La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Part 18
Ma si trova anche qualche regalia straordinaria a giudici, proprio nel momento che liti della eccellentissima ducale amministrazione pendevano in tribunali. Ecco in proposito un modesto appunto: «Pagate per prezzo di carbone, regalato straordinariamente a D. Emmanuele Bottari, giudice della R. G. Corte Criminale, e D. Luigi Mattias, primo officiale della Segreteria di S. E. Sig. Vicerè, ed altri ministri di questi Tribunali, per le cause del nostro Ecc.mo Duca, vertenti nei medesimi, onze 24,20 (L. 314,50) prezzo di poco più che cento quintali (kil. 8000) di carbone.
Forse la pentola della giustizia, no: ma certo quella dei giudicanti deve aver bollito abbastanza rigogliosa col carbone di un litigante come il potente Duca di Terranova.
Ma v'è ancora di più, che non è bello, nè buono.
Un altro appunto dice così: «Pagate a D. Giuseppe... giudice della R. G. Corte Criminale, per mani di D. Ingarsia ed alla presenza di D. Giuseppe Prado, agente, e di D. Giov. Batt. Pedino, per decidere l'articolo contro il Sac. D. Vincenzo Insinga, che si agitava nel detto Tribunale di R. G. Corte, onze 32».
Copriamoci gli occhi per non leggere altro. No, non si tratta più, osserva giustamente un egregio uomo, di un gentile dono di carbone che il ricco produttore e proprietario delle carbonaie di Caronia facea ai magistrati che doveano decidere delle sue liti; «ma bensì di un donativo in denaro corrente, nella cifra ragguardevole per tempi di onze 32, pari a L. 408, che un potente litigante facea ad un giudice decidente; e che colui che pagava (ch'era il curiale della Casa), onde non si potesse dubitare di un suo abuso di fiducia, eseguiva alla presenza di due testimoni, che egli avea la prudenza d'indicare; dei quali l'uno (il Prado o Prades) era l'Agente generale della Casa; sicchè tutto potrebbe far sospettare che si trattasse di un vero e proprio peculato»[300].
[300] _A. Guarnieri_, loc. cit., pp. 122-23.
Con la maggior semplicità del mondo troviamo notato un pagamento analogo nelle carte del nobile Collegio degli Aromatari di Palermo. Sullo sdrucciolo delle protezioni, Governo e Senato dispensavano indebite licenze. Il Collegio faceva opposizioni e rimostranze. L'opera degli avvocati e procuratori era quindi necessaria, e non è a dire con che scapito del patrimonio sociale. Giunte (consulti) si succedevano a giunte; ed era un continuo spendere per liti che non finivano mai.
Il 17 dicembre del 1785 il Segretario del Senato La Placa intascava un regalo in moneta corrente di tre onze per una consulta favorevole da lui presentata al Pretore sopra un memoriale del Collegio[301]. Il La Placa, uomo saputo nelle patrie istituzioni, riceveva egli il premio d'una giustizia dovuta o d'una ingiustizia indegnamente provocata? Se d'una giustizia, fa nascere il sospetto d'una vendita; se d'una ingiustizia, è addirittura un traditore della fiducia che il Senato riponeva in lui e commetteva un crimine da codice penale.
[301] Vedi Archivio del Nob. e Salutifero Collegio degli Aromatari in Palermo, a. 1785 e segg.
CAP. XVII.
CARCERI E CARCERATI.
Di carceri non era scarsezza in Palermo: e tanti ce n'erano quante le giurisdizioni, i ceti, i sessi. Fino al 1782 facevano tremare quelle del Sant'Uffizio, specialmente le cosiddette _filippine_; ma vi erano pure le _ecclesiastiche_ sotto il Palazzo arcivescovile; le _senatoriali_ dentro il Palazzo pretorio e presso di esso e di S.a Caterina; donde, già tempo, si passava a quelle di fuori Porta di Carini ed alle altre della Vetriera per le donne. Più famose tra tutte, le carceri della Vicaria (dopo il 1840 divenute palazzo delle Finanze) pei plebei, e del Castello pei nobili e pei civili.
Strane le vicende della Vicaria!
Nata come fondaco della Dogana e come sede dei tribunali fra il 1578 ed il 1593 sotto tre Vicerè: Marcantonio Colonna, il Conte d'Albadelista (il famoso _jettatore_ del ponte di Piedigrotta alla Cala) e Arrigo de Gusman, a spese del Senato, l'eterno banchiere che vi erogò centinaia di migliaia di scudi; essa stette sotto la giurisdizione dell'autorità municipale, la quale ne fece pubbliche prigioni.
Come per irrisione, ai lati della ferrata d'ingresso rumoreggiavano gaiamente le argentee acque di due fontane. All'angolo destro sporgeva la grande trave della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale e torno torno all'edificio, correvano finestre a grosse spranghe, che dalle prime ore della sera alle prime ore del mattino venivano incessantemente martellate da vigili guardie. I vicini non si sapevano assuefare a questo molesto rumore notturno, che col sonno toglieva loro la quiete, e molto meno ai «sospiri, pianti ed alti lai» che dal tenebroso luogo uscivano. Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia della Principessa Carlotta di Wales, nei pochi giorni che vi stette vicino (gennaio 1799) udiva tutta la notte «i gemiti ed i lamenti delle povere creature» chiusevi dentro[302].
[302] _Autobiography of_ Miss _Cornelia Knight_, Lady companion to the M.e Princess Charlotte of Wales ecc., second edition, v. I, p. 132. London, 1861. (Dobbiamo questa indicazione alla cultissima signora Contessa Jeanne Saint-Amour di Chanaz).
Dopo la prima entrata nel doloroso luogo ve n'era un secondo conducente all'atrio, abitazione del carnefice. Nell'atrio, sinistri arnesi di dolore, spiccavano i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per gli atti di giustizia. I tumulti del settembre 1773[303] spinsero una turba di efferati fra le più scure tane di questo carcere; ruppero inferriate, sbrandellarono le divise del boia, ridussero in frantumi i ferali strumenti, e portaron via il più odioso ricordo del triste albergo, una pila in pietra, che ogni siciliano nominava con terrore, oggetto della più brutta imprecazione: _Chi putissi vidiri la pila!_ come per dire: Che tu possa andare in galera![304].
[303] Com'essi fossero stati puniti ed in persona di chi e con quale affluenza racconta il _Villabianca_ nel suo _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 72-76. Nel v. XX, p. 255, è la notizia della pila ricordata in questa nostra pagina.
[304] _Pitrè_, _Modi proverbiali e motti storici di Palermo_, n. 17. Palermo, 1902.
In questo carcere, nello spirare del settecento, se la tradizione non falla, avrebbe avuto origine altro motto, erroneamente riportato all'epoca del Vespro siciliano. Perchè, essendo stati per certe loro discolerie arrestati in Palermo e chiusi in uno stanzone della Vicaria, in attenzione di risoluzioni, o a disposizione di un console estero interessato, non so quali marinai stranieri, appartenenti ad un legno francese, dimenticati da tutti, mal ridotti in arnese, passarono in proverbio sotto il nome di _francesi_: e _camerone dei Francesi_ fu detta da quel giorno la lor notevole dimora, e _francese_ cominciò a significare persona senza un quattrino[305].
[305] Lo stesso, _Il Vespro siciliano_, p. 85. Palermo, 1882.
I carcerati eran tenuti malissimo in Palermo; orrendamente nelle terre feudali. Il Caracciolo, impietositosene, emanò un bando a loro favore. Questo il 25 aprile 1785. Dopo 10 anni il bando attendeva dell'altro la sua attuazione. Il 12 agosto del 1794 il Caramanico, impressionato delle frequenti fughe di detenuti, pigliava provvedimenti acconci ad impedirle; ma non presumeva che il trattamento sarebbe continuato com'era stato fin allora.
Qualche cosa di nuovo frattanto si ora cominciata: separate le donne dagli uomini, i giovanetti dagli adulti; le male femine, condotte alla Vicaria, non vi si fermavano che per esser mandate al loro carcere della Vetriera; i minorenni delinquenti allontanati dagli uomini induriti nel vizio e nei delitti, ed isolati nella Quinta Casa, al Molo (29 maggio 1787). Prima marcivano nell'ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano, i maschi a fabbricare ceste e funicelle, le fanciulle a filare. Avean sofferto il digiuno, la sete, il freddo: ed ebbero pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto, vesti, quanto insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure qualche cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri, ed un _firraloru_, che a sferzate li metteva a dovere[306]. I delinquenti del Molo perciò potevano dirsi felici a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori coi ladri, i falsari coi violenti. Fosse, _dammusi_, «segrete», eran sottoterra, buie, grondanti umidità, sudice, muffite, angustissime[307]. Codesto carcere, già sin dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di quell'anno. Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate di legno, impiccolite le celle, divennero per difetto di aria e di luce sepolture di vivi. I canti popolari sull'argomento sono d'una evidenza spaventevole.
[306] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p 142.
[307] Un Vincenzo Pisanti nell'agosto del 1797 pregava il Pretore che volesse liberarlo dal carcere, dove l'aria era puzzolente e fetida. _Penes Acta: Memoriali_ del 1797 nello Archivio Comunale di Palermo.
Lì languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in angosciosi palpiti disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi talvolta, centinaia e centinaia d'imputati in attesa di un giudizio che non veniva mai[308]. Salvo i rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali venivano giudicati in forma direttissima e con giustizia esemplare, tarde le istruzioni, lente le procedure, eterna l'aspettativa dei giustiziandi; e quando non ci si pensava più, ecco la esecuzione!
[308] Il _Meli_, _Riflessioni_ cit., p. 6, nel 1800 compiangeva: «Quanti miserabili marciscono nelle carceri per non venire abilitati dall'inesorabile creditore ad una razionale dilazione del loro debito? O pure per essersi il loro processo, per la frequente trascuraggine di chi doveva conservarlo, o per la calca degli affari, scordato o smarrito? O per esser poveri e non aver perciò i mezzi da scuotere l'indolente pigrizia de' giudici e de' fiscali»?
_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 69, ricordando il taglione dato ad un giovane uxoricida di origine civile, dice che il Barone Andrea Inguaggiato gli dovette fare di suo il vestito, perchè «nella Vicaria era egli quasi ignudo».
Diego Colombo da Messina, omicida del 1783, catturato nel 1793, veniva condannato a morte nel 1796. Allorchè gli si fece la grazia di vita, egli era più morto che vivo. Se non fosse stato pel procuratore dei carcerati poveri D. Stefano Tortorici (1788-93) e per D. Antonino Igheras (1794)[309], se non ci fosse stata l'opera della nobile Deputazione della Vicaria, che con carità senza pari si occupava di questi disgraziati, amministrandone lo scarso assegno, chiedendone con viva insistenza ed ottenendone dal Re l'aumento, e convertendo questo in pane[310], che essa ogni mattina andava pietosamente a distribuire, quanti di questi infelici non sarebbero morti di fame!
[309] _Atti del Senato_ a. 1788-89, p. 63.
[310] Ne aveva 4 grani il giorno. Il Re accrebbe di altre 240 onze all'anno l'assegno, e le quattro furon portate a sei grana (cent. 13).
E sì che le carceri ogni anno venivano sfollate di un centinaio di reclusi, o per grazia di libertà, o per riduzione di pena, o per condono di debiti, loro concesso dal Vicerè nella festa di Natale, e dal Capitan Giustiziere in quella dell'Assunta[311].
[311] Leggesi nel _Giornale di Sicilia_ del 19 agosto 1794 (n. 3): 13 ag. 1794. «Il Principe della Trabia Cap. Giustiziere si condusse in gran pompa coll'intera sua corte alle pubbliche carceri, ove, com'è il costume, fece la visita per liberare alcuni di quei delinquenti in occasione della festa dell'Assunzione di M. V. Furono 26 quei che goderono di tal grazia, perlochè erogò egli la somma di onze 23 oltre di aver regalato gli Uffiziali di essa Corte.»
Macerati dall'ozio i carcerati in comune cercavano romperne la insopportabile monotonia con passatempi pei quali non occorreva loro altro che una moneta e ciò che il sudiciume purtroppo non fa mancare in tanta miseria: gli insetti[312]. Il _pediculus capitis_ e la mosca erano i preferiti; e da essi prendeva nome il passatempo, quanto schifoso altrettanto alieno da inganni. «I carcerati, dice Villabianca, son quasi ignudi; prendono una moneta e vi fanno volare le mosche della camera. Vince quello sulla cui moneta viene a posarsi la mosca, detto perciò _Jocu di pidocchiu_, o _di la musca_, o _di carcerati_[313].
[312] Triste documento il proverbio: _Fa limosina la Vicaria: jetta..._, con quel che segue. Di data anteriore, ma pur comunissima nel sec. XVIII, era la canzone:
Amici, amici, quadari quadari Purtatemi un quadaru di liscia...
[313] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_, Ms. Qq H 94, n. 2, p. 85, della Bibl. Comun. di Palermo.
Ora a sì lento logorio di corpo e di spirito non erano da preferire le malattie, per le quali potevasi sperare o la fine di tanti strazî o un temporaneo trattamento umano?
E le malattie si facevano purtroppo vedere.
«O quante migliaia di questi miserabili muoiono lì dentro d'angosce, di miserie e di febbre contagiosa, detta dai medici di _carcere_ o _castrense_!» esclamava quell'anima onesta di Giovanni Meli. Così almeno poteva l'infermo vedere il viso di un medico umano, e all'Ospedale grande e nuovo prima, alla infermeria del carcere poi, ricevere un po' di conforto[314].
[314] La Vicaria mancava di spedale, e gli ammalati da curarsi venivano portati all'Ospedale grande in sedia volante e fiancheggiati da birri. Nello scorcio del secolo ad essa venne unita una infermeria. Fino al 1790 era medico maggiore della Vicaria, D. Giuseppe Catanese; dal 1791 in poi, per certo tempo, il celebre D. Francesco Berna.
Al Castello si stava non molto disagiatamente, ma i _cammarotti_, dove agli imputati di crimenlese, con le più strette ed insidiose subizioni si cercava di strappar di bocca confessioni di fatti, erano quanto di più formidabilmente feroce avesse ideato l'umana nequizie. Un infelice, certo Mosca, giovane a 26 anni, confessava tra i tormenti un delitto _de nefando_, del quale era in sospetto. La penna si rifiuta a descrivere il suo supplizio, incominciato col trascinamento del corpo a coda di cavallo e finito col vivicomburio: ma la penna scrive a lettere di sangue che dopo sei anni bruciato, il Mosca veniva riconosciuto innocente!
Prima di chiudere l'argomento di questo capitolo giova richiamarsi ad un documento uscito dalle mani del Vicerè Caramanico: _Istruzioni per l'amministrazione della Giustizia nelle occorrenze delle cause e materie criminali_. Esso ci rivela che il rigore delle leggi contro i rei e gli imputati tendeva un cotal poco a rimettersi da quel che era stato. Ci si sente l'aura dei tempi che mutano, e vi alita sopra come uno spirito, non vogliam dire umanitario, ma meno duro che pel passato. La crudeltà delle leggi vi si spunta per via di interpretazioni a favore degli imputati e dei testimonî: e si giunge fino a vietare l'uso dei ceppi se mai per caso le gambe del reo diano indizio di piaga, ed a consentire che si mandino in carcere a casa sua, previa guarentigia, il reo gravemente infermo[315].
[315] _Istruzioni_, n. XXXVI.
Tutto questo è progresso. Eppure resta tanto e tanto di brutto e di crudele che l'animo anche più indurito ne rabbrividisce.
Lasciamo alla _Pratica_ di D. Zenobio Russo[316] tutto l'arsenale delle vecchie e delle nuove leggi, e spigoliamo nelle _Istruzioni_ provocate dall'Avvocato fiscale della Gran Corte D. Giuseppe Guggino qualche novità processuale.
[316] _Pratica per la formazione dei processi criminali composta dal_ Dr. D. _Zenobio Russo e Diana_. _Nuova Edizione_ ecc. _coll'aggiunta delle Istruzioni criminali ordinate dalla M. S. in relazione del signor_ D. _Giuseppe Guggino_ ecc. In Palermo, Felicella.
Eccone una:
«Li testimoni che, carcerati o ristretti nei dammusi, non depongono o che depongono quanto dissero nel primo esame avanti al Giudice; non devono pagare spesa alcuna di carcere nè diritto alcuno alla Corte e subalterni sotto qualsivoglia pretesto: salvochè tarì uno (cent. 42) al carceriero se sia stato in dammuso, per il servizio prestatogli».
Eccone un'altra:
«Al reo o testimonio ristretto nei dammusi non si possa negare il pane in grana sei al giorno allorchè se gli somministra dai suoi congiunti o amici; se però il pane per la sua povertà se gli somministra dal Barone o dall'Università, non possano l'una e l'altra esser obbligati che a grana quattro (cent. 8) al giorno, come si prescrive nelle circolari; eccetto il caso di una insolita penuria, per cui il pane fosse meno di once sei (gr. 400) per ogni quattro grani, poichè allora il Barone o l'Università gliene deve contribuire grana 6 al giorno. L'acqua deve somministrarsi senza limitazione.... Deve il dammuso essere provveduto del vaso necessario alle corporali necessità...»
Un'altra ancora:
«Tormenti straordinari son lo manette, i ceppi, le catene, i grilletti.
«Si possono apporre ai rei al più due paia di ferri alle gambe, che non devono essere più di rotoli dodici di peso per ognuno di essi[317]. Si proibisce però generalmente che i ristretti in dammuso, o rei, o testimonî renitenti che siano, per qualunque delitto si spogliassero delle vestimenta, ed ignudi, o in camicia si obbligassero stare in dammuso: dovendo essi restar vestiti secondo la stagione che corre; e deve altresì permettersi a' medesimi una covertura ne' tempi d'inverno»[318].
[317] Ciò significa che il reo dovea trascinare due catene pel peso complessivo di chilogr. 19 e gr. 200.
[318] _Istruzione_, nn. XXVI, XIII, XII.
Non passava anno che qualche bandito, o ladro, o scorridore di campagna non capitasse nelle ugne della Giustizia. Allora lo conducevano alla Capitale, quando a cavallo la compagnia che lo avea catturato, ai servizî o col nome di un comune o di un gran signore del Vallo (ed eran celebri le compagnie del Principe di Butera, di Randazzo, del Duca di Terranova, di Monreale), quando a piedi i birri della Gran Corte.
Nel solo 1797, di queste condotte ne avvenivano tre: a maggio, a luglio, a dicembre.
Il bandito procedeva strettamente legato in mezzo a coloro che l'avean preso, il capo inghirlandato di erba, di fiori, di oleandro; il collo cinto da una _gàrbula_, o cassino, cerchio sottile di asse da crivelli e tamburi. S'egli andava a cavallo, le redini della mula erano raccomandate al boia, il quale chiamava allo spettacolo a suon di tromba e indicava il cartello che il reo portava addosso. Era un vero trionfo della Giustizia rivendicata, o piuttosto degli uomini che erano riusciti al gran colpo. Sommo perciò il giubilo degli interessati, reso più intenso da frequenti squilli di tromba e da non men frequenti spari di archibusi, da ultimo ripetuti con una scarica generale innanzi le case dei ministri di Giustizia[319].
[319] _Villabianca_, _Diario_ ined., 22 febbr. 1798, p. 92; 14 giugno 1790, p. 467; 11 maggio 1797, pp. 151-52.
Quando il bandito era stato ucciso nello scontro, la festa si facea medesimamente, ed il suo capo, pur esso coronato di fiori, veniva infisso ad un'asta sorretta come trofeo dal boia o da uno della squadra.
Particolarità raccapricciante: quando il dì 11 maggio 1797 si menarono in giro tre teste, ed un giovane con esse veniva trascinato a ludibrio della folla, una di quelle teste era del padre suo!
CAP. XVIII.
IL BOIA E LE ESECUZIONI DI GIUSTIZIA. GRAZIA DI VITA. DOLOROSA STATISTICA DI GIUSTIZIATI.
Il boia era, come il porta-lanterna, l'essere più abbietto della Giustizia.
Vestiva sempre casacca, calzoni, berretto e calze di panno, metà rosso, metà giallo, sì che da un lato aveva il colore del sangue e dall'altro quello della morte: livrea ufficiale, non creata ma riprodotta sulle fogge italiane del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla; ed al bisogno la copriva con un cappotto d'albagio nero, dietro il quale era disegnata una forca[320].
[320] Questa divisa fu ordinata dal Presidente Airoldi, nel 1773, per distinguere il carnefice da qualunque altra persona di giustizia.
La provenienza del boia era degna del suo mestiere. Egli era stato un condannato a morte o alle catene perpetue; ma avea ricevuta la grazia della vita a condizione che la togliesse agli altri con tutte le forme legali della giustizia: orribile baratto, che fa tremare di ribrezzo!
Un giorno uno dei due boia (giacchè non ne occorrevano meno)[321], nell'apparecchiare a S.a Teresa le forche pei compagni di F. P. Di Blasi, va giù per terra e si rompe le noce del piede. Rimasto inabile a giustiziare, si pensa ad un altro, anche interino. Si crederebbe? tra condannati e liberi, ben venti si offrirono all'infame ufficio, nuovo genere di caccia all'impiego, che dava appena venticinque grani il giorno (cent. 53) contro i trentacinque che ne avea il boia maggiore. Se non che, questo avea dei _procacci_, gl'incerti del mestiere, che po' poi eran certi, in quanto di giustiziandi non era mai penuria, e le fruste coi relativi emolumenti erano frequentissime. La pubblica voce poi gli attribuiva altri guadagni, provenienti dai risparmî sulle mule che trascinavano il carro dei rei; mule stecchite, bolse, veri ronzinanti, pagati a poche grana (centesimi) dal carnefice, ad onze dalla Giustizia[322].
[321] Opera pietosa nella sua ferocia era quella del boia maggiore, che dopo aver passato il laccio al collo del reo, si precipitava istantaneamente sopra costui, per abbreviarne gli spasimi ed affrettarne la morte. Di che pare si compiacesse il Villabianca, il quale sapeva che in Inghilterra i giustiziandi appena afforcati, si abbandonavano penduli nello spazio a strangolarsi da loro. _Diario_ inedito, a. 1793, 12 ott., p. 251.
[322] _Villabianca_, _Diario_ ined., 24 sett. 1794, p. 613.
Il boia stava pronto a tutte le chiamate. _Nun manca pri lu boja_, diceva il proverbio; e chi passava dalla Vicaria vedevalo sempre seduto sopra una pancaccia, quando dentro, quando fuori del portone. Se gli occorreva di andare in un sito, di toccare qualche cosa, non poteva farlo altrimenti che con una verga, non dovendo egli posare le mani nefande su nulla. Era sempre accompagnato.
Varie e diverse le pene, varie e diverse le funzioni del boia. Come in segno del mero e misto impero e della giurisdizione feudale all'ingresso delle terre dei baroni fuori Palermo eran piantate in permanenza le forche, così alle Quattro Cantoniere era un cavalletto pei ladruncoli ed altri delinquenti del giorno. Legato mano e piedi su quello, a carni nude, il reo riceveva sulle parti posteriori del corpo le nerbate ordinate dal Giudice, e veniva, senza più, condotto al carcere o alla galera; se ragazzo, era trattato con sonore sferzate.
Non men grave la berlina, che variava in ragione dei delitti, delle giurisdizioni e del capriccio del giudice. Ordinariamente però il boia conduceva a mano la mula e di tanto in tanto chiamava il pubblico con isquilli stridenti di tromba. I birri gli davano braccio forte, e dove un tempo, per la divisa comune, si confondevano con gli artigiani, dal 1774 destavano un senso di timore con quel giamberghino rosso, e quella loro giamberga turchina, sul cui petto splendeva minacciosa l'aquila inargentata. Un _lordone_, ossia uno della nazione lombarda, di S. Orsola, veniva condotto in giro sopra un asino per mercimonio di moneta spicciola, e portava legato al collo un sacco di cosiffatta moneta (1773). Ma egli era più fortunato di quel _cancello_ (vetturale), a cui per essere andato a cavallo in città veniva inflitta la pena della vendita del mulo che gli dava da mangiare!