La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 27

Chapter 273,585 wordsPublic domain

Dalle carte dell'Accademia non si rileva se tutti facessero il loro dovere; si rileva bensì che era molto attiva la sorveglianza del Rettore del cortile sullo studio e sulla condotta loro. Si prendeva nota dell'intervento degli scolari alle lezioni, del buon costume, degli atti di pietà ai quali essi erano tenuti: ed atti obbligatorî di pietà erano la messa ogni Domenica nell'Oratorio, il catechismo, le preghiere e via dicendo. I giovani leggitori di questo libro -- se tant'è che esso ne avrà -- sorrideranno a queste notizie: ma la cosa era proprio così. Gli spiriti che oggi compiangono i poveri di spirito di ieri, maestri e discepoli, devono pur pensare che essi hanno risoluto il grave problema della credenza nella peggior maniera: non credendo nulla.

Le vecchie insegne dottorali rivennero dal Governo autorizzate: fu permesso l'anello e l'uso della cintura sopra gli abiti civili ed il fiocco al cappello; la toga ed il fiocco color cremisi per la Teologia: color verde per la Filosofia[426].

[426] _L. Sampolo_, _La R. Accademia degli Studi di Palermo_, cap. VI e segg. Palermo, 1888. -- _Scinà_, _Prospetto_, t. III.

Pure di scappatelle ne facevano anche allora gli studenti: se no, perchè certi articoli disciplinari? Pei disubbidienti e pei protervi non v'era solo la ammonizione e la espulsione, ma anche qualche argomento convincente della polizia. Bisognava arare diritto, e non permettersi atti di ribellione di sorta. Come più tardi, fino al 1860, dentro la Università attuale, così allora dentro l'Accademia, cioè nell'ex-Collegio dei Gesuiti, era una stanza per ufficio di un funzionario incaricato di reprimere con la forza qualunque tentativo di eccesso. Quando per la morte di D. Stefano Pizzoli, Lettore di Medicina Pratica, venne chiamato il modicano D. Baldassare Cannata (16 ott. 1797), gli studenti di Medicina si prepararono ad ostile accoglienza. Cannata, non palermitano, non di alta levatura, poco buon parlatore, faceva sentire la perdita del venerando Maestro palermitano, sapiente nella pratica, carezzevole nella parola. Il Cannata inoltre aveva un difetto grave pel momento (il che è curioso per la storia dei sistemi medici tra noi): non campeggiava a favore della dottrina di Brown, per la quale gli studenti, probabilmente perchè nuova, parteggiavano. Erano cencinquanta, e tirarono dalla loro tutti gli altri compagni delle varie Facoltà. Il Cannata venne fischiato; ma la Deputazione degli studî tenne fermo. Il Presidente Asmundo Paternò non era uomo da lasciarsi imporre dagli schiamazzi; e Mons. Airoldi, Giudice della R. Monarchia, e Tommaso Natale, sapevano bene il Fatto loro: e non cedettero. I fischi si ripeterono, e la Deputazione fece entrare nella scuola del Cannata un buon nerbo di birri. Ancor, altri fischi: ed i tumultuanti furono arrestati. «Così -- conchiude soddisfatto un testimone -- l'ordine venne ristabilito»[427].

[427] _D'Angelo_, _Giornale_ ined. pp. 170-79.

Le Facoltà di Patologia, di Medicina e di Filosofia rappresentavano l'insegnamento superiore; l'inferiore comprendeva le scuole di Rettorica, di Umanità di prima, seconda e terza classe: e poteva dirsi quello che oggi è in parte il liceo, in parte il ginnasio, senza essere («fortunati scolari d'allora!» ci par di sentire esclamare gli scolari di oggi) nè liceo, nè ginnasio.

Si era quindi in pieni studî classici italiani e latini.

A centinaia vi accorrevano gli alunni; pei quali era vanto l'apprendere dalla bocca del P. Gaspare Pecoraro e di Mich. Monti le lezioni d'infima latinità e di alta italianità. Così grande ne era il numero che di ciascuna classe doveano farsene due: e le cinque classi ne contavano oltre a mezzo migliaio. L'anno 1800 dianzi citato essi ammontavano a 660.

I saggi pubblici degli alunni del Monti facevano inarcare le ciglia e p. Vesco, dotto, ma privo di gusto e di slancio, che vedeva disertare la sua scuola ed affollare quella del Monti, si sfogava in insipidi epigrammi, ai quali il buon genovese opponeva dignitoso silenzio[428].

[428] _A. Gallo_, _in Poesie scelte_ di M. _Monti_, p. X, Palermo, 1839.

CAP. XXVI.

SCUOLE INFERIORI PUBBLICHE E PRIVATE, MASCHILI E FEMMINILI. CASTIGHI. MONELLERIE. USANZE VECCHIE E PRATICHE NUOVE.

D'altro ordine e con espedienti diversi l'insegnamento medio e inferiore.

Oggi si fanno distinzioni e sotto-distinzioni di scuole classiche e tecniche, professionali e normali. Allora non se ne facevan punto.

Le scuole che si dicevano _normali_, corrispondevano alle elementari; le altre, alle classiche. Non difficile, benchè non sempre comunemente accetto, il potere frequentare gl'insegnamenti; i quali per vecchio e nuovo istituto venivano, come vedremo, impartiti dai frati.

In ragione dei sessi e dei ceti, differenti fra loro erano le scuole, tanto pei ricchi quanto pei poveri, provvedendosi alla istruzione ed al mantenimento di esse coi beni dell'abolita Compagnia. Giammai in tempi di libertà furono impiegate più sapientemente e provvidamente le ricchezze: esempio che si sarebbe dovuto tener presente quando i beni provenienti dalle soppresse corporazioni religiose andarono quasi perduti per l'erario, non messi a profitto per centinaia di migliaia di Siciliani bisognosi.

Un decreto reale del 1779 aveva ordinato l'apertura di scuole pubbliche in tutte le case monastiche della Capitale. A questo decreto fu ottemperato nei principali conventi. Vi furono ricevuti i fanciulli della bassa gente, i quali vi imparavano a leggere, scrivere, far di conto, grammatica latina, catechismo: tutto gratuitamente. Ogni scuola avea due classi, l'una di lettura, scrittura e aritmetica volgare; l'altra di elementi grammaticali latini da non potersi spingere al di là delle prime regole di sintassi secondo l'unico _Limen grammaticum_. Spedita si voleva la lettura, chiara e grande la calligrafia, precise le regole, buoni gli esemplari dello scrivere; preferite le operazioni aritmetiche «più facili e brevi e più necessarie agli usi del popolo e degli artisti», cioè degli operai.

Con questo fu intendimento del Governo offrire ai frati i mezzi di uscire dall'ozio degradante che li consumava e di sollevarli a dignità di maestri.

Le lezioni duravano due ore la mattina, due ore dopo desinare. Un solo mese le vacanze, dal 4 ottobre al 4 novembre; vacanze settimanali, il mercoledì e tutte le feste di chiesa. Questo volevano le istruzioni di Mons. Airoldi, che sulle fraterie aveva la giurisdizione.

Secondo la diligenza ed il merito, i gradi e gli onori tra gli scolari.

Severamente proibiti i regali dei parenti ai maestri: vietato ai maestri il riceverne alcuno, chè menomata ne sarebbe potuta uscire la libertà loro con parzialità verso gli alunni. Nessuna lezione doveasi incominciare senza la invocazione del divino aiuto; nessuna finire senza un ringraziamento a Dio[429].

[429] _Istruzioni preliminari emanate da Mons. Airoldi, il 17 gennaio 1779._ Pal. 1779.

Dieci anni dopo (1788) venivano introdotte in Palermo per opera di G. A. De Cosmi, ch'era andato a studiarle a Napoli presso i Celestini di Germania, le scuole normali. Le prime tre ebbero posto ai Crociferi, al Palazzo reale ed alla parrocchia di S. Antonio. Dicevasi la nuova istituzione di non esser proprio la tedesca; il De Cosmi avervi apportate tali modificazioni da mutarne lo stampo originale, anzi averne senz'altro snaturato lo scopo, ch'era quello di dirozzare ed istruire il popolo. Malgrado queste ed altrettanti dicerie, le scuole vennero prese d'assalto. Nei soli Crociferi si contarono fino a cento e più alunni. Quaranta frati siciliani, che col De Cosmi erano andati ad istruirsi nel nuovo metodo a Napoli, furono tutti collocati nell'Isola, paghi del modico loro salario: e De Cosmi ne tenne la Direzione generale in Palermo, così come la Deputazione superiore teneva quella dell'insegnamento alto: due direzioni indipendenti l'una dall'altra, dipendenti solo dal Governo[430]. Il solito leggere, scrivere, far di conto e l'indispensabile catechismo ne era la base. Il latino, ritenuto allora indispensabile a qualunque studente, e che per una assurdità non altrimenti s'insegnava che in lingua latina, era bandito; ma, sicuro del fatto suo, il De Cosmi volle fare esperimento del metodo anche con esso. Sorprendenti ne parvero i risultati, perchè in un solo anno poterono gli scolari spiegare le _Favole_ di Fedro e le _Vite_ di Cornelio e darne le ragioni grammaticali.

[430] _La Favilla_, appendice al n. 21. Palermo, giugno 1858.

Si comprendono perciò i diversi pareri del momento intorno alle scuole normali, prese dove con sincero favore, dove con manifesta antipatia. I partigiani del vecchio, le videro come una ridicola novità, buone solo a gettar polvere agli occhi e fare spender denaro. Tra questi fu il Villabianca, che avendone voluto visitare una, quella del p. Caravecchia ai Crociferi, trovò i ragazzi a far la birba (23 sett. 1789); e non ci fu verso che si volesse ricredere, neanche dopo una visita che andò a fargli in casa il De Cosmi (1800)[431].

[431] _Diario_ ined., a. 1799, pp. 64-65; a. 1800, p. 528.

D'altro lato gl'insegnanti privati videro per esse disertate le loro scolette: e doveva esser così se contro le loro a pagamento, le normali eran gratuite. La scuola d'un certo sac. Quattrocchi è l'esempio degli immediati effetti economici della nuova istituzione.

I Baroni, obbligati dal Governo ad istituirne a proprie spese nelle loro terre vassalle, fecero una opposizione così gagliarda, che il Re ne mosse loro, a mezzo del Vicerè, acerbo rimprovero.

Ci si consenta di tornare un poco indietro per osservare che la soppressione dei Gesuiti aiutò lo sviluppo dello insegnamento privato. Tra le scuole più note d'allora ce n'era una nel quartiere di Ballarò. Nel giorno che inaugurossi la nuova Biblioteca senatoriale (25 apr. 1775), il Vicerè volle entrare nella vicina chiesa di S. Michele Arcangelo per ricevere la benedizione. «Quivi fecero una vaga, deliziosa mostra li scolarelli di G. B. Romano, pedante, prete, che teneva scuola presso la detta chiesa, quali vestiti da soldati con armi e bandiere, formando uno squadrone di battaglia, fecero corte ed onore al Principe: e la banda degli strumentisti di questa truppa di ragazzetti accrebbe il brio e lo spirito di questa festa»[432]. Immaginiamo la gioia del p. Romano a questa funzione militare, e come dev'essere stato felice quando il Vicerè Marcantonio Colonna gli avrà sorriso e forse lo avrà ammesso a baciargli la mano. Certo i padri degli alunni ne piansero di tenerezza.

[432] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p. 324.

Di grado più elevato e più serio fu un'altra scuola del rione della Pietà, tenuta da un altro ecclesiastico e protetta dal Principe di Villabianca. Per molti e molti anni essa chiamò a grande concorso i fanciulli della classe civile, e fu in singolar favore della nobile. Del profitto degli alunni era dato pubblico, solenne saggio annuale, che si protraeva per due giorni interi. Vecchie carte di famiglia ci han conservato i programmi di questi saggi. In un angolo della piazza Vigliena veniva affisso un cartellone a penna corrispondente agli attuali _placards_ a stampa. Quello dell'ottobre 1796 diceva così:

TRATTENIMENTO LETTERARIO NELLA CASA DEL SIG.R PRINCIPE DI VILLAFRANCA.

Il programma invece era stampato e portava il titolo:

_Prospetto di quanto si praticherà nell'esercizio letterario solito in ogni anno tenersi al fine degli studj dagli scolari del sacerdote D. Michele Castiglione, che ha la scuola dirimpetto il Convento di S. Agostino, dedicato all'Ill.mo sig. Duca Lucchesi distribuito in due giorni_[433].

[433] In Palermo MDCCXCVI. Per le stampe del Gagliani. In fol., pp. IV.

Queste mostre erano dei veri avvenimenti pubblici. La parte più eletta della città v'interveniva e se ne piaceva, prodigando lodi al Precettore Castiglione, i cui alunni tanto profitto ricavavano. Interprete del comun plauso facevasi poeticamente P. Catinella[434].

[434] _Miscellanee diverse di Sicilia_ presso il Principe di Trabia, vv. 9 e 10.

Se non che, una brutta occasione venne a togliere alla città questa tra le migliori, se non la migliore scuola privata. Perseguitato dai timori della recente rivoluzione di Francia e dagli effetti delle novità, Re Ferdinando in persona proibiva in Palermo negli istituti privati lo insegnamento delle scienze. Era per lui un partito efficace ad impedire la introduzione di teorie pericolose in iscuole che, fino a certo punto, si sottraevano al controllo governativo ed eran tenute, perchè frequentate dalla classe civile, le più facilmente inchinevoli alle fecondatrici dottrine dei novatori. P. Castiglione disubbidì: ed il Governo ne chiuse la scuola (27 marzo 1799)[435] con sensibile danno della gioventù, che da quella ritraeva solido profitto.

[435] _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in Sicilia. Ripartimento amministrativo, a. 1799_, vol. 4. Nel R. Archivio di Stato di Palermo.

L'argomento del quale ci occupiamo non è molto allettevole: e noi ci permettiamo d'interromperlo con un aneddoto un po' ameno.

Un maestro di scuola in Palermo, gran chiacchierone, ci vien presentato dall'ab. Antonino Galfo, siracusano, amico intimo del Metastasio, nel seguente arguto sonetto:

Un panormita Precettor, che spesso Il pranzo, per ciarlar, lascia e la cena, Sfogava nel ginnastico consesso La sua loquace, inesiccabil vena.

Il segno alfin sonò, per cui concesso È al misero fanciullo uscir di pena, Nè si avvedea, che da le ciarle oppresso Chi grattavasi il capo, e chi la schiena.

Manca intanto col sol, che ormai s'invola Al dì la luce; ma non pria, che manchi A quello o la materia, o la parola.

I putti allor di più ascoltarlo stanchi L'un dopo l'altro uscirono di scuola, Ed ei fu inteso a ragionar coi banchi.

L'Ab. Galfo -- lo diciamo a proposito del suo sonetto -- non si rifiutò di pagare un tributo all'Arcadia del tempo, ed uno di questi pagamenti fu la descrizione della maniera onde «Nice invita Filano a bever seco la cioccolata»[436], occasione eccellente per un'altra descrizione: la preparazione della deliziosa bevanda, che d'inverno e nelle ore nelle quali non era dalla moda consentito il sorbetto, veniva servita presso le migliori famiglie.

[436] _Saggio poetico del sig._ ab. D. _Ant. Galfo_. T. I. p. 184. Roma, MDCCLXXXIX.

Sicchè la musa del tempo avea anche delle benemerenze culinarie.

Un seminario di nobili giovanetti avea prosperato in Monreale per opera di F. Murena. Questo seminario passò a Palermo, presso i padri Scolopi, che però dovettero cederlo al Governo e contentarsi di trasformarlo in istituto di ragazzi civili, ricevendo in compenso un annuo assegno di seicent'onze (Lire 7650).

Sorse così il «Collegio Real Ferdinando», tutto di aristocrazia provata con cent'anni almeno di nobiltà, sia di feudi, sia di nobili ufficî. Il Governo vi volle a sua disposizione venti posti, ma più generosamente del solito concedette sui beni gesuitici cinquemila scudi ogni anno. Se la retta annuale pei civili era di 24 onze, qui pei nobili fu di 40[437]. La istruzione loro impartita non poteva essere più larga e completa. Oggi stesso non si ha per la parte cavalleresca nulla di simile. Dalla grammatica inferiore e superiore si giungeva alle umane Lettere ed alla Rettorica: l'Aritmetica volgare si alternava con i primi rudimenti delle scienze. Per lungo volger d'anni v'insegnò francese un francese autentico, Mr. l'abbé Jacques Richard; disegno, Fr. Sozzi. La scherma, impartita da un San Malato d'allora, il Maestro Trombetta, si variava col maneggio dei cavalli, ed il violino con gli strumenti da fiato e col ballo[438]. Fino a sessanta ragazzi fornivano così la loro educazione: ma quanti uscivano educati a retti principî? I casati onde provenivano, quella convivenza, giovevole ad impregnar di fumi l'ambiente, le periodiche visite di certe famiglie, non sempre concorrevano a preparar bene giovanotti che nella vita privata e nella pubblica doveano portare la impronta della elevata loro origine e della insigne cultura avuta. I buoni esempî non difettavano, nei quali la nobiltà del sangue veniva confermata dalla nobiltà delle opere; ma non iscarse erano le riuscite infelici: e questo libro malauguratamente ne offre esempî dolorosi.

[437] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 331-34; v. XXI, p. 139; v. XXVI, pp. 232, 278-79.

[438] _Stato della Deputazione de' Regj Studj del Regno di Sicilia, e del Convitto Real Ferdinando ecc. per l'a. MDCCLX-XXI._ Palermo, R. Stamperia. Questo Stato si pubblicava ogni anno, ed era quindi un Annuario della Pubblica Istruzione di Sicilia.

Oggi per opera di benemerite persone nostrane e forestiere prospera in Palermo una caritatevole «Società siciliana umanitaria per la Infanzia abbandonata». Questa istituzione non è nuova. Nell'agosto del 1781 una «Casa d'Educazione per la gente bassa» veniva aperta proprio ai fanciulli poveri, abbandonati dai loro genitori ed agli orfani. Quella benemerita Casa venne in parte costruita, in parte accomodata ad ospizio. Per provvedimento sovrano, sopra i beni dei Gesuiti non meno di ottanta fanciulli vi furono raccolti, vestiti, nudriti, ammaestrati alla lettura, alla scrittura, all'abaco, al disegno. Più tardi questa casa si aprì a quanti potessero pagare vent'onze all'anno. Quando si pensi che il piano di questa istituzione fu concepito e proposto dal Sergio, non si ha ragione di maravigliare dei buoni risultati di esso[439].

[439] _V. E. Sergio_, _Memoria per servire ad un piano di una nuova casa di educazione per la gente bassa_. Palermo, Bentivenga, 1779.

Frattanto, antichi istituti beneficavano i fanciulli dispersi, che, distinti in _bianchi_ e in _turchini_, venivano ospitati ed istruiti nel seminario di S. Rocco e in quello del Buon Pastore. Ma coi dispersi erano anche i figli delle persone civili, che pagavano una annuale retta.

Qualche notizia degli istituti femminili e della istruzione ed educazione che in essi impartivasi è necessaria.

I soliti tre quarti di nobiltà si esigevano per le donzelle del recente R. Educandario Carolino: e nei primi del sec. XIX fu grave scandalo l'ammissione d'una fanciulla alla cui famiglia mancava uno o due di quei quarti. Che importava che potessero pagare cinquant'onze (L. 637) e magari il doppio della retta quando non c'era quel titolo essenziale? Nè importava che le cinquant'onze non si potessero pagare, perchè alle ristrette fortune provvedevano posti di regia erezione.

Completa eravi la istruzione, e tale da non restare molto addietro alla presente. Lì erano «tutte le scuole di leggere, di ben formare il carattere (calligrafia), di aritmetica, di lingua latina, di lingua francese, di geografia, di storia e di musica». Lì «maestre fisse di lavorar calzette (che scandalo ai dì nostri l'insegnar la calzetta ad una ragazza!), di cucire alla francese, di ricamare e in bianco e in oro o argento, ed in colorito a fiori, di travagliar merletto o di filo o di seta o d'oro ed argento, e di tutte insomma le manifatture femminili». Monsieur Bernard era il modello della più fine pronunzia del francese che insegnava; pronunzia tenuta sempre di conto, e perfezionata per la viva voce delle suore salesiane (governatrice, suora Lionetti) e di tre cameriere francesi, addette con un'altra del paese alle venti educande ordinarie. Severi i divieti di oggetti di lusso e di moda, chè irresistibile era per questi la inclinazione delle fanciulle. Ma, al contrario, non adatti alla buona educazione del corpo e dello spirito i lauti pasti giornalieri[440]; i quali preludevano a quelli che ad istruzione finita sarebbero esse andate a trovare nelle loro case.

[440] _Avviso ai signori nobili che vorranno collocare le loro figliuole nel R. Educandario Carolino._ In Pal., MDCCLXXXIII. -- _Stato della Deputazione de' Regj Studj_ ecc. (anno 1785). -- _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 261.

Buone le istituzioni dei collegi di Maria, intesi, secondo la Regola del Card. Corradini, «al gratuito insegnamento delle ragazze nei lavori donneschi, nella istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè nella educazione morale, nella cristiana religione», come diceva il Iº articolo del Collegio della Sapienza (1740), modellato su quello della Carità all'Olivella (1721).

E non si cerchi altro dopo il molto che davano questi eccellenti seminari di educazione femminile. Ovunque si andasse per la città, in qualsivoglia ritiro o reclusorio femminile volesse penetrarsi per osservarvi la istruzione che vi s'impartiva -- dove se ne impartiva, -- non si sarebbe trovato se non una parte appena di quello onde i Collegi di Maria largheggiavano.

Houel trovò caratteristica la trascuranza, sovente volontaria, della istruzione delle fanciulle anche più elette nei piccoli paesi di provincia, e racconta un aneddoto del quale fu testimonio in Girgenti.

«Io, dice Houel, andavo spesso in casa del Barone.... dove intervenivano molti titolati. Un giorno sorse un dubbio circa la maniera di scrivere una parola italiana: e poichè nessuno si trovava in grado di scioglierlo, ne fu chiesto a due distintissime signorine della compagnia; le quali con aria di gran soddisfazione risposero che non sapevano leggere. E perchè? perchè altrimenti avrebbero potuto comunicare con gli uomini. Un canonico, sopravvenuto, giustificò l'uso, bastando solo che le donne sapessero recitare le loro preghiere col rosario. Tutti mi parvero dell'avviso del canonico»[441].

[441] _Houel_, _Voyage_, t. IV, p. 54.

Certo non si andava tant'oltre da coloro che volevano intendere alla educazione delle figliuole: ma chi scrive queste pagine conobbe prima del 1860 signore egregie, le quali sapevano leggere ma non sapevano scrivere, perchè il leggere soltanto era stato consentito dai loro genitori: e potremmo fare i nomi di tre di esse, le quali furtivamente avevano imparato a scribacchiare sogguardando una loro sorella destinata ad un Collegio di Maria, nelle ore che un maestro di scuola veniva a darle lezioni in casa.

Non sempre la istruzione andava in armonia con la educazione, la quale a cagione dei difetti del tempo difettava anch'essa. T. Natale osservò che tra noi non si conosceva «il vero e retto metodo di educare i nostri figliuoli onde divenissero buoni ed utili membri della Società»: ed attribuì il male alla insufficienza delle persone che educavano e al non proporzionare l'educazione loro alla condizione delle persone in particolare, e in generale a quella del paese[442].

[442] _Natale_, _Riflessioni politiche_. Palermo, 1772.

Siamo sempre alle solite recriminazioni ed ai soliti rimpianti!

Quando si guarda ai castighi che allora s'infliggevano a coloro che venivano meno ai doveri di studio e di disciplina, non si ha diritto di dubitare di questa osservazione.

Parecchi assiomi popolari giunti a noi fanno fede delle teorie educative d'una volta. Si diceva che i fanciulli imparano a leggere non per il maestro, ma per via delle sferzate[443]; e ripetevasi per sentita dire il verso del Veneziano:

La ferla 'nsigna littri, nomi e verbi.

[443] _Pitrè_, _Proverbi siciliani_, v. I, cap. XXII.

La sferza era il dio della istruzione, e fuori di essa impossibile sperar bene.

Certo queste teorie non nacquero nel settecento; ma nel settecento correvano, formando, diremo così, il catechismo di certi maestri e di certe famiglie.