La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 24
REGIA JATROPHYSICORUM ACCADEMIA SUB SENATUS AUSPICIIS ANNO 1649. PRINCIPE SAC. JOSEPH SALERNO 1788.
Perdoniamogli la vanità, non unica nè rara nel tempo suo. Altro che questo offriva la seconda metà del settecento!
Il Salerno, che andava per la maggiore, cercava qualche cosa di più che l'intervento modesto dei suoi colleghi nella recondita casa di S.a Lucia. Egli voleva la pubblicità: e dove gli mancasse creavasela.
Nel 1789 volle fare una dimostrazione anatomica come non se n'era mai fatta. Ed eccolo in moto per ottenerla nel Palazzo Pretorio. Il Senato non si rifiutò, perchè volentieri coglieva le occasioni per fare atto di presenza.
La «messa in iscena» non poteva essere più solenne per un'accademia! La formavano non solo tutti i medici, non solo tutti i letterati, ma anche i nobili, i Senatori e, solennità straordinaria, S. E. il Vicerè! Se ci fossero stati giornali, che bell'argomento questo per un capo-cronaca! Ci fu però un cronista dei più fedeli, D. Girolamo De Franchis, il quale ne prese nota pel suo _Ceremoniale_.
Siamo in sul finire del 1789: ed il Capo della Città dirama il seguente _nodiglio_ (circolare d'invito):
_Il Conte di S. Marco Pretore la priega volerlo onorare di sua presenza per il 19 del corrente dicembre ad ore 22 nel Palazzo Senatorio in occasione di una dimostrazione angiologica sopra due corpi di uomo e di donna con il di lei feto_[394] _con varie riflessioni che dovrà fare il Principe della Real Accademia dei medici D. Giuseppe Salerno alla presenza del Signor Vicerè, e pieno di ossequio si rassegna._
[394] Speciosa la forma grammaticale: _con il di lei feto!_
-- «Dimostrazione angiologica!... Oh che vuol significare questo?» si chiedono inarcando le ciglia novantanove su cento profani, nel ricevere questo _nodiglio_; e nessuno degli invitati manca a questa _dimostrazione_, tanto stranamente per quanto grecamente aggettivata; altronde l'ora è comoda per tutti: e due ore prima dell'Avemmaria il più stentato chilo è già compiuto.
Ciascuno è al suo posto. S. E. il Vicerè Caramanico siede sopra un'alta predella; Pretore e Senatori, a destra e a sinistra, in semicerchio; dietro nel centro, la Nobiltà del sangue; ai lati del conferente, i medici ed i letterati (e letterati non soltanto erano i cultori di Lettere, ma anche coloro che avevano una certa cultura); nessuno si duole del posto che gli tocca. Di signore, neppure una, perchè il sesso femminile non usa a cosiffatte adunate, e questa poi è angiologica.
Il Principe dell'Accademia, salito sulla cattedra, legge e dimostra su due corpi artisticamente eseguiti il sistema circolatorio. Tutti guardano ammirati quella rete maravigliosa di arterie e di vene; ma qualche medico mormora: «Dopo trent'anni, tanto chiasso...!» E quando la _perorazione_ (la chiama così il De Franchis) è finita, il Senato coi suoi paggi viene accompagnando giù per le scale fino alla carrozza S. E., mentre alcuni medici vanno facendo: «Oh state a vedere che i lavori anatomici di Paolo Graffeo, conservati fin dal 1758 a S.a Lucia, ce li vuol gabellare per novità!...».
-- «Sempre lo stesso! esclama spazientito uno di essi. Non dimentichiamo che l'Ab. Salerno è quello che bandì un concorso a premi; distribuì in pubblica adunanza le medaglie ai vincitori, e poi, tornato a casa, se le fece restituire, secondo l'accordo che avea precedentemente preso con essi... Ecco l'uomo nato fatto per gettar polvere negli occhi e vivere in mezzo al fumo!».
I più prudenti tra i professori di medicina sorridono maliziosamente; ma D. Stefano Pizzoli, che oramai non ha più nulla da temere, nulla da sperare da nessuno, conclude: «Colleghi cari, volete il ritratto del D.r Salerno? Leggete Cornelio Gallo:
Laudat praeteritos, praesentes despicit annos. Hoc tantum rectum quod facit ipse putat.
CAP. XXIII.
ACCADEMIE E ACCADEMICI GENUS IRRITABILE...
Lasciata la casa dei Principi di S.a Flavia, nella quale era stata tenuta a battesimo (1718) dal March. di Giarratana, Girolamo Settimo, e da G. B. Caruso, e dove era cresciuta a correzione del brutto andazzo letterario dei tempi, l'Accademia del Buon Gusto nel 1791 veniva accolta, ospitata, sussidiata dal Senato, che ne diveniva così mecenate naturale. Gli osanna degli accademici al Vicerè Principe di Caramanico ed al Pretore Ferd. Monroy di Pandolfina, si confusero coi risentimenti contro il S.a Flavia, che col pretesto di doversi ritirare in Bagheria, avea chiuso loro la sua casa ospitale. Vicerè e Pretore furono generosi nello infondere nuovo vigore all'Accademia; il S.a Flavia parve smentire tutto il suo passato.
Eppure chi dice che qualche grave fatto non possa aver concorso alla risoluzione di lui? La condotta posteriore di alcuni socî non escluderebbe questo sospetto.
Il sodalizio venne riformato di sana pianta, pur tenendosi a base gli antichi statuti. L'aquila senatoria palermitana con uno sciame d'api nel petto ed il motto: _Libant et probant_, e la leggenda: _Accademia palermitana del Buon Gusto. Sub auspiciis S. P. Q. P._, ne divenne la insegna. Una lapide fu inaugurata nel Palazzo a memoria della larga ospitalità e dei nuovi auspicî[395]. Il Principe Gaetano Cottone di Castelnuovo, Presidente, col Direttore, D. Salvatore Di Blasi, il Duca di Vatticani, elogista di Cock, Camillo Gallo, M. Antonio Arena, D. Raffaele Drago cassinese, D. Diego Muzio, D. Vincenzo Torremuzza, l'ab. Meli e quanto di eletto vantasse allora la Capitale, ne furono le colonne più solide; e con essi il cav. Gaspare Palermo, che, carezzato dal Caramanico, non dimenticò, anche vecchio, di essere stato dal predecessore di esso, Caracciolo, chiuso al Castello, perchè creduto autore d'una pasquinata contro di lui.
[395] Sull'argomento, che lasciamo intatto, dell'Accademia del Buon Gusto potranno leggersi, oltre quello che ne scrisse Scinà nel suo _Prospetto_, le memorie di V. Di Giovanni e di Luigi Sampolo negli _Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di Palermo_, serie III, a. 1891, v. I (Palermo 1891), a proposito del centenario di essa Accademia del Buon Gusto. Il Sampolo tornò sull'argomento nel _Bullettino_ della medesima Accademia, a. 1894-99, pp. 6-9.
Le loro letture rappresentavano gli studî in voga. Ad un passo fuori la via che tutti percorrevano nessuno pensava. La via, libera all'estero, era in Palermo ingombra di rovi e di sterpi. Solo ogni tanto qualcuno la batteva con un certo coraggio, e riusciva alla meta senza essersi fatto del male, anzi con la soddisfazione di aver potuto fare un po' di bene. Antonino Fulgo guardava i caratteri del secolo che si avvicinava alla sua fine, e Sergio affrontava il grave problema dell'aumento che avrebbe potuto prendere la rendita generale dello Stato dall'utile impiego delle braccia delle donne[396]: corsa ardita, che meriterebbe d'essere ricordata agli studiosi dell'attuale mondo economico.
[396] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 317.
Con le leggi che la governavano, con un prestabilito genere di argomenti per le materie scientifiche e per le letterarie, l'Accademia procedeva tranquilla a furia di dissertazioni su cose ecclesiastiche e discorsi eruditi e letterarî.
Nel regolamento del 1801 erano prescritte riunioni eccezionali con l'intervento del Senato e dei nobili: ma queste erano ripetizioni di altre consacrate nei regolamenti precedenti. La cicalata per l'ultimo sabato di Carnevale non poteva esser nuova se nella Peloritana di Messina essa assurgeva ad un avvenimento mondano di prim'ordine con D. Pippo Romeo. Di cicalate accademiche in poesia parecchie ne recitò il Meli dentro e fuori città, cioè nel Palazzo senatoriale e nel monastero di S. Martino[397]. Vi erano pure speciali adunanze per la Passione di G. C. e per S.a Rosalia, e vi si invitava non solo, come d'ordinario, il Senato, ma anche la Nobiltà. Una solenne se ne teneva in onore di S. Tommaso d'Aquino, nel convento dei PP. Domenicani, come omaggio degli Accademici al grande teologo di quell'Ordine; ma è curioso che nel riordinamento degli studî superiori della Università la morale venisse prescritta senza il testo di S. Tommaso.
[397] _Meli_, _Poesie_, p. 127: _In lodi di lu purci_; p. 129: _In lodi di la musca_; p. 143: _Contra li cirimonii e lu Galateu_.
Ora in queste adunanze la partecipazione dei poeti, cercata o profferta, era inevitabile. Questa partecipazione vuol essere intesa per tutte le ordinarie riunioni; e con l'andare degli anni, verso il declinare del secolo, prese il più strano indirizzo.
Come abbiam detto, pubbliche erano le riunioni, con largo intervento di signori nelle sale pretorie. Pel passato quelle sale echeggiavano di lodi a pretori ed a senatori: e molte ne furono dispensate a Regalmici ed ai Trabia. Niente di nuovo perciò che si rendessero ringraziamenti al Senato, emanazione della Nobiltà: ovvero alla Nobiltà medesima, onde il Senato emanava. Il Senato ospitava, il Senato trattava, il Pretore largheggiava di sorbetti verso gl'invitati[398]. Eppure, o che la misura fosse colma, o che avversioni latenti serpeggiassero, o che i tempi andassero maturando, avveniva tutto il contrario. Il 18 dicembre del 1796 l'ab. Angelo Vinciprova di Nicosia leggeva intorno agli ostacoli che si opponevano ai progressi della letteratura in Sicilia; e nella foga del dire usciva in «una dipintura della nostra Nobiltà la più mortificante, facendo vedere che nessuna sollecitudine si prendeva essa di proteggere i letterati, essendo data perdutamente ai vizî ed al lusso.»
[398] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., 22 nov. 1791, p. 1.
Poche volte furon espresse opinioni con tanta violenza ed inopportunità, quanto stavolta. I feriti si contorcevano sui seggioloni in attesa impaziente che la impreveduta tempesta cessasse; ma ebbero un bell'attendere, chè appena essa accennava a finire che ricominciava più violenta che mai. L'uno dopo l'altro si levano in piedi non so quanti poeti, i quali «snodano le loro voci con sentimenti più satirici di quelli del discorrente, dimostrando coi loro versi che i nostri nobili solamente son dati all'ozio, al sonno e...»
Queste parole con la reticenza finale sono di uno ch'era presente alla scena, Vice-Segretario dell'Accademia, il sac. D'Angelo, che doveva farne e non ne fece verbale, contentandosi di prenderne nota nel suo diario ms. Aggiungeva egli che «un cavaliere era lì pronto a rispondere, ma che ne fu distolto da lui[399].»
[399] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 116-17, 126-27.
La notizia di tanto scandalo scende dal Palazzo nelle vie della città, nei caffè, nelle conversazioni, e mentre lo si commenta sfavorevolmente per i bersagliati, si biasima l'atto scortese. Si può esser severi, ma non oltre la misura; l'amore della verità non dispensa dall'ossequio alla buona creanza, specialmente in casa altrui, nel palazzo dell'Autorità cittadina.
Presto la Nobiltà, per mezzo del Pretore, prenderà le sue vendette impedendo la lettura d'un altro discorso, che fa presumere cose poco benevoli per essa. L'avv. Gaetano La Loggia si prepara a nuovi assalti, ma non vuol farsi scorgere; e se non riesce al suo intento, gli è che lo si è invitato a far leggere ad un altro il suo scritto, e poi ad un altro: e ad entrambe le ingiunzioni egli si è rifiutato di obbedire non volendo nè sopprimere nè modificar pensieri e frasi che pure non istà bene ripetere dopo quello che è avvenuto[400].
[400] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 136-38.
Gli animi sono eccitati, anche da parte del Senato, ed il galateo non è il forte del _genus irritabile vatum_. L'11 settembre del 1797 ricorre una delle ordinarie sedute. Il Pretore, invitato, non interviene; anzi fa sapere al Presidente che nè ora nè mai, durante il suo pretorato, interverrà più. Lo avviso addolora, ma non istupisce dopo quello che è accaduto; stupisce sì che le sedie della sala siano scarse e che sull'imbrunire non si accendano ancora i lumi. La mancanza del solito trattamento di sorbetti è la necessaria conseguenza. Gli accademici vanno via pieni non meno di disgusto che di scandalo; e ci pensano sopra non sapendosi dar ragione di tanto mutamento per un torto che non è da attribuire a loro. Finalmente uno di essi viene a sapere, e lo confida ad un collega, che lo dice all'orecchio d'un altro, finchè lo sanno tutti in gran segreto: che il malumore del Pretore deriva da un fatto semplicissimo, a cui nessuno avea badato: il Segretario dell'Accademia non ha fatto il regalo che suol fare al Maestro di Casa del Pretore!... -- «Sia lodato Dio! esclama come cascando dalle nuvole il Segretario. E non poteva dirlo prima!...» Il regalo fu subito fatto, e le sale pretorie vennero spalancate, le sedie accresciute di numero; il Pretore non mancò più, ed i sorbetti rinfrescarono gli scaldati accademici, lieti della soluzione dello equivoco, che però nessuno, per non recare offesa al Pretore, dovea mostrar di sapere.
L'anno non era ancora finito che altro grave incidente avveniva. Il 10 dicembre il messinese Dr. Giuseppe Palazzo Andronico dissertava sulla necessità della sfigmica in medicina. I soliti nobili non mancavano, non già perchè col sospetto di nuovi scandali a danno loro, volessero respingerli con la forza, ma perchè volevano vedere come andassero a finire queste bizzarre adunate accademiche, oramai avviate con sì cattivo gusto. Per eccezione, vi erano molti medici. Andronico legge; complemento della sua lettura è la recita di versi di poeti (chiamiamoli così per intenderci) presenti. Quasi si tratti della cosa più naturale di questo mondo, essi lanciano a bruciapelo contro la medicina e l'Andronico una filatessa di contumelie; e quando Onofrio Jerico, sempre inappuntabile nel suo giambergone verde, nel suo parrucchino, nel suo splendido anello dottorale, conchiude con una ultima brutale carica contro i medici, tutti rimangono come interdetti e non sanno che fare[401].
[401] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 172-74, 179.
Oh perchè questa piazzata?
C'è un certo dietroscena, che vuol esser messo in luce.
Questo Dottor Andronico nel 1795 chiese alla Deputazione degli studî la istituzione d'un insegnamento di Sfigmica come parte di quello più largo di Medicina interna. Era troppo anche allora, che si mancava di ben più utili insegnamenti: e la Deputazione si rifiutò. L'Andronico trovò chi si adoperasse a favore della sua Sfigmica: ed il Vicerè concesse, a titolo di esperimento, la sollecitata specialità[402]. Il neo-professore voleva persuadere della necessità di essa; ma del suo avviso non erano gli studenti, i quali molto studentescamente e poco studiosamente non sapevano rassegnarsi a distinguere settanta maniere di battiti del polso, quanti ne voleva ammettere od infliggere l'Andronico. Altronde, egli non era palermitano. E com'era supponibile, col vento che ancora spirava contro Messina, che un messinese venisse ad insegnare una scienza ai Palermitani? _Inde irae_. Un anno dopo della chiassata, l'Andronico veniva esonerato.
[402] Un R. Dispaccio del 22 febbraio 1796 lo chiamava a leggere nella R. Accademia «il sistema di Sfigmica da lui formato», e gli assegnava onze tre il mese di stipendio. _Commissione Suprema della Istruzione ed Educazione in Sicilia, Repertorio amministrativo_, vol. n. 4, a. 1795-96, foglio 8, dell'Archivio di Stato.
Passiamo ad un'altra Accademia.
_Nella libreria pubblica, dove si fanno i Congressi Letterarii di storia siciliana, il dì 5 aprile 1793 ad ore 22, reciterà un discorso sopra le chiese di Palermo il sac. D. Giovanni d'Angelo._
Questo invito stampato e ms. ricevevano pochi giorni prima della data indicatavi i membri della Società per la Storia di Sicilia[403]: e tutti lo tenevano. Ad essa erano ascritti i più colti studiosi dell'Isola, i quali vi portavano fervore di patriottismo e pazienza di ricerca.
[403] Si era costituita nel luglio del 1777 col titolo: _Nuova Società di Letterati per la Storia del Regno di Sicilia_.
Alla lettura del D'Angelo furono presenti, oltre un buon numero di amatori, i due Di Blasi, il Gregorio, l'Angelini, Bibliotecario della senatoriale, il Barone Forno, il Morso, il Di Chiara, l'arcidiacono Dini, D. Camillo Genoese di Caltanissetta, il Conte D. Vincenzo Castello, figlio di Gabriele, il sac. D. Francesco Polizzi, Decano della Magione, ed il giovanetto Duchino di Camastra, assidui frequentatori della Società.
La erudizione del bravo letterato palermitano può ora ammirarsi nella Biblioteca, della quale egli fu per lunghi anni attivo impiegato e, come l'Angelini, consigliere sapiente di quanti la frequentassero. Quel che risulta dai verbali delle riunioni è questo: che per ventisei anni (1777-1803), meno brevi intervalli, essa attese ad illustrare le vicende della chiesa in Sicilia e delle chiese siciliane, e quelle delle lettere: punto di partenza per aggiunte e correzioni alla _Sicilia sacra_ del Pirri e alla _Biblioteca sicula_ del Mongitore. Perciò, quasi tutti ecclesiastici i cooperatori. Lunghe le loro memorie, inesauribili in una sola seduta, alcune protraentisi per cinque, sei, non sappiamo se tra la fissa attenzione di tutto l'uditorio, ma certamente con utilità della storia ecclesiastica e letteraria dell'Isola. Alla specialità degli argomenti, alla non sempre ornata trattazione di essi, come al non facile intervento del gran pubblico, devesi lo svolgimento sereno degli studî e delle adunanze, non turbate mai dalla presenza di volgari poetastri e di saputelli aggiusta-mondi. E chi volete che andasse a mescolarsi tra tanti ricercatori di vecchie carte? i quali dopo di avere sgobbato sopra registri di parrocchie, pergamene di conventi e monasteri, cartabelli di confraternite, marmi, iscrizioni, monumenti, portavano il frutto delle loro investigazioni, forse non sempre aliene da preconcetti e da illusioni, ad un paio di dozzine di ascoltatori?
Eppure essi se ne contentavano; amavano gli studî per gli studî, il bene per il bene; non cercavano plauso di nessuno, non sognavano gioie di pubblicità; e dopo di essersi tanto affannati in induzioni pericolosissime lasciavano inediti in mano dell'Angelini i loro manoscritti, paghi di averli compiuti e partecipati ai pochi che potevano comprenderli e tenerne conto. Zelanti cercatori del passato, che non guardavano alla miseria del presente, se interrompevano il corso dei loro congressi lo facevano solo perchè avvenimenti impreveduti e straordinari li impedivano, come la epidemia del 1793, i timori di pubblici disordini dopo la sventata congiura del Di Blasi; la notizia del trattato tra S. M. Siciliana e la Repubblica francese, la tristezza della raccolta forzosa dell'oro e dell'argento per le spese della guerra nel Napoletano (1796-98), e perfino i rigori invernali[404].
[404] _V. Di Giovanni_, _La prima Società di Storia patria in Palermo, nell'Archivio storico sic._, N. S. a. VIII, pp. 491-510. Palermo, 1884.
L'ardore col quale si attendeva agli studî di storia di Sicilia saliva al parossismo per quella del dialetto.
Altra società di cultura l'_Accademia siciliana_ sorgeva nel 1790 sotto gli auspicî del Meli e per iniziativa del giovane giureconsulto F. P. Di Blasi.
Il titolo non dice tutto. L'Accademia sosteneva non doversi scrivere nè parlare altrimenti che in siciliano: siciliane le poesie, siciliane le prose, siciliane -- è tutto dire -- le leggi dell'istituto; le quali venivano dettate dal Meli in persona. Il Principe di Trabia, il Conte di Torremuzza, il Marchese di Roccaforte, il Principe di Furnari, nei ventott'anni di fortunosa esistenza di essa vi presero parte attiva, e l'accolsero nei loro palazzi; giacchè sempre nuovo godimento era pei patrizî intelligenti trovarsi in mezzo a dotti, e riceverli nelle loro case.
Un cronista d'oggi farebbe sapere che questi bravi signori, volta per volta facevano servire di lauti rinfreschi gl'illustri intervenuti; noi, che non siamo cronisti e non iscriviamo per giornali, non ne diremo nulla. Peraltro è risaputo che a quei tempi non si riceveva mai dai nobili senza splendidi trattamenti eseguiti da servitori in livree fiammeggianti; non supporlo poi nelle sale di quei fiori di ospitalità e di dovizia, sarebbe un'offesa alla generosità loro.
Gueli ed Alcozer, Scimonelli e Francesco Sampolo, La Manna e Calì, Catinella e Mondino furono i campioni della nuova Società. Meli, Presidente, vi lesse a riprese varî sonetti, che rappresentavano le vicende non liete del sodalizio. Il seguente è l'indice di quel che pensassero i socî; tra i quali, per altro, ve n'erano, come il p. Michelangelo Monti, non isolani.
Il giovane Sampolo, in un discorso, s'intende, tutto dialettale, avea recitato le lodi della _lingua siciliana_; ed il Meli, entusiasta, recitava:
Viva la nostra lingua, Iddiu la guardi! Amàtila, e 'un circati 'na matrigna: Sia cura e triddu di muli bastardi Lu zappari di l'esteri la vigna.
L'istintu di natura anchi a li pardi, Anchi a li tigri stu duviri insigna; Urla lu lupu quannu à fami o s'ardi, Nè s'impresta lu gergu di la signa.
Lu sulu pappagaddu 'nfurgicata S'avi 'na lingua pri parrari a matti, Facennu d'acedd'omu capriata.
Multi Accademj eu sacciu accusì fatti, Grec'-itali-latini. Allurtimata Chi aviti 'ntisu? 'Na sciarra di gatti[405].
[405] _Meli_, _Poesie_, p. 106.
Il lettore che sa di storia letteraria di Sicilia può farci qui un appunto cronologico. Il sonetto del Meli è del 1805, e l'Accademia era nata quindici anni prima.
Accettiamo il disappunto, e torniamo indietro. Noi facevamo quella citazione solo per mostrare quali fossero gl'intendimenti dei «sicilianisti» di allora. Ma tornando indietro, non troviamo meno siciliana l'Accademia. Bambina di due anni, il 18 ottobre 1793, essa per bocca del più forte poeta del tempo dopo il Meli, benchè del Meli non entusiasta, non balbettava, ma con franca parola esprimeva i sentimenti che l'animavano. Questi sentimenti sono d'una profondità impareggiabile. In un'ode saffica Ignazio Scimonelli cantava:
Nun mettu peccu a Grecu o Germanisi, Nè a Turcu o Francu, a Latinu o Spagnolu, Ma bedda carta mi cunta in cannolu: Lingua e paisi.
E pri sta lingua sugnu tantu vanu, Chi mortu, e prima d'essiri urricatu Lu _miserere_ lu vogghiu cantatu 'n sicilianu.
Sarrà in latinu ben fattu, ben dittu, Ma un _miserere_ in lingua nostra misu L'arma mi la fa jiri 'n paradisu drittu pi drittu.
Si vede subito che qui neanche di straforo ci entra la politica e la teologia; perchè, anche per semplici allusioni nè il Re nè Dio dovevano esser nominati: qualche cosa di meno del _parum de principe, nihil de Deo_.
Nel medesimo tono rimanevano altri poeti. Il sac. Catinella, che abbiamo incontrato in altre occasioni, sfolgoreggiava di motti vivacissimi. Tra i più felici son quelli nei quali egli voleva dimostrare la superiorità della siciliana su qualunque altra lingua. In un sonetto mandato al sac. Giovanni Luisi, poeta anche lui, si sbizzarriva sulla ricchezza dei modi proprî e figurati onde può esprimersi il verbo _fujiri_ = fuggire, in questi termini:
Li cani si chiamau; si la sbignau; Si la sulau; lu stigghiu si cugghiu; Già pruvuli di bottu addivintau; Santi pedi, ajutatimi; spiriu.
Sticchia e vassinni; a curriri appizzau; Si l'allippau; marciau; si la battiu; Si la filau; la coffa si pigghiau; Addivintau diavulu; partiu.
Sti modi ed autri lu Sicilianu Li 'mpasta, li rimpasta, e cancia e scancia, Eh! chi lu diri nostru è supra umanu.
L'havi sti cosi la Spagna, la Francia? L'havi lu 'Nglisi? l'havi la Tuscanu? Ch' hann'aviri! la pesta chi li mancia!
L'amico Luisi non si maravigliava affatto dei diciassette sinonimi cuciti dal Catinella; si maravigliava invece che egli ne avesse dimenticati parecchi altri: e in sonetto responsivo li enumerava a gloria della «sicula lingua»[406].