La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 28

Chapter 283,447 wordsPublic domain

Comuni i castighi di obbrobrio pei negligenti: la solita mitra di cartone con un somaro dipintovi sopra pei fanciulli delle scuole inferiori; un cencio rosso buttato sulle spalle ed una canna in mano per quelli delle superiori, dalla Umanità in poi. Ci era, come al tempo dei Gesuiti, la gridata d'un giovane di bella voce, ordinata dal maestro perchè tutti sapessero che il tal dei tali non voleva studiare, e perchè egli cangiasse vita. Questa gridata cominciava e finiva con l'intercalare: _Studeat! Studeat!_ e tutte le classi facevano silenzio per sentire di chi si parlasse.

Non meno comuni le spalmate, inflitte quando dal maestro, quando, per non iscomodarsi lui, da un uomo _ad hoc_, che si diceva bidello, ed era un vero aguzzino: due, quattro, sei, otto, sempre in numero pari alternando nel paziente i colpi sulla mano destra e sulla sinistra. C'erano i cavalli. Uno scolare aitante e vigoroso della persona, o un aiuto del bidello, era chiamato a caricarsi addosso il gastigando, ed il maestro, o chi per lui, gli appioppava su quel di Roma delle sferzate, per le quali il miserello scalciava e gridava a perdifiato (se era un bel tomo, taceva): ed il _cavallo_ tentennava alle scosse.

Quando la colpa esigeva maggior pena, c'era il pubblico esempio: tutti gli scolari di tutte le classi, in un atrio, messi in quadrato, assistevano al cavallo come i soldati d'oggi alla degradazione d'un loro camerata indegno.

Il Buon Pastore era l'istituto scolastico dove la mitezza era bandita; i regolamenti, in tutto il significato, eran disumani. Nelle trasgressioni, dalle palmate e dai cavalli si andava al digiuno in pane ed acqua, dal digiuno al carcere, dal carcere ai ceppi. I ceppi peraltro erano l'argomento più comunemente usato nei seminari, negli istituti di educazione e perfino nei conventi. Ad un alunno orfano che fuggisse dal Buon Pastore, appena ripreso, veniva applicata la pena di quindici giorni di ergastolo e di venti sferzate al giorno; alla prima recidiva era aggiunto il digiuno; alla seconda, l'esilio con l'imbarco sul primo bastimento che facesse vela dal nostro porto[444].

[444] _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli dispersi di questa Capitale_, cap. XXII, pp. 44-45. In Palermo, MDCCXLVIII.

Ed il Cielo non avea fulmini per l'inventore di pena così scellerata?!...

Allorchè vi andò Rettore il Santacolomba, e vi trovò quelle tradizioni tiranniche, ne rimase tanto disgustato che non volle più saperne. Diceva egli: «Quando un ragazzo arrossisce, per me è punito. Quella tinta che si estende sul di lui volto, mostra il colore della virtù, e come questa non può far lega col vizio, così non ho alcun dubbio che rossore e ravvedimento camminano sempre in ottima compagnia: l'impegno del Rettore non dovrà esser quello di rendere infelice il figliuolo (del Buon Pastore), ma di ricuperarlo dolcemente emendato»[445]. E proscrisse quei crudeli trattamenti. Tuttavia nel 1832 i ceppi erano ancora parte della educazione cotidiana.

[445] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 482.

Anime gentili come il Santacolomba molte ne vantava il paese. L'Airoldi, p. e., nell'impartire le istruzioni ai superiori dei conventi per le scuole da aprirsi, facevasi eco di quelle anime raccomandando «fosse la disciplina scolastica mantenuta meglio per via della ragione, dell'amore e della vergogna che per quella dei castighi e delle sferzate, con che si suole l'animo abbassare e fare un abito vilissimo di durezza e di servitù». Una massima siciliana poi, che vale tant'oro, sentenziava:

Lu suverchiu castigari Fa spissu 'mpijurari (_peggiorare_).

La disciplina, com'è da credere, con questi castighi non era sempre la migliore. Dove sono fanciulli sono anche monellerie: e le monellerie di quelle generazioni ci fanno ricordare non pur le birichinate sorprese dal Villabianca a' Crociferi, non pur le solite pallottole di carta e le burle alle spalle del maestro; ma altresì il chiasso e gli schiamazzi. Le scenate universitarie innanzi descritte danno una lontana idea dei non infrequenti disordini di certe scuole o di certe classi.

Di questo nessun cronista fa cenno, perchè sono appunto le cose ordinarie quelle che sfuggono a chi rileva le straordinarie. Ma gli archivî del Governo ne serbano documento e, che è notevole, anche fuori la Capitale. Nelle regie scuole di Trapani la Commissione suprema della Istruzione ed Educazione in Sicilia dovette occuparsi seriamente della indisciplinatezza di alunni divenuti assolutamente incorreggibili. Un rapporto ufficiale li dipinge insolenti, insubordinati. A capriccio salavano la scuola (_facevanu Sicilia_), a piacere stabilivano vacanze. Invitati a far circolo, sistema allora molto in voga per la ripetizione che precedeva la entrata in classe, sotto la direzione d'un compagno detto _centurione_, si rifiutavano; di esercizî letterarî non volevan sapere; e rimbaldendosi l'un l'altro scioperavano passeggiando per l'atrio e cantando canzoni[446].

[446] _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in Sicilia, anno 1782-1788_, v. II, p. 31 _retro_. Nel R. Archivio di Stato di Palermo.

Affermare quindi che tutti studiassero, è menzogna. Come sempre e dappertutto, c'era chi studiava molto e chi non istudiava nè molto nè poco; ma, indizio notevole, i _pochi_ libri da studio, anche sciupacchiati, religiosamente si conservavano. Sottolineiamo la parola _pochi_, perchè dai molti che ora s'infliggono a scolari ed a genitori dipende una parte dei mali dell'istruzione presente. In quei pochi libri, nella prima e nell'ultima pagina, gli alunni si affrettavano a scrivere di propria mano formole tradizionali che rivelavano l'attaccamento loro alla piccola proprietà[447].

[447] Una, la più comune, diceva:

Se questo libro si perdesse E qualcuno lo trovasse, A mani di (_il nome del possessore_) lo portasse; E se non lo porterà, All'inferno se ne andrà.

_G. Pitrè_, _Una formola scolaresca, nell'Archivio delle tradiz. pop._, v. VIII, pp. 377 e segg. Palermo, 1889.

Mutati i tempi, con la guadagnata libertà, le cose radicalmente mutarono. Per interessi di autori e di editori, con grave danno delle famiglie di ristretta fortuna, i libri scolastici si cangiarono di anno in anno, con ingiustificabili sostituzioni.

Dove una volta si studiava per imparare, e dell'imparato dar pubbliche prove, venuto il 1860 si cominciò a sbadigliare sulle tesi che dovean servire agli esami, niente importando se si fosse appreso o no. Superati i quali, e lasciatasi la scuola, si barattano ora con pochi soldi i libri che dovrebbero costituire i cari ricordi dell'adolescenza. Con pochi soldi, diciamo, non perchè questi possano servire a bisogni della vita a soddisfazione di capricci di gioventù, ma per dispetto della ingrata materia e per avversione alla scuola, ragione di lunghi, angosciosi palpiti. Laonde si assiste allo scandaloso spettacolo di botteghe di _compra-vendita_ di libri scolastici, rifiuto di stanchi vincitori di licenze tecniche, ginnasiali, liceali, o di bocciati, che non sapendo fare altro, poichè ad altro non sarebbero buoni, si danno al facile mestiere di giornalisti, insolentendo audacissimi contro gl'insegnanti che li han riprovati.

Nè lascerò di dir, perch'altri m'oda,

che le antiche sferzate di maestri irritabili e maneschi a scolari indisciplinati o riottosi vengono sostituite, poco dopo una bocciatura, con revolverate agli esaminatori, o violenti attentati alla propria vita: manifestazione morbosa, della quale tutti debbono ritenersi egualmente responsabili: governanti, insegnanti, famiglie e scolari. Che per malintesa avversione al passato, tutto di quello volle mettersi in bando, il cattivo ed il buono, rinunciandosi alla esperienza più volte secolare. Non si guardò alle condizioni speciali delle singole regioni, nè alla storia locale; e si fecero, disfecero, rifecero, per tornarsi a disfare, non sempre migliorando, leggi, regolamenti, programmi, la osservanza dei quali ridusse i maestri ad uomini senza libertà d'iniziativa, in lotta continua con la propria coscienza, agitata dalla severità di certe leggi, dallo stato d'animo di chi le applica e dagli effetti perniciosi di applicazioni inconsulte. Così fanciulli e giovani presero a odiare gli studî, e nei maestri videro, non già padri affettuosi e consiglieri sapienti, ma nemici senza cuore. Dall'esempio cristiano dei loro genitori di rado trassero ragione di rassegnarsi alle piccole contrarietà della vita, o di levarsi a considerazioni di morale evangelica; giacchè come non la udirono sempre dai loro educatori, così non sempre la trovarono in famiglia. E quando dopo di aver sorpreso in un loro maestro un gesto, un motto imprudente, legato ad una inconsulta allusione religiosa, tornarono in casa, e nei loro genitori, nei loro nonni trovarono gesti e motti ben diversi da quello, non seppero comprendere se la ragione fosse di costoro o del maestro medesimo, il quale, appunto perchè preposto ad istruire e ad educare, dovea saperne più dei genitori e dei nonni.

Di più direi, ma di men dir bisogna!

CONCLUSIONE.

Nella lunga corsa per la vecchia Palermo abbiam dovuto lasciare argomenti di molta importanza economica, civile, ecclesiastica: lo scarso commercio e le ingegnose manifatture, il movimento del porto ed i pubblici mercati, il sentimento religioso ed il culto esteriore, le opere di carità e gl'istituti di beneficenza. Ragione di particolare attenzione apparivano agli occhi nostri le condizioni della Chiesa, le quali trovammo descritte in una ardita lettera fin qui inedita dell'Ab. Cannella. Se non che, preoccupati del faticoso cammino fatto e della possibile stanchezza del lettore, non meno che delle esigenze tipografiche, dovemmo rinunziare anche a questo, così come ai banditi del tipo classico, risorgenti, come la mitica fenice, dalle loro ceneri anche dopo la cattura e la impiccagione del famigerato Testalonga.

Eppure codesti argomenti, non poco utili alla conoscenza del sec. XVIII, ci offrivano materia curiosa e, nella sua curiosità, istruttiva.

La incerta morale del Clero avea le sue radici nella fiacca disciplina che la moderava; le velleità profane dei preti e dei frati ritraevano dal libero costume dell'alto ceto. Il sentimento religioso, vivo, intenso, benchè nelle sue manifestazioni alle volte scomposto, dell'umile gente, intiepidiva nei chierici, si offuscava in alcuni del ceto medio più intelligente, e pompeggiava con funzioni solenni nel superiore. Qualche idea volteriana, che in questo mai o quasi mai osava entrare, a quando a quando incontrava timide simpatie tra i civili, ed affacciavasi alle celle dei frati non tutti inchinevoli ad ascetiche contemplazioni e a devoti ragionari.

Mentre nella sola chiesa di Casa Professa, in un solo giorno, si comunicavano (stupefacente, ma vero!) ben trentamila persone, e per un'aurora boreale si correva all'impazzata in cerca di confessori, i letterati si bisticciavano sonettando chi pro, chi contro Voltaire[448]. Le anime timorate spendevano per l'acquisto dell'annuale Bolla della SS. Crociata; ma nessuna di esse stava a guardare chi mangiasse carne in giorni non permessi dalla Chiesa: ed alla mensa di due Arcivescovi (Lopez e Adami), proprio nei giorni di magro, venivano servite anguille di Messina e vitella di Sorrento. Attiva la caccia ai libri proibiti, ma frustrata dalle inclinazioni di molti, sì che ad un forestiere, commensale dei due prelati, offerivasi la celebre _Lettre de Trasibule_ e _l'Examen important_[449]; ed in quella che ogni luogo echeggiava di severe censure alle nuove fogge di vestire, molti sacerdoti, quasi frustini sfaccendati, andavano bighellonando per la città in abiti borghesi a colore, stivaloni e capelli incipriati[450].

[448] Vedi sonetto siciliano inedito nel ms. segnato 2 Qq D 30 della Biblioteca Comunale di Palermo, e _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 4, e v. XXVI, pp. 198-200.

[449] _Hager_, _Gemälde_, p. 192.

[450] Avviso a stampa in data del 18 marzo 1796, a firma del Vicario generale della Diocesi di Palermo.

Gli è che alla santità della fede talora riusciva inefficace la disciplina ecclesiastica; e sommamente dannosa fu la gestione dell'ultimo Arcivescovo del secolo (Lopez y Royo), più delle apparenze curante che della sostanza, più dei suoi personali interessi che di quelli ben più gravi della religione. Non uno slancio da mente illuminata in costui, non un impeto che rivelasse la genialità di sentimenti generosi ond'egli primo avrebbe dovuto farsi banditore. La mondanità delle forme era in esso pari alla mal celata ambizione; e se Palermo non degradò dal culto sincero delle cose divine, si dovette alle convinzioni profondamente radicate nelle coscienze, e neppure sfiorate dal soffio degli enciclopedisti.

Ma fra tanti e sì stridenti contrasti la carità non difettava mai. Numerose opere pie componevano il tesoro dei poveri e dei derelitti. Se a tutte le miserie non riuscivano a provvedere, perchè immense quanto il mare son le sventure, a molte recavan sollievo, e più ancora ne avrebbero recato se alcuni beneficî fossero stati informati a principî diversi da quelli dominanti nel tempo in cui nacquero.

La Società moderna rimane impassibile o sorpresa a certi scopi di legati d'allora; ma ha torto nel giudicarli coi criterî che si son venuti formando da mezzo secolo in qua. Bisogna ricordarsi che una delle grandi preoccupazioni, se non la più grande, era l'anima, nella cui salute si erogavano sostanze, la legittimità delle quali nessuno metteva in discussione. Quindi i legati a favore di ordini religiosi e di cappelle, dove come in propria casa i confrati si adunavano. Le cosiddette _congregazioni_ o compagnie erano un completamento della famiglia; famiglia più larga, intesa a considerazioni sull'ultimo fine; e tra i legati ve ne avea così per esse come per le chiese, tanto per consanguinei poveri quante per orfane estranee. Nel solo anno 1790 si ebbero fino a nove istituzioni di cosiffatti legati.

La ricerca del nuovo patrimonio dovuto alla divozione ed alla carità nelle ultime decadi del settecento a confronto del patrimonio dei secoli precedenti darebbe oggi sorprese confortevoli alle anime bennate; ma, checchè ne sia, mentre in codeste maniere si affermavano le supreme volontà dei benefattori, centinaia di beneficî vigoreggiavano.

La lista delle opere pie palermitane parla dolcemente al cuore, e conferma come nulla si trascurasse per venire in soccorso degli infelici: donne traviate, fanciulle pericolanti, infermi mancanti di cure, bambini senza sostegno, carcerati privi di pane, condannati laceri e scalzi. Carità sublime quella, alla quale nessun giornale profondeva lodi smaccate a scapito della verecondia dei benefattori. La bramosia di rumore intorno al proprio nome poteva forse, perchè umana, affacciarsi all'animo loro; ma non lasciava svaporare la fragranza del fiore gentile della carità, olezzante perenne e benedetto. Non si sognava la teatralità delle opere buone, non il compenso materiale del bene spontaneamente concepito e santamente condotto; unico movente, unico compenso del bene, il bene stesso.

E frattanto, per lunga inerzia, sonnacchioso il paese trascinava la vita alla quale era stato abituato da Vicerè stranieri, avidi di pompe e di danaro, e da ministri, ciechi o avveduti strumenti di quei Vicerè.

Tra molli ozii intorpidivano i ricchi, d'altro non curanti se non di ciò che meglio assicurasse il quieto lor vivere col godimento, per chi ne avesse, di titoli e di fasti. Carezzavali il Governo e, come per compenso, ne ricavava forza, che alla sua volta su di essi rispecchiava e profondeva. Del ceto civile, gl'impiegati sbarcavano placidamente il lunario guardandosi dal far cosa che potesse dispiacere ai superiori o compromettere l'ordine interno; ed i professionisti grossi e piccini dalle dovizie delle case nobili, dai piati dei litiganti e dalle amministrazioni delle comunità religiose ritraevano chi sussistenza, chi agiatezza.

La innata passione di gareggiare in lusso con la classe elevata imponeva loro spese che consumavano le ordinarie entrate: gara che per imitazione ne tirava dietro un'altra: quella degli operai.

La grande massa del popolo, purchè il pane costasse poco (ed il Senato lo dava a buon mercato, anche a scapito dell'erario del Comune) e le feste non mancassero, si sfamava e restava contenta.

Potente come la Nobiltà il Clero secolare e regolare, rispettato se alto e dotto, tollerato se basso; ma pur sempre tenuto di conto, se non altro pel numero.

Non una parola di fuoco che accendesse gli spiriti; non un atto che sorreggesse le fedi vacillanti, che sollevasse alla visione d'una Sicilia forte, libera e indipendente. Il tentativo del Di Blasi fu un'allucinazione generosa al miraggio della libertà francese, tirannide di folle boccheggianti attorno agli alberi della libertà, in Italia grottescamente parodiati.

Qualche anno dell'ottocento dovea passare perchè si uscisse dall'eterno torpore. La Società incominciava una lenta, insensibile evoluzione. La forza di volontà dei maggiorenni, già viva e gagliarda in tutte le sue esteriorità, svigorita pel prolungato consumo dell'organismo sociale e pei continui ritagli di privilegi e preminenze operati dagli ultimi Vicerè, volgeva a completo esaurimento.

Il patriziato era caduto in istanchezza: e quando con l'atto memorando del 20 luglio 1812 il Braccio baronale del Parlamento siciliano faceva spontaneo sacrificio di quei privilegi e di quelle preminenze, esso compieva sì un nobile atto di patriottismo, ma rinunziava ufficialmente al resto di ciò che avea parte perduto, parte dimenticato. Le energie d'una volta, spossate, si trasformavano in nuove energie come per prepararsi a combattere il dominio del passato ed a sostenere le lotte dell'avvenire.

Nei primi sessant'anni del secolo XIX, in mezzo a turbinose vicende, la storica Capitale seguì una via ascendente di progresso: debole progresso, è vero, ma reale e palpabile. Tra giuramenti di principi fedifraghi ed aspirazioni e sommosse di popoli, tra violente repressioni di governanti e fremiti sdegnosi di vittime, tra concessioni coraggiosamente reclamate e riforme ineluttabilmente imposte dal fatale incalzare degli eventi, il paese con la coscienza dell'esser suo e con la forza della sua storia acquistava dignità novella.

L'asservimento forzato al Governo di Napoli, l'antigeografico titolo di _Regno delle due Sicilie_ al quale l'Isola dovette sottostare, non impedirono il rinnovamento della Città.

Il 1860 trovò Palermo pronta ad immolare sull'altare della Unità d'Italia la sua autonomia. Pur di conseguire la libertà, che, ben intesa e mantenuta, è base e guarentigia di civile floridezza, unì incondizionatamente le sue sorti a quella degli altri Stati della Penisola e diventò provincia del nuovo Regno.

Abolite da mezzo secolo ma non dimenticate le antonomastiche _Costituzioni_, la storia di Palermo, che è storia di Sicilia, si confuse e si perdette nella storia d'Italia; ma Palermo si fece più grande, più bella, degna in tutto e per tutto delle principali città sorelle di Terraferma.

Le sue mura di città crollarono; i suoi bastioni di giorno in giorno cedettero il posto ad infinite abitazioni private e pubbliche; le sue porte restarono solo di nome. L'antica Capitale si triplicò fuori di se stessa: e le quattro miglia di suo circuito divennero tre volte tanto, e sulla immensa pianura di orti, giardini, oliveti e spiagge gli abitanti si riversarono in cerca di aria, di luce, di verde, di cielo, di mare.

Ogni giorno che passa è una casa, un edificio che cade sotto il piccone inesorabile del muratore, e con esso un ricordo che si dilegua dalla memoria di chi resta. E non pure il passato, ma anche il presente cade a brandelli. I fatti avvenuti ieri s'involano agli occhi nostri precipitando nel baratro delle memorie irrevocabili. Nel tempo che fugge s'incalzano con rapidità fulminea uomini e cose. Solo resta immutato, vecchio e perennemente giovane, il popolo; sul quale due, tre secoli non son per altro passati che per modificare vestiti non più compatibili col continuo rinnovamento della moda. I suoi _catodî_, minacciati da periodiche velleità di trasformazioni edilizie, son sempre lì, per naturale inclinazione della genterella che li abita, uniformi, puliti, ma angusti, sovente scarsi più sovente privi di luce; e si legano e stringono, o si dividono e discostano per formare vicoli tortuosi, gradinate sostituite a rampe di antichi dislivelli, piazzuole irregolari, cortili ciechi, reconditi, sinistri, ignoti perfino ai popolani del quartiere. Quivi formicolano parecchie centinaia di migliaia di uomini, donne, fanciulli con tradizionali usanze e leggende che richiamano a consuetudini scomparse.

Ma il ceto medio e l'alto, non del tutto smorbati dal tradizionale spagnolesimo, con mirabile prontezza si sono assimilati quanto di nuovo offre la vita moderna del continente: il grande, il bello, che non può sfuggire agli ammiratori delle cose grandi e belle.

Possa tu, o Palermo, vanto della Sicilia, con l'Italia forte, avanzare in prosperità! Possano le più miti aure carezzarti di dolci baci, ed il cielo giocondarti di perenne sorriso! Possano i tuoi figli renderti beata di domestiche e civili virtù!

Ecco l'augurio, che l'ultimo dei tuoi devoti fa per te, vecchia Palermo ringiovanita,

Patria, diva, santa genitrice!

RAGGUAGLIO

_tra i pesi e le monete del secolo XVIII_ _e i pesi e le monete d'oggi._

Una salma = ad ettolitri 2, 74. Un quintale (rotoli 100) = chilogr. 80. Un rotolo = ettogr. 7, 9 decagr. Un'oncia = decagr. 7. Un'onza = lire 12, 75. Un tarì = lire 0,42. Un grano = lire 0,02. Uno scudo = lire 5,10. Un ducato = lire 4,25.

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FINE DEL VOLUME SECONDO

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Arcieri/Arceri, sotto-regole/sottoregole, avversari/avversarî, mormorio/mormorìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura sono stati inseriti nelle note, dove non presenti o errati, i numeri di pagina relativi al testo richiamato nelle note stesse, nella forma {p. _nn_}. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

47 -- Il giuoco [guoco], non v'inganno, a me 67 -- Che [Cre] dalla ruota e dal martel cadente 205 -- e di egregio [egrerio] casato 218 -- non il mellifluo [mellifuo] Caramanico 271 -- Per convincersi [convircersi] di questa verità 279 -- Principessa Carlotta di Wales [Walls] 347 -- la opinione [opione] del Tychsen 358 -- non sacerdote [sacedote], ma semplice chierico 361 -- e qualche operazione chirurgica [chirurigica] 447 -- si ebbero fino a nove [nuove] istituzioni