La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 19

Chapter 193,657 wordsPublic domain

Per ragioni di furti soggetti alla giurisdizione pretoriana alcuni giovani, d'ordine del Pretore, eran messi (1774) sopra altre bestie di vetturali e portati alla berlina pel Cassaro fino alla Vicaria. Malgrado che ai lati camminassero i soldati di Marina, il boia non mancava; e perchè non faceva sentire abbastanza il suono della sua tromba, redarguito vi metteva maggior forza. Una canzone relativa allo spettacolo ha questa strofe:

E ddu scintinu boja La mula chi arrinava: La trummetta sunava, E spiavanu chi fu.

Per furti soggetti alla giurisdizione ordinaria il delinquente andava soggetto ad un segno di conoscimento ed anche d'infamia sopra una spalla, segno che era la lettera _F._ colla data del delitto. Così era facile leggerglisi, p. es.: _F._ 93 (Furto, 1793). Gli studiosi di criminologia moderna gradiranno sapere che queste marche eran tatuaggi, segni fatti a punta d'ago sulla viva carne[323].

[323] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 167; v. XXI, pp. 114, 140, 214.

Un facchino di piazza coperto d'uno straccio simboleggiante la toga senatoriale, camuffato da Senatore per le grasce, camminava per Ballarò. Lazzari e monelli in frotta, gridando e sghignazzando, lo seguivano, pronti a svignarsela non sì tosto comparissero i soldati di Marina. Al giunger di questi, si chiama il _massaro_ dell'Ospedale dei matti, e gli si affida con le catene ai piedi il malcreato, il quale stavolta senza boia, da Ballarò, pel Cassaro, Porta Felice, la Marina, viene condotto in carcere a S. Giovanni dei Leprosi, manicomio e spedale delle malattie di pelle.

Analogo a questo, altro delitto, che prende forma di profanazione o di sacrilegio; e analoga alla pena del facchino è quella toccata al sartore e sagrestano Ignazio Gulotta, reo d'essersi finto sacerdote celebrando non so quante messe e confessando.

Vestito da pazzo con robone di tela bianca, cingolo di corda e collare di cartapesta, in piedi, viene appoggiato ad una tavola, sopra un alto sgabello dietro la fontana raffigurante l'Inverno alle Quattro Cantoniere. Lo scartafaccio che tiene in petto pubblica il suo delitto, e la condanna inflittagli dal tribunale per la R. Gran Corte criminale, cioè la relegazione alla Pantelleria per sette anni di penitenza. I boia colle loro divise gli stanno ai fianchi, toccando ogni quarto d'ora la tromba, finchè, durato per tre ore in tale vergogna, viene ricondotto alle regie carceri... Il concorso del popolo è così straordinario che la folla ferma il passo.

Ciò accadeva il 22 luglio 1784.

Le berline si moltiplicavano all'infinito e con forme che tutti conoscevano ed alle quali tutti erano abituati.

Proprio due mesi dopo di questa, altra se ne vedeva nel piano del Monte di Pietà. Il cappellaio Stefano La Manna, vecchio portiere di quello, ne avea fatte tante che la misura era colma. Ultima, avea preso dal Tesoro certi oggetti pegnorati, e come nuovi era andato a pegnorarli per suoi. Una però le paga tutte: e, catturato, veniva esposto alla berlina sopra uno steccato innanzi al palazzo del Monte. Ma avesse, o affettasse indifferenza, egli se la rideva non già sotto i baffi, perchè baffi allora non se ne portava, ma sotto il naso; e quando i due boia, uno di destra e l'altro di sinistra, toccavano a sua marcia vergogna la tromba, egli se la sbirbava chiedendo e sorbendo rinfreschi[324].

[324] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 300-301; Diario ined., a. 1798, p. 537.

Altro degli uffici sinistri del carnefice, e questo il più esilarante pel popolo grosso, il bruciamento d'un libro, d'un oggetto, sentenziato contrario alla religione, alla morale, ai ministri, al re. Il più celebre di questi spettacoli fu insieme il più vandalico: lo incendio dei registri dell'Inquisizione, durato tre giorni, nel Piano della Marina per ordine del Caracciolo, gongolante della abolizione.

Ma a quando a quando scenette consimili nel mezzo della Piazza Vigliena, sopra un fonte, o una impalcatura, o sul nudo basolato offrivano divertimento ai monelli con piccole ma vivide fiammate di opere proibite, di ventagli con figure oscene, di legni medicinali sia avariati, sia ritenuti dannosi alla salute.

Poco dopo dei registri del S. Uffizio, sotto il medesimo Caracciolo, seguì l'arsione (1783) di due trattati del celebre giureconsulto messinese Pietro De Gregorio, solo per certi paragrafi contro la regalia ed a favore della potestà baronale in Sicilia[325]. Condanne come queste partivano sempre dal palazzo vicereale, dove, compiacenti custodi dei regi diritti, i Vicerè asserviti alla Corte di Napoli tonavano contro i diritti del baronaggio, dagli autori siciliani sostenuti e in certi casi interpretati superiori ai regî.

[325] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 59-61. Questi trattati furono: _De judiciis causarum feudalium_ (Panormi, 1596), e _De Concessione feudi_ (1578). La medesima sorte aveano incontrato nel 1766 le _Aureae Decisiones R. Curiae Regni Siciliae_ di Fr. Milanese da Catania (Venetiis, 1595).

Non meno ridicolo quello d'un opuscolo del canonico catanese Malerba contro i ministri del Governo, venditori di giustizia, e contro i loro assecli, bollati come solenni truffatori; ma più ridicola ancora la pena a lui inflitta, nelle carceri dell'Arcivescovo (5 nov. 1791), quella dei ceppi; laonde il March. Villabianca esclamava indignato: «Questi ministri non si vergognano di esser disonesti, e somigliano a quelle donnacce che si danno, e poi si ribellano quando per poco si dica loro baldracche!»[326].

[326] _Diario_ ined., 5 nov. 1791, pp. 184-85.

Sullo spirare del secolo, l'a. 1798, una cassa di libri giunti da Venezia con carte giacobinesche, dopo maturo esame del P. Sterzinger incontravano la solita sorte[327]; ed il 6 aprile 1799, una scena di codesto genere assumeva tutta la pompa del soppresso S. Uffizio. C'era presente P. D'Angelo, il quale, tornando a casa, prendeva quest'appunto: «Si son portati molti libri venuti di fuori Regno, e per ordine del Governo, impediti ad entrare in dogana, son portati alla Piazza Vigliena, ed ivi si son dati alla fiamme a suon di tromba del boia; dopo di che il sac. Arcieri (prete rimasto proverbiale) fece in quel luogo un sermone in cui dimostrò la vanità e la pazzia del secolo creduto illuminato»[328].

[327] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 197-98.

[328] _Giornale_ ined., p. 456. Questo P. Arceri passò in proverbio, come può vedersi nei nostri _Modi_, n. 63.

Trattamento non meno indegno, a ricordo dei nostri vecchi curiali, fu fatto al _Codice di Napoleone_, del quale Pietro Colletta ebbe ad attestare che «per comodo del Re, fu nella piazza di Palermo [proprio ai Quattro Cantoni] qual sacrilego libro dalla mano del boja lacerato e bruciato»[329].

[329] _Storia del Reame di Napoli_, l. IX, cap. 13. -- F. G. _La Mantia_, _Sui libri legali bruciati in Palermo_, in _Archivio storico siciliano_, N. S., a. XII, pp. 458-464. Pal. 1888.

Esecuzioni di giustizia contristavano con frequenza incredibile l'animo dei buoni. Il S. Uffizio diede pure il suo contingente allo spettacolo della morte; ma che cosa fu esso a fronte degli altri tribunali quando l'ultimo auto-da-fè portava la data del 1724? Abolito che fu, la potestà regia, ossia il tribunale di giustizia, rimaneva unico e solo esercente del diritto di opporre la violenza della pena alla violenza del delitto.

Appena fissato il giorno della esecuzione l'Avvocato fiscale (oggi Procuratore del Re) nella G. C. Criminale, o il Capitan Giustiziere nella Corte Capitaniale, ne dava partecipazione al nobile Governatore della Compagnia dei Bianchi e gli rimetteva le chiavi del _dammusu_, ove stava il condannato. Da quel momento la Compagnia entrava in possesso di lui, e ne avea per tre giorni il governo materiale e spirituale. Nessuna giurisdizione alterava od attenuava la sua; ed il Governatore la esercitava piena, scrupolosa fino nei minimi particolari.

Dall'oscura segreta il reo era dal pietoso Capo di Cappella fatto salire nell'anti-oratorio, ove con tre altri suoi confrati gli apprestava i possibili soccorsi del corpo e dello spirito. Per tre giorni i buoni signori si moltiplicavano per assisterlo a ben morire: e non era in lui desiderio che essi nei limiti della loro facoltà non si affrettassero a soddisfare. A tutto provvedeva di suo quel funzionante Capo, e non solo pel reo, ma anche pei nobili assistenti. I quali, se prima si davano tra loro poche ore di scambio recandosi per brevi riposi fuori la Vicaria, e la sera, finiti gli esercizî spirituali, andavano a svestirsi nella loro Compagnia alla Kalsa, dal 1770, dopo cioè che alcune stanze nuove furono quivi costruite, essi non si staccavano un minuto dal paziente[330].

[330] _Torremuzza_, _Giornale Istorico_, 13 genn. 1781, p. 200.

La prima sera che questi entrava in cappella, a due ore di notte (due ore dopo l'Avemmaria) la campana della chiesa degli Agonizzanti dava tanti rintocchi quanti erano i rei da giustiziare; il suono si ripeteva anche la vigilia: ed a quei rintocchi, a quell'ora, specie nelle sere crude d'inverno, ogni persona si faceva il segno della croce, e pensava chi mai potesse essere il disgraziato e per quale delitto condannato. I confrati della congregazione con voce lamentevole andavano questuando per la elemosina delle messe da celebrarsi per l'_arma di stu puvireddu_.

I tre giorni di preparazione a ben morire sono proverbiali (_Li tri ghiorna di cappella_, ed anche: _Li tri ghiorna di lu 'mpisu_) e passavano in continui esercizî di pietà, di preghiera e di religione: lì, nella cappella del Crocifisso, un sacerdote del sodalizio amministrava giorno per giorno i sacramenti: ed il Capo di Cappella scrupolosamente riceveva le confidenze e le dichiarazioni che a sgravio dell'anima sua il reo gli faceva, e che egli religiosamente notava in un registro della Compagnia, il quale va appunto sotto il titolo di _Scarichi di coscienza_. Nessun occhio profano si posa ora su quel libro, nessuna indiscrezione consente rivelazioni che servano a pascolo di curiosi. Quei registri sono storia di grandi delinquenti, di omicidi forse involontarî, forse di imputati di delitti non commessi. Al momento di presentarsi al tribunale di Dio costoro vollero aprirsi tutti a chi paternamente, amorosamente li assisteva e li consolava, a chi ne condivideva gli affanni e ne tergeva le lagrime[331].

[331] Il cav. Eduardo Rivarola di Roccella, Archivario della Nob. Compagnia dei Bianchi, promette una pubblicazione in proposito.

E che avranno essi voluto tacere quando non avevano più nulla da sperare, nulla da temere dalla Giustizia umana? Perchè non dire in qual maniera procedettero le cose, e non rivelare circostanze che forse servono di lenimento ai lor cuori esulcerati?

Son le 22½ (un'ora e mezzo prima dell'Avemmaria), ed ogni persona non ha più niente da fare. Il fatale momento è giunto. Un fabbroferraio si affatica a schiodare i ferri dai piedi dell'_afflitto_, come lo chiamano i Bianchi; il quale si dispone a lasciare il troppo lugubre albergo, la Vicaria, dove non ritornerà mai più.

Domani il vecchio «D. Alfonzo Ruiz de Castro, Alcaide, seu Castellano delle pubbliche carceri del nuovo Edificio di questa Felice e Fedelissima Città di Palermo, del quale è proprietario il Tribunale della R. G. C. Criminale», manderà la solita _bolletta_ di discarico d'un detenuto.

Il vasto Piano della Marina è il posto ordinario, ma non unico, del truce spettacolo, già teatro di raccapriccianti auto-da-fè e di brillanti mostre d'armi, della decapitazione di Andrea Chiaramonte sotto gli occhi di Martino II, e della barbara luminaria dei registri del S. Uffizio, e alla presenza del gongolante Caracciolo, di corse di tori e di splendidi tornei, ed ora di marionette, di carrozze, di oziosi d'ogni genere[332].

[332] Vedi vol. I, cap. II: _Su e giù per Palermo_, p. 18.

Sullo Steri (palazzo del S. Uffizio), sventola la bandiera rossa col motto: _Discite justitiam, populi_. I prigionieri aggrappati alle spranghe della Vicaria, gli ammalati della Infermeria specialmente, fissano atterriti il mare di teste che fluttua irrequieto. Dalle finestre, dalle terrazze, dai tetti, dai cornicioni si affacciano, si protendono, penzolano come grappoli di corpi umani migliaia di persone. I venditori di semi di zucca e di acqua fresca a grande stento si muovono in mezzo alla calca non cessando dal gridare a squarciagola la loro merce.

La inferriata del carcere stride sui cardini e si rinchiude subito alle spalle d'un lugubre corteo. Un improvviso mormorìo generale cresce in frastuono assordante. Algoziri e ministri di giustizia a cavallo, con verghe nelle mani, seguono lentamente, misuratamente il regio stendardo rosso, e precedono la Compagnia dei Bianchi associante il reo, legato sopra un carro. Granatieri con baionetta in canna, o, secondo i tempi, alabardieri e soldati a cavallo, formano steccato e controsteccato impenetrabile alla folla sterminata, che pallida, allibita, ma sempre curiosa, non rinunzia al vecchio spettacolo. Le forche si levano alte in ragione della gravità del delitto. _In altioribus furcis_, nelle più alte forche, secondo la sentenza, vengono appiccati gli _stradarii_, i grandi assassini. _In altioribus furcis_ venne strangolata il 5 settembre 1789 la più fredda avvelenatrice del secolo, Anna Bonanno, soprannominata la _Vecchia di l'acitu_, alle Quattro Cantoniere; in _altioribus furcis_ il parrucchiere Giuseppe Mantelletti, a 19 anni uccisore d'un sacerdote.

L'afflitto ascende la scala del supplizio, e lontano lontano si odono i lenti rintocchi cella chiesa degli Agonizzanti, e vicino vicino quelli della campana maggiore della chiesa di S. Francesco li Chiovara: e tutti, vicini e lontani, invocano la Madonna della Buona Morte, perchè voglia concedere _buon passaggio_ all'anima dello sventurato.

Tamburi e trombe rumoreggiano improvvisamente, incessantemente. Un fremito convulso invade ogni astante: l'umana giustizia è fatta! I Bianchi ginocchioni pregano pel trapassato; il cappellano ne benedice il cadavere, che, non più come per lo addietro, rimane fino a tarda sera, per una giornata, penzoloni, ma vien presto rimosso, e se i delitti non esigano altro, trasportato entro una cassa alla chiesa dei decollati, nel vicolo S. Antoninello lo Sicco, sepoltura ordinaria dei rei di Stato; intanto che la folla superstiziosa si precipita verso la forca, affamata d'un brincello della sozza fune, già diventava prezioso amuleto.

Ben altro però ha da fare il carnefice se il giustiziato è stato un ladrone di campagna.

Per questo malvagio non v'è quartiere d'inverno. L'arbitrio dei giudici tien luogo di legge, sentenziando caso per caso la esemplarità della punizione. Questo solo è certo: che per siffatta gente non vi è pietà: e la sicurezza dello Stato esige le forme anche più disumane di giustizia.

La loro impiccagione ha luogo in varî punti della città, così dentro come fuori, al Piano del Carmine, a quello del Monte, a Porta di Vicari (S. Antonino), a quella di Termini (Garibaldi), a quella di S. Giorgio, fuori Porta Nuova, fuori Porta Montalto: siti di loro nefande geste e quindi di espiazione. Ma tra tutti hanno triste preferenza le Quattro Cantoniere.

I diari palermitani hanno pagine orrende di codesti spettacoli: ma chi scrive quelle pagine rimane impassibile come di cose ordinarie della vita, delle quali non sia quasi da maravigliare. Già si sa: chi ha ucciso in campagna, chi ha assassinato in un posto qualunque, deve esser condotto al supplizio sopra un carro con le mani legate alla coda della mula. Ma fino alla metà del secolo, peggio: veniva sopra una tavola trascinato per terra a coda di cavallo. I suoi avanzi rimanevano pubblico esempio nei luoghi nei quali i suoi misfatti avevano terrorizzato cittadini e campagniuoli. Mani e testa, mozzate alla vista del popolo, chiuse entro gabbie di ferro, venivano attaccate -- macabri trofei -- agli archi, alle porte della città, ad un bastione, ad un palazzo, alla porta della Vicaria e financo dentro di essa sotto gli occhi dei carcerati. Il corpo, se così voleva la sentenza, squartato e distribuito ai varî paesi che ne reclamavano la triste eredità, poichè ne avean sofferto le geste feroci. I _canceddi_, _bordonari_ (mulattieri), dentro sacchi trasportavano le infami membra, che andavano a pendere da un albero, da un muro in campagna, a Gibellina, presso il convento di S. Spirito in Palermo, e quasi sempre nel famoso Sperone all'Acqua dei Corsari, ove andavano a compiere la tragedia.

Questa contrada prende nome dai ganci d'una forca in muratura quivi piantata. Il 19 gennaio 1770, venendo per terra da Messina, Brydone, nel vederla scrivea: «Presso alla città (Palermo) passammo per un sito di supplizio, nel quale le membra squartate di un gran numero di ladroni erano appese ad uncini come tanti prosciutti. Ve n'erano di recente suppliziati e offrivano un aspetto molto ributtante. A Palermo, ci fu detto che un uomo con tre altri era stato pochi giorni innanzi catturato, dopo una ostinata resistenza, durante la quale parecchi dei suoi e della giustizia eran caduti, e che egli piuttosto che arrendersi, si era piantata la spada nel petto morendo in sull'istante; gli altri, arresi erano stati impiccati[333]».

[333] _Brydone_, op. cit., lett. XXI.

Una ventina d'anni dopo lo scellerato arnese veniva demolito, ed il Villabianca scriveva (maggio, 1798): «La forca fatta di fabbrica per _pianca_ (beccheria) di carne umana è nella via pubblica di mare conducente a Bagheria. Viene spiantata in questo maggio: alzata nel 1500, mostra di vendetta, di giustizia, terrore dei malviventi del Regno. Ma poichè le giustizie oggi si eseguono nei luoghi dei delitti, restando così noto a tutti l'atto capitale che per l'avanti era ignoto a moltissimi, questo segno mortifero venne tolto. La vista di cosce, di braccia ecc., pendenti dagli uncini, le ossa ammucchiate nel pozzanghero di essa _pianca_ recava[no] orrore ai passeggieri, specialmente alla Nobiltà, che si recava a Bagheria. Di notte la mente funestata da quelle viste, provava pene indicibili. Fin dal 1604 con lo sperone era una piramidetta con iscrizione oggi scomparsa»[334].

[334] _Diario_ ined., a. 1788, e disegno dell'una e dell'altra a p. 496. Il medesimo _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 226, aggiunge:

Questa forca (lo Sperone) «nel 1788 fu in questo luogo spiantata per non più recare in appresso il disgusto di vederli appesi a quei ferri, fatti in pezzi, i cadaveri di quei feroci montanari ch'erano stati giustiziati come assassini di strada.

Se col secolo volgente alla sua fine lo Sperone veniva demolito, le cose rimanevano le stesse. Al 5 maggio del 1791 a Porta S. Giorgio eran rizzate le forche: e due _aridarii in campis_ vi eran trasportati mezzo ignudi su carri tirati da buoi. Strangolati, ai loro corpi venivano spiccate mani e teste e appese all'arco della porta, ove rimanevano ingabbiate fin dopo la rivoluzione del 1848; e le membra squartate, a Sampolo, ai Colli, a Porta di ferro sotto Bagheria, alle Torri di Termini, terrore dei passeggieri.

Scene orribili come questa si ripetevano per altri simili delinquenti anche allo spirare del secolo. I giudici, in ciò inesorabili, facevan pagare occhio per occhio, dente per dente. Il 27 settembre del 1798 Raffaele Grillo da Racalmuto, legato come di consueto sopra un carrozzone da buoi, seminudo, veniva senz'altro afforcato; indi trasportato dai boia alla casa della Vicaria, tagliato in sei pezzi, fatti appendere qua e là alle cime degli alberi nei passi delle _portelle_ e nelle gole dei monti[335].

[335] _Villabianca_, _Diario_ ined., 27 sett. 1798, pp. 493-95.

Dai capi attaccati a ragione di esempio prende nome il Ponte delle Teste sul fiume Oreto, ove, crani spolpati e bianchi, fino a mezzo il secolo XIX, si vedevan sospesi ad una piramide[336]. E ve n'erano, come abbiam detto[337], anche al Palazzo pretorio, avanzo di casieri ladri, i quali pagarono sul patibolo il danaro mal tolto in un tempo, in cui i fallimenti dolosi non si chiamavano apropriazioni indebite, ed i furti del pubblico erario venivano puniti non con pochi anni di carcere, a pasticcini, ma con la condanna nelle galere dello Stato a vogare per tutta la vita.

[336] Nel marzo del 1778 eran trasportate nella chiesetta della Madonna del Fiume, ossia delle Grazie, o del Ponte, le teste dei decapitati del serbatoio della piramide nel Piano di S. Erasmo. _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 285.

[337] Vedi v. I, p. 20.

Nè ancor pago, a perpetua infamia dei rei, o a trofeo della famiglia, Andreotto Abbate faceva murare sulla facciata della casa sua, che fu poi di G. C. Imperatore, rimpetto a Porta Felice, due maschere in tufo calcare dei felloni chiaramontani, non essendosi potuto conservare le teste di carne e di ossa per lungo tempo quivi esposte. Fasti non invidiabili, questi, che il Marchese Villabianca nel 1777 consacrava nella sua palazzina di Piedigrotta col mascherone di Mariano Rubbioni, capo popolo nella sollevazione di G. D'Alessi, ucciso da un antenato di esso Villabianca.

La pena di Morte variava nella forma secondo che il delinquente fosse plebeo, nobile o civile. La forca era per la bassa gente, e perciò l'odioso motto: _La furca è pi lu poviru_; pel nobile, la decapitazione, che era molto rara, _more nobilium_; e quando la sentenza voleva essere più che severa, non potendosi togliere il privilegio della decapitazione, toglievasi quello dei distintivi. _Decapitetur absque pompa_, decretava la Gran Corte il 2 settembre del 1771, dopo 82 anni di una pena simile (1689), nel condannare a morte Francesco Paolo Carnazza dei baroni Piscopo, da Castrogiovanni, giovane non ancora diciannovenne, imparentato con molte famiglie patrizie di Palermo; perchè la pompa era un distintivo al quale non si rinunziava dai parenti. E non era egli un distintivo quello di mangiare in un servizio d'argento? di dormire sopra un materassino invece che sulla nuda _jittena_, giacitoio di pietra? di uscire dal Castello invece che dalla Vicaria? di portare agli occhi la benda di seta bianca invece che quella di cotone? Il suo costume peraltro era un distintivo esso stesso: giamberga, calzoni, scarpe nè più nè meno che usava l'alto ceto: costume lì per lì improvvisato appositamente da un sarto; la sola differenza, il nero imposto dal caso.

La distinzione si estendeva anche al palco, addobbato con panni neri trinati d'oro, messo in iscena con vasi d'argento e servitori in livree di lutto. Essi, non il boia, potevano raccogliere la testa rotolante nel tinozzo; ma le loro mani dovevano esser coperte di guanti: distinzione eccezionalmente concessa (1789) al benamato paggio del Vicerè Caramanico. La quale provocò mormorazioni di coloro che sostenevano non potersi applicare il taglione a chi pei suoi natali meritava il capestro; e, data pure la piacenteria dei giudici, non doversi permettere un paggio inguantato preso alle Quattro Cantoniere, ma il boia comune con le mani nude e sordide[338].

[338] La condanna e la esecuzione di questo paggio, Em. Caniggia (ottobre 1789), fu un colpo fatale pel Vicerè Principe di Caramanico, che l'avrebbe voluto assolto dai giudici e, condannato, proposto per la grazia dai Bianchi. In suffragio del giustiziato fece egli celebrare funerali _more nobilium_ e 200 messe (11 ott.). Indignato della condotta dei Bianchi, abolì la secolare loro prerogativa; che però in forma di proposta fu mantenuta ed accettata dal Governo fino al 1819.

Ultime distinzioni: la sepoltura _ad libitum_ dei parenti ed i pubblici funerali.