La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 13
Meno la bassa gente, come nel sec. XVIII anche ufficialmente chiamavasi l'infimo ceto, tutti accampavano qualche diritto all'ombra del quale confortarsi. Patrizî, ecclesiastici, militari, civili, maestri e, fino al 1782, ufficiali della Inquisizione, componevano vere e proprie caste con privilegi, prerogative, immunità che a nessuno era lecito non che di toccare, neanche di discutere. A toccarli c'era da incontrare infiniti fastidî, e forse da buscarsi qualche processo. Ad ogni passo una costituzione che concedeva, una prammatica che limitava, un rescritto che inibiva, un bando che distingueva, un canone che tassativamente prescriveva. Per lievi trasgressioni, talora per semplici dimenticanze, magari per nulla, si lanciavano ricorsi al Pretore ed al Senato, alla Giunta dei Presidenti e del Consultore, al Capitan Giustiziere, al Presidente della R. Gran Corte, all'Arcivescovo, al Giudice della Monarchia, al Vicerè, al Sovrano. Gli è che non volevansi pregiudicate competenze e prerogative di qualunque genere, fossero anche di nessun valore.
Meglio di qualsiasi parola sull'argomento gioveranno i fatti che verremo brevemente esponendo. La cronaca è malauguratamente ricca e ne fornisce per tutti i ceti e per tutte le giurisdizioni: il difficile sta nella scelta.
Un giorno (17 luglio 1774) tre degli otto commissarî della Corte Capitaniale venivano catturati da una ronda delle Maestranze per un furto qualificato nel quartiere della Conceria (mandamento Castellammare) e condotti nella Carboniera, noto carcere dentro il palazzo del Comune. Il Duca di Villarosa, Capitano Giustiziere, se ne risente come di offesa alla sua persona; ed energicamente li reclama. Alla sua il capo ronda ne chiede giustizia sommaria. Il Pretore, Principe di Scordia, è in grave imbarazzo, e per gettare un po' d'acqua sul fuoco e contentare il Villarosa fa trasportare in sedie volanti alle segrete del Castello i tre rei e li mette a disposizione del capo della Giustizia; ma per non dispiacere alle Maestranze li invia accompagnati dalle ronde di esse. Così dà un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma poichè le Maestranze insistono presso il Pretore, lor capo diretto, e presso l'Arcivescovo, funzionante da Vicerè, acciò la causa venga tolta alla autorità regia, che vuol mandare a casa i rei, e data alla comunale, al Pretore cioè, questi _illico et immediate_ si fa condurre innanzi gl'imputati, e senza tanti discorsi te li condanna ad una solenne bastonatura. E non basta. Il Vice-Capitano, che ha sostenuta la competenza della Corte Capitaniale, solo per questo vien destituito; ed il Re, tuttavia impressionato dei recenti tumulti contro il Fogliani, conferma alle Maestranze la facoltà di rondare di notte, salvo a ritoglierla loro in capo ad un mese per affidarla agli ufficiali regi di giustizia[191].
[191] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 212-213, 218, 224, 231.
L'ultima scena del piccolo dramma stupisce per la pena inflitta al funzionario giustiziere: e forse potrebbe avere una spiegazione pel tempo in cui essa si compiva. Eppure, diciott'anni dopo, quando si era alla vigilia del novantatre, accadeva qualche cosa di peggio.
D. Giuseppe Bracco, ufficiale della R. Segreteria, a cagione di debiti veniva inviato innanzi al Giudice pretoriano, cui copriva d'ingiurie. Questi un po' pei debiti, un po' per le ingiurie, ne ordinava il carcere nella Vicaria; ma la Vicaria era pei plebei: e Bracco non era un plebeo. Gli ufficiali di Corte Senatoria offesi nella dignità del loro compagno e del loro ceto, facevano contro il Giudice un ricorso a Fr. Carelli, Segretario interno del Regno di Sicilia. Risultato ultimo (18 sett. 1791): Sebastiano Procopio, che era al termine della sua onorata carriera giudiziaria, veniva chiuso in prigione[192]!
[192] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 462.
Proprio è il caso di esclamare: Da carceriere a carcerato!
Per recente abuso il Maestro Razionale del Senato arbitrava di sedere insieme col Pretore, coi Senatori, col Sindaco, negli stalli d'onore. L'abuso non si volle più tollerare; il Senato, senz'altro, lo proibì. Offeso pur esso nella sua dignità, il Maestro Razionale se la legava al dito aspettando un'occasione per prendersi la rivincita. I Senatori si tenevano di un ceto superiore o diverso da quello di lui, che vantava pure i suoi quarti secolari di nobiltà: senza di che non avrebbe potuto occupar la carica che occupava. Il 14 settembre del 1792 ricorreva la festa di S.a Rosalia. Il Senato in tutta pompa recavasi nelle sue pittoresche carrozze alla Cattedrale; ma non s'accorgeva che la carrozza ultima degli ufficiali nobili, tra i quali doveva essere il Maestro Razionale, seguiva vuota, sì che al giungere alla chiesa degli Espulsi (come allora pure si chiamava Casa Professa) si trovava solo. Gli ufficiali, offesi, se ne erano rimasti come Achille nelle loro tende. Una congiura, astrazion facendo dal signor Razionale, era stata ordita: attori, quegli ufficiali, impermaliti della recente ordinanza senatoria, la quale prescriveva dover essi «intervenire a tutte le funzioni del Senato: vespri, messe solenni, processioni, occupando solamente il luogo dopo il postergale del Senato ai stalli dei RR. Canonici»; ed al Maestro Cerimoniere inculcava l'osservanza dell'atto[193].
[193] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 467. -- _Atti del Senato_, a. 1792-93, p. 11.
Essi strillarono, ma stavolta il Magistrato non volle piegarsi.
Chi crede siffatti risentimenti, nel palazzo delle aquile, nuovi e limitati agli ufficiali di alto casato, si inganna. Essi erano periodici scatti di vecchi malumori, suscitati dal desiderio di non far credere che si dovesse dagli ufficiali medesimi stare in seconda linea, e dalla vanità di primeggiare. Il difetto partiva dalle sfere superiori e, per le medie, scendeva sotto forme diverse nelle infime. Fu osservato allora che già un secolo innanzi (1687) il Principe di Valguarnera Pretore avea, per causa di giurisdizione, litigato col proprio figliuolo, Conte d'Assoro, Capitan giustiziere. Si discuteva la soverchia circospezione di D. Scipione Di Blasi, che, essendo infermo il Pretore Conte S. Marco, (1720), da Sindaco avea guardato bene a ciò che dovesse fare nella processione di S.a Rosalia affin di non incorrere nel biasimo di avere invaso un campo di giurisdizione rigorosamente circoscritto dal Cerimoniale senatorio. Ma questo esempio fu riconosciuto degno d'imitazione allorchè essendo il Principe di Trabia, nelle feste patronali del 1767, obbligato a guardare per podagra il letto, ne compieva le funzioni il Maestro Notaro D. Vincenzo Giovenco, e ne riportava lode di correttezza nello aver saputo armonizzare la rappresentanza che gli era possibile con quella della quale il Pretore effettivo era investito[194].
[194] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX. pp. 20 e 26-27.
Chi poi sorride a codeste piccolezze ne ha ben donde, ma consideri che queste ed altre formalità consimili pigliavan carattere di somma importanza, e provocavano dispacci reali e vicereali. Se così non fosse stato, non avrebbe dovuto S. E. il Vicerè Principe di Caramanico pensare in tempo ad ordinare con tanto di decreto che nella processione del _Corpus Domini_, essendo anche stavolta malato il Pretore (1788), funzionasse il _Priolo_ tra i Senatori (come a dire l'Assessore anziano o delegato, o il prosindacato d'oggi): e che il solo Avvocato fiscale della Corte Pretoria dovesse, dopo il seguito dei nobili, separatamente intervenire[195].
[195] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 310.
Già più innanzi, nel corso di quell'opera, abbiam veduto quanto il Senato tenesse al titolo di _Eccellenza_, ed a quali accordi addivenisse pel retto uso di esso.[196] Accade ora avvertire quanto vi tenessero anche altri senati nell'Isola, i quali se ad alti personaggi del Governo lo attribuivano, non intendevano esserne come per contraccambio da essi privati. Ricordiamo in proposito il seguente aneddoto, non singolare certamente, ma caratteristico.
[196] Vedi v. I, cap. IV, p. 89.
Era il marzo del 1793, e la Sicilia trascinavasi negli orrori della carestia. A renderli men gravi due commissarî generali vennero dal Governo con pieni poteri inviati separatamente in Sicilia. Uno di essi, il Barone Gioacchino Ferreri, ex-giudice della Gran Corte, giunto a Caltagirone, si rivolgeva, per fornire la sua missione, al Senato: questo fu sollecito agli ordini di lui trattandolo dell'_Eccellenza_. Ferreri avrebbe dovuto rispondere dell'_Eccellenza_, titolo al quale quel Senato aveva o credeva di aver diritto; ma rispose invece dell'_Illustrissimo_. Il Senato se ne adontò e, rendendogli lì per lì la pariglia, lo trattò del medesimo titolo. L'offeso se ne richiamò subito ai ministri di Palermo. Il Senato di Caltagirone, reo non sai se di crimenlese o di una frivolezza, fu fatto venire innanzi al Vicerè a dar conto del non dato titolo: ed il più giovane dei Senatori, D. Giuseppe Aprile, senza neppure salutare i suoi, corse a Palermo, e dopo un forte rimprovero del Caramanico, dovette andare da S. Eccellenza il Ferri a dargli soddisfazione del mancato riguardo[197]. Ma il nobile giovane fremendo dentro di sè per la immeritata ammenda, deve fra i denti aver mormorato: Paglietta d'un giudice!... _non tibi, sed Petro!_
[197] _Villabianca_, _Opuscoli_. Ms Qq E 94, n. 3, p. 107 della Biblioteca Comunale di Palermo.
Anche quel buon uomo di D. Ippolito De Franchis risentivasi della comune vanità. E come, del resto, non risentirsene stando egli tutta la santa giornata nel Palazzo senatorio?
D. Ippolito -- il lettore lo conosce bene -- era Maestro di Cerimonie e Banditore della Città: ma era anche mazziere. Questo terzo ufficio non doveva parere all'altezza degli altri due, dato pure che fosse con quelli compatibile; sicchè egli chiese una volta di esserne dispensato affidandosi a persona sua ed a sue spese. E poichè si trovava a domandare, pregava «gli si concedesse la manica di gala ed il banco da sedere al principio della predella del Senato, prossimo al Pretore nelle funzioni particolari; ed in quella della Cattedrale, il primo stallo dei beneficiati».
Gli esempî son sempre contagiosi. L'agente del Senato, piacendogli infinitamente il favore concesso a D. Ippolito, ne sollecitò uno per sè, quello «di far la referenda degli affari litigiosi stando a sedere vicino al Maestro Notaro o del Razionale del Senato»[198].
[198] _Provviste del Senato_, a. 1780-81, pp. 639 e 1004.
Dal palazzo del Comune passando alle varie sedi di giurisdizioni ecclesiastiche e religiose bisogna aprir bene gli occhi. Il terreno è irto di rovi e non si sa dove mettere i piedi. Dal parroco Mendietta della Kalsa, che per la processione infra ottava del _Corpus Domini_ chiedeva di poter trattare con l'offerta dell'acqua santa nella sua chiesa di Niccolò Anita la nobile Deputazione del Monte di S.a Venera, filiale del Senato, al Parroco dell'Albergaria D. Giuseppe Rivarola, che durante i restauri della sua chiesa doveva ingozzar tutte le restrizioni e tutti i _veto_ degli officianti di Casa Professa, provvisoria cattedrale e parrocchia ad un tempo, era un laberinto, nel quale riserve e proibizioni si guardavan di continuo senza accordarsi mai, pronti a venire a conflitto se per poco si credessero toccati nei loro interessati.
I monasteri eran quelli che in ciò davan molto da fare alle autorità. Le benedettine di S.a Rosalia, forti di non so che breve, non intendevano rassegnarsi alla giurisdizione del parroco di S. Giovanni dei Tartari quando ad una loro consuora doveva somministrarsi il viatico e la estrema unzione.
Una monaca paolina dei Sett'Angeli otteneva dal Papa di professare nel monastero della Pietà i voti domenicani. Quel che seguì all'annunzio del breve pontificio non è credibile. I due monasteri venivano a conflitto tra loro e volevano tirarvi, anzi vi tiravan dentro, S. Francesco di Paola e S. Domenico. «Il Papa, gridavano, non ha questa facoltà; e se l'ha, doveva prima sentire la Correttrice dei Sett'Angeli e la Provinciale della Pietà, o per lo meno il parere degli Ordinarî». Si ricorse al Giudice della Monarchia: l'Arcivescovo sosteneva le parti del Papa; il Vicerè quelle del Giudice[199], e dopo una lite fastidiosamente lunga, a dispetti e mormorazioni dovette ottemperarsi ai voleri del Papa.
[199] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 16-20.
A Mons. Airoldi, nominato vescovo _in partibus_, sarebbe piaciuto consacrarsi nella chiesa del Salvatore, nel cui monastero vivea una sorella di lui: ma non volendo esporsi al biasimo di esser venuto meno a non so che competenza, _pro pacis amore_ egli doveva rinunziarvi, e sostituire al Salvatore la privata cappella del Seminario arcivescovile[200].
[200] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 351.
Moriva l'Arcivescovo Sanseverino (1793), ed al palazzo si disponeva il grande corteo funebre. La Compagnia del SS. Sacramento della Cattedrale voleva prendervi parte, ma le Compagnie della Pace e della Carità si opponevano, toccando ad esse, del ceto nobile, il posto. Frattanto i Canonici avrebbero voluto che la loro confraternita andasse immediatamente innanzi a loro; ma i Domenicani alla lor volta tenevan fermo perchè immediatamente innanzi al Capitolo non poteva, non doveva andar altro che l'Ordine dei Predicatori: e _gloriam meam_, esclamava il Provinciale di esso _alteri non dabo!_
Il sac. D'Angelo, presente alla incresciosa discussione, sdegnato della inevitabile sconfitta del Capitolo al quale apparteneva, dolevasi che anche nel suo «secolo illuminato la superbia e la frateria facessero andare avanti i loro pregiudizî e cantassero vittoria».[201]
[201] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 473.
L'intervento del Senato alle chiesastiche funzioni imponeva doveri estremamente delicati negli officianti. Guai se durante una di esse nella Cattedrale il Magistrato civico non ricevesse le incensate in perfetta regola! Nelle messe solenni, dopo l'offertorio e la incensazione dell'altare, il Cerimoniere del Comune s'avviava all'altare a prender l'incenso pel Senato. Un terminatore ed un canonico, diacono assistente, partiva con lui; un terminatore e un diacono assistente partiva pel Capitolo. Contemporanee, quasi isocrone, dovevano essere le incensazioni. Più e più volte s'era dovuto occupare non solo il Senato, ma anche l'autorità ecclesiastica di questa faccenda gravissima, già stata portata in tribunale del Vicario generale in sede vacante della diocesi[202]. Al canto dell'_Agnus Dei_ il Cerimoniere saliva all'altare a prender la _pace_: un suddiacono e un terminatore movevano da soli pel Capitolo. Senato e Capitolo dovevano ricever l'abbraccio della pace _eodem tempore_: e guai un indugio offendesse la maestà dell'uno, la dignità dell'altro! D. Girolamo de Franchis, allontanandosi per una cerimonia qualsiasi dal Magistrato pretorio, o ritornandovi, sapeva delle riverenze di rito da fare. E se non lo sapeva lui, consumato in codesto galateo obbligatorio, chi doveva saperlo?
[202] _Allegazioni nella sede vacante_ ecc., _Vicario Mons. M. Schiavo_. Ms Qq D 135. pp. 305 e 207 della Bibl. Com. di Palermo.
Guai ancora se in una sacra funzione per festa o per lutto, al Senato, al Capitan Giustiziere non venisse esibita una torcia del peso e delle dimensioni loro dovute: un rotolo e mezzo per uno (gr. 1200)! Il Vicerè stesso, che come prima autorità avea il diritto di riceverla di due rotoli (gr. 1600), avrebbe chiamato al dovere i negligenti ed i colpevoli.
Queste ed altre formalità aveva in dispetto il Marchese Caracciolo e cercava ogni occasione, ora per riporle, ora per isvilirle, o se possibile sopprimerle, anche a scapito della real dignità ch'egli impersonava. L'aneddoto che diremo fu pei rigidi osservatori delle etichette il colmo dello scandalo.
Nelle cappelle reali il Vicerè rappresentando pel Re il delegato apostolico, avea facoltà di stare, durante la incensazione, a capo coperto. Diciamo facoltà e diciamo poco; giacchè si trattava d'un privilegio d'ordine superiore: e gli spettatori, al momento supremo, in punta di piedi, sulle sedie, si godevano la straordinaria particolarità della scena. Or nella cappella reale tenutasi per le feste di S.a Rosalia del 1782 (quelle appunto che il Caracciolo voleva più tardi ridurre a soli tre giorni), il Vicerè in onta della vecchia consuetudine si argomentò di scoprirsi. Conoscendosi l'uomo, bisogna metter fuori campo la sua riverenza all'incensatore; il Caracciolo si scoprì appunto perchè poteva stare, per privilegio, coperto. Allora un mormorio d'indignazione accolse l'atto: e per tutta la città fu con generale risentimento raccontato che s'era tenuta _una cappella senza cappello_[203].
[203] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 325.
Un vero scandalo!
Questa è storia; ma la tradizione racconta aneddoti molto più curiosi.
Un canonico non essendo riuscito ad aver giustizia per la via ordinaria di giurisdizione, un giorno chiedeva ed otteneva udienza dal Caracciolo. Giunto alla presenza di lui, con la maggior serietà del mondo gli esponeva come qualmente in una funzione pubblica di chiesa, egli, canonico, non avesse ricevuto le incensate alle quali avea diritto. -- «E quante ve ne spettavano?» chiese bruscamente il Caracciolo. -- «Tre, Eccellenza.» -- «E quante ve ne dettero?» -- «Due soltanto» rispose incorato il canonico. -- «Eccovi il resto!» esclama concitato il Vicerè; il quale levandosi improvvisamente da sedere, pieno di rabbia, imitando con le braccia e le mani l'atto dello incensare, lo spinge indietro a furia di cazzotti e di pugni sul muso, fino allo scalone.
Abbiamo sfiorato appena l'argomento, quanto altro mai fecondo di comici aneddoti. Qua e là, del resto, nel corso di quest'opera, molti se ne possono riscontrare, documenti della vita pubblica del tempo. Laonde nel medesimo anno che il Caracciolo lasciava lo ingrato viceregno dell'Isola (1785), un prete di buona famiglia e di egregio casato non poteva tacere questa dolorosa verità:
«È degna di ammirazione e di lode la costanza sacerdotale nella difesa dei proprj diritti; ma è biasimevole nell'affare dei giusti diritti della Corona: guai a quelle società cristiane in cui si sostengono queste pugne! La nostra Isola ne soffrì profonde nel 1713, in tempo che passò dal dominio di Filippo V a quello di Vittorio Amedeo. E perchè? per un pugno di ceci negato da un bottegaio di Lipari al Maestro di Piazza di quel paese; perchè essendo del vescovo (il celeberrimo Mr. Tedeschi), veniva a ledersi l'Ecclesiastico Foro.
«Che inquietitudini per un sedile? che voci per un luogo di confraternite! che pugna per la destra e la man sinistra! che risse per una grippa sotto la croce! che contrasti per darsi a un cadavere l'ultima voce!»[204].
[204] _Santacolomba_, _L'Educazione_, pp. 194 e 360.
CAP. XII.
IMPETI E RAGAZZATE.
I diaristi palermitani si danno molta cura di raccogliere certi fatti di cronaca, che con singolare efficacia illustrano il tempo del quale ci occupiamo.
Sarebbe grossolano errore trarre da quei fatti conseguenze e quindi giudizî generali sulla gente del paese. In tutti i ceti -- è superfluo il dirlo -- si riscontrano violazioni di Legge: e forse le violazioni dello scorcio del secolo XVIII furono relativamente men numerose di quelle di tempi detti o creduti più civili. Pure non vanno esse trascurate, e concorrono se non altro a far comprendere in che maniera s'intendesse da taluni la posizione nella quale società e istituzioni collocavano e guardavano certi uomini.
Se si analizzano i racconti che abbiamo avuto occasione di leggere, si vedrà che essi derivavano dall'esagerato, anzi dal falso concetto che alcuni giovani aveano della propria origine. Ad ogni passo s'invocavano diritti e distinzioni: e per gli uni e le altre cercavasi appoggio alle granitiche muraglie dei privilegi di casta.
Per quanto c'incresca, noi non possiamo passarci da una breve rassegna nel campo apertoci anche stavolta dalle scritture inedite del settecento: breve rassegna delle molte cose onde è malauguratamente piena la cronaca paesana.
Il lettore si armi di santa pazienza, e guardi con un po' di stoicismo le figure che gli sfileranno innanzi. Cominciamo con una donna.
Girolama Caldarera, Baronessa di Baucina, non conosceva limiti alla sua potenza. Sostenendo nei tribunali certa sua causa, un giorno usciva in male parole all'indirizzo del Giudice della G. C. Criminale. Quali fossero le parole, nessun testimonio ci sa dire: e forse non vi furon testimonî. Il carcere l'attendeva in un monastero, e vi sarebbe stata senz'altro condotta se la Regina Carolina non avesse dato alla luce uno dei soliti principini cosicchè la Calderara se la cavò con un po' di paura e di dispetto.
Il lieto evento era anche fortunato per un giovane Marchese (1787). Teneva costui, come oggi si direbbe, in sofferenza al Monte di Pietà alcuni pegni. I Governatori del pio Istituto aveano avuta molta, fin troppa longanimità rimandando di mese in mese la vendita degli oggetti pegnorati; ma, attendere più oltre non potevano quando a' poveri bisognosi facevano ben diverso trattamento: sicchè ordinavano la vendita degli oggetti nella Loggia. Il Marchese se l'ebbe a male e, recatosi al Monte, copriva d'insulti il governatore Giuseppe Ugo delle Favare. Questi si tenne dignitoso: e lì per lì gli fece infliggere due giorni di prigione: pochini, invero, e non per piacenteria o per timore del Capitan Giustiziere, ma, come abbiam detto, per la improvvisa notizia della nascita d'un principe reale[205].
[205] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 239.
Se per esigenze di pubblici servizî il Pretore vietava il passaggio delle carrozze nel Cassaro nei giorni delle feste di S.a Rosalia, e le guardie di Marina stavano pel buon ordine, v'era chi si permettesse di contravvenire all'ordinanza. Nella lista dei contravventori è Andrea Reggio, che avanzavasi baldanzosetto con la sua carrozza. Ben glielo impediva un soldato comunale; ma egli bravando la consegna, lo copriva d'ingiurie e minacciavalo persino di vita.
Il Reggio contava 16 anni appena!
Qui è la prepotenza: e di prepotenze era ad ogni piè sospinto una triste fioritura. Reagire a chi si opponesse al libero esercizio delle loro facoltà, le quali non erano se non aperti abusi: ecco la massima di alcuni giovani, indocili a superiori e ad eguali.
A coteste massime informato, un certo ragazzo in una pubblica via, fremeva al pensiero di non potere col suo biroccio raggiungere e lasciarsi addietro un civile di Ponza, che pei fatti suoi lo precedeva. Corri, corri, lo raggiunge, e quando gli è allato, furibondo che non si sia sottomesso a lui rallentando il passo, lo prende a frustate.
Egli non avea più di 17 anni!
Siffatto spirito di superiorità rendeva poco cavallereschi fin con le donne coloro che più tenevano ad esser cavalieri. Niccolò Inveges sciacchitano, di pieno giorno, in via popolata, bastonava due ragazze di Pietro Imperiale Pastore. Come il Natoli, egli veniva relegato nella Colombaia di Trapani, ma è a deplorare che lo fosse per breve tempo: ben altra pena meritando sì volgare soperchiatore!
Un signore, insignito del titolo di Abate della SS. Trinità della Delia, incontravasi in Via Alloro con la carrozza del Dottore in legge Bernardo Denti, occupata dalla moglie e dalla figlia di costui. Elementare dovere consigliava la precedenza alle due donne: ma il signor Abate non se la intese, e picchia e ripicchia, faceva rotolare per terra il cocchiere, che, o sgomento o sbalordito, non osava reagire.
Quanto meglio allorchè incontri così malaugurati si risolvevano in un duello[206]! Almeno, la cavalleria, manomessa al primo istante, veniva da ultimo rispettata.
[206] _Villabianca_, _Diario_ ined., 18 sett. 1786, p. 666; settembre 1793, pp. 56 e 242; 7 agosto 1799, p. 188.