La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 25

Chapter 253,620 wordsPublic domain

[406] _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racc. pop. sic._, v. I, pp. 186-87.

Altri esempî non occorrono a confermare la piena convinzione di questi bravi accademici; i quali -- per dir tutto -- erano tra i più illustri letterati del tempo. Aggiungeremo non pertanto un fatto molto acconcio a confermare il culto singolare che si professava pel dialetto.

Nel _Giornale di Sicilia_ del 9 dicembre 1794 un anonimo scriveva lodando il parlar materno (il siciliano), e raccomandando il toscano come lingua per tutti. Questa osservazione semplicissima provocava una violenta risposta nel medesimo giornale. Altro anonimo prendeva per nemico della patria il lodatore del toscano, e questo era costretto a scagionarsi dall'accusa[407].

[407] _Giornale di Sicilia_, n. 23, Pal., 6 genn. 1795.

Non era argomento da pigliare a gabbo.

I componenti dell'Accademia siciliana non per nulla erano accademici. Essi avevano tutte le miserie della loro razza. Noi li abbiam visti a fare il chiasso, anche per un nonnulla, nel Palazzo senatorio. Ebbene: se non peggio, lo stesso facevano all'Accademia. Il bello è che i principali agitatori eran quelli che catoneggiavano per mettere il bavaglio ai tribuni. La è sempre così: quelli che si atteggiano a vindici delle violenze altrui sono i più violenti; così avviene che parlano sempre di onestà molti di coloro che della onestà non sono i migliori amici.

Quando, dopo la decapitazione del Di Blasi, la Società venne soppressa, di lei non si parlò più altro che per vederla ricostituita. Il March. di Roccaforte l'ebbe nella sua casa, ed il Meli ne trasse lieta ragione a prospero avvenire. Le sedute si ripresero; ma in qualcuna di esse si sicilianizzò troppo di allusioni e di equivoci[408].

[408] _Meli_, _Poesie_, p. 107. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 93.

Questi accademici un giorno vennero fuori con una proposta letterariamente liberticida: qualunque componimento poetico da leggersi in pubblica adunanza doveva prima sottoporsi alla censura preventiva d'una commissione. Non bastava quella del Governo per la stampa, se ne voleva creare un'altra per la lettura!

Con questo colpo di stato anche i grandi dovevano passare sotto le forche caudine dei piccoli. Gli stessi Meli e Scimonelli non avrebbero potuto sottrarvisi. Meli, Presidente perpetuo, ne sorrise; altri vi si acconciarono. Gli screzî, già alle viste, entrarono in campo; le bizze degenerarono in liti da partito; e l'Accademia corse il pericolo di andare a monte. Il venerando Meli interponeva la sua autorità: e a questi raccomandava la calma, a quelli il rispetto: non esser possibile procedere di questo passo; andarci di mezzo la serietà degli studî, l'interesse della patria lingua; grande lo scandalo di tante pretese; necessaria la buona volontà in tutti per un accordo che cementasse la pace. Ma il buon vecchio avea da fare con gente irritabile, anche perchè composta di poeti novellini e presuntuosi, e non riusciva a riconciliarli nè a farsi sentire. Allora, perduta la pazienza, li manda a carte quarantotto con un ultimo sonetto intitolato al Conte di Torremuzza «contro alcuni poeti siciliani», i quali, irrequieti e villani, non sapevano stare in pace tra loro nè con gli altri:

Scuvai di puddicini 'na ciuccata; E allura li sintii ciuciuliari Cu la scorcia a li frinzi 'mpiccicata, Mi lusingai chi mi nn'avia a prigari.

Ma ora ch'ànnu la cricchia già spuntata Si mettinu 'ntra d'iddi ad aggaddari, Nè trovu a cuntintarli nudda strata, Nè 'nsemmula, nè suli vonnu stari.

Cerca ognunu cumpagni a sulu oggettu Di putiricci dari pizzuluni; Dicinu chisti: Appara tu, ch'eu mettu.

Cui s'arrisica starici in comuni, Si a mia chi pri accurdarli m'intromettu, Pri la facci mi tiranu a sautuni? O Conti miu patruni.

La Censura, pri quantu iu viu e sentu, È di pizzuliari lu strumentu. Da chistu iu ni argumentu

Chi pri cuitari sti sautampizzi Lu menzu è ditagghiaricci li pizzi[409].

[409] _Meli_, _Poesie_, p. 112. -- Sull'argomento, vedi _L'Accademia sic. di Pal._ In Pal. MDCCCXCIV; e _Sampolo_, _L'Accademia sic. Nuove ricerche_. Pal. 1896.

Gli studiosi di _calembours_ troveranno stupendo l'ultimo verso.

CAP. XXIV.

PATRIOTTISMO DEGLI STUDIOSI. L'AB. CANNELLA. DISPUTE FILOSOFICHE E TEOLOGICHE. STORICI, LETTERATI, POETI.

La vita ristretta che le condizioni d'allora imponevano non poteva non creare cultori di discipline di argomento siciliano. La Sicilia stava in cima ai pensieri, agli affetti d'ogni studioso; era la nazione e la patria. Al di là del suo mare, altre nazioni, altri popoli: il regno di Napoli, la repubblica di Genova, quella di Venezia, lo stato di Milano ecc., rappresentati nella Capitale, nella _urbe_, dalla nazione napoletana, dalla genovese, dalla veneziana, dalla milanese e da altre che mettevano capo ai rispettivi consoli, e con essi alle chiese di lor proprietà ed esercizio. C'era S. Giovanni pei Napoletani, S. Giorgio pei Genovesi, S. Marco pei Veneziani, S. Carlo Borromeo pei Lombardi, la confraternita dei quali avea sede nella parrocchia di S. Giacomo la Marina.

Carattere spiccato quindi la sicilianità della cultura storica, tanto nella sostanza, quanto nella forma.

Nel precedente capitolo abbiam veduta questa sicilianità spinta all'eccesso sul finire del secolo. Possiamo frattanto gli occhi sopra un libro qualsiasi di erudizione, di antiquaria, di storia propriamente detta, del tempo. Vi troveremo sempre la Sicilia nella sua geografia, nelle sue vicende passate e nel suo presente. I suoi monumenti pagani come le sue reliquie cristiane, i suoi castelli come le sue chiese, gli avvenimenti di tutta l'Isola come i fatti di una religione di essa, delle sue grandi città non meno che dei suoi piccoli comuni, delle sue istituzioni, delle sue leggi, dei suoi uomini insigni per carità, per ingegno, per valore: tutto era argomento di ricerche per un buon patriota.

Noti il lettore che il patriota d'allora non era il patriota d'oggi; il quale, se falso, vanta servigi non mai resi alla patria, o incombenze non mai ricevute o disimpegnate: vanti e lustre onde si sale ad alti e ben rimunerati ufficî. Era bensì patriota chi amava operosamente la terra natale, chi ne amministrava disinteressatamente gli istituti, chi beneficava i poveri, chi celebrava i fasti della sua terra, e chi di essa procurava in ogni maniera lo ornamento ed il lustro.

In questo significato giunsero a noi come patrioti di fama illibata un Monsignor Ventimiglia, che i suoi libri donava alla città di Catania, ed in Catania istituiva un ospizio pei poverelli; il Principe di S. Vincenzo Alessandro Vanni, che efficacemente cooperava alla fondazione della Biblioteca Comunale di Palermo; Mons. Gioeni dei Duchi di Angiò, che liberalmente fondava il Collegio nautico, assegnava quattordicimila onze (L. 178,500) all'Albergo dei poveri, ed istituiva una scuola di Filosofia morale e civile legando premî annuali ai giovani che in essa si segnalassero, ed un catechismo faceva scrivere e largamente e gratuitamente diffondere ad istruzione del popolo, ed i suoi libri donava alla Città (vedremo più oltre il lato debole di questo patriota). Patriota quel Pietro Lanza Principe di Trabia, che, come abbiamo veduto, primo concepiva (1786) una scuola di agricoltura con un campo agrario nell'ex-podere gesuitico della Vignicella: proposta tutta moderna, che poi con le proprie sostanze traduceva ad atto il Principe di Castelnuovo con l'Istituto agrario che prende nome da lui[410]. Patriota infine, per non perderci in una rassegna fortunatamente larga, il Marchese di Villabianca, che solo raccoglieva ed illustrava tanta e così diversa e svariata materia di erudizione siciliana quanta non ne poterono mai, se ne togli il Mongitore, parecchi studiosi, e che da tanto tesoro staccavasi in vita, facendone dono alla sua terra diletta.

[410] Cfr. v. I, pp. 227-28.

La storia nostrana pertanto avea grande attrattiva per gli uomini più eletti. Ad essa come raggi che convergano al centro inclinava chi non preferisse coltivare una scienza, o chi non amasse perdersi dietro le evanescenze della fantasia. Anche poeti come lo Scaduto vi trovavano ispirazione a poemi epici ed a canti lirici. Le tradizioni del Fazello, del Barbieri, dell'Inveges, del Paruta, dei due Di Giovanni (Vincenzo e Giovanni); gli esempî degli Amico (Antonino e Vito), di G. B. Caruso, del Mongitore, erano stimolo a chi inclinasse a continuarli. In un medesimo tempo fiorivano, nella sola Palermo, col citato Villabianca il Testa, i fratelli Di Blasi, Gabriele Castello di Torremuzza e R. Gregorio: sei tra una pleiade di benemeriti delle sicule memorie.

Il Testa, premorto a tutti (1775), scriveva di Guglielmo il Buono e di Federico IIº d'Aragona, ed ordinava i _Capitoli_ del Regno. Il Villabianca consacrava la sua attività giornaliera al suo _Diario palermitano_, che si chiudeva il mese della sua onorata esistenza (1802): e lasciava il _Palermo d'oggigiorno_, la _Sicilia nobile_ e centinaia d'opuscoli siciliani, dove la pazienza delle investigazioni fa perdonare il difetto della critica e la vanità puerile.

G. Evangelista Di Blasi con la _Storia dei Vicerè di Sicilia_, preludeva alla ponderosa e troppo diffusa _Storia_ di Sicilia (1811). Il periodico di _Opuscoli_ di erudizione, in venti volumi, durato fino al 1778 a cura di Salvatore Di Blasi, veniva seguito dall'altro congenere di _Nuova Raccolta_.

Dalla teologia e dalla letteratura il Gregorio passava alla storia ed alla diplomatica, e nel tranquillo presbiterio di S. Matteo nel Cassaro, solo e senza maestri, sudava ad imparare la lingua araba, nella quale si levava maestro così esperto e sicuro da strappare la maschera all'Ab. Vella. Dai tempi del Caracciolo in poi, nell'annuale _Notiziario di Corte_ scriveva di geografia e di storia naturale, di tasse e di traffichi, di derrate e di commerci, di monumenti e di artisti dell'Isola. Nessuno prima, nessuno dopo di lui seppe meglio adombrare il perfetto modello di una storia civile. Componendo in sè il giurista e lo storico, il letterato ed il filosofo, si preparava a dar fuori un'opera sul _Diritto pubblico siciliano_; ma come parlare di questo in un paese ove ministri servili trepidavano per tutto ciò che nella esaltata loro fantasia apparisse sospetto alla regia prerogativa? onde il censore del manoscritto ne mutava il titolo originale nell'altro di _Considerazioni sulla storia di Sicilia_, come se il titolo mutasse la sostanza! E non si guardava all'alto concetto di «una delle più profonde opere che in questi ultimi tempi fosse stata scritta in Italia»[411].

[411] _Leo_, _Storia d'Italia nel medio evo_, lib. X. c. L, IV.

Il Principe Gabriele Castello di Torremuzza dopo indagini pertinaci metteva fuori la sua _Sicilia Numismatica_ e le monete delle isole adiacenti alla nostra. Ovunque egli passasse, lasciava traccia di sè: presso Porta d'Ossuna, nell'Orto del Barone Quaranta, dove scopriva antiche catacombe a tutti ignote; all'Ospedale grande, all'Accademia degli studî, al Tribunale del Commercio, tre istituti che l'ebbero deputato e giudice; a Segesta, dove restaurava il tempio; a Girgenti, ove disgombrava sovrapposizioni cristiane al tempio della Concordia e faceva restauri a quello di Giunone Lucina.

Questi ed altri dotti, tipi di cavalieri antichi, modelli perfetti di sacerdoti e di amministratori, noi li abbiam visti nei sodalizî intellettuali attendere alla illustrazione delle cose patrie, al progresso delle scienze e delle terre, allo studio del natio idioma. Noi siamo stati presenti a qualche loro adunanza, e abbiamo visto che anch'essi, ahimè! questi uomini egregi, aveano le loro debolezze. Ma anche fuori sodalizio, essi non erano esenti dai difettucci che un arguto scrittore sardo del sec. XIX, Giuseppe Manno, dovea battezzare: _Vizi dei letterati_. Il minore dei Di Blasi, regio storiografo, non seppe perdonare a Mariano Scasso la pubblicazione d'una versione italiana del de Burigny. L'opera per manco di sussidio di monumenti e di documenti, per errori di fatti che la scoprivano al critico più modesto, era a dir vero difettosissima; ma il Di Blasi oltrepassò il segno. Il suo altezzoso giudizio scese alle minuzie e trascese in biasimo astioso.

Quello spirito irrequieto che fu l'ab. Salvatore Cannella, tornando dalla Francia, dove l'arditezza delle opinioni avealo sbalestrato, in una opericciuola di _Portraits_ espresse certi suoi giudizî sopra i maggiori scrittori siciliani della fine del secolo[412]. Quei giudizî sono un misto di buono e di cattivo; e lo Scinà, pur non nascondendo la sua simpatia per l'autore, ebbe a dire: «In questi ritratti il Cannella diede di mano alla metemsicosi e fece delle trasformazioni. Mise in Meli l'anima di Anacreonte e di Teocrito, e nel Gregorio quella dell'Algarotti; mutò il cieco Marini, professore di rettorica, in Suderson, Scasso in Montaigne, Fleres in Malebranche e Carì nel Fontanelle della Teologia»[413].

[412] _Lettre de M. l'Abbé_ _Cannella_ _à M. le Baron N. N. sur la Littérature de Palerme, c'est à dire des Portraits des Savans Palermitains de nos Jours_. A Naples, Russo, 1794.

[413] _Scinà_, _Prospetto_, t. III, c. II.

Come venisse accolta la galleria di ritratti del Cannella non sappiamo. Certo, i contemporanei non ne parlarono quanto i posteri; i quali, a corto di notizie personali di certi uomini grandi e piccoli, presero i _Portraits_ come documento di storia letteraria; però nè Meli, nè Fleres, nè Scasso, nè Carì, solo per quella apoteosi di persone, credettero toccare il cielo col dito: ed il Cannella rimase quel che era: guardato in cagnesco dall'autorità chiesastica (la quale non poteva dimenticare certo suo ardito discorso contro il celibato, fortemente combattuto dal p. Leone) e sospettosamente dalla governativa, che ne seguì la fuga in Francia; con diffidenza dal pubblico grosso e dai dotti, i quali videro in lui un corruttore della gioventù, un novatore infranciosato, un mal dissimulato volterriano. Ai dì nostri egli sarebbe stato un grand'uomo per la facilità dell'ingegno ed i principî avanzati, che son solida chiave ad aprire le porte d'un giornale, specie se il Cannella si fosse deciso a smettere l'abito talare, e più ancora a far pompa d'una moglie presa in barba al celibato. Tale però non fu di lui. L'avversa fortuna gli tolse di conseguire un bene qualsiasi; e quando egli si affissava speranzoso in essa; una trave dello steccato dei fuochi artificiali della Marina, per le feste di S.a Rosalia, gli troncò la vita. Un epigramma corse allora in bocca di lui:

Non fu la trave no che mi ferì: Fu la mano di Dio che mi colpì.

E fu ripetuto che Pio VI, infastidito delle bricconate di Cagliostro (G. Balsamo) e della fuga dello Ab. Cannella dalle mani dei gendarmi pontifici, usasse dire: _La Sicilia mi ha regalato il balsamo e la cannella!_

Ora qualche pagina di quel libriccino è una sicura sintesi delle condizioni letterarie del tempo; e l'ultima vuol essere riportata:

«La nostra _piazza_ non è ancora accreditata: e da noi non si trova un libraio che voglia spendere. In Sicilia le Lettere non sono un mestiere come altrove. La Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina assorbono tutto. I nostri accademici ci opprimono a furia di sonetti. Premî pubblici mancano: e noi ci occupiamo di bazzecole e di dispute scolastiche. Il giansenismo ed il molinismo ci han divisi in due fazioni e mentre fuori si ride dei due sistemi, qui diamo loro una grande importanza. Altra setta, quella dei _Miceliani_, ci faceva girare la testa: sicchè noi non c'intendiamo più; ed intanto che il Cento ed il Natale, sostenitori di Copernico e di Leibnizio, eran proscritti, ed il Carì tremava per avere scherzato sulla scienza moderna, il furore gesuitico lo perseguitava dovunque»[414].

[414] _Cannella_, _Lettre_, pp. 43-44.

Per quanto breve e leggiera, questa pagina può servire a punto di partenza per comprendere l'ambiente letterario d'allora.

E anzitutto: è innegabile che in Sicilia non si conoscesse neanche di nome l'ufficio di editore nel senso moderno della parola e in quello che in Francia avealo trovato l'Abate Cannella. Uno studioso che avesse consumata la miglior parte della sua vita nella composizione d'un'opera, tutto poteva sperare fuori che questa gli venisse stampata da un libraio. Poteva bensì sperare, e trovava talvolta un protettore che generosamente ne pigliasse sopra di sè la spesa: ed allora era ben naturale che la dedica fosse fatta al mecenate; anzi è da credere che la dedica fosse leva della operosa benevolenza, o che la benevolenza preludesse alla dedica. Molti dei libri che nel frontespizio portano anche in caratteri modestissimi col nome dell'autore quello d'una persona alla quale il libro è dedicato con titoloni e lodi straordinarie, possono ritenersi fatti a spese di costui.

Giova però avvertire che non di rado interveniva il Governo e che libri d'indiscutibile valore, d'indole strettamente siciliana, o che facessero agli interessi del pubblico, vedevano la luce per sola ed efficace opera del Governo, nella Stamperia reale.

Vedevan la luce; ma viaggiavano? Ecco il punto che dovea disarmare gli autori. Giacchè, per quanto essi si adoperassero a far conoscere i proprî lavori fuori Sicilia, in Italia, non riuscivano se non a risultati molto meschini. Occorrevano larghe conoscenze e aderenze forti; le une e le altre, anche se conseguibili, frustrate dall'isolamento del paese, dalla lontananza dai grandi centri intellettuali, dalla poca inclinazione del gran pubblico alla cultura, dagli ostacoli che ad ogni passo sorgevano, mano mano che uomini e cose avvicinavansi alle barriere degli staterelli ond'era divisa l'Italia, e, nel finire dei secolo, dalle vertiginose vicende politiche.

Il tempo dei Vicerè spagnuoli era passato, ma anche in quello dei Vicerè italiani, del Fogliani p. e., di quanto si avvantaggiarono in proposito le condizioni letterarie? Solo sotto il Caracciolo le cose cominciarono a mutare aspetto, ed il Caramanico stimava gli uomini d'ingegno ed amava circondarsene. Non pochi poterono venire in fama per protezione del suo predecessore e di lui, che veramente faceva anche in letteratura, come gli altri Vicerè in politica e in amministrazione, la pioggia ed il buon tempo. Accennando al po' di bene che agli studî apportava il Caramanico, studioso tra studiosi, il Bartels però osservava: Se il Vicerè non riconosce la dignità delle opere dei dotti, se non cerca di mettere questi in relazione con quelli di altre nazioni, se non aiuta il commercio dei libri e non rende agevole la loro pubblicità, non ci sarà nulla da sperare. Aggiungeva poi una osservazione, che, presa assolutamente, è falsa; ma che può esser vera solo in parte, e con certe riserve. I baroni del Regno, diceva, temono le conoscenze filosofiche e storiche e cercano di distruggerle[415].

[415] _Bartels_, _Briefe_, v. III, pp. 706-707.

Con la mancanza assoluta di editori, con la difficoltà di trovar favore presso il Governo, con la censura preventiva e le lungherie per l'approvazione di stampa, faceva contrasto il numero dei librai, che neanche oggi si hanno. Nicola Volpe presso la chiesa di S. Nicolò Tolentino; sotto il palazzo Comitini, la U. Stamperia, che avea un fondo di libri in vendita; i fratelli Martinon sotto il palazzo del Marchese Drago; poco discosto, presso il Monastero del Salvatore, D. Tommaso Graffeo; più in alto, di faccia al Collegio Massimo, il Rini; poi la Nuova Libreria all'Insegna della Verità, e quella del Giaccio ai Cartari, e quella di Filippo Perrotta ai Cintorinai, viveano di siffatto commercio (1794).

Interminabili le dispute filosofiche e teologiche, nelle scuole superiori di scienze umane e divine: le accademie, i seminari ecclesiastici, i conventi battagliavano in sostegno d'uno o d'un altro sistema. Le antiche ire suscitate tra i Gesuiti per la difesa di quello di Leibnizio, svolto in versi italiani dal March. Natale[416], più presto che avversari avea tra gli studiosi creato amici alla trionfante scuola Wolfiana. Il colpo mortale dato dal giovane pensatore alla scolastica era stato improvvidamente riparato dal S. Uffizio con le vessazioni al poeta e con la condanna del libro di lui. Per dirne una sola: i Cassinesi di S. Martino nella loro chiesa di S. Spirito in Palermo aveano pubblicamente, solennemente affermato le loro opinioni leibniziane nei giorni appunto che il famoso Tribunale venivale riprovando. La lotta tra il vecchio ed il nuovo proseguivasi forte, anche dopo lo allontanamento della Compagnia di Gesù, e non pure in Palermo ma anche in Catania. Leonardo Gambino leibniziano, protetto da Mons. Ventimiglia, soppiantava il medico-filosofo Agostino Giuffrida, nemico implacabile di Leibnizio, del quale si facean campioni arditi nella Capitale Niccolò Cento, Vincenzo Fleres e Simone Judica.

[416] _La Filosofia Leibniziana esposta in versi toscani_, t. I, l. I. In Firenze (Palermo) 1758.

La soppressione del S. Uffizio infondeva vigore novello alle menti di questi e di altri pensatori. Gli esemplari della _Filosofia Leibniziana_ del Natale, sfuggiti fino allora agli occhi lincei degli Inquisitori, ricomparivano, non più timidamente, alla luce, ridestando assopiti entusiasmi, e con essi inveterati rancori; ma questi venivano da quelli soverchiati, ed il nome del già reprobo Natale, nei chiostri, nelle accademie, nei ministeri del Governo correva per le bocche di tutti.

Frattanto, mentre in Terraferma, smarritesi le tradizioni della filosofia italiana, si correva dietro al sensismo francese, in Monreale si facevano strada le dottrine di Vincenzo Miceli, condivise da compagni e da scolari devoti di lui. Ma quelle dottrine incontravano pure energica, gagliarda opposizione. Miceli, che in patria era un novello Pitagora, si confondeva in Palermo con Spinoza; Miceliani e Spinosisti, messi dagli avversarî in combutta, venivano, siccome nemici d'ogni principio morale, assaliti. L'accusa si estendeva anche a Niccolò Spedalieri, il quale come maestro di sacra Teologia in un seminario cattolico (Monreale) era posto in mala voce; il che dovea al futuro scrittore dei _Diritti dell'uomo_ dar occasione della sua partenza per Roma. Preti e frati dentro Monreale e Palermo si arrogavano il diritto di privativa di sistemi con la relativa infallibilità di giudizî, convertendo così il campo sereno della discussione in arena di lotte infeconde. A S. Martino lo storico Evangelista Di Blasi si accaniva contro le teorie miceliane; le quali, d'altro lato, a Monreale il benedettino Gaspare Rivarola sosteneva _totis viribus_ anche a pericolo di comparire ribelle ad una delle maggiori autorità. Tesi teologiche dibattute favorevolmente alla presenza di due Arcivescovi dagli scolari dello Spedalieri, vietate in Palermo, potevano stamparsi in Roma: contraddizione evidente, che faceva dubitare delle ragioni della verità. In Toscana, secondo gli umori dei critici, il Di Blasi era seguito o abbandonato: più d'uno appassionavasi alle polemiche vivaci; e coronava l'opera in Palermo l'Ab. Meli con un epigramma, divenuto celebre, il quale gettava il ridicolo sopra le file dei partigiani del forte pensatore, dopo la cui immatura morte essi avevano divulgato un ritratto col semplice cognome _Micelius_.

L'epigramma era una ricetta per la composizione del sistema miceliano:

Recipe di Miceli la sustanza Modificata beni cu l'essenza; Poi l'essenza, li modi e la sustanza Li cummini, e n'estrai 'na quinta essenza; Poi 'mbrogghia arreri l'essenza e sustanza, Riduci la sostanza ad un'essenza; Cussì 'ntra modi, 'ntra essenza e sustanza Truvirai d'ogni scibili l'essenza[417].

[417] _Meli_, _Poesie_, p. 102.