La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 23

Chapter 233,551 wordsPublic domain

[367] _Diario_ ined., a. 1795, pp. 164-90. Vedi pure un volume miscellaneo di mss. e stampe pro e contro Vella, XLVI, F 53 e XLVI, G 87 della Biblioteca Comunale di Palermo.

[368] _Hager_, _Nachrichten von einer merkwürdigen literarischen Betrügerei auf einer Reise nach Sicilien im Jahre 1794. Erlangen_, Palm. 1799. -- _Relation d'une insigne Imposture Littéraire découverte dans un Voyage fait en Sicile en 1794. Traduit de l'Allemand_, à Erlang. Palm. 1799.

Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare alla Sicilia. Gli studî di arabo quasi sconosciuti o molto negletti tra noi, diventavano un corredo degli studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del suo scolaro, Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si sarebbe ritardato per noi la conoscenza di monumenti, codici, lapidi, monete di quella dominazione che è tanta parte della storia di Sicilia dovuta all'Amari.

La tradizione della scuola araba tra noi ha ora resa possibile la tarda ma sicura e definitiva deciferazione del genuino testo del codice martiniano, reso astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione del famigerato falsario[369]; il quale non aveva vergogna di caricare sul Monastero di S. Martino trent'onze (L. 382,50) di spesa per la pelle da battiloro![370].

[369] _B. Lagumina_, _Il falso Codice arabo-siculo_, in _Archivio stor. sic._, N. S., a. V, fasc. III-IV, pp. 233-314. Pal. 1881.

[370] Sull'argomento vedi pure _V. Di Giovanni_, _Filologia e Letteratura sic._, p. I, pp. 354-57. Pal. 1871. -- _G. Di Giovanni_, _La vita e le opere di G. A. De Cosmi_, pp. 195-97. Pal. 1888.

Il Codice arabo di S. Martino è esposto in una delle vetrine del R. Archivio di Stato; il ms. originale del così detto _Consiglio di Egitto_, presso l'avv. Pietro Varvaro. Il grande romanzo edito come versione del _Codice diplomatico_ arabo dal buon Airoldi, consta di quasi 4000 pagine e se ne ha un esemplare nella Biblioteca Comunale.

CAP. XXII.

I MEDICI E LA LORO VITA. NOBILI ESEMPI DI CARITÀ. L'ACCADEMIA DEI MEDICI E LA PRIMA CONDOTTA MEDICA.

L'esercizio medico era distintamente diviso tra la medicina e la chirurgia. Il medico non era chirurgo; per la sua dignità, egli v'inclinava poco o punto, perchè il chirurgo stava al disotto del medico e ne dipendeva nelle prescrizioni, ch'egli talora eseguiva come il barbiere; il quale negli spedali teneva dietro, a rispettosa distanza, al medico fisico nella visita cotidiana delle corsie.

Molti dei fisici più conosciuti eran preti; e la medicina era in mano di non pochi tra essi, per istituto canonico non abilitati a maneggiar ferite nè a farne. _Ecclesia a sanguine abhorret_. Preti furono D. Andrea Gallina, D. Giuseppe Biundo, D. G. B. Meo, Fr. Cottonaro, medico del Vicerè Colonna, dal quale venne eletto Abate di S. Giacomo di Altopasso in Naro (1778), e D. Giuseppe Salerno: preti D. Raffaele Stancampiano e D. Giuseppe Serra, entrambi fisici maggiori degli spedali; prete quell'Ignazio Salemi che scrisse della _Educazione medica_[371].

[371] D. _Ignazio Salemi_, _Educazione medica_, t. I. Palermo, 1812.

Nell'Ospedale grande e nuovo, sopra diciannove sanitarî, soltanto 6 eran chirurgi[372], pagati Dio sa come!

[372] _Provviste del Senato_, a. 1790-91, p. 373; a. 1787, p. 178.

A conseguire la laurea medica occorrevano tre anni di studio nella pubblica Università di Catania, e, pei Palermitani, nella R. Accademia degli studî di Palermo, alla quale per sovrana benignità venne esteso (1780) il privilegio di dottorato in medicina, limitato già a quella di Catania.

In una lettera intima ad un suo vecchio amico l'Ab. Meli (non sacerdote, ma semplice chierico) così pennelleggiava la sua professione: «La medicina vien giudicata in persona di un medico non altrimenti che coi sensi materiali, cioè dalla mole, peso, tono di voce, maniera di vestire e di marciare, dal salir le scale dei grandi, dalla spessa citazione di autori in lingue esotiche ed altre cose simili. Coloro cui mancano questi naturali requisiti ricorrono ai corteggi, agl'intrighi ed ai maneggi poco decenti, per cui questa nobile professione è oggi caduta nell'ultimo discredito ed avvilimento»[373].

[373] _Lettere inedite_, nn. XXVIII e VI, in _Nuove Effemeridi siciliane_, serie III, v. XI. Pal. 1881.

Il medico di grido conduceva seco uno o più praticanti. Codesto giovava alla istruzione dei giovani, ma giovava anche a lui, che, come dalla elegante gualdrappa era una volta giudicato dotto, così da questa compagnia traeva vantaggio alla sua buona riputazione.

A letto dell'infermo, l'uno, il medico curante, osservava; l'altro, il praticante (o i praticanti), riosservava: e l'ammalato dovea contare a due, tre, e sentire ripetere ad altri le sofferenze che gli sarebbe parso conveniente comunicare ad un solo.

Stando in compagnia di praticanti, il medico dettava ad uno di essi; solo, scriveva da sè la ricetta. Cifre e parole latine tecniche, dimezzate, abbreviate, fino alle sole lettere iniziali, ne eran la forma, che nessuno sapeva leggere, e che appena riuscivano ad interpretare gli aromatarî provetti, dai quali i giovani dovevano apprenderle. Ghirigori, arabeschi, accenni di linee, puntini: ecco la ricetta, che si stendeva in un pezzetto di carta in formole lunghe, misteriose, ritraenti dal caos del Gervasi. Un proverbio è rimasto documento di codesti geroglifici: _Tri cosi 'un si ponnucapiri: ricetti di medici, pòlisi di 'mpignaturi e discursi di minchiuni_. Di ciò anche il Filangeri si dolse nella sua _Legislazione_, rilevando che questo gergo, «questo linguaggio simbolico, che costa tanta fatica a medici per apprenderlo ed a farmaceuti per capirlo e che cagiona tanti equivoci, dovrebbe essere abolito»[374].

[374] _Filangeri_, _La Scienza della Legislazione_, l. IV, c. XXX, Nota.

Quello che sovente rafforzava il mistero era la espressione: _R. aqu. ad nostram intentionem_, sotto la quale con impostura non isventata mai da nessuno s'intendeva l'acqua da bere, che si spacciava a prezzo di medicina. Espressivo questo aneddoto: Un figlio di speziale nullatenente faceva all'amore con una ragazza civile ed agiata: quando il padre credette opportuno d'intervenire, andò a chiedere la mano di essa. -- «Ma che posizione ha vostro figlio?» chiese il padre della ragazza. -- «Farà lo speziale come me,» risponde il padre del giovane. -- «E voi che cosa gli darete?» -- «Un sacco di zucchero ed un pozzo d'acqua!» alludendo alla fonte dei guadagni dell'arte: lo zucchero per i cento sciroppi, l'acqua per tutte le tisane, gl'infusi, le emulsioni, le limonate, le soluzioni onde straboccava la farmacopea, guadagni che in parte, con una morale molto sommaria, andavano al medico, amico del farmacista, presso il quale, in ore libere, andava a sedere e conversare[375].

[375] Cfr. _Scimonelli_, _Poesie: L'aromatario degli andati tempi_. -- _Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 23-25.

Lento ma sicuro, benchè non sempre fruttuoso, il rinnovamento scientifico.

L'uso della idroterapia appassionava tutta una schiera di medici capeggiata da Giacomo Todaro. Ai gretti pregiudizi dell'influsso degli astri sulle funzioni fisiologiche contrapponeva ragioni fisiche Gregorio-Russo. La chemiatria, nata dall'ibrido connubio delle massime di Galeno e dei dommi di Paracelso, cadeva sfatata agli attacchi di Buonafede Vitale; e sotto i vigorosi, intelligenti colpi del catanese Agostino Giuffrida e del palermitano Andrea Gallina, plaudente l'Accademia dei Jatrofisici, crollava lo strano edificio del meccanismo flogistico di Boerahawe la cui autorità mal resisteva a quella di Van Helmont, di Stahl e di Hoffmann. Poi il sistema di Brown dominò sovrano: e dove prima si tenevano gli ammalati a rigorosa dieta, in seguito poi si vollero sostenere in forze con alimenti solidi e con eccitanti diversi. Contro il nuovo abuso gridavano i vecchi esperti: e Meli, pratico e temperato, dettava il sonetto: _Di la sua vita all'ultimi simani_, che è tutto un trattato sulle teorie dei medici novellini, facili seguaci del capo-scuola scozzese.

Questo volere e disvolere dei partigiani dei sistemi più celebrati facevano perdere la fede dei medici stessi nella scienza, incerti da qual parte stesse la verità e la salute: e fu scritto (1792) che «tolta qualche dottrina chimico-botanica, e qualche operazione chirurgica come la litotomia, l'innesto del vaiuolo ecc.», eran da preferire «gli antichi ai moderni, perocchè questi pativano molto di vertigini e di pletora»[376].

[376] _Conversazione Istruttiva_ cit., n. 1, p. 3.

Nel tumulto della vita mondana, in mezzo alle molte, spesso malintese manifestazioni d'una religione non sempre capita, si aveano pratiche non facili a comprendersi nell'ambiente in che ora viviamo. Una delle più importanti era quella della confessione per gli ammalati dopo tre giorni di febbre. Pramatiche viceregie e sinodi diocesani imponevano al medico curante il dovere di prescriverla, e gli minacciavano, contravvenendo, multe e carcere[377]. L'uso era comune e del frequente scampanio delle parrocchie come annunzio ed invito al Viatico, e del tintinnio pel procedere di esso nelle strade, nessuno si allarmava. Il medico Salemi ne disse qualche cosa anche lui, e ne fece un articolo di polizia medica, allargando (egli che scrivea nei primi dell'ottocento) un pochino le maniche per i fatali giorni rituali.

[377] Rimandiamo, per le citazioni in proposito, ai nostri _Usi e Costumi_, v. II; _Il Viatico_. Pal. 1889.

«A tre giorni di malattia, egli osservava, si facci eseguire la confessione, ed in più inoltrata malattia ordinare il viatico e l'oleazione sacra». E poichè questo era voluto dalle sanzioni canoniche come dalle leggi dello Stato, il medico «dovea notare il giorno in fronte alla poliza del Viatico sacramentale per potere in qualunque caso giustificare la sua condotta»[378].

[378] _Salemi_, op. cit., t. I, art. XVI.

Negli spedali era ordine imprescrittibile che non si ricoverasse infermo non prima confessato. Lo afferma il Cangiamila, medico e sacerdote, il quale poteva saperlo[379]. Si vede che su questo punto non c'era da scherzare: ed i medici non volevano buscarsi il carcere di S. Eccellenza il Vicerè e la scomunica _ipso facto_ di S. E. R.ma l'Arcivescovo.

[379] _F. E. Cangiamila_, _Medicina sacra_, v. II, p. 43 e seg. In Palermo, Solli, 1802.

Qui non è inopportuno un breve cenno di alcune malattie che nello studio del tempo si vedono ricordate da eruditi e da poeti. Lo facciamo come per una curiosità di patologia speciale.

Dalla tradizione e da rare erudizioni sappiamo che in numero straordinario erano le persone affette da malattie cutanee. La Deputazione dell'Albergo generale dei poveri lamentava che tra 400 ricoverati non pochi fossero scabbiosi[380]. Il Senato della Città se ne preoccupava: ed il Vicerè riceveva sollecitazioni delle cure ad essi dovute sul finire della primavera[381]. Un peritissimo speziale, il quale abitava presso la Madonna la Bella, nella via Macqueda, avea sì gran concorso nello spaccio di un suo specifico contro la scabbia, che a fin d'anno metteva in serbo guadagni favolosi.

[380] Vedi un opuscolo che comincia: _Beatus vir_ ecc. In Palermo, MDCCLVIII. Nella stamp. della Divina Provvidenza presso l'Erede d'Accardi. In fol., pp. 6.

[381] _Reali Dispacci_, n. 1506, fogli 31-82, nell'Archivio di Stato.

Al facile e largo diffondersi di questa e di altre malattie di pelle concorreva l'erroneo concetto della natura di esse, i mezzi talvolta barbari, tal'altra banali di cura, il difetto di pulitezza personale, la assoluta trascuranza d'ogni elementare principio di igiene e, più che tutto questo, la superstiziosa ignoranza del volgo.

Un «Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie della Carità, serve delle povere donne inferme, nella loro pubblica Casa di protezione di S. Vincenzo de' Paoli, disposta da D. Ignazio Filippone»[382] ci appresta le seguenti notizie, le quali se attristano per lo stato miserevole del paese, confortano con lo esempio delle opere buone praticate da anime gentili.

[382] In Palermo, Felicella MDCCLXII.

La Casa Filippone era ad un tempo spedale, infermeria, ambulatorio femminile. Gettiamo uno sguardo sulle ammalate che vi si ricevevano e sugli uomini che vi si medicavano. Quelle erano povere donne che non avevano dove andare, e le quali perchè non febbricitanti non venivano ricoverate negli spedali; eran civili, anche dame, vergognose di farsi visitare dagli uomini, e riluttanti a manovre chirurgiche. Nei pubblici spedali, dice il _Ragguaglio_, «non cadon sotto la cura moltissime infermità come sono la cecità, la sordezza, la itterizia, il salso, lo scorbutico, le impetigini, la tigna». Ebbene, al Filippone andavano le affette non meno da questi mali che da scrofolosi, da scottature e da altre esterne lesioni. «Istruite da uomini d'arte competentissimi, le suore curavano senza ferri; medicavano cagionando il minor dolore possibile, e distribuivano farmaci da loro stesse, addestrate in aromataria, preparati. Venti medici tra i più accreditati attestavano i vantaggi delle loro cure. Nella sola città facevano da undici a dodicimila indicazioni annuali, e davano da mangiare a tremilatrecento povere, e sussidî in danaro a più di millecinquecento persone. Nella loro Casa succursale di Mezzo Monreale, non solo apprestavano in parlatorio ad uomini infermi cure e denaro, ma anche ricevevano annualmente duemila donne in media[383].

[383] _Breve Ragguaglio_, pp. VII, XL, nn. 5 e 13.

Concorrenza più formidabile di questa ai chirurgi non fu mai fatta al mondo: ma poche volte la storia della beneficenza scrisse pagine più sublimi di carità. Peccato che si perpetrassero da otto a novecento salassi all'anno!

Oltre a ciò compiangendo il gran numero di fanciulle affette da tigna, contro la quale non vedevano adoperar medicina che non fosse di tormento; onde «tante donzelle anco di riguardo rimanevano mezzo fra morte e vive, abborrite e escluse affatto dall'umano commercio»; le suore senza strappar capelli «(tormento replicato talora fino a 24 volte, ma inutilmente) avean trovato la dolce maniera di sanare felicemente, e senza prevalersi della pece. Così erano restituite agli ufizi tutti della civile società, da cui primo si vedevano escluse, e già molte passate a marito, ed abilitate altre ad un onesto maritaggio; oltre delle tante sottratte dall'ozio e dalla sfrontata mendicità che funestavano il paese ed infestavano le private famiglie»[384].

[384] _Breve Ragguaglio_, pp. 19-20.

In quest'ultima citazione si accenna ad una pratica, forse la più crudele che sia esistita per la cura della tigna, la cuffia di pece.

Questa cuffia fu comunissima nei secoli passati, e lo fu ancora nel XVIII. Il motto proverbiale: _Lu santu chi fa la tigna, fa la pici_, ne è un ricordo storico, eloquente per attestare, nessun rimedio essere più sicuro pel male ribelle e deformante. Una vecchia canzone popolare deplora il rincaro della pece a causa dei troppi tignosi.

Cooperatore delle epidemie era il vaiuolo, inesorabile sformatore di bellezze quanto funesto mietitore di vite specialmente infantili. I visi butterati, così rari oggi, erano ordinarî una volta. Quando ad una madre si lodavano le fattezze della sua creatura, ella, che aveva sempre l'incubo dello scellerato flagello, rispondeva malinconicamente e, purtroppo, con la esperienza dei fatti:

Nun si pò diri bedda S' 'un cci passa la pustedda;

e _la pustedda_ era appunto la pustola del vaiuolo[385].

[385] _Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 238-41 e 250.

La scoperta di Samuel Jenner tenne per un momento perplesso il Governo; ma finalmente venne accettata. S. Maestà Siciliana si decideva a farsi vaccinare, ed il Regno tutto, che n'ebbe conoscenza, pubbliche preghiere ebbe imposta e fece in centomila chiese per la salute di essa. L'operazione veniva coronata da splendidi risultati, e le chiese echeggiarono di ringraziamenti perchè tutto era andato bene; ma più tardi S. M., il figlio di Carlo III, come l'ultimo dei mortali, perdeva due bambini di vaiuolo!

Il 10 ottobre 1787 il Vicerè Caramanico ordinava allo Spedaliere dello Spedale grande che affidasse la vaccinazione al medico chimico Dr. Berna, bene istruito di essa dal cav. Gatti. Così egli avrebbe vinto i timori delle madri e scongiurati pericoli avvenire[386]. L'anno appresso, il Re consentiva che si chiamassero dalle principali città dell'Isola a Palermo, nella primavera e nell'autunno, volta per volta, otto barbieri ed otto levatrici, perchè venissero ad addestrarsi nel nuovo metodo preservativo del male[387].

[386] Stampa annessa al _Diario_ inedito del Villabianca, an. 1787, p. 371.

[387] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788-89 agosto, p. 437.

L'Accademia dei medici, già dei Jatrofisici, era secolare: ed aveva un attivo di benemerenze che la rendeva degna di distinzioni e di prerogative da parte del Senato. Benemerenze: l'aver contribuito all'abolizione del seppellimento dei cadaveri dentro le chiese e, in generale, dentro la città; la istruzione dei giovani medici; la discussione di tutto ciò che fosse materia di scienza. Distinzioni e prerogative: la benevolenza e la fiducia illimitata dell'Autorità municipale, che chiamava l'Accademia giudice dei posti da provvedersi negli Spedali; il titolo di _Magistrato_ concesso ai reggitori di essa, quello di _Principe_ al suo Presidente, ed un annuale assegno (concesso pure all'Accademia del Buon Gusto), un arazzo ed un'artisticaca mazza di argento, emblema non dubbio di riconosciuta autorità.

Il maggior titolo di benemerenza dei componenti quest'Accademia è però rimasto finora all'ombra: una specie di Condotta medica gratuita sorta per iniziativa loro nel 1770 e in seguito rinnovata. Trentasei medici fisici, divisi per otto parrocchie, spontaneamente si dedicavano alla cura degl'infermi poveri: guida e direzione, il Magistrato Accademico. Potrebbe non benevolmente pensarsi che questo essi facessero a sola ragione di pubblicità; ma quando si sappia che tra essi erano nientemeno il Cottonaro, il Fasulo, il Serra, il Gianconte, il Pizzoli, chiarissimi e di larghe clientele, ogni sospetto cade. Un piccolissimo cartellino a stampa è oggi il solo ricordo di questa istituzione: la quale quando non si sognavano ancora le multicolori croci di soccorso per gl'infermi a domicilio ed erano pio desiderio le condotte mediche comunali, provvedeva col sentimento della carità a disacerbare i dolori dei sofferenti privi di cure. Innanzi le porte delle chiese, questi cartellini, quasi invisibili nella loro forma, chiarissimi nel loro significato, indicavano i nomi dei medici pronti a qualunque chiamata di soccorso[388].

[388] _Villabianca_, _Diario_, a. 1771. Ms Qq D 97, p. 423 della Biblioteca Comunale di Palermo.

Esisteva ab antico in Palermo e, contro il malvolere del Governo, prosperava un'_Associazione_ detta _del grano_. Pagando un grano la settimana, quattro il mese (in moneta d'oggi, otto cent. di Lira), una famiglia godeva il beneficio dei medici per le malattie, della sepoltura per la morte. Che razza di medici dovessero aversi a questo patto, è facile immaginare! La celebre Giunta dei Presidenti e Consultore, il 5 marzo 1783 scrivea esser più d'una le opere del _grano_, per le quali gli ascritti «talvolta sono assistiti da imperiti medici che servono a rendere perpetue e più micidiali le malattie del popolo»[389]. Da siffatta istituzione volle trarre partito il Governo per un'assistenza medica ai poveri mettendo a profitto l'opera disinteressata dell'Accademia di medicina. La contribuzione del grano fu lasciata volontaria; si chiamarono per ciascuno dei quattro quartieri due bravi fisici ed un cerusico, retribuiti, quelli con 60 onze l'uno, questi con 20. Agl'indigenti furono concessi sussidî anche in danaro; ed ai morti, esequie e sepoltura. Semplice la burocrazia: un razionale ed un esattore; ben praticamente composta una deputazione di vigilanza per quartiere: il parroco, un cavaliere, un mercante, un forense, il qual ultimo ebbe la direzione del servizio, che per siffatto organamento procedeva pronto ed attivo. Basta vedere il programma viceregio del 21 aprile 1783 per comprendere come i nostri vecchi intendessero la beneficenza pubblica, la quale era nobile gara di carità.

[389] _Fundatio publici Coemeterii_, p. 83. Anno 1783.

L'Accademia attendeva allo studio del corpo umano. Dodici volte all'anno, nella sua sede di S.a Lucia, vecchi maestri in mezzo a giovani laureati, con premurosa attenzione assistevano alle dissezioni anatomiche. S.a Lucia era la casa che prendeva nome dalla vicina chiesa presso lo Spedale grande (palazzo Sclafani). Oggi essa è una semplice memoria; ma chi s'indirizzi per la via dei Biscottai e, giunto sotto l'arco dello Spedale, volti a sinistra verso la turpe via del Fondaco, scoprirà due basi di pilastri con due aquile palermitane nel mezzo. Quelle aquile, già ripetute anche dentro l'aula, guardano fermamente un sole con la leggenda: _Altera felicitas_. Era la felicità della protezione senatoria che i medici vantavano? Era l'aspirazione loro a levarsi arditamente a regioni altissime?

Non facciamo ipotesi di simbolismo: e fermiamoci un momento a veder passare qualche accademico che vi si reca per la riunione del mese (novembre 1794).

Questo è D. Paolo Sgroi, che prepara studî sul mal caduco; quest'altro è D. Antonino Bettoni che presto conquisterà la presidenza dell'Accademia, e diverrà medico di S. A. R. in Napoli. Il venerando D. Stefano Pizzoli, sorretto dai giovani Filippo Sidoti e Salvatore di Gregorio, chirurgo l'uno, medico l'altro, viene lamentando i suoi acciacchi senili, e richiamando la sua vita passata. D. Francesco Berna, astro che si leva sull'orizzonte professionale, è circondato da scolari e da amici. D. Carmelo Manzella, discendente da una famiglia di chirurgi, si avanza con D. Giuseppe Tineo, lieto di alte protezioni per meriti non suoi.

A S.a Lucia discutono animatamente. Della epidemia ond'è stato recentemente afflitto il paese (1793) indagano le cause probabili e la mortalità numerosa: ma non riescono ad esser d'accordo. Dopo tanta siccità c'era da aspettarselo che i vapori della terra dovessero infettare l'aria e produrre esalazioni pestilenziali. Il Dr. G. B. Meo, che vi ha stampato sopra una memoria[390], non ha dato nel segno; qualche cosa invece ha indovinato D. Gius. Logoteta, medico siracusano, e D. Salvatore Fallica, catanese; perchè in conclusione le febbri putride di Siracusa e di Catania[391] sono le medesime di quelle di Palermo, di Cefalù[392] e di tutta l'Isola.

[390] _Delle febbri che travagliaron la città di Palermo nel 1793._ Pal. 1793.

[391] _G. Logoteta_, _Dissertazione fisico-medico-politica sulle febbri putride presenti_. Siracusa 1793. -- _S. Fallica_, _Descrizione delle febbri epidemiche accadute in questa città di Catania l'a. 1792 e 1793_. In Catania, MDCCXCIV.

[392] Vedi _Candiloro_, p. 272 del presente volume.

Due tra i medici più illustri non si vedono comparire: l'Ab. Meli ed il sac. Salerno.

L'Ab. Meli non è dei più attivi frequentatori dell'Accademia; ma i suoi colleghi ricordano una lettera di lui sopra _Gli effetti straordinarii del veleno d'un ragnatelo_[393]. Da alcuni anni il Meli divide il suo tempo tra le visite mediche, le lezioni di chimica e gli antichi e sempre caldi amori delle muse.

[393] _Opuscoli di autori siciliani_, t. XII. Palermo, 1771.

Il sac. Dr. Salerno posa come... un principe; e principe fu, dell'Accademia s'intende, e ne volle serbato il ricordo in una lapide a S. Lucia, la quale ora si conserva nella sede dell'Accademia (Posta vecchia), e dice: