La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 14

Chapter 143,657 wordsPublic domain

Di duelli peraltro se ne faceva così di frequente che era bazza se in un mese non se n'avesse a sentire uno o due, spesso per frivolezze che è miseria parlarne. Se ne ricorda sinanco per un servitore che si mandasse via, o per uno che se ne prendesse. Il Marchese di Roccaforte ne intimava al Conte di Aceto per un _volante_, che egli diceva essergli stato tolto[207]. Quasichè esistesse una legge che vietasse di assumere ai proprî servigi un uomo stato una volta ai servigi altrui, ecco un grave fatto di sangue!

[207] _G. Lanza e Branciforti_, _Diario storico_.

Un giovane Cavaliere, che chiameremo D. Michele, licenziava un suo _schiavo_. Rimasto libero, costui trovava collocamento in casa Oneto, Duca di Sperlinga. C'era egli nulla di male? Secondo D. Michele sì; ond'egli avutane notizia, si partiva ad imporre allo Sperlinga una partita d'onore. E poichè entrambi mancavano di armi eguali, e si trovavano a pochi passi dalla casa della vedova Montevago Pellagra Grifeo, che ne possedeva delle buone, prendevano in prestito due sciabole. Lo Sperlinga desiderava chiarire come fosse andata la cosa, dar soddisfazione all'amico impermalito; ma D. Michele, dandogli del vile, improvvisamente colpivalo nel viso con una terribile frustinata. Accecato all'inatteso colpo, lo Sperlinga traeva lo sciabolotto e piantavalo in ventre al provocatore, che ne moriva quasi all'istante, avendo appena potuto balbettare il suo torto e ricevere l'assoluzione da un padre Crocifero che a caso era lì di passaggio. L'uccisore riparava in una chiesa; ma indi a non guari, forte delle sue ragioni, costituivasi al Castello. Avrebbe potuto, dopo i primi giorni, esser liberato; e lo fu, ma tardi, perchè i parenti dell'ucciso erano, per grandi aderenze, potenti. Alcuni mesi stette egli chiuso, e la offesa famiglia potè vantare una riparazione. E fu argomento di lunghe discussioni tra gli accademici da salotto se lo Sperlinga, Duca, avesse fatto bene ad accettare una sfida da un semplice cavaliere, che è quanto dire da un cadetto; ed i sapienti furon di avviso che egli non avrebbe dovuto accettare «mentre non era obbligato a rispondere trovandosi insignito della chiave d'oro come gentiluomo di Camera ed investito del grado militare di colonnello di fanteria del corpo dei miliziotti»[208].

[208] _Villabianca_, _Diario_ ined., 12 dic. 1799, pp. 667-670. _Alessi_, _Prontuario di alcune noterelle, ammassate brevemente alla rinfusa, concernenti alcuni fatti ed occorsi nella nostra Capitale._ Ms. Qq 15 7. p. 18. della Bibl. Com. di Palermo.

Per questo, il codice cavalleresco non avea riposo. I politici (eran chiamati così anche coloro che discorrevano con competenza di cavalleria) lo sfogliavano pei frequenti casi di dubbia soluzione. Chi non lo lesse e discusse per le offese che nella passeggiata della Marina si scambiarono il Duca Lucchesi, primogenito del Principe di Campofranco, ed il Duca di Villafiorita Gioacchino Burgio? L'uno, risentitosi di non so quali parole, avea dato all'altro una violenta percossa; il Villafiorita avea tratta la spada ed aggiustata al percussore una piattonata; di che il Campofranco buttavalo a mare, incurante degli scogli che avrebbero potuto sfracellargli il cranio.

Alla passeggiata era D. Vincenzo Capozzo, Giudice della G. C. Criminale, che subito, _de mandato principis_, condannava alla Cittadella di Messina per dieci anni il provocatore. La Corte di Napoli avrebbe voluto rappattumare le parti ugualmente cospicue del baronaggio, parenti tra loro: ma non voleva farsi scorgere. Si sceglievano due alti personaggi per venire a proposte plausibili, tanto, il focoso Vicerè Caracciolo non era alieno dallo accogliere un componimento amichevole. I due ex-Pretori Principe di Resuttano pel Campofranco, e Marchese di Regalmici pel Villafiorita (come si vede, duo grandi e rispettabili signori del tempo), sudano nello studio della intrigata quistione; «svolgono libri di cavalleria anche oltramontani e protestanti, e cercano di accordarsi»; ma non vi riescono, perchè ciascuno tira acqua al suo mulino; ed il Regalmici ha per sè il Governo ed esige pel suo primo (diciamolo così per farci intendere) che venga riparata con una pubblica soddisfazione la pubblica offesa al Villafiorita. Oh che si scherza!... Il Villafiorita è stato bastonato, buttato a mare a rischio di perderci la vita, e si discute se debba o no avere una soddisfazione?!...

Ogni tentativo di conciliazione è pertanto abbandonato; e allora il Re, contro la buona volontà del Vicerè, ne fa una che non pare sua: ordina il passaggio del Campofranco dalla Cittadella di Messina alla Colombaia di Trapani. È una doccia fredda sulle riscaldate teste dei partigiani del Campofranco; il quale, visto e considerato che stavolta col Governo non ci si vince, nè ci s'impatta, si rassegna a dar piena soddisfazione al Villafiorita. E così il processo si mette a dormire[209].

[209] _Villabianca_, _Diario_, in Bibl., a. 1781, v. XXVII, pp. 154-56.

L'altezzosità della prepotenza toglieva la lucida visione dei proprî doveri di fronte alla Legge ed ai rappresentanti di essa.

Anche qui gli esempî abbondano; ma anche qui dobbiamo limitarne la rassegna.

Un Marchese, incontratosi una notte (certa gente andava di notte come i lupi) in un passaggio di strada, urta, o è accidentalmente urtato da un ministro di giustizia. Le son cose di ogni giorno, codeste; ma il Marchese non può permettere che càpitino a lui: e alla testa dei suoi creati assalisce l'imprudente e lo picchia di santa ragione.

Debitore moroso ed impossibilitato a sottrarsi ad un pegnoramento sentenziato dal Tribunale del Concistoro, altro Marchese non fa diversamente: accoglie, cioè, a legnate gli ufficiali che vengono ad eseguire in sua casa la sentenza: atto tutt'altro che imitabile, ma pure imitato da quell'Alessandro La Torre e Fernandez de Valdes, che al cameriere del Giudice pretoriano, intimantegli la imbasciata giudiziaria per debiti insoddisfatti, faceva il regalo d'un fiacco di bastonate[210].

[210] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; _Diario_ ined., 12 Giugno 1785, p. 183; a. 1795, p. 239.

Noi lo rivedremo questo giovane manesco, e sapremo quanto longanime sia stata con lui la Giustizia.

Antonino Calvello, del resto, non gli rimaneva addietro quando prendeva pel colletto e minacciava gravemente il Giudice della G. C. Civile Pietro Feruggia. Nè gli rimaneva addietro il Barone Diego Sansone allorchè andava ad assalire la casa del Duca di Vatticani chiamandolo a duello per litigi corsi tra il proprio figliuolo Alfio ed il Duchino medesimo, e gratificava di contumelie il Capitano della Gr. C. Torretta, andato da lui per tradurlo in carcere[211].

[211] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 147 e 328-29.

Anche qui ricompariscono le velleità di duello, le quali anche qui fan pensare all'indole rissosa, ed insieme cavalleresca del siciliano. Un antico costume, ora del tutto dimenticato, ci offre in ciò una pratica singolare. Nel giorno di S. Valentino (14 febbraio) alcuni vecchi, nobili o ignobili, si salassavano, perchè questo buon santo rendesse _valenti_ nelle zuffe e nei contrasti i suoi devoti[212]. Sta a vedere che il vincitore in un duello o in una zuffa debba esser colui che si sia cavato più sangue!

[212] _Alessi_, _Notizie della Sicilia_, n. 74. Ms. Qq H 44 della Biblioteca Comunale di Palermo. -- _Pitrè_, _Spettacoli e Feste pop. sic._, p. 198.

Altro ribelle alle autorità giudiziarie fu un Gioeni, che per un nonnulla penetrava a viva forza in casa Gaetano Greco, Giudice del Concistoro, nel momento che egli se ne stava a desinare, e con male parole apostrofavalo. Imprudente uomo costui, che, dimentico di esser figlio di quella gentile e culta dama, che fu Anna Bonanno, si ricordava d'esser marito di Giuseppa Cavaniglia dei marchesi di S. Maria, la quale, come ricettatrice di ladri nella sua villa dei Colli, veniva severamente chiusa nelle prigioni di Gesù (2 ott. 1800); e teneva bene alla memoria di esser padre di una donna tristamente celebre in Napoli, condotta qui ad accrescere il numero delle signore o raccolte o raccoglientisi nel ritiro di Suor Vincenza[213].

[213] _Villabianca_, _Diario_ ined., 14 agosto 1797, p. 50; 28 agosto 1798, p. 413; 7 agosto 1799. p. 188; 23 ott. 1800, p. 389.

A proposito di violenze non va dimenticata quella d'un tale, che con inaudito arbitrio imprigionava non solo un pubblico corriere, ma anche il Capitano di Giustizia della terra di Gaggi; nè va trascurata l'altra di due fratelli del Fiumesalato, i quali per non so quali fisime, con le spade in mano inveivano contro un cappellano delle galere di Malta[214].

[214] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, gennaio 1784, p. 190; v. XXVI, 14 aprile 1778, p. 174.

«Ragazzate!» si dirà; ed è vero; ma ragazzate che eran pure capestrerie, le quali offuscavano il decoro del casato onde tanti ragazzi provenivano suscitando lo sdegno dei saggi, l'ira repressa degli umili, la reazione brutale delle vittime. Capestreria quella del figlio del Barone Jannello, che si divertiva a scagliar sassi sopra le persone che passavano in via Lampionelli, ferendone non lievemente qualcuna: ferito, poi alla sua volta, egli stesso, ai Ficarazzi da un Vincenzo Giardina, secondogenito del signore di quel luogo. Capestreria la spacconata del già detto La Torre, il quale a tarda sera, nella entrata del Principe di S.a Flavia, all'ora del solito settimanale ricevimento di dame e cavalieri, faceva richiamare a basso il figlio del Barone Antonio Morfino; ed avendolo tra le mani, ordinava ai suoi creati di prenderlo per iscorno a cavallo e di contargli parecchie dozzine di sferzate. La quale violenza d'un giovane sopra un fanciullo (il Morfino non oltrepassava i 16 anni!) in tutti suscitava disgusto infinito; ma più che in altri nel Villabianca, il quale non sapendo rassegnarsi alla notizia d'un nuovo ospite della prigione di Porta S. Giorgio, pensava che «il Castello non leva bastonate, anzi serve per li polledri giovinastri per luogo piuttosto di divertimento che di pena»[215].

[215] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 218; v. XXVII, p. 22; _Diario_ ined., a. 1794, pp. 344-45.

Di fatti, il Castello era la parodia del carcere. La libertà personale vi si godeva in mezzo al rispetto dei carcerieri e degli ufficiali di guardia. Con pochi tarì di spesa vi si avea un bel desinare quando questo non venisse fornito succulento e gustoso dai parenti, e bastevole ad allegri conviti tra le varie persone che vi stavan raccolte. Vi si giocava e conversava spensieratamente come continuando in luogo di villeggiatura le dissipazioni di fuori. Nelle _Pensées et Souvenirs_ il Palmieri de Miccichè ritrasse con rosei colori questa prigione distinta, donde si poteva financo uscire a diporto di sera impegnando la propria parola d'onore che si sarebbe ritornati: e la parola veniva scrupolosamente mantenuta come quella dei perditori al giuoco[216], o come quella dei militari prigionieri di guerra.

[216] Cfr. v. I, cap. XIV, p. 267.

I dissidî tra mariti e mogli eran pabulo alla cronaca d'alcova. Il pubblico grosso e minuto ci si divertiva parecchio, perchè all'umana natura torna sovente gradito quello che agli altri è disgradevole. In vero molto piccanti riuscirebbero queste pagine se tutte si potessero narrare le circostanze che accompagnavano le visite improvvise, intimi conversari, fatali sorprese, brusche divisioni, ritiri volontarî e relegazioni forzate. Tiriamo un velo su queste scenacce, moltiplicate dai costumi e dal _bon ton_ della dilagante corruzione d'allora. Forse i tempi nostri sono più brutti di quelli, più fecondi di drammi lardellati di scandali; anzi vogliamo senz'altro ritenerli bruttissimi; ma non per ciò dobbiamo predicare che la morale d'una parte dei nostri bisnonni d'un secolo fa fosse integerrima ed irreprensibile.

Tuttavia non dobbiamo passarci da qualche fattarello di questo genere di vita siciliana: e lo faremo di volo.

Uno è quello della superba ed ostinata condotta di una dama di casa Reggio, dama che da ultimo persuase il Governo a chiuderla nel monastero di S.a Elisabetta (1777); un altro, quasi contemporaneo, quello di Nicoletta d'Avalos, fatta entrare a forza in S.a Caterina.

Drammatica la cattura di Margherita Lo Faso e Pietrasanta, Duchessa di Serradifalco. Il Duca suo consorte, scontento di lei, chiese per essa la clausura, non già in uno degli ordinarî monasteri, ma nella Casa (vera e propria prigione) delle _Malmaritate_ alla Vetriera. La cattura doveva eseguirsi da un giudice di patente reale e con accompagnamento di dame, come soleva praticarsi in simili circostanze: ma fu eseguita invece da un semplice ufficiale dell'ordine dei berrobieri. Più severi non poteva essersi. «A due ore e mezza di sera la Duchessa nella sua casa fuori Porta Nuova venne arrestata da un capitano reale e condotta nella carcere Carolina delle nobili del Cuore di Gesù». Ci vuol poco ad indovinare chi fosse il Vicerè: non il pacifico Fogliani, non il festaiolo Marcantonio Colonna di Stigliano, non il mellifluo Caramanico, ma il Caracciolo, che, Marchese, era un mangia-nobili. Il rigore della procedura, veramente indebito in affari di famiglia, fu da lui seguito per la disubbidienza della Duchessa all'autorità vicereale.

La Margherita era figlia del defunto Egidio, Principe S. Pietro e, nientemeno, Presidente e Capitan Generale del Regno di Sicilia in assenza del Fogliani!

E la cronaca prosegue.

Nei primi di luglio 1779 le famiglie più elette della città ricevevano un foglietto a stampa, sormontato da magnifici stemmi principeschi e ducali, con questa partecipazione:

«_Il Principe Trabia e il Duca di Sperlinga si danno l'onore di parteciparle che nel giorno mercoledì sera 7 Luglio si sposeranno la signora D. Aloisia Lanza e D. Saverio Oneto, loro rispettivi figli, ed ossequiosamente si rassegnano, riserbandosi i loro favori a nuovo avvìso_»[217].

[217] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; v. XXVII, p. 356; e nel vol. edito del 1779 (ms. Qq D 102) p. 86.

Nozze meglio auspicate poche volte si videro; ma haimè! la Aloisia, fanciullina ancora, dovette subito dividersi dal marito, che contava appena diciassette anni! La sera del 27 marzo 1799, lo spensierato Saverio si recava al palazzo Butera, dal suo cognato Principe di Trabia. Quivi incontrava la moglie. Vederla e scaricarle a bruciapelo una pistolettata fu tutt'uno. La Aloisia scampò per mero caso; e mentre egli veniva condotto all'inevitabile castello, essa volontariamente andava a chiudersi -- fatalità di vicinato e d'incontro! -- a Suor Vincenza[218], dove, martire del più snaturato tra i mariti, mestamente trascorreva la sua gioventù, Palmira Sirignano Duchessa della Verdura. In proposito, rifletteva un testimonio: «Tanto avviene alle povere dame che hanno mariti bruti. Al tempo stesso però è bene dire che ne' presenti corrotti tempi le femine si prendono gran libertà: ed è cosa invero detestabile, cagione e origine de' gran disordini».

[218] G. _Alessi_, _Prontuario di alcune noterelle ecc._, p. 2. n. 14. Il Duca moriva molto più tardi, nel 1811, a 49 anni, di diabete, nella sua villa Sperlinga (attuale Ricovero Palagonia); la Duchessa nel 1816. Vedi L. M. _Majorca Mortillaro_, _La Cappella Sperlinga_, pp. 78 e segg. Palermo 1892.

L'allusione alla libertà che si prendevan le dame è molto vaga: e ad onore della Aloisia e della Palmira non va diretta nè all'una, nè all'altra. Le nostre indagini nulla ci han dato di men che lodevole sulle egregie dame.

Francesco Landolina, Duca della Verdura, aveva un figlio perdutamente innamorato d'una bella ragazza. Alle nozze da lui vivamente e replicatamente sollecitate l'accorto padre non volle mai consentire, così bene ne conosceva l'indole; chè anzi una volta dovette chiedere la carcerazione di esso. L'esperto uomo prevedeva i guai che Michele avrebbe fatti passare all'amata ragazza. Se non che, egli cessava di vivere, e l'innamorato Michele, reso indipendente, il 14 gennaio del 1787 sposava la Palmira Sirignano e Gajanos, più giovane di lui, che contava 25 anni. Dopo tanto contrasto di passione, che cosa c'era da sperare se non gioie oneste, godimenti sublimi? Niente affatto! Fin dalla prima sera Michele rivelò l'indole sua perversa. La tradizione racconta che egli chiuse e tenne tutta la prima notte, fra le vetrate e gli scuri di una imposta della stanza nuziale, la sposa come indegna di lui.

«Sprezzò, si aggiunge, la sposa e la bastonò con modi barbari e crudeli. La povera Palmira dovette andarsi a chiudere a Suor Vincenza. Egli fu relegato al Castello di S.a Caterina a Favignana; poi, per grazia, al Castello di Trapani», ove trovavasi ancora nel maggio di quell'anno, che avrebbe dovuto essere il più dolce e fu il più amaro per la bella giovinetta. Nel dicembre moriva a lei il padre: e la Duchessa vedova, suocera della Palmira, si adoperava col parentado per una conciliazione tra gli sposi, dai quali si sarebbero voluti dei figli. Nel gennaio del 1788 si rinnovava la mancata luna di miele: e «Dio la mandi buona alla detta povera dama! secondo vuole la opinione generale», esclamava il Villabianca; ma fu luna di fiele, fortunatamente breve. Dietro a Palmira tornava a chiudersi la porta di Suor Vincenza; dietro a Michele alzavasi il ponte levatoio del Castello. Che irrisione di vicinato! Se non che, dopo uscito di carcere il violento Michele, un giorno, non sapendo resistere allo scampanio festivo della chiesa del monastero del Cancelliere, che, come si sa, è presso il Palazzo Verdura in via Montevergini, salito più che di corsa alla terrazza, sparava lo schioppo sulla suora campanaia, che per miracolo rimaneva illesa.

Non così egli più tardi, allorchè, trovandosi in Termini in propria casa, veniva nottetempo aggredito e ferito a morte da ignota mano. Si sospettò allora di persona la quale volesse riparare all'onore offeso della moglie o della sorella, e fu invece del bandito Giuseppe Ruffino; la cui testa la mattina del 17 settembre vedevasi trionfalmente condotta per la città.

La vera luna di miele apparve finalmente per la Sirignano, quando, rimasta libera, sposò altro uomo che la rese felice; e, vissuta lungamente, nella sua tarda vecchiezza, non cessava scherzevolmente di ripetere: «Son tanto sdegnata _della verdura_, che dal 1787 non mangiò più insalata»[219].

[219] Parte di queste circostanze sono mss. in _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, pp. 4, 136-37, e a. 1800, p. 443; parte le abbiamo raccolte dalla bocca del Senatore Duca Giulio Benzo della Verdura, che ci ha autorizzati a pubblicarle.

Degno riscontro del Landolina, col quale avrebbe potuto comporre una coppia bene assortita, fu la già nota Cavaniglia, bizzarro soggetto di conversazione pei salotti d'allora.

Tipo di dama aristocratica, essa avea portata a Palermo la grandigia del casato onde veniva, e vi aggiungeva quella del nuovo nel quale era entrata. Ma con l'orgoglio del doppio titolo ebbe sfrenata la passione per tutto ciò che non fosse bello. Il mal corrisposto marito si divise clamorosamente da lei: e chi ne seppe le ragioni non potè non dare ragione a lui, che pure non era un santo. La infedeltà di moglie degradò presto in infedeltà di amante: e questa infedeltà, ripetuta per malsana tendenza, dovea da ultimo costarle cara. Il 23 agosto 1798, nella via Alloro, sconosciuti sicari fermano la carrozza nella quale è la Giuseppina, ed uno di essi imprime sul volto di lei una scomposta ferita. Non rasoio, non coltello l'arme, ma un ferro da pistola, stavolta preferito per produrre uno sfregio. Uno sfregio a donna significa vendetta di feritore: e F. P. Colonna Romano, secondogenito del Duca Mario, si era voluto per siffatto modo vendicare di essere stato dalla volubile donna defraudato nei diritti acquistati di amante riamato. Fu detta gelosia la sua, ma fu anche odio mortale[220].

[220] _Villabianca_, _Diario_ ined., agosto 1798, pp. 412-13.

E lasciamo altri fattacci che vanno dal trascorso giovanile al delitto più maturatamente pensato: dalle bastonature del cav. Giuseppe Ventimiglia de' Conti di Pradres al suo _volante_, che però, non potendone più, finiva col freddare il padrone (aprile 1798), e dalle stoccate di Saverio Oneto allo zio paterno in pubblico Cassaro sino agli assassini _fin de siècle_ perpetrati da un certo signore di Catania. Lasciamoli dove sono questi fattacci, che nelle spesse maglie della rete della umana debolezza raccolgono pure fughe di perseguitati dalla Corte Capitaniale di Palermo, appropriazioni indebite di gioie ricevute in deposito, scassinazioni notturne di porte di gentildonne, e via discorrendo[221].

[221] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 377-78; XXVIII, pp. 322-23, 181, 227 e segg., 208. -- _Alessi_, _Prontuario_ cit., p. 13.

Gli animi fremevano ad ogni passo, ed invocavano giustizia severa di tanti che abusavano della lor posizione disonorando i buoni che degnamente portavano titoli aviti.

«Oh gran virtù dei cavalieri antichi!» viene da esclamare alla stupefacente notizia che un giovinetto di Casa Ventimiglia (Giovanni Luigi), solo perchè dei Marchesi Geraci, rifiutava la nomina viceregia di Senatore. -- Rifiutava quel che altri ambiva? -- Sì, perchè egli non tenevasi della comunanza dei signori siciliani. I predecessori di lui avevan trattato da pari a pari coi re di Sicilia, usato la formola reale _Dei gratia_, vantato di poter coniare moneta e d'esser dispensati dagli uffici, relativamente a loro, modesti, di Senatori[222].

[222] Leggere nella Biblioteca Commun. di Palermo il ms Qq F 67, n. 12; _Consulta della Giunta dei Presidenti e Consultore ne' titoli dei Marchesi di Geraci_ (Pal., 30 Apr. 1700) e l'altro Qq F 82, n. 8, p. 168: _Consulta su i titoli che godono i Marchesi di Geraci_. Cfr. pure in quest'opera il v. I, cap. IV, p. 87.

E veniva anche da fremere considerandosi che mentre nell'aula del tribunale della G. C. Civile il magistrato sedeva a capo scoperto, egli, questo degenerato che alteramente entrava, osasse rimanere a capo coperto (2 febbr. 1792); e, passando dalla Vicaria, esigesse il saluto militare come quello che il picchetto di guardia rendeva al proprio superiore, Principe di Paceco Niccolò Sanseverino (26 luglio 1792)[223].

[223] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1792, pp. 271-72. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 23 e 33.

Che importa che i rei (le geste dei quali abbiam dovuto per brevità lasciare nel dimenticatoio) venissero relegati quale alla Colombaja di Trapani, quale in Termini, quale in Favignana e in Messina! Questo c'è di fatto: che a capo di pochi mesi, di pochi giorni magari, essi tornavano allegramente come da un premio conseguito. E quando i loro compagni in trascorsi, discolerie, crimini uscivano dal Castello di Palermo, e tra i sorrisi e le strette di mano di certi amici riandavano i particolari delle loro spavalderie ed i passatempi goduti nella così detta prigione, il senno antico degli attempati signori ne soffriva oh quanto! Nella severità del volto, nell'abbassare degli occhi pareva declinassero costoro qualunque solidarietà di ceto con siffatta genìa, se il ceto poteva determinare ad abusi di tanta sfrenata prepotenza; ed allora con D. Giovanni Meli si udivano a mormorare:

Oh seculi, oh custumi!... Seculi cchiù birbuni Di chisti nun cci nn'è!

Ma dimenticavano che l'umana tristezza è immensa quanto il mare, e che se in tante e così brutte maniere si manifestava in Sicilia, con più raffinata violenza percorreva fuori di essa la scala della criminalità.

CAP. XIII.

INDELICATEZZE, FALLIMENTI, MALVERSAZIONI.