelle, alternandole con ufficî religiosi e domestiche incombenze. Chi vide prima della loro trasformazione S. Vito, le Vergini, la Concezione, e prima della loro delittuosa demolizione le Stimmate, potè formarsi una idea della ossequenza monacale e signorile al davidico precetto: _Servite Domino in laetitia_. Eppure
Pri la monaca racchiusa, Ch'avi sempri ostruzioni, Facci pallida e giarnusa Isterii, convulsioni[176],
[176] _Meli_, _Poesie: Sarudda_, ditirambo.
questi conforti del corpo e dello spirito non bastavano: ci voleva la villeggiatura, la quale, salvo rare eccezioni, non poteva farsi se non in campagna. La previdenza delle passate comunità o delle antiche benefattrici avea pensato anche a questo. Valverde possedeva una bellissima villa a Mezzomorreale, i Sett'Angeli una alle Petrazze, il Cancelliere a Sampolo, la Martorana a Scannaserpi. Quivi ed in altri siti ridentissimi passavano giorni spensierati intere comunità, senza preoccuparsi della lor sicurezza personale, alla quale provvedevano le alte e solide mura di cinta di clausura, ed i fattori che, di padre in figlio succedendosi, ne avean cura.
Ed anche questo non bastava.
Per breve pontificio esecutoriato nel Regno ed approvato dall'Arcivescovo del tempo, le monache di S. Caterina avevano il permesso di uscire di monastero quattro volte all'anno[177]. Era un privilegio speciale, che si ricordava sempre con invidia dagli altri monasteri. Pure non rappresentava una eccezione, se nelle monache era bisogno di un mutamento d'aria. L'architetto Houel intrattenendosi di questo argomento col Marchese Natale, apprese «che una monaca malandata in salute poteva uscire dal chiostro e andare dai suoi parenti, in città o in campagna», rimedio che a lui parve il più efficace a dissipare il languore, la noia, il disgusto del chiostro[178]. I medici erano in ciò d'una compiacenza fenomenale, e non si facevano pregare per iscrivere i loro certificati con la formula voluta: _affermo con giuramento_, senza la quale non si sarebbero questi riconosciuti validi.
[177] _Vedi_: _Biglietto viceregio per cui a nome di S. M. si partecipava alla Rev. Madre Priora del ven. monastero di S. Caterina l'ordine dato ecc._, Palermo, 7 luglio 1764.
[178] _Meli_, _Poesie: Sarudda_.
La Curia arcivescovile un po' severa non impediva, ma forse concorreva a diminuire il numero delle monachelle girovaganti per la città. Quelle che Hager dice di aver viste a sfarfallare per le strade in carrozza, o a rimanersene fuori chiostro in casa dei parenti, col pretesto di malanni fisici, saranno state religiose professe, ma potevano anche essere educande, nei giorni di probazione, alla vigilia di monacarsi. Altrimenti non si riescirebbe a spiegare come, «vestite dei loro abiti, se ne stessero (son parole di Hager) nei terrazzi (balconi) a chiacchierare amorosamente, finchè non venisse il tempo di smetterli». Se s'incontravano in Palermo «molte dame maritate, che avean lasciata la tonaca»[179], il nostro pensiero ricorre senza altro a quelle che decisero Re Ferdinando a portare a un anno le professioni (1790), ed a proibire le eccessive spese di monacazione. Gli annullamenti di voti monastici, infatti, nella seconda metà del settecento eran frequenti non solo per donne, ma anche per uomini: ed una ricerca all'uopo tornerebbe utile alla storia del costume anche sotto questo non mai guardato aspetto. La ricerca dovrebbe farsi nell'Archivio della curia arcivescovile e nelle carte del Giudice della Monarchia: qualche cosa ne dicono quelle del Vicario Capitolare Mons. Michele Schiavo[180].
[179] _Hager_, _Gemälde_, p. 117.
[180] Mss. della Biblioteca Comunale di Palermo, segnati Qq 44, nn. 6, 7, 8; v. 136, n. 1, pp. 1, 58; v. 148, n. 4; v. 150, ecc.
Agli annullamenti di voti femminili seguivano a quando a quando, anzi non di rado, i matrimonî d'amore. La monachella del Meli, stanca della vita che le tocca a trascinare nel chiostro, spiattella chiaro e tondo che ha fatto la sua brava petizione di nullità dei voti, e che non sì tosto riuscirà allo scopo, sposerà il suo attivo difensore legale:
L'avvocatu miu alliganti Già cumprènniri m'ha fattu Chi pri mia ni nesci mattu: Spusa sua certu sarrò[181].
[181] _Meli_, _Poesie: La Monaca dispirata_.
Nè questa è poesia. Assistita dall'abile avvocato Don Onofrio Paternò, suor M.a Antonia Trigona vinceva la sua lunga causa di svestizione. Ella, col titolo di Baronessa di Spedalotto, Cugno, ecc., ereditava feudi considerevoli. Ed eccole a ronzarle attorno vagheggini e pretendenti. Vogliono essi dar la scalata al bell'edificio dei trentasett'anni di lei, ovvero al suo blasone? Probabilmente no: ella ha seimila scudi annui, e quei seimila fan gola a giovani e ad uomini maturi. Donna Maria-Antonia però
Sta come torre ferma che non crolla,
perchè è innamorata pazza del suo avvocato, il quale, dimenticando i begli occhi della Marchesa Flavia Mina-Drago, ne tiene ambe le chiavi, quella cioè del cuore e quindi della bella persona: e quella del tesoro d'argento. La seguente canzone siciliana, attribuita alla poetessa vedova D'Angelo, fece (1784) il giro degli eleganti salotti:
Middi livreri supra 'na cunigghia, Quali s'era a Diana dedicata, Cci currevanu appressu a parapigghia, Ed idda intantu si stava ammacchiata. Ma un guzzareddu (oh chi gran maravigghia!) Cu tuttu chi 'na lebbra avia appustata, Lassa la lebbra e c'un sàutu la pigghia, E fici a tutti 'na _cutuliata_[182].
[182] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 309-10. Versione italiana: Mille levrieri sopra una _coniglia_ (coniglio femina), che s'era dedicata a Diana, correvano a parapiglia dietro ad essa, la quale però se ne stava ammacchiata (chiusa in _monastero_). Ma un cagnolino (oh gran maraviglia!), non ostante che tenesse la posta ad una lepre, lascia la lepre e con un salto prende la _coniglia_, e fa a tutti una canzonatura (lascia tutti con un palmo di naso).
Non dissimile il caso di suor Giuseppa Teresa, quale dopo di essere stata vent'anni col ruvido saio all'Assunta a sbisoriare ufficî divini, alla medesima età della Trigona, per sentenza dei tribunali competenti tornava al mondo muliebre Donna Giovanna Moncada, sorella, nientemeno, di S. E. il Principe di Paternò. Poteva mancarle un marito? Ed ella se l'ebbe infatti pel Natale del 1789 nel Marchese di Castania D. Bartolomeo Avarna[183].
[183] _G. Alessi_, _Prontuario_ (cit. a p. 223 {p. 211} del presente vol.) pag. 9.
La prospettiva della svestizione sorrideva lietamente a quelle tra le moniali che non si sentivano di durarla in mezzo alle miserie, alle piccinerie del chiostro. «Oh se le cose mi vanno a seconda, esclamava la povera _Monaca dispirata_ del finissimo Meli, come sarò felice! Ho tutta la speranza di vedermi sciolta della professione, perchè varî ne sono i motivi:
E d'allura in poi, in avanti, Nun saròggiu cchiù 'nfelici; Di lu munnu chi Diu fici Comu l'autri gudirò.»
E che erano mai codeste miserie e piccinerie del chiostro? Ce lo dice appunto il poeta nel citato componimento, che nel genere è l'unica fedele pittura di quella vita.
La monaca messa in iscena è, a quanto pare, di famiglia civile, e lamenta la perduta libertà, la pace, la gaiezza della gioventù. I genitori la fecero entrare in monastero bambina; cresciutella, le dipinsero come un serpe velenoso il mondo, come una schiavitù il matrimonio, come un boia il marito. Spaventata, non volle più uscire dal chiostro; ma dovette accorgersi d'essere stata ingannata: senza di che, non si troverebbe ora chiusa fra quattro mura, vestita di nero, col capo raso come quello dei forzati, e con le
... scarpi grossi e chiani, Cu buttuna e lazzitedda, Senza fibbii a l'oricchiedda, Cà s'apprenni a vanità[184].
[184] Scarpe grosse e senza tacchi, con bottoni e laccetti, senza fibbie all'orecchiolo, perchè (le fibbie) si considerano come (segno di) vanità (mondana).
Al domani della riscossione del vitalizio, tra spese grosse e minute non le resta un quattrino. Il vitalizio
Si nni va pri cumprimenti A lu patri cunfissuri, Chi a li gradi tutti l'uri La stravïa[185] quantu pò.
[185] La distrae.
Ella torna dispettosa alle insidie lusinghiere dei genitori e dei parenti, e prosegue numerando le male arti di tutti per sorprendere la sua buona fede, e la maniera capziosa ond'essa fu costretta a dare il suo assenso, e le finzioni dello zio, che vedendo non potersi arrivare a coprire le spese necessarie per lei, aggiunse qualche cosa del suo, e l'intervento dell'avvocato, del _professore_ (procuratore legale) e del notaio, che la crucifissero come Cristo. Circondata in tal guisa da persone tutte interessate a sacrificarla, la inesperta e debole ragazza rinunziò al mondo e fino al nome di battesimo. Ed ora, ahimè! è una infelice tra infelici.
Cuminciannu ccà di mia, Quantu monachi cci sunnu Vurrian'essiri a lu munnu 'Ntra li spassi chi cci sù.
E la vita sua scorre in continui tuppertù, fra sospetti e gelosie, in mezzo a compagne disperate, tra sorveglianze e sorprese, in superbia ed invidia: affettate, schifiltose, malaticce e scontente di tutto e tutto pubblicamente lodando. Le sue consorelle son la curiosità in persona, e mentre non si occupano di nessuno, sanno i fatti di tutti, e ostentano virtù e santimonia[186].
[186] _Meli_, _Poesie_, pp. 361-71. Si cfr. anche un frammento soppresso dalla censura del tempo alla canzonetta: _Nun chiù a porta filici_ (p. 89), e testè esumato e pubblicato (p. 396).
Differenza di ceti, e tra questa, divisione di un medesimo principale ordine religioso, suscitavano e mantenevano gare tra un monastero e l'altro. I monasteri di primissimo ordine guardavano dall'alto al basso quelli che accoglievano monache di famiglie semplicemente civili. Questi, d'altro lato, mettevano in ridicolo il fare pretenzioso di quelli, e perchè non potevano eguagliarli, tenevan le ciglia in cagnesco. La visita dianzi ricordata della Vice-regina Colonna di Stigliano ne è un saggio: quella della Regina Carolina, una conferma.
Le moniali di S.a Caterina e le moniali della Pietà erano domenicane: ma quelle si vantavano, o eran dette figlie di _Don Domenico_, e queste strillavano a sentirsi dire figlie di _Mastro Domenico_. San Domenico aveva il _Don_ in un monastero aristocratico, e contava per _mastro_, che è quanto dire operaio, manuale, in un monastero di media levatura.
Codesti dispetti affilavan le armi della maldicenza: nessuno monastero poteva sottrarvisi, neanche quelli che meno la pretendevano a ricchi, a nobili, ad antichi. E se per poco uno simpatizzava con l'altro, e in una solenne occasione entrambi si scambiavano cortesie, la simpatia costava loro cara pei commenti che vi facevano sopra le altre comunità. Un invito delle monache di S. Chiara a quelle della vicina Martorana nella visita di Maria Carolina (18 aprile 1799) informi.
A cosiffatti dispetti pigliavan parte con largo contributo di burlette e di aneddoti i reclusori ed i ritiri, che raccoglievano umili donne, o fatte collocare dalle famiglie, o reiette dalla società e dalla fortuna. Era anche qui una delle molte, sgradevoli manifestazioni di chi non ha contro chi ha, di chi non è contro chi è. La non favorevole corrente si tramandava col volger dei tempi. Dal giorno della tempestosa soppressione del 1866 ad oggi, per ragioni diverse e non tutte ponderate, varî monasteri, come molti conventi, sono stati o demoliti o destinati a servizî pubblici e non publici; le comunità, ridotte di numero, si son fatte passare in monasteri tuttavia ospitanti la vecchia primitiva e propria comunità, stremata di morte e non più impinguata da nuove giovani esistenze. Un monastero, ad esempio, per ineluttabile fatalità di eventi e per volere della suprema autorità ecclesiastica, accoglie le nobili moniali delle Stimmate e dei Sett'Angeli; ma le tre comunità vivono ciascuna a sè, con la propria regola e con le proprie gerarchie, in posti diversi del medesimo edificio, isolate, senza cercarsi, pure incontrandosi. Dove finisce il recinto d'una parrebbe di dover leggere il famoso: _Nec plus ultra_ delle colonne d'Ercole. La buona educazione le avvicina, le assorella nelle malattie, nei giorni del dolore; ma la tradizione le tiene autonome. Ognuna per sè e Dio per tutte.
Una delle ragioni di dispetto, o per lo meno, di noncuranza di monache a monache era la differenza d'istituti nei quali esse convivevano. Le nobili comunità potevano essere animate dai più sinceri sentimenti religiosi, ma non potevano dimenticare la loro origine, che di loro faceva un corpo distinto, superiore ad altri che pretendevano alle medesime entità religiose. L'argomento pare frivolo, ma per esse non lo era. Nei monasteri si professavano voti di povertà, castità, obbedienza secondo le varie regole dei fondatori. Questi voti eran _solenni_ e _perpetui_: nè c'era Ordinario che potesse sospenderli o annullarli, Ora da un secolo e più, per graduale modificazione di vita e di idee, non poche opere pie laicali femminili si eran venute trasformando fino ad assumere carattere religioso interamente diverso dall'originario. Il primo istituto di emenda della città, quello delle ree pentite dello Scavuzzo, a poco a poco venne escludendo le donne di mala vita ed accettando le sole vergini. Nello scorcio del secolo, lo Scavuzzo era già una badia in tutta forma e in tutto tono. Il ritiro delle donne peccatrici sotto titolo di S.a Maria Maddalena a S. Agata la Guilla non voleva più sentire a parlare di male femmine; e benchè contrariato in questo dalla Sacra Congregazione di Roma, si atteggiava a vita monastica con abito carmelitano e con superiora avente il pomposo titolo di Badessa. Questo tramutamento di un ricovero di beneficenza in un luogo claustrale avveniva in altri istituti, come, del resto, avveniva anche fuori Sicilia. L'autorità ecclesiastica per far entrare tutto sotto la sua giurisdizione non si opponeva, anzi favoriva la tendenza; l'autorità civile rimaneva indifferente[187]. Aggiungasi le velleità delle collegine, le quali con voti _semplici_ e temporanei si atteggiavano a professe di voti solenni, ed esercenti pratiche e doveri da monache professe: e si avrà la chiave della tacita avversione delle monache autentiche a quelle che non lo erano.
[187] _L. Sampolo_, _La Casa d'Istruzione e d'Emenda di Palermo_, 2ª ediz., p. 21. Palermo, 1892.
Forti della loro onestà, alla quale e da donne siciliane e da moniali tenevano come alla cosa più sacra di questo mondo, molte scrupoleggiavano intorno alla clausura imposta dai canoni. A questo concetto ragionevole ma sommario vuolsi attribuire la esagerata osservanza di regole e prescrizioni rigidissime, rigidamente osservate. Nella visita dianzi ricordata della Regina Carolina (1º apr. 1799) alla badia di Sales, la nota discordante fu l'intervento dei cavalieri di seguito della regale visitatrice: e lo sdegno della superiora, anzi della comunità tutta esplose in un accentuato ricorso al Vicario generale dei monasteri Mons. Lodovico del Castillo[188]. Se l'arcivescovo Lopez, pensavano, fosse stato in Palermo, questa trasgressione dei sacri canoni non sarebbe avvenuta, anche perchè, venendo egli sovente all'Albergo delle povere, guardava con occhio benevolo il monastero.
[188] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1899, p. 32.
La cronaca del tempo ha in proposito un fatto gravissimo, che poco mancò non finisse in una terribile tragedia.
Il Capitano di Giustizia Tommaso Celestre, Marchese di S.a Croce, aveva una cugina nello Scavuzzo, la Duchessa di Reitano, Caterina Colonna. Un giorno che la seppe malata, volle andarla a visitare. Ma lo Scavuzzo era già divenuto badia, e la badia aveva clausura. La superiora nega il permesso di entrata. Il Celestre minaccia misure violente; la superiora tiene fermo: e allora il Celestre (nel quale tu non sai se devi riconoscere un privato, a cui non era fatto lecito varcare le caste soglie d'una badia, o un magistrato di giustizia) fa atterrare a colpi di scure la porta di entrata. Le monache, più morte che vive, son pronte a respingere con la violenza la violenza, si asserragliano in alto dietro le finestre, e combattono disperatamente contro maestri e sbirraglia lanciando loro addosso pietre e acqua bollente. A battaglia finita, la superiora ci prendeva una carcerazione allo Spedaletto; ma si dichiarava soddisfatta di aver ceduto solo alla forza.
Questa scenata, è bene si sappia, avveniva il 10 gennaio del 1782, quando il Vicerè Caracciolo percorreva in lungo e in largo la via delle riforme in Sicilia e nella vecchia Capitale.
Un'ultima tra le curiosità della vita monastica.
Possiamo noi chiudere questa lunga esposizione di costumi, senza ricordare il più notabile di essi nel campo culinario?
Ciascun monastero aveva una _piatta_, un manicaretto, ch'era come il suo distintivo. Giacchè, non pur l'emblema in marmo o in legno sulla porta del monastero (le braccia incrociate per le francescane, il _Charitas_ per le paoline, il cane che porta in bocca una fiaccola accesa per le domenicane ecc.) formava il blasone di esso, ma anche il dolce speciale solito a farsi nel monastero medesimo. Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre d'ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza delle _feddi_ (fette) del Cancelliere, dei _frutti_ di pasta dolce di mandorle della Martorana, del _riso dolce_ del Salvatore? Tutti preparavano _conserva di scursunera_ (scorzanera): ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella della _cucuzzata_ (zucca condita) e del _bianco mangiare_ (specie di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del loro _pane di Spagna_ ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse il primato con lo Stimmate nella bellezza delle _sfinci ammilati_, che pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile nella forma delle sfinci _fradici_, composte di uova e panna.
La lista di tante golose specialità ci offre altresì le _caponate_ dei Sant'Angeli, le _ravazzate_ di ricotta di S.a Elisabetta, le _impanatiglie_ di conserva dell'Origlione, le quali accrescevano lustro e voluttà alle mense dei signori non meno che le bibite diacce d'amarena giulebbata nei giorni estivi. Centinaia di _cassate_ si riversavan fuori di Valverde per la festa di Pasqua, e settimane prima, pel Carnevale, migliaia di cannoli di vera ricotta con relative _teste di turco_ e _cassatelle_ della Badia Nuova, alla quale nessuno poteva negare la palma nella inaugurazione del calendario dei rituali dolciumi. Se S. Vito pompeggiava con i suoi _agnelli pasquili_, la Concezione con le sue _muscardini_ pel festino di S.a Rosalia, i _Sett'Angeli_ con le loro _mustazzoli_, e S.a Elisabetta con le sue _nucàtuli_ per Natale, in tutto l'anno tenevansi in alta fama le Vergini con le impareggiabili loro _mussameli_ e, meglio, con certi pasticci, il nome dei quali si presta anche oggi ad un poco decente _qui pro quo_. Grandeggiavan da ultimo S.a Teresa con le _cassate in freddo_, e S. Vito, _mirabile dictu!_ col suo _sfinciuni_, un vero poema per i più autorevoli maestri di gusto, come la _pasta con le sarde_, complesso piatto nazionale della felicissima non che golosissima Capitale dell'Isola.
Certo, non si poteva andare più in là nella raffinatezza del mentovato quinto peccato mortale[189].
[189] Le spese che i monasteri facevano pei dolci, possono in parte vedersi dalla _Relazione delli coacervi decennali delli zuccheri presi dalli monasterj di questa città dall'a. 1771 a tutto 1780_, nell'Archivio Comunale di Palermo. _Atti del Senato_, p. 118.
Nel _Raziocinio_ (bilancio consuntivo) del triennio della Badessa del Salvatore S. M. Vittoria Arezzi, oltre 124 onze per «pietanzelle solite nell'anno», 267 per frutte, 200 per la «fiera alle religiose», sono 425 onze per «ricreazioni di zucchero ed altri dolci», non contandosene 171 di «spese di speciaria». Vedi Ms. Qq D 136, n. 12 della Biblioteca Comunale di Palermo.
Ma v'erano monasteri d'origine inferiore, che tanto lusso non potevano permettersi: ed anch'essi, nelle loro modeste sfere, godevano rinomanza, quale per lo _scàcciu_: ceci, mandorle, fave, avellane abbrustolite (Cappuccinelle), quale per le _olive piene_ (Assunta), quale per altro[190].
[190] Della prima metà del sec. XIX abbiamo a stampa un _Poemettu in lodi di li Vener. Monasterj di Palermo pri li durci squisiti chi travagghianu, cumpostu di un dilittanti di durci._ In-8º, pp. 16.
E come a lato del male sta il bene, così quasi a rimedio delle inevitabili indigestioni per tanti pasticci, _cassate_, _cannoli_, frutti, ravazzate, creme, zuccate, _sfinci_, _sfincioni_, olive e mandorle, la badia di S.a Rosalia compieva il pietoso ufficio di preparare un antacido medicinale, di sicurissimo effetto.
CAP. XI.
DI PREMINENZE IN GIURISDIZIONI.
Una mezza dozzina di secoli aveano apportato tante divisioni di poteri, tante distinzioni di diritti, e perciò tale cumulo di giurisdizioni e di preminenze che solo i più colti eruditi possono oggi raccapezzarvisi.