La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 17

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Tanto spettacolo di dolore non era nuovo. Quante volte la Sicilia fu travagliata da carestia, Palermo venne invaso dalla poveraglia dei paesi. La attrattiva delle grandi città, ove i mezzi di vivere si presumevano abbondanti, la nomea della Capitale, e, più che altro, la notizia certa che in essa il pane non facesse difetto, (giacchè il Senato non guardava a spese per tener largamente provvista di grani la città medesima pur quando dovesse perdervi metà della spesa) cacciavano come lupi affamati verso di essa quanti eran regnicoli miserabili o bisognosi. Le scene del 1793 richiamavano agli attempati quelle non lontane del 1764, di triste memoria per una epidemia gravissima. Branchi di poveri giungevano ogni dì cercando pane: raccogliendole il Senato nei suoi magazzini dello Spasimo.

Eran centinaia, migliaia di uomini, di donne, di fanciulli, nei quali la macilenza, il sudiciume, il difetto assoluto di aria sviluppava esalazioni putride ed il _morbo castrense_. La cittadinanza, sgomenta, atterrita, chiedeva per quelli e per sè pronti rimedî; e se non fosse stato per la Deputazione di salute, la quale ricacciava nelle rispettive terre di provenienza gli ospiti pericolosi[275], si sarebbero visti rinnovati gli orrori del 1624.

[275] _Teixejra_, _Origine_, cap. XV, paragrafo 236, p. 263.

Il disagio economico nei tempi ordinarî non dà luogo a dubitare della ressa dei mendicanti della Città. Una pagina d'un anonimo francese nel 1778 è una fiera requisitoria contro coloro che non se ne curavano...[276]. Trent'anni dopo, richiamandosi alla fine del secolo, Galt traeva ragione del rincrudirsi della piaga dal concorso dei pezzenti alle porterie dei frati. «L'effetto di questo concorso, attrista. La povertà diviene ogni giorno peggiore, ed in Palermo il numero dei limosinanti è visibilmente cresciuto negli ultimi vent'anni»[277].

[276] _L'Italia tradotta dal francese_, p. 231, 1778.

[277] _Galt_, _Voyages_, p. 26.

Tutto questo nella Capitale; uscendo però da essa ed affacciandosi nell'interno dell'Isola, la miseria, vera o simulata, appariva nella crudezza più ributtante. Vediamo come ce la descrive il Meli:

«Il primo aspetto della maggior parte dei paesi, e dei casali del nostro Regno annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare nè carne nè caci, nè tampoco del pane; perchè, tolto qualche benestante, che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù dei villani bifolchi si nutrono d'erbe e di legumi, e nell'autunno di alcuni frutti, spesso selvatici e di fichi d'India.

«Non s'incontrano che faccie squallide sopra corpi macilenti, coperti di lane sudicie e cenciose. Negli occhi e nelle gote dei giovani e delle zitelle, invece di brillarvi il natural fuoco d'amore, vi alberga la mestizia, e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare per un pezzetto di pane, ch'essi apprezzano per il massimo dei beni della loro vita.

«I padri di queste infelici si reputano fortunati se al Natale di N. S. o alla Pasqua possono giungere a divider con la loro famiglia il piacere di assaggiare un po' di carne. Il pane istesso (se pur merita questo nome un masso di creta) loro non si accorda che nelle giornate di somme fatiche, nelle quali, oltre [che del]le zuppe di fave e fagiuoli, vengono ancora gratificati di un vinetto detto acquarello»[278].

[278] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 9-10.

I visitatori italiani e stranieri non riuscivano a vincere il senso di sdegno e di ripugnanza che in loro nasceva nel vedersi qua e là assaliti dalla turba di sempre nuovi accattoni. Il lombardo Rezzonico della Torre raccontava: «Ai belli Frati (_Villafrate_) ragazzi ignudi o coperti di cenci, che nè di dietro nè d'avanti nulla celavano, assediano i viaggiatori, e chiedono importunamente l'elemosina; ed io dovei dividere con esso loro il pane e l'uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le spolpate ossa, e le reliquie del tumultuario desinare, che ai cani si destinavano ed ai porci, di cui qui sono numerose le greggi.»

In Alcamo, «con le sue merlate mura e le torri, ora quadre, ora rotonde del suo castello... regna la miseria e lo squallore, avvegnachè vi siano alcuni ricchi cittadini e qualche bella casa di magnifica apparenza.» Anche quivi il Rezzonico veniva sopraffatto «da miserabile volgo di storpj, di muti, di cenciosi... gravissimo flagello dell'umanità, dal quale la Sicilia non si vedrà mai liberata»[279].

[279] _Rezzonico_, _Viaggio_, pp. 133 e 139.

In Cefalù l'inglese Galt trovava «un tempio senza pari e una miseria senza nome»[280].

[280] _Galt_, _Voyages_, p. 77.

Potrebbe chiedersi: Ma nessuno del paese levava la voce contro così ributtante piaga morale? Oh sì! Uno scrittore di Palermo, stomacato più d'ogni altro a tanta indegnità, pubblicava nel _Giornale di Sicilia_ del 1795 un articolo sugli oziosi. Costui esaminando le varie leggi e costumanze antiche e moderne contro la «infesta genia», diceva che dove i governi sono stati provvidi ed attenti nel farle osservare «si vede che bandita la mendicità e la scostumatezza fioriscono le arti.» E finiva così: «Ciò che si è fatto e si fa altrove potrebbe ancora farsi tra noi. A questo effetto basta che si esamini e si calcoli il danno cessante ed il lucro emergente. Basta che si rifletta che in vece di questa povertà importuna, oziosa e libertina, ugualmente perniciosa ed alli buoni costumi ed allo stato, si vedrebbe rinascere la povertà dei primi tempi, umile, modesta, frugale, robusta, industriosa, e che questa medesima povertà diverrebbe la madre fertile dell'agricoltura, la madre ingegnosa delle belle arti e di tutte le manifatture»[281].

[281] Vedi i nn. 29 e 30. Palermo, 17 e 24 febbraio.

Inchiostro perduto! Il Governo avea tutt'altro pel capo che il saggio consiglio dell'articolista palermitano. Proprio nel 1795 la caccia ai Giacobini era una delle sue occupazioni ordinarie.

CAP. XVI.

LITI, AVVOCATI, FORO.

I tempi, le leggi, i costumi mantenevano un esercito di persone che vivevano di liti. La parola esercito non è iperbolica. A centinaia si contavano gli avvocati, i patrocinatori, i causidici, i curiali che assiepavano i tribunali, e dalle lagrime dei litiganti ritraevano chi pane e chi agiatezza.

E che cosa poteva farsi in un paese dove gli espedienti del vivere erano scarsi? e dove, quando si apriva sbocco alla gioventù disoccupata la milizia, «nell'esercito di fanteria e di cavalleria non vi eran promozioni, e quelle che v'erano andavano a beneficio dei cadetti?»[282].

[282] _Hager_, _Gemälde_, p. 223.

Si guardi all'indole siciliana e alla sua avversione a qualsivoglia prepotenza, alla naturale inclinazione a litigare anche per un nonnulla (_Pri un granu si fa causa_, dice un proverbio), all'indomabile passione di stravincere vincendo: si tenga presente l'amore che il palermitano nutre per i processi, ed il carattere suo inconciliabile[283]: quella specie di rassegnazione di ogni isolano a perdere, non per pacifico accordo, ma per sentenza del magistrato. D'altra parte, si pensi alle malfondate promesse di certi accattabrighe, che facevan vedere di facile vittoria quel che le leggi non potevano consentire, e il trionfo venale di una causa cui la giustizia onesta non favoriva, o piuttosto comprometteva: e si giudichi se non dovessero moltiplicarsi a vista d'occhio i parassiti della società di Palermo. Il poeta siracusano Gomes scrisse tutto un poema sopra _La vita delli amari litiganti_, ed i proverbî sentenziano che _Cui litica e vinci, nenti vinci_, che _Di 'na liti nni nàscinu centu_; che _La vurza trema avanti la porta_, con ciò che segue[284].

[283] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 586.

[284] _Proverbi siciliani_, v. II, cap. XLV.

Il lettore conosce, per quel che ne abbiamo detto[285], le due antiche statue in marmo del Palazzo pretorio, rappresentanti, secondo la volgare interpretazione, due fratelli, a furia di litigare tra loro, ridotti ignudi come vermi e senza un tozzo di pane. Or la presenza di quelle statue era una lezione continua a quanti fossero tentati di cercare giustizia per via giudiziaria, e la leggenda in proposito metteva in guardia contro espediente cotanto pericoloso:

Cu' acchiana 'n Tribunali a fari liti Sciuni a la nuda comu li du' frati.

[285] Vedi vol. I, cap. II, pp. 22-23.

Ma i processi di successione all'infinito per leggi feudali in vigore, «e fondatamente sostituiti al primogenito e sostituiti liberi d'ogni altro gravame che non fosse quello delle pensioni dei cadetti o delle doti delle ragazze»[286] erano miniere inesauribili per una falange di sfruttatori, i quali -- eccezione fatta di una pleiade di onorati ingegni, gloria del Foro siciliano -- dal paglietta scendevano all'infimo scribacchino, uso a copiare, a carattere grande per guadagnare nello spazio della copiatura, citazioni, memorie, istanze e notifiche, e dal dottore in legge andavano al chierico; a cui, per lungo, invecchiato abuso, era libito l'esercizio di agente e procuratore nei tribunali[287].

[286] _De Saint-Non_, _Voyage_. IVme vol., Ire partie, p. 156.

[287] L'abuso, mal tollerato sempre, fu per ordine sovrano tolto il 16 maggio 1799.

«E così, dice l'Ab. de Saint Non, si arricchisce un popolo di persone di affari delle quali Palermo è piena. Il diritto deve penare sovente a trovar appoggi e difensori; e la Giustizia vi è divenuta un ramo di commercio che fa colare tutto il denaro del Regno in questa città entrando pel canale dei tribunali e riversandolo in seguito nel pubblico col lusso dei membri di essi. Così Palermo non si risente per nulla della povertà e della miseria che si vede in quasi tutta la Sicilia»[288]. Oh avea ben ragione quel signore a noi ignoto, che conversando col Bartels in Siracusa sfogava il suo dolore per le condizioni miserrime del tempo!

[288] _De Saint-Non_, op. e loc. cit.

«I tribunali che restano quasi tutti in Palermo, gli diceva, chiamano tutti i negozî giudiziali del Regno in quella Capitale, dove a spese dei litiganti vivono più di ventimila persone, le quali mantengono oziosi i rispettivi servitori, che sono altrettante braccia che mancano alla campagna in un'isola spopolata»[289].

[289] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 160.

Noi abbiamo visto innanzi quanto fosse di vero in quest'ultima proposizione, come in quella dell'Ab. de Saint-Non. Infatti «non v'era casa in Palermo che non avesse un processo; e talune ne avean fino a cinque o sei». Questo afferma il Dr. Hager che dovette saperlo con fondamento[290].

[290] _Gemälde_, p. 229.

In ragione delle cause, i difensori legali. Il Duca di Terranova, in condizioni normali, teneva non meno di otto avvocati e quattro patrocinatori, retribuiti con annuali salarî fissi di diciott'onze i primi, di dodici i secondi; ed erano tra gli avvocati i più valorosi d'allora: Costantino M.a Costantini, in letteratura conosciuto per un buon poema didascalico sopra _Il Colombajo_, Antonio Vaginelli, Michele Perramuto, Agostino Cardino, Antonio di Napoli[291].

[291] A. _Guarnieri_, _Alcune notizie sovra la gestione d'una casa baronale ecc., verso la fine del sec. XVIII_. in Arch. stor. sic., c. XVII, pp. 121 e 143. Pal. 1892.

Nessuno meglio dell'Ab. Meli ritrasse questa condizione di uomini e di cose tra noi, del Meli diciamo che mise a nudo una piaga, incronichita dai secoli inciprignita da circostanze. Nelle _Riflessioni sullo stato presente del regno di Sicilia intorno alla agricoltura e alla pastorizia_ da noi più e più volte citate, il poeta, anticipando di un secolo le teorie che doveano agitare le società civili del novecento, cauterizzava quella piaga col ferro rovente. Le _Riflessioni_, delle quali nessuno si è accorto finora, son pagine eloquentissime, e lo storico dovrà ricorrervi come a documento di singolare importanza.

Sentiamo quel che esse ci dicono.

L'autore la piglia molto larga aprendo un limbo, anzi una bolgia generale.

«Che dirò di tante migliaia di uomini sparsi e perduti per la società, come se nati fossero a far numero soltanto, e peso alla medesima, e a consumar dei viveri inutilmente? Tali sono, a mio avviso, quelli, che traggono tutta la loro pingue sussistenza dal cicalio del foro, dalla cabala e dallo intrico: quelli, che sussistono per le sole ciarlerie: quelli, che vivono lautamente professando soltanto il ladroneccio, il giuoco ed altri vergognosi mestieri: dell'immenso numero di uomini destinato allo strabocchevole lusso dei ricchi: quelli che vivono agiatamente con alcuni speciosi pretesti di rubare, colorati col titolo onorifico d'impieghi, tutto il superfluo seguito della Curia decorati coi titoli di Maestri d'atti, algozzini, uffiziali, portieri etc., dei quali la centesima parte basterebbe per servizio dei tribunali, qualora questi s'appagassero di un discreto vassallaggio. Insomma, io intendo parlare di tutto quell'immenso numero di parassiti, di cui abbondano le città del Regno, e specialmente la Capitale che, a guisa di mignatte, succhiano e si nutrono del sangue e dei sudori degli uomini onesti, utili ed industriosi.»

Venendo però ai particolari, eccolo fermarsi sopra i legulei, gli attuarî, i sollecitatori, pei quali già da tempo egli avea composta la epigrammatica ricetta morale:

Recipe un chiveddu raggirusu, 'Na facci tosta e chiacchiari a bon cuntu; Misce a curialata fatta all'usu, Spisi di liti ed item 'ntra lu cuntu; Pista scorci d'onuri e fa in cunfusu Pinnulli 'mpanniddati cu l'affruntu[292], Chistu sarrà un rimediu purtintusu Pri arricchiri 'ntra quantu ti lu cuntu[293].

[292] Pillole coperte di patina di vergogna.

[293] _Meli_, _Poesie_, p. 102.

I possessori di fondi campestri, che avrebbero voluto raccogliersi a godere un po' di pace, nol potevano, «costretti a starsene lungi per difendere il loro feudo, il loro podere nei tribunali, e per reclamare il bestiame... stato loro derubato, o i limiti usurpati, o per impetrar equità all'esorbitanza degli oneri, o per ottenere giustizia contro l'abuso dell'autorità dei giurati e degli uffiziali, delegati per la erezione delle tende e delle gabelle.»

Se un contadino con l'industria ed il sudor della fronte era riuscito a rendere il poderuccio fertile e ubertoso, per l'avidità del vicino prepotente, che avea mandato i suoi figli, o fratelli, o nepoti agli studî pei tribunali, si vedeva subito tagliata la strada. I figli, i fratelli, i nipoti eran baluardi a custodia dei beni del vicino, baliste e catapulte all'assalto dei beni del contadino, costretto per ciò a sostenere le sue ragioni.

Ed eccolo nella Capitale, ove il Meli lo vede e descrive, ed ove con le sue parole lo descriviamo anche noi.

«Le mance per i servitori, e per gli uscieri, le spese per le portantine dei professori che marciano a piedi o con le lor carrozze[294], quelle per le citazioni e per i libelli, i terzi dell'onorario per gli avvocati, per i compatroni, per i causidici, per i curiali, per gli agenti etc., etc.; ed ecco consumato in questi primi passi il profitto di dieci, dodici anni delle sue penose fatiche! Se azzarda quest'infelice di aprir la bocca per somministrar le sue ragioni, i termini tecnici del suo rustico mestiere e l'accento particolare del suo villaggio muovono a riso tutti gli astanti; egli insomma appena è ascoltato, niente è capito, come dal suo lato niente capisce del nuovo gergo legale che sente risonare in bocca dei suoi professori. Nonostante questa confusione di lingue, in virtù dei terzi sborsati e dei complimenti, viene distesa una lunga allegazione, della quale se ne formano infinite copie a costo della borza del litigante; si mandano, e si ritornano con un circolo vizioso le liturgiche citazioni; si fissano i giorni delle comparse. Indi si postergano: si tornano a fissare: si scusano: sopravvengono frattanto le ferie, le villeggiature, indi le festività di Natale di N. S., indi li lieti giorni di Carnevale, poi la Pasqua etc., ed ecco le parentesi di mesi ed anni intieri.

[294] Scorrendo da alcuni anni gli archivi del «Nobile e Salutifero Collegio degli Aromatari» di Palermo, troviamo larghe prove di queste affermazioni dolorose. Nel solo a. 1785, per violazione di diritti, il Collegio, a ragion di liti, e per sole mance pagava di continuo i servi dei causidici Orlando, Ferraloro, Denti, Ardizzone e lo staffiere di Nicolò Schiavo, e i creati del Pretore, del Vicerè, del Presidente Leone, del Presidente Paternò, del Presidente Airoldi, e i seggettieri del Protomedico e perfino quelli del Procuratore del Collegio.

«Si maturano intanto i nuovi terzi dell'onorario: si tornano a pagare, e così scorrono successivamente le serie degli anni, di maniera che quest'infelice resta inviluppato nell'inestricabile laberinto del foro, d'onde non ha più speranza di uscire, se non vi lascia financo la pelle istessa.»

Questo dolorosamente osservava il Meli, il quale tornava a battere sul medesimo chiodo:

«L'istesso succede quando ad un contadino viene derubato il bue, l'asino, o il mulo. Quante cure, quante sollecitudini non gli costano le ricerche! E quanti pericoli ancora non incontra per rintracciarne i vestigi! Se non giunge a trovarlo, piange la sua disgrazia. Ma se riesce, la piange doppiamente: imperciocchè le spese per le spie, per la ricognizione della bestia e del legittimo possessore della medesima, per la recezione dei testimoni, per gli offiziali e per le legali formalità, unite all'infinita perdita di tempo, e perciò del lavoro, oltrepassano di gran lunga l'importo della bestia dirubata; di maniera che il miglior partito che gli resta ad eligere è quello di mai più ricercarla, nè più ripeterla dalle mani della così detta Giustizia. Ne siegue da ciò, che i furti non si curano, o s'ignorano; ed i ladri, allettati dall'impunità, si moltiplicano a dismisura.

«Se i coloni sono così scherniti e scorticati dai cittadini e dalla gente del Foro, non minore è la disgrazia che incontrano presso i medesimi li fondi rusticani. Per convincersi di questa verità, basta gettare un colpo d'occhio a quei poderi caduti nelle mani del fisco o di altro magistrato cui s'è affidata la cura dell'amministrazione, e si vedrà, che uno o due anni di siffatta amministrazione equivalgono ad un grande incendio»[295].

[295] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 6, 13, 15.

Idee non dissimili aveva il Meli espresse nel suo poema eroicomico _Don Chisciotti e Sanciu Panza_: ed i seguenti versi su Giove ne sono la sintesi:

Avirrà multu assai forsi chi diri Di l'avvocati e di li professuri, Genti chi a liti, sciarri e dispariri Ci ànnu attaccatu l'utili e l'onuri; La società fratantu àvi a nutriri Sti tali a costa di li soi suduri; L'apa cogghi lu meli in ciuri e in frutti, Ma ciarmulìa l'apuni, e si l'agghiutti[296].

[296] Ma l'apone ronza e lo manda giù (il miele raccolto dall'ape). _Meli_, _Poesie: Don Chisciotti_, c. VI, ott. 34.

L'organamento di questa vasta associazione per interessi personali era come una immensa rete che niente lasciava sfuggire e a nulla rinunziava per raccogliere i cercatori di giustizia. Il Vicerè Fogliani in una prammatica che è «un novello e stabile regolamento alle sospensioni che si voglion de' giudici da parte de' litiganti dietro alle clientele e avvocazioni che ne hanno quelli tenuto prima dell'atto di vestir la toga di loro giudicatura», ha questo paragrafo che è una rivelazione: «I litiganti sogliono tener salariati alcuni avvocati occulti, i quali non vanno a patrocinare la lite nel pubblico tribunale, ove il giudizio è pendente, ma solo assistono presso qualche giudice che deve decidere la causa»[297].

[297] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 18.

Avvocati e professori erano pertanto legati da cause comuni. Il professore, persona pratica, riceveva i clienti, la causa dei quali diventava faccenda tutta sua. Egli sceglieva e suggeriva l'avvocato, che perciò avea per lui la considerazione imposta dalla importanza della causa.

I larghi guadagni erano incentivo a spese non solo di necessità, ma anche di lusso. Le famiglie dei forensi non rinunziavano a quello che potevano, e si permettevano anche quel che non potevano: spese per vivere, spese per vestire, spese per agi, che consumavano le più pingui entrate. In poche classi del ceto civile si spendeva più che in questa dei forensi, tanto spensieratamente facile a buttare nella follia d'un divertimento, nella vanità d'una villeggiatura una somma pari alla dote d'un modesto artigiano. V'è da maravigliarsi di cosiffatto sperpero, sovente non consentito dagli stessi introiti.

Il dì 21 luglio del 1778 per i soliti luoghi della Città si leggeva un lungo avviso a stampa, che principiava con queste parole:

«La estrema indigenza in cui sovente si son vedute cadere le vedove ed i figli non che dei curiali, dei procuratori causidici, degli avvocati, ma talvolta dei defunti ministri, perchè rimasti dopo la morte dei loro capi sprovveduti di tutti gli umani soccorsi per vivere e sostenersi; e i tristi deplorevoli effetti che quindi ne sono succeduti, i quali, con non poco rossore de' ceti così rispettabili, li han trascinati alla mendicità, o dati in braccio al vizio ed alla scostumatezza, indusse l'animo del Procurator causidico D. Stefano Tortorici a promuovere il plausibile mezzo della erezione di un Monte di vedove, con cui accorrere al riparo di così gravi disordini ed al sovvenimento e sussidio delle povere desolate famiglie»[298]. Condizioni per partecipare alla nuova istituzione: un contributo annuale. «Arrolandosi in esso tutti coloro che saranno avvocati causidici, curiali e professori qualunque siansi di curia, godranno del mantenimento delle lor vedove e parenti alla ragione di tarì tre o tarì sei al giorno pagando ogni anno onze tre od onze sei al Monte».

[298] _Capitoli delle costituzioni del pio Monte delle vedove dei Ministri, Avvocati, Procuratori causidici e di tutti quei che vivono nel Foro. Approvato (sic) da S. M. con R. Dispaccio de' 17 Maggio 1777_. In Palermo, MDCCLXXVIII.

Ma che erano essi i tre, i sei tarì al giorno per una famiglia che ne sciupava cinque, sei volte tanti in feste di città e di villa, in ricevimenti e addobbi?

Checchè se ne pensi, il disegno tradotto ad atto dal previggente Tortorici era degno del valore di lui di procuratore criminalista, e meritò il plauso dei buoni.

Qui agli occhi del lettore si delinea un punto interrogativo.

Come si moveva l'amministrazione della Giustizia in mezzo all'ambiente non del tutto sano del tempo?

Ci affrettiamo a cancellare questo punto interrogativo affermando che la integrità della vecchia magistratura siciliana metteva i membri di essa fuori qualunque sospetto e discussione. Se non ci fossero altri esempî, basterebbe quello solo della sentenza di morte profferita dalla G. C. Criminale in persona di Emanuele Caniggia palermitano, paggio amatissimo del Principe di Caramanico, con vero strazio del vicereale padrone decapitato nella Piazza Marina (10 ott. 1789)[299].

[299] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1789, p. 631.

Se poi casi contrarî possono trovarsi, sarebbe ingiustizia farne ragione di giudizio generale men che favorevole. Le eccezioni, abbiam detto altrove e ripetiamo qui, non fanno regola; e tra queste eccezioni, per dir tutto, rileviamo una incomprensibile.

Nei conti della già cennata Casa del Duca di Terranova si riscontrano spese per distribuzione di carbone a grandi dignitarî politici e giudiziarî del Regno. Queste distribuzioni son chiamate _regalie solite_ e ve n'è di 200 quintali (chil. 16000) al Vicerè, di 50 al Segretario, di 50 al Consultore, di 20 per uno (il lettore faccia attenzione!) ai Presidenti della R. G. Corte, del Patrimonio e del Concistoro; e di 12 per uno al Maestro Razionale del Patrimonio, all'Avvocato fiscale della R. G. Corte e a quello del Patrimonio.

La diciamo incomprensibile perchè ordinaria, e come tale, alle illustri autorità che la ricevevano non dovea parere lesiva della loro onestà e della loro indipendenza.