La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 20
Gli è vero che tutto questo cerimoniale, diciamolo così, imponeva regali a destra ed a sinistra ai carcerieri, ai carnefici, ai paggi, in ragione del grado nobiliare e delle condizioni economiche del condannato: ma la spesa d'un migliaio di scudi soddisfaceva l'amor proprio della famiglia, che sapeva non esser andato il suo caro a morte come un volgare malfattore.
Altra forma di supplizio, la fucilazione; ma non ne troviamo se non un solo esempio, l'anno 1796, in persona di due militari, e non più. Il militare, napoletano o straniero, andava accomunato all'ordinario delinquente nella pena infamante della forca. Una volta un soldato del Reggimento estero sassone, reo d'omicidio, non si poteva giustiziare senza il boia pratico; ma questo avea dei conti da fare col Tribunale ed era sotto processo. E allora lo si prese entro sedia volante e, accompagnato alla sua volta dai birri, si portò a compiere il suo ufficio nel piano di S.a Teresa e quindi si riportò in carcere[339].
[339] _Lanza_ e _Branciforti_, _Diario_, a. 1797.
La stranezza delle contraddizioni non potrebbe raggiungere colmo maggiore.
Ciò avveniva il 5 gennaio 1797: e l'anno, aperto in così triste maniera nella milizia estera, si chiudeva peggio nella nostrale. Il 14 dicembre due soldati palermitani del Reggimento reale di Palermo, venivano impiccati fuori Porta S. Giorgio concedendosi un premio speciale agli esecutori.
Passiamo ora alla liberazione da morte.
Il privilegio di grazia era dalla nobile Compagnia dei Bianchi esercitato con alto sentimento di umanità e con piena coscienza d'un diritto devoluto al Capo supremo dello Stato.
Il Governatore del pio istituto all'appressarsi della Settimana Santa mandava al Vicerè il nome del condannato da graziarsi. Il Vicerè approvava, e la grazia era fatta.
Accadeva che i condannati fossero più d'uno e talora tanti che la Compagnia restava imbarazzata nella scelta. Le preghiere, le suppliche, gli scongiuri, le alte e le basse influenze si moltiplicarono, si milliplicavano. Trattavasi di vita: e nessun mezzo si lasciava intentato per salvarla a chi era in pericolo di averla troncata.
L'anno 1777 i condannati a morte eran dieci, ed il graziando doveva essere uno. Per uscire di impaccio e liberarsi dalla persecuzione dei supplicanti il Governatore dei Bianchi che fa? imbussola i dieci condannati e ne estrae a sorte uno: questo fortunato era un uxoricida: Giovanni Di Pietro palermitano[340]. Ordinariamente però la Compagnia presentava una terna di nomi: ed il Vicerè decideva; ma nè la Compagnia poteva chiedere secondo la primitiva concessione del privilegio di Filippo II (1580), nè il Vicerè si permetteva concedere la grazia ad uno scorridore di campagna.
[340] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 71.
Il Caracciolo infirmava nel 1782 il secolare privilegio: la grazia pasquale non avea luogo, ritenuta abolita pel Caracciolo, sospesa pei Bianchi, i quali se ne richiamavano al Re. In agosto una donna da giustiziarsi veniva graziata in virtù del contrastato privilegio. Giungeva il Venerdì Santo, ed il pubblico correva come a festa allo spettacolo. Tra il sì ed il no, passarono quasi vent'anni senza che un rescritto sovrano troncasse la grave questione. Finalmente il 16 aprile del 1800 il Re con grande soddisfazione di tutti reintegrava nell'antico privilegio la Compagnia[341].
[341] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 792-793.
Se al lettore non rincresce, noi passiamo a descrivere la pietosa funzione della grazia.
Il condannato a cui era toccata la sorte della vita veniva estratto di buon'ora dalle segrete; dai nobili a ciò designati gli si lavavano i piedi, gli si indossava un camice bianco; lo si preparava alla comparsa.
Siccome tra gentili alme si suole,
la Compagnia dei Bianchi era in buone relazioni di vicinato con quelle della Pace e della Carità, nobili entrambe. I confrati di queste erano in parte confrati di quella. In omaggio a cosiffatte relazioni, esse coglievano qualche solenne occasione per darsi pubblici attestati di stima. Quale occasione più acconcia di questa a fare onore a sodalizî che s'intitolavano dalla Pace e dalla Carità e che l'esercizio dell'una e dell'altra avevano per loro istituto? Ed i Bianchi invitavano i nobili confrati a condividere con loro la vestizione del graziando: e l'invito veniva cortesemente e con soddisfazione tenuto.
Giunta l'ora solita della giustizia, la Compagnia moveva dal carcere conducendo il reo, facile a conoscersi pel suo speciale costume e per la gran torcia che recava in mano. _Recto tramite_ tutti si avviavano al luogo del supplizio, dove il Governatore faceva girare al graziato il palco della mannaia, o facevalo passare sotto le forche, baciandole, secondo che egli fosse condannato a questa o a quella maniera di supplizio. Quale impressione dovesse provare costui, immagini il lettore; certo però che «poco è più morte».
Nel Piano della Marina fermavasi la immancabile popolazione; e quando il graziato, come di frequente accadeva, era delle classi superiori, giacchè il giustiziando del ceto elevato era sempre preferito da questo, signori e civili prevalevano tra gli spettatori. Il 23 marzo del 1769 (citiamo un fatto caratteristico, benchè non vicino alla fine del secolo) «comparì -- dice il Villabianca -- l'aggraziato Guzzardi vestito di bianco in drappi di seta con una veste e mantellina bianca regalatagli dal Superiore Chacon».
Il lettore comprende subito la distinzione del costume in seta da quello in cotone onde apparisce il plebeo; e ricorderà la benda, egualmente di seta bianca, con la quale i Bianchi coprivano gli occhi dell'uomo da decapitarsi diversa da quella di cotone o di lino del plebeo da impiccarsi.
«La folla del popolo fu straordinaria, e vi fu anche folla di dame e cavalieri per la curiosità di vedere un nobile lor parente sotto il peso di questa disgrazia»[342].
[342] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 155-56, 216. Vedi pure v. XX, p. 142; v. XXI, p. 185; v. XXVI, pp. 71, 15-16; v. XXVII, pp. 356-57.
Guardando da una finestra dell'albergo di Madama Montaigne, W. Goethe vide il dì 13 aprile del 1787 uno di questi graziati. La impressione che ne riportò non fu favorevole. Ott'anni dopo, il 20 maggio del 1795, passando dal Piano di S.a Teresa, Hager vide per caso decapitare F. P. Di Blasi: e ne restò penosamente colpito. Il futuro autore del _Faust_ parve sorridere della toletta del graziato; il giudice dell'impostore Vella si rammaricò del giustiziato: entrambi visitatori della Città e in molte cose di un medesimo parere. Ma il secondo era ignaro delle impressioni del primo, la cui _Italianische Reise_, venuta in luce solo nel 1816[343], egli, spigliato scrittore dei _Gemälde von Palermo_, non potea conoscere, pure incontrandosi in molti punti con essa.
[343] _Italianische_ (sic) _Reise_. Stuttgart u. Tübingen, 1816, weiter Theil, 1817.
Pazienti ricerche sopra un manoscritto che fu del celebre Gabriele Castelli Principe di Torremuzza e sopra un altro della Compagnia dei Bianchi[344]; notizie attinte a diarî e cronache mss. ed a pubblicazioni del tempo e sul tempo, ci mettono in grado di fornire la dolorosa statistica delle esecuzioni capitali di Palermo in meno di mezzo secolo.
[344] Il primo, posseduto dal Cav. Carlo Crispo-Moncada; il secondo, custodito dal Cav. Rivarola nell'Archivio dei Bianchi, entrambi messi dagli egregi amici a nostra disposizione.
Dal 1752 al 1800, raggiungono la cifra di 160. E non son tutte!
La Compagnia dei Bianchi fin dal 1580 godeva, come abbiam detto, il privilegio di una grazia annuale; privilegio che per 48 anni salvò quarantotto condannati. In uno dei dodici parti della fecondissima Maria Carolina, quello cioè del 1773 (Maria Luisa, che poi fu moglie di Ferdinando Granduca di Toscana) veniva graziato il giustiziando più vicino. Il dì 27 settembre 1800 il Re tornando da una gita in Bagheria e sboccando con la sua carrozza nel Piano della Marina, trovava, senza aspettarselo, un reo in procinto di essere afforcato. Beato sovrano, che poteva dimenticare una sentenza di morte da lui soscritta, e godersi una partita di caccia mentre un suo suddito agonizzava all'imminente supplizio!... La folla grida ad alte voci: _Grazia, Maestà!_ ed egli sorpreso, assordato, confuso, con un cenno della mano concede, e pel Cassaro si affretta verso il Palazzo.
Queste cinquanta mancate esecuzioni, aggiunte alle 160, portano la somma spaventevole di 210 condanne capitali, che per 48 anni costituiscono una media biennale di nove circa, poco più che quattro all'anno.
Riducendo di quasi un terzo, cioè a trentuno, i quarant'otto anni, dal 1753 al 1783, e non contando le condanne, del resto scarse, di militari, abbiamo, peggio ancora, 147 esecuzioni con 32 grazie (una pel ricordato parto della Regina, 31 per la consueta annuale grazia dei Bianchi) e quindi 178 giustizie tra eseguite e graziate, con una media di 6 all'anno.
Nè pel viceregno del Caracciolo mutavan le cose, poichè con lui, abolitore della Inquisizione, le scene di sangue in tutte le forme legali proseguirono come prima: e se mancarono nel 1784, mancarono anche negli anni posteriori alla sua partenza ed erano mancate anche prima. Da quell'anno al 1800 la media delle esecuzioni scese: e vi furono anni che si sottrassero alle ordinarie ferali contribuzioni.
Ma ahimè! Quel che mancò pei delitti comuni venne qualche volta dato dai delitti politici e militari. Mentre le tabelle di assistenza dei Bianchi son vuote per gli anni 1787, 1793, 1796, 1799, si dibattevano sulle forche ora due soldati francesi (1787-1793), ora un soldato veneziano (1796), ora il portabandiera del Duca Oneto, Salv. Rubino; ed il tenente napoletano de Losa assiste per la prima ed unica volta in un secolo alla fucilazione di due militari stranieri ai servizi del Re (1796)[345].
[345] Vedi _Villabianca_, _Diario_ ined., 15 giugno 1793, p. 189; 4 giugno e 6 dicembre 1796, pp. 461 e 659; 14 dic. 1797, pp. 142-43; 8 luglio e 2 dic. 1799, pp. 294 e 582. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., 2 dic. 1799, p. 733.
Il terrore del Giacobinismo prende luogo di salvatore delle istituzioni!
Dopo ciò, quali malinconiche riflessioni vengono a turbare il nostro spirito! Tanti rigori di carceri correggevano essi i delinquenti che n'eran vittima?
Risponda per noi l'amaro canto popolare del dolore:
Cu' dici mali di la Vicaria, Cci facissi la facci feddi feddi; Cu' dici ca la càrzara castia, Comu vi nni 'ngannati, puvireddi! La càrzara è violu chi vi 'nvia, Chi vi 'nsigna li strati e li _purteddi_[346].
[346] Versione letterale: (A) chi dice male del carcere -- io darei coltellate sul viso; -- chi dice che il carcere gastiga, -- povero a lui, come s'inganna! -- Il carcere è viottolo che vi avvia -- e che vi conduce alle strade ed alle _purteddi_ (luoghi nei quali i ladri attendono i passeggieri).
Tanta efferatezza di sentenze e di esecuzioni diminuì essa il numero dei delitti più atroci di sangue?
Il Marchese Villabianca in un momento di resipiscenza disse che «con questo patibolo, cioè colla morte di capestro, si ci hanno accomunato i popoli e appena ci hanno avversione», e precorreva all'aguzzino mangia-liberali del _Congresso de' birri_ del Giusti: osservando che «vi muoiono specialmente i plebei ben sazii, bene assistiti nell'anima a segno che tali ignoranti vengono a sospirarne le pene»; ma egli scantonava come un avversario di Cesare Beccaria, e non se la intendeva col suo amico Tommaso Natale, quando affermava che le giustizie a base di sangue «fanno oh quanto più impressione che non fa la forca!»[347].
[347] _Diario_ ined., a. 1792, p. 420.
Proprio il contrario di quello che insegna il diritto penale moderno!
CAP. XIX.
I GIORNALI E LA PUBBLICITÀ.
Il giornale politico quale lo intendiamo oggi non esisteva[348], ed è tale la differenza che corre tra questo e quello, che ad un paragone manca qualunque termine, salvo che quello del nome: nome, com'è facile comprendere, generico, perchè qualunque titolo esso portasse era sempre e comunemente inteso _gazzetta_ o _foglio_[349]. Gazzettieri erano chiamati i giornalisti: e spesso _filosofi_ e _politici_ quelli che vi discutevan sopra o ne professavano le opinioni e le idee.
[348] Sopra _I Giornali e la Pubblicità in Palermo nella seconda metà del sec. XVIII_ fu da noi inserito uno studio nell'Archivio storico siciliano, a. XXVII, pp. 300-319.
[349] _Gazzetta_ poi significava anche notizia, talvolta strepitosa o strana. Il Meli nel _Viaggiu in Sicilia di un antiquariu_ parla di gazzette che venivano da Fuligno e da Firenze. La Gazzetta fulignate era settimanale a fogli da 4 pp. a due colonne, della dimensione un terzo più grande del nostri giornali d'allora, e con la testata, p. e., così: _Num 38 Fuligno_, _18 settembre 1767_. (In Fuligno: Per Feliciano, e Filippo Campitelli, Stamp. Vesc.).
Forma e sostanza non avevano nulla di simile. Il giornale era in ottavo a due colonne con una testata di piccoli tipi, a forma di libro. A vederne uno oggi, si crederebbe ad un foglio di stampa di un'opera; mentre l'amatore ha di fronte una ghiotta curiosità bibliografica.
Nel contenuto poi era un semplice notiziario generale notizie stantie di un mese, due, secondo le contrade e le distanze, sì che quando esse giungevano, le cose potevano aver mutato aspetto; perchè, degno di attenzione, le notizie erano più di fuori che di dentro la Sicilia.
Di titoli suggestivi, piccanti, come quelli che la partigianeria, la scrocconeria, la malvagità dovea inventare un secolo dopo, neppur l'ombra. La gazzetta poteva sostenere, anzi sosteneva, le parti del Governo, ma non era fatta per solleticare col minaccioso nome i cercatori di scandali, per intimorire chi dalle rivelazioni d'un foglio potesse veder gettata fosca luce sulle proprie opere, o perpetrati ricatti. Gli uomini non eran da ciò, e la legge non avea ancora trovato ragione di colpire così raffinata maniera di corruzione.
Dei fogli usciti nella seconda metà del settecento, nessuno era giornaliero. Uno solo eccettuato, il quale usciva due volte la settimana e visse oltre una dozzina d'anni; tutti gli altri erano eddomadarî e non superarono i tre anni di vita.
Il più notevole, anche per un po' d'interesse che prendeva delle cose della Capitale, fu quello delle _Novelle Miscellanee di Sicilia_, cominciato il 20 luglio de 1764 e cessato il 28 agosto del 1767. Esso però è fuori del periodo delle nostre ricerche, ed è da metter da parte come _Il Nuovo Postiglione_ degli anni 1771-72, il quale farebbe supporre un _Postiglione_ precedente, da non confondersi con l'epistolario di S. Francesco di Paola.
Per un ventennio infatti non si parlò più di giornali.
Ed ecco la _Raccolta di notizie_, gazzetta lungamente e vigorosamente vissuta, e forse la sola sopravvissuta ad altre che con essa e prima e poi poterono esistere.
Stampata da D. Pietro Solli, per tredici anni (1793-1805) se non più, apparve ogni Martedì e Venerdì con uniformità e inalterabilità impassibile. Interi anni l'Isola nostra non esistette per essa. A ben altro che alla Sicilia essa guardava. C'era Livorno, centro di corrieri; c'era Napoli, con Ferdinando; Madrid, con Carlo III; Vienna, alla quale pensava sempre la figliuola di Maria Teresa, Carolina; c'era Francoforte, Londra, e quella Parigi che figurava come oggetto di curiosità timorosa e di non celata avversione. Nessuno dell'infima classe sociale sapeva della gazzetta, ma molto la nobile e un poco la civile e molti partecipavano all'odio pei Francesi dell'89 e del 93, le geste dei quali, per vie dirette e indirette, giungevano col marchio della ribellione a Dio e al Re. Attraverso ai cento e più numeri annuali della _Raccolta_, si potevan seguire le evoluzioni degli stati, le vicende delle corti d'Europa, ma non trovarvi una parola ch'escisse dalla misura, un'aspirazione anche tacita a principî di libertà. Man mano che ci allontaniamo dal 1793, il giacobinismo è per la _Raccolta_ il nome più triste, l'associazione più pericolosa. La umana miseria non tangeva la _Raccolta_: e se in essa la Sicilia cominciava a figurare per qualche ricordino, ciò era solo quando, fuggiaschi da Napoli (26 dicembre 1798), giungevano i sovrani, quando essi recavansi a S. Francesco, o tenevano cappella reale a Casa Professa (Cattedrale provvisoria) e baciamano al regio Palazzo, o quando assistevano ad una processione, ovvero quando la Regina visitava i monasteri ed il Re andava a fare una partita di caccia o di pesca. Ma la casa nostra non c'entrava mai. Per poco men che tre lustri quel giornale rimase cristallizzato, e lo si vide tale nel morire quale sul nascere, assiso tra due secoli, senza un fremito di gioia allo spuntare del nuovo, senza un rimpianto per lo sparire del vecchio.
Pure ad una osservazione del tutto moderna si presta questo tredicenne arcavolo di centinaia e centinaia di pronipoti, nati nel sec. XIX e vissuti chi la vita di uno o più anni, e chi la vita di un giorno solo: la pubblicità. Se la _réclame_ è un avviso, spesso ciarlatanesco, per chiamar l'attenzione della gente su cose commerciali, per farsi nome o per altro, la _Raccolta di notizie_ ne porta la prima radice in Sicilia. Alla fine di qualche numero, era ogni tanto un annunzio. Ora chiamavano avventori alle loro botteghe i librai; ora i mercanti partecipavano l'arrivo da Marsiglia di una partita di eccellenti bastoni di tabacco di nuova fabbrica ad onza una il bastone del peso di rotoli due e mezzo l'uno, e cristallame, e frumento.
Originale questo avviso del 26 marzo: «Si è perduta una borsa con monete d'argento, cinque once, un gigliato fiorentino, altro simile da tre, e un'ottava di doppia di Spagna. Chi l'avesse trovata, la porti al p. Preposito del Monastero dei Teatini della Catena (attuale R. Archivio di Stato), che gli saranno regalati quaranta tarì.» Avviso ingenuo, perchè della _Raccolta_ pochi sapevano, e chi avea trovata la borsa poteva bene serbarla pei suoi bisogni.
La _réclame_ è in embrione, modesta, misurata, nè spropositata come quella strepitosa _fin de siècle_ di Bisleri, che il suo ferro-china digestivo stomachico, annunzia _stomatico_, che è quanto dire _di bocca_.
Ma la vera _réclame_ si ha nel _Giornale di Commercio_. Principiato il dì 7 aprile, questo periodico continuò di Lunedì in Lunedì fino al 28 luglio 1794, che fu il 17º numero. Costava, come di consueto, 5 grani il numero, un tarì il mese per gli associati. Avea il solito formato in-4º a due colonne, ma la pagina non era più grande dell'ottavo ordinario.
Primo e forse unico modello di giornale locale, diverso da quanti n'erano sorti prima e dalla contemporanea _Raccolta di notizie_, questo foglio aprì diciassette rubriche, sotto le quali apprestava «le novità confacenti».
Date le difficoltà d'allora, non si poteva compilare diario più rispondente allo scopo pel quale esso era venuto fuori. Vero cimelio giornalistico, esso andrebbe attentamente svolto.
Avete bisogno di persone di servizio? c'è «un giovane che vorrebbe impiegarsi per cameriere e sa far la barba e pettinare da uomo e da donna». La pettinatura era uno degli affari più gravi della vita ed i peli rappresentavano travi. «Mariano Tusa, nella Piazza Bologni, sopra la bottega del parrucchiere collaterale alla chiesa del Carmine (Posta d'oggi), vende due segreti di due semplici erbe per far crescere capelli e per far cadere peli» (n. 1).
«Una persona di abilità e che sa pettinare e far la barba vorrebbe impiegarsi come cameriere in qualche nobile casa» (n. 4).
«Un prete palermitano cerca d'impiegarsi come ajo» (n. 2). E s'impiega.
Avete denaro da spendere? Tenete a mente le offerte di portantine, di carrozze, di mobili, di _montres_ d'oro alla francese.
Un giorno se ne smarrisce una di sommo valore e per ricuperarla vien fuori il seguente avviso: «S'è perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro quadranti; dei quali quello che denota li giorni del mese, ha li numeri scritti in oro sopra una striscia blò: come lo sono quelli dell'altro quadrante che mostra le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel di cui centro è dipinto un bastimento in un ovale che comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi è pure appesa la chiave d'oro. A chi la porterà, anche per via di confessione, all'oriuolajo sotto la casa del Sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia».
Di siffatte preziosità, che ora farebbero perdere la testa ai commercianti di cose antiche, se ne vendeva spesso. Ora una «scarabattola (_scaffarrata_) di tartaruga rappresentante la nascita di N. S. Le figurine son di cera ed è fornita di diversi pezzi di argento filato, il di cui peso sormonta la valuta di onze 7». Ora quadri sopra pietra, sopra rame, con cornici di tartaruga e di argento, ed uno «di Matteo Stoma (= Stomer) rappresentante la negazione di S. Pietro a lume di notte, offerto dal pittore D. Giuseppe Velasques». Ora crocifissi di corallo rosso delicatamente scolpiti e smaltati, e scatole di lapislazzoli legate in oro, e diamanti, e pietre preziose, e perle orientali del peso complessivo di oncia una e mezza circa, e due lumiere di cristallo ad otto braccia della Casa Monteleone, e un fornimento guernito di rame per una muta ad otto cavalli. Merce speciosa: «un libro di tavole numeriche relative al giuoco del Lotto», il quale, passato già nel Palazzo della Inquisizione (1786) e poi (1799) all'Università degli studî, dentro il Collegio degli espulsi Gesuiti, era in grande favore[350].
[350] Una notizia preziosa pei poveri malati di Lotto: Questo giuoco, la cui officina era ed è sempre detta _Impresa_, chiamavasi prima di _Napoli_, poi di _Palermo_.
_D'Angelo_, _Giorn._ ined., p. 257, scriveva: «26 gennaio 1799 nella Loggia della R. Accademia dei pubblici studi si fece la prima estrazione del Lotto con gran concorso di popolo, dei ministri a ciò destinati. Numeri sortiti: 35, 2, 34, 48, 71.» Cfr. _Alessi_, _Prontuario_ ms., n. 90, p. 17.
Il _Giorn. di Commercio_ finì per _extinctionem caloris_, cioè per mancanza di annunzî; talchè negli ultimi numeri le rubriche erano ridotte a sei, sette, e la materia non bastava più a riempire le quattro, od anche le tre pagine. Che cosa era avvenuto? era avvenuto questo: il paese non adusato a giornali, non ne prendeva l'associazione, anche perchè il _G. di Commercio_ era troppo speciale, e non si occupava per nulla del mondo come avrebbe dovuto ogni foglio, e come purtroppo faceva la _Raccolta di notizie_. Laonde il Direttore trasformavalo in _Giornale di Sicilia_, e nel medesimo formato e carattere lo continuava con idee più larghe e con vedute più pratiche.
Fino al n. 36, corrispondente al 7 aprile 1795, il _Giorn. di Sicilia_ continuava apprestando volta per volta articoli quasi sempre senza titoli, spesso in forma epistolare, di letteratura, di archeologia, di agricoltura, di argomento siciliano o con applicazioni alla Sicilia, e di chirurgia ed astronomia. Questi articoli erano la maggior parte anonimi e della brevità di una, due colonnette, sovente per mancanza di spazio interrotti da un brusco: _sarà continuato_. Vi collaboravano i migliori scrittori del tempo: P. Balsamo, G. Piazzi, F. Chiarelli. A questi articoli si accompagnavano e seguivano ora sì ora no brevi appunti su pubblicazioni recenti, avvisi di adunanze dell'Accademia del Buon Gusto, della Accademia di Storia siciliana, notizie di alte o nuove operazioni chirurgiche in Città, della Amministrazione della Giustizia, del Comune ecc. Quando il Vicerè Caramanico guariva della grave malattia onde era stato travagliato, gli faceva una gran festa; quando, l'anno seguente, nel 1795, moriva, un gran corrotto.