La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 26
Contemporanee a queste velleità nella ricerca del Vero son quelle della cultura del Bello. Non per un solo decennio (1770-1780), come porta la fama, ma per un periodo più lungo ancora, si fecero vive, per impulso del Principe di Campofranco, certe tendenze ad una letteratura leggiera, francesizzante. Avea essa carattere di galanteria e manifeste inclinazioni all'untume enciclopedico, buono a far comparire dotto chi non lo era, o molto istruito chi lo era poco.
Lo Scinà si mostra costantemente avverso a questa evoluzione letteraria; tuttavia non nega che l'allettamento della nuova maniera onde si presentavano scienze e lettere, dovea per la sua inusitata piacevolezza invogliare agli studî spargendo una superficiale cultura, che ripuliva ed ingentiliva la nazione[418]. Si sarebbe potuto occupare di cose serie, è vero, ma fu un bene che di qualche cosa si fosse occupato e qualche elemento d'istruzione e di cultura avesse cercato di far gradire.
[418] _Scinà_, _Prospetto_, t. II, cap. II.
Ma non perdiamo di vista i _Portraits_ del Cannella.
Col Sergio e col Balsamo, con frate Bernardino da Ucria e col Chiarelli, col Controsceri e con lo Spedalieri troviamo da lui ammirati il Giarrizzo, il Sarri, il Piazzi ed un'altra dozzina di personaggi, non tutti egualmente illustri. Meli, degli altri poeti onore e lume, vola come aquila sui contemporanei: e gli vien dietro l'ab. Carì. Il teatino Sterzinger è onore della bibliografia; De Cosmi, dello insegnamento e della sacra oratoria.
Mentre da tutti si guardava come mestiere il commercio, Sergio lo studiava come scienza, e primo avea il coraggio di proclamare i pregi dell'agricoltura, e di parlare del lusso moderato delle nazioni, della necessità delle pubbliche strade, della polizia della marina di Sicilia, del modo di tirar la seta dai bozzoli del filugello con piccole ruote; e raccomandava ai magistrati le nuove arti da introdurre tra noi. Amico del Genovesi, scriveva a lui del vantaggio che le scienze esatte potevano trarre dal commercio. Bartels che lo conobbe ne lodava la mente aperta ed attiva, ma preoccupata: segno forse della coscienza che egli avea del suo valore, non da tutti compreso, da pochissimi eguagliato[419].
[419] _Bartels_, _Briefe_, v. III. p. 703. -- _Cannella_, _Lettre_, pp. 36-37.
Caratteristica la figura di Mariano Scasso, sulla quale piacquesi di barzellettare anche il Meli. Ingenuo nel credere, inabile a combattere le altrui opinioni, D. Mariano dava ragione all'ultima da lui udita, quando non cercava di conciliarle tutte senza accorgersi che non ne accordava nessuna; e cedea alla mobilità fantastica del suo spirito secondo l'ambiente nel quale si trovava; sicchè,
Sulu lu movìnu L'oggetti intornu: 'Na donna, un cavulu, Un servu, un cornu.
Godeva fama di molto sapere e se ne invaniva come di merito eccezionale: il che nol privava di amici, che di lui stimavano la sincerità del cuore. Merito, che tutti discussero, fu la sua versione italiana, affogata in un mare di note (per l'epoca araba prese, nientemeno, dal _Codice diplomatico_ Airoldi-Vella!) della _Histoire générale de Sicile_ di de Burigny; versione che lo Scasso avrebbe fatta anche del Corano se, come osservava il Cannella, ne avesse conosciuta la lingua[420].
[420] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 699. -- _Meli_, _Poesie_, p. 50. -- _Cannella_, _Lettre_, pp. 35-36. -- _Scinà_, _Prospetto_, t. III, c. III.
Di Monsignor Gioeni può pensarsi ch'egli avesse la passione di fabbricare. Non prima, infatti, erano principiati o condotti innanzi i suoi edifici, ch'egli per pentimenti sopravvenuti voleva riformarli: lusso consentitogli dalle non comuni e quasi sempre ben impiegate ricchezze. Con la passione delle opere edilizie procedeva in lui quella della gloria; poichè se pochi lo somigliarono nello esercizio incessante della virtù, egualmente pochi si piacquero quanto lui di raccomandare la propria fama alle opere che da quell'esercizio traevano vita e calore in iscrizioni non prive di lunghezza e di ampollosità.
Pure bisogna esser giusti. Questo difetto di modestia non va preso come una specialità del Gioeni. Altri con lui lo ebbero, ma in lui era sopravvanzato da un patriottismo senza pari.
Ed in vero: gli ultimi decennî del secolo accusano nei nostri reggitori ed amministratori una febbre intensa di gloria. Non si compiva un monumento, una fabbrica, un ornamento che non lo si volesse raccomandato ai posteri; sì che le iscrizioni onorarie e commemorative si moltiplicavano a vista d'occhio, specialmente, quando per la trasformazione degli edificî, per lo sviluppo della città e per la modificazione dei vecchi istituti la edilizia veniva subendo frequenti riforme.
Regnava Ferdinando III, e le iscrizioni auspicavano da lui e dal Vicerè, e s'impinguavano con la lista dei nomi e dei titoli, non sempre classicamente latinizzati, dei Pretori e dei Senatori. Più d'una era pel Marchese di Regalmici, al quale le incessanti cure dell'ammiranda opera di abbellimento della città non toglievano il tempo di assistere a solenni accademie in onor suo, nel Palazzo Pretorio e in palazzi privati.
Coi tempi nuovi (1860) fu fatta man bassa sopra alcune di queste iscrizioni: e quando la resipiscenza degli amministratori le volle conservate al Municipio, e soprattutto in quella che è ora _Sala delle Lapidi_, un gran numero vi mancarono, perchè state rotte, smarrite, o invertite a vilissimi usi.
Il richiamo alla vanità dei passati ci condurrebbe a malinconiche considerazioni sui presenti, affetti più di quelli da vanità e da megalomania. Il secolo XIX si è chiuso con una specie di morbosità monumentale, non per sincero sentimento di ammirazione ai morti, ma per mal dissimulata bramosia dei vivi di attaccarsi alla fama di celebri e non celebri morti e vivi.
E passiamo oltre.
Tra tanto senno il Cannella fa sedere Carlo Santacolomba pel suo libro sopra la _Educazione degli alunni del Buon Pastore_; ma lo Scinà, che esercitò dittatura letteraria incontestata, lo ritenne una vacuità illustre, che riuscì a strappare la gradita Abbazia di S.a Lucia del Mela (prov. di Messina). Questa ed altre abbazie, pingui canonicati, erano l'aspirazione incessante, la caccia perpetua di centinaia di persone. Ebbe quella di S. Angelo lo Scopello in Trapani il cattedratico Giovanni Gianconte, medico del Vicerè; ma se volle conservarsela, dovette vestire sempre l'abito chiericale non ostante avesse un bel tocco di donna dopo un matrimonio in perfetta regola a tutti noto, meno che al Governo. Ebbe il maltese Vella e si godette fino al giorno della sua condanna l'Abbazia di S. Pancrazio, che il sommo Meli chiese sempre invano; ed il Gregorio potè conseguire quella di S.a Maria di Roccadia alla vigilia di scendere nel sepolcro.
Eccezione ammirevole le donne colte, e perchè tali, lodate da colti uomini. Lieto ricordo è nelle scienze morali la Principessa di Campofranco, sulla quale non ebbero mai presa le lodi smaccate degli adoratori. Valente era, ma non quanto i contemporanei, perchè donna, nobile e ricca, la proclamarono. Il turbinio della Corte di Napoli la condusse fuori del campo delle lettere. Il matrimonio distrasse dagli studî Anna Gentile, cui il padre avea educata a studî forti e della quale la bizzarria del Principe di Campofranco diede in luce certe _Lettere filosofiche_[421]. Pure nè l'una, nè l'altra di queste donne superaron la Principessa di Villafranca in quelli di Educazione: e di tutte e tre nessuno partecipò agli studî di Donn'Anna Maria li Guastelli, monaca dell'Assunta, che in due poemetti cantò di _S.a Rosalia_ e di _Palermo liberato dalla peste del 1625_, e venne allietata o conquisa da una pioggia di sonetti; ma non lasciò cogliersi dalla epidemia poetica, allora più che mai insidiosa: il che fa supporre in lei virtù non comune in mezzo alla comune debolezza dei verseggiatori.
[421] Vedi v. I, cap. XVIII.
Siamo proprio al tempo in cui, infastidito delle continue richieste di odi e di canzoni per le più frivole cose, Parini esclamava:
Possibil che un dottor non s'incoroni, Non si faccia una monaca od un frate Senza i sonetti e senza le canzoni!
E se questo in Milano, non altrimenti era in Palermo. I migliori poeti non sapevano resistere alla pertinacia delle richieste come alla vanità d'infilar versi. Non facciamo il nome del Meli, perchè non vogliamo profanarlo; e non vorremmo fare neppure quello del Carì se di lui dovessero rispettarsi solo le improvvisazioni, aliene da tutte le convenzioni ufficiali. Ma anch'egli, il Carì fu vittima non sappiamo se della corrente di allora o di sua particolare inclinazione. Se per poco gli andremo dietro, lo vedremo poeta di tutte le ricorrenze, dalla morte d'un amico, al giuoco del pallone, dall'ascensione aerea del capitano Lunardi alla effimera guarigione del Vicerè Caramico, ed alla improvvisa morte di lui. Qualche volta però, anzi sovente, come ardito, libero padrone del campo poetico, meschinamente, forse bassamente, popolato di adulatori senza pudore e di scribacchini senza coscienza, nelle sue non misurate corse, talora ricalcitra alle regole del Galateo ed al freno dell'arte, tanto dal trascender nel lubrico; e pare confonda la franchezza con la licenza. Per questo il suo nome, Cireneo di cento croci, veniva preso come etichetta di merci avariate o di contrabbando; giacchè non v'era sonetto, non epigramma, non satira mordace della quale non si attribuisse a lui la paternità. Questo, se non è sempre onorevole per la sua fama, dimostra che nessuno si riteneva più franco di lui nel dire il fatto suo sui peggiori arnesi e sulle più brutte cose del secolo. La sua musa sorrideva e fremeva, sogghignava e plaudiva, quando velata e quando scoperta, attorno al card. Lorenzo Ganganelli che diventava Papa Clemente XIV (1769); a Voltaire che moriva (1778); ai frati Domenicani e Francescani che perdevano il privilegio del Generalato (1788); a Francesco Carelli, che partiva, esacrato ministro napoletano, da Palermo (1795); all'Ab. Vella che veniva condannato (1796). Uno scatto di questa musa contro il neo-eletto avvocato fiscale del R. Patrimonio, Monroy, bastava a trattenere il Re dal concedere il possesso dell'alto ufficio. Allorchè nel 1798 Carì cessava di vivere, il Meli lo piangeva a calde lacrime e cantava:
Mortu è Carì, lu granni, lu sublimi Principi di la lira e di li canti[422].
[422] _Meli_, _Poesie_, p. 148.
Che fosse stato tale, lo dissero tutti i contemporanei; ma dell'opera poetica di lui labili ricordi restano, più che per le poche poesie edite, per le molte manoscritte, a ragione o a torto a lui attribuite; della oratoria scarsi, mediocri documenti; e della teologica, per quanto lodata, dissertazioni per le quali pochi ebbero ragione di annoverarlo fra i grandi maestri della scienza di Dio.
Questo il Carì, Nestore dei letterati del tempo che fu suo. Scolari, imitatori ed emuli di lui in Pindo: una turba di verseggiatori, argomentandosi di seguirlo, facevano mostra di sè in accademie, case private, solennità religiose, nuziali, onomastiche. Dozzine di ecclesiastici e di forensi, volendo grandeggiare, bamboleggiavano; e, sia detto per onore del vero, tutto poteva loro far difetto meno che la imperturbabilità nel corteggiare le muse; le quali non troppo benevole con essi, infastidite di tanti importuni, ora all'uno, ora all'altro voltavan le spalle, senza che nessuno degli accesi spiriti se ne accorgesse. Che anzi, nella beata illusione di lor valentìa, tutti s'infiammavano a celebrare avvenimenti pubblici, fatti di famiglia, cuccagne di popolo, nascite di bambini, morti di adulti, professioni di monache, feste di santi, arrivi di alti personaggi, elezioni di senatori, promozioni di beneficiali e di magistrati, trionfi di cantanti, senza un pensiero alla patria gemente, senza un motto che rivelasse coscienza dell'ufficio civile della poesia, o aspirazione a un ideale altissimo. L'eco dei placidi belati del sac. Urso e di Domenico Perdicaro, di Luigi Graffeo e di Benedetto Jerico, di Giuseppe Spinosa e di Domenico Cavarretta, di Salv. Di Liberto e di Gaspare Mangione si ripercoteva per intere settimane nei salotti, nei refettorî dei monaci e dei frati, nelle scuole dell'Accademia (Università) degli Studî, nei caffè; e si levavano a cielo quelli dell'Ab. Mancusi e dell'Ab. La Manna, nomi che ora appena si trovano in mezzo agli altri di canori pastorelli, ai quali se non ci fu un'Arcadia che li facesse suoi, non mancarono certamente sorrisi e plausi tra
Il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo.
Non ci fu, è vero, un'Arcadia ufficiale; ma ne dominò un riflesso e più che un'eco: e quando (1773) Suora li Guastelli, figlia dell'ex-Senatore G. Battista, volle dare alle stampe il _Palermo liberato_, dovette chiederne l'autorizzazione al Preside ed ai Censori dell'Accademia degli Ereini, alla quale era ascritta. L'alto magistrato tenne consiglio, e, dopo maturo esame, deliberò di concedere la invocata autorizzazione. Il suo decreto, non ostante la comicità dei nomi accademici, olimpicamente solenne, chiudevasi con la seguente formola: «_Dato in Collegio dei nostri Monti_ (Erei), _nel giorno 4 della Luna di Munichione, Olimpiade 738, anno 1 a P. C. Olimpiade 11 a 4_»: formola che ha tutta l'aria di certi problemi onde qualche moderno autore di aritmetica per le scuole si crogiola a tormento dei poveri fanciulli.
Gareggiavano poi coi migliori siciliani i poeti del Continente domiciliati in Palermo, chi tra le Comunità religiose dei Teatini e degli Scolopi, chi nelle case signorili a educare giovanetti. Per tale compagnia la produzione poetica paesana veniva accresciuta da quella toscana dello scolopio Carlo Lenzi, dell'Ab. Griggioni, del _Dorisse_ (de Rossi) e degli illustri padre Salvagnini e p. Michelangelo Monti. I versi di questi ultimi, tenuti in molta estimazione, non prima venivano letti o uditi che erano imparati a memoria e recitati dappertutto. Tempi beati, nei quali un'ode faceva il giro trionfale della città!
Di incidenti ed aneddoti personali utili alla conoscenza di questa brava, ma spesso fastidiosa gente, ve n'è quanti se ne vogliono. Ne sceglieremo per la sua amenità uno soltanto.
Una mattina l'Ab. Carì dopo di aver celebrato messa nella chiesa di S. Matteo, si stava spogliando degli abiti sacerdotali nella sagrestia. Nel frattempo gli si presenta un uomo, che lo prega di volere udire due suoi sonetti, o di dirgli quale gli sembri degno di vedere la luce. L'ab. Carì china benevolmente il capo ad ascoltare. Mentre lo sconosciuto legge il primo sonetto, il Carì si fa brutto in faccia. Finita la lettura, gli dice secco secco: «Stampate l'altro». -- «Ma come! risponde quello; se Vostra Reverenza non l'ha sentito ancora?» -- «Sicuro: aggiunge l'Ab. Carì, perchè peggiore di questo primo, il secondo non può essere».
CAP. XXV.
L'ACCADEMIA (UNIVERSITÀ) DEGLI STUDI E GLI STUDENTI.
Dopo la soppressione dei Gesuiti la istruzione non ebbe quel rinnovamento che era da impromettersi. Come suole avvenire nelle improvvise rivoluzioni d'ordine politico civile, morale o religioso, non si era preparati al da fare, e si credette di aver provveduto alle prime e più urgenti bisogne abbattendo in fretta e in furia gli emblemi della espulsa Compagnia e supplendo alla meglio qualche istituzione buona alla gioventù maschile e femminile.
Dieci e più anni passarono senza un piano prestabilito di riforme, senza un concetto sicuro di ciò che convenisse sostituir proficuamente all'insegnamento che era venuto a mancare. Si sapeva quel che si era lasciato; non si sapeva quel che si dovesse prendere.
Discipline neglette per le condizioni d'allora, impotenti aspirazioni al progresso si trascinavano in mezzo a fiacche velleità di riforme.
Nelle mani dei Gesuiti erano state le scuole che ora si direbbero classiche secondarie e le superiori. Nel loro Collegio Massimo si erano conferite lauree in alcune facoltà. Col loro allontanamento quel privilegio era venuto meno; quindi non più dottorato in Teologia, meta suprema degli studî ecclesiastici; non più laurea in Filosofia, materia comune alla Giurisprudenza ed alla Medicina.
Eppure ben altri erano stati i voti della Città nei secoli passati! Quando nella rivoluzione del 1647 il popolo palermitano, adunato nella chiesa di S. Giuseppe, avea presentato i Capitoli che per opera del Senato voleva concessi dal Vicerè, non avea dimenticato quello a favore della istruzione, inteso ad ottenere che «studi pubblici di tutte le professioni in loco ben visto alla città» si aprissero, e la città ne scegliesse i maestri[423].
[423] _La Lumia_, _Giuseppe d'Alesi e la Rivoluzione di Palermo del 1647_, Documenti, n. 3. -- _I. Carini_, _L'Università di Palermo nell'a. primo del corrente secolo_, in _Arch. stor. sicil._, a. II, p 235. Pal. 1874.
Ora il Senato, vigile custode del decoro della Capitale, implorò dal Re il privilegio dei Gesuiti; ed al suo voto si unì più tardi, dissenziente il Braccio militare, il Parlamento. S'invocò a favore del Diritto Civile e Canonico e della Medicina e Chirurgia il privilegio per secolari concessioni goduto, a scapito di Palermo, dalla città di Catania. Lunghi i tentennamenti: ripetute le ripulse, dovute a difficoltà di erario ed a malinteso rispetto a vieti diritti e, che è più, ad apatia del Governo di Napoli. Si temeva che una concessione in questo senso a Palermo potesse nuocere a Catania, facendo nascere in essa malumori contro i ministri: e frattanto alla istruzione di Catania nocevasi, come vedremo, assai più che concedendo il chiesto privilegio.
Imperciocchè è da sapere che se Catania aveva la prerogativa dell'insegnamento superiore e delle lauree, Palermo avea l'incarico dei concorsi alle cattedre di quella città: e di questo le sue commissioni esaminatrici con sottile astuzia si giovavano per regalare alla privilegiata Università i men degni maestri. La notizia è nuova, ma ci viene da un uomo degno di fede, indispettito del brutto giuoco a danno della città a lui cara.
«Palermo, dice il De Cosmi, ha riguardato sempre con gelosia questa Università, e sempre e per tutte le vie ha procurato di fiaccarla coll'erezione di nuove scuole, con dispense dal triennio, col procurare che i professori di Catania fossero sempre persone di poco sapere, come si vede dagli attuali (1801) professori interinarj provveduti dal Ministero di Palermo, che, senza esagerazione, furono la spazzatura di tutta la gente inutile di Palermo: sordi, vecchi decrepiti, attratti, per non parlare delle qualità dello spirito e del costume, e che in otto anni hanno finito di discreditare le scuole di quella infelice Università»[424].
[424] _G. Di Giovanni_, _La vita e le opere di G. A. De Cosmi_, pp. 152-53.
Fatta la legge, del resto, è trovato l'inganno: e molti giovani dell'Accademia degli studî in Palermo maliziosamente si sottraevano al triennio di Catania mercè dispense che con futili pretesti facilmente ottenevano.
Pure i tempi maturavano.
L'ultimo ventennio del secolo si svolgeva a vantaggio della cultura scientifica della maggiore città dell'Isola. Sotto l'impulso di eletti ingegni, con un po' di buona volontà del Governo locale, alle aure di un rinnovamento intellettivo da tutti sentito, si cominciava a respirare in campi meno angusti di quelli nei quali era stata o si era trincerata la istruzione superiore. Un piano venne presentato per raddoppiarne le materie; nuove discipline vennero ad assorellarsi con le antiche rafforzandone la efficacia. Il modesto titolo di «Accademia degli Studî» prese a rappresentare una vera e propria Università, che poi, nel 1805, potè sorgere incontrastata a fronte di quella di Catania. Trenta cattedre avea proposte (1779) la Deputazione degli Studî, e solo venti ne ottenne: tre per la Teologia, quattro pel Giure, sei per la Medicina, sette per la Filosofia: concessione irrisoria, se si guardi ai tempi nostri; non priva d'importanza allora, che poco o punto si era riusciti ad avere.
Alla laurea teologica si potè aspirare frequentando per cinque anni (era il corso più lungo) le lezioni di Storia ecclesiastica, Teologia Dommatica e Morale non tomistica; alla legale, quelle di Istituzioni canoniche e civili, di Diritto naturale e pubblico, di Economia, Agricoltura, Commercio. Si conseguiva la laurea in Medicina per corsi di Anatomia, dissezioni anatomiche, Chirurgia pratica, Chirurgia ed Ostetricia, Chimica e Farmaceutica, Medicina teoretica e pratica. Questi corsi superava la laurea filosofica, la quale in un amalgama che oggi deve parere indigesto componeva Logica e Metafisica con Botanica e Storia naturale, Fisica sperimentale con Lingue greca ed ebraica, associandovi Geometria ed Algebra, Matematiche, Idraulica ed Architettura civile! Di Pandette, Diritto feudale e criminale, Storia civile, Antichità e Diplomatica non si parlava neppure, benchè la Deputazione, ispirandosi a quel che s'insegnava a Catania, ne avesse fatto proposta.
A questi, altri insegnamenti vennero aggiungendosi più tardi; sì che ai primi del nuovo secolo poteva ben contarsi sul numero dei trenta della Deputazione medesima, pure essendovene diversi da quelli da essa vagheggiati. _Lettori_ furon detti coloro che oggi chiamiamo _professori_, titolo che assumono modesti insegnanti elementari come titoli nobiliari si arrogano vanitosi audaci che non vi han diritto. Agli antichi venne conservato il salario annuale di cent'onze (L. 1275); ai nuovi quello di sessanta ad ottanta (L. 1070), che al settecento valeva qualche cosa.
In tutto questo tempo l'Accademia ebbe maestri rinomati: l'Ab. Carì per la Dommatica, G. Venanzio Marvuglia per l'Architettura, Controsceri per l'Etica, Sergio per la Economia pubblica, R. Scuderi per la Patologia. Meli tribolava insegnando Chimica senza gabinetto; Garajo chiedeva invano di dettare il suo corso di Istituzioni civili e di rito civile in casa; Frate Bernardino da Ucria, condannato al modesto ufficio di dimostratore, faceva per la Botanica assai più del lettore Giuseppe Tineo. Man mano che altre cattedre si fondavano, maestri valorosi venivan chiamati ad occuparle: l'Ab. Balsamo l'Agricoltura, il can. Gregorio il Diritto siculo. Con larghe offerte si fecero pratiche per avere allo insegnamento della Letteratura il Marmontel, delle Matematiche il Lagrange, della Fisica lo Spallanzani, dell'Astronomia l'Oriani: più oltre non poteva andarsi, ed il Caracciolo vi si spinse con lo ardore di un riformatore; ma le pratiche riuscirono infruttuose; e fu somma fortuna che il Piazzi si decidesse a lasciar la sua Valtellina per la Sicilia, ove fu compagno ad altri ecclesiastici del Continente italiano quali il Salvagnini da Padova e P. Michelangelo Monti da Genova.
Tra essi, circondato della falsa aureola di sapienza arabica, si assise superbo il più gran ciarlatano del secolo dopo Cagliostro in Sicilia, l'Abate Vella, le cui sfacciate creazioni storiche ci siamo provati a riassumere in un precedente capitolo.
Tolto in siffatta maniera ogni impedimento alla laurea, il numero degli studenti si accrebbe, e con essi il bisogno di un regolamento di disciplina. Verso la fine del secolo questo numero rappresentava una media di 850; nel 1800 preciso era di 896, cioè: 84 nella Facoltà teologica, 152 nella medica, 324 nella filosofica, 336 nella legale[425].
[425] _Carini_, op. e loc. cit., pp. 236-38.