La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 16

Chapter 163,584 wordsPublic domain

Giovanni Cane, «carbonaio di estrazione nell'arredamento della provvisione del carbone a male per la città», per molti mesi vendette a 14 o 15 tarì la salma il carbone che avrebbe dovuto per accordo ed ordine del Senato vendere solo a 12 tarì (L. 5,10). Guarentito dai suoi amici, scampava il carcere; ma il ribaldo lasciava nelle peste i suoi benefattori col solito rifugio sacro; come a breve distanza di tempo facevano nella chiesa di S. Domenico certi rei di tumulto[247].

[247] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1794, p. 619; ed a. 1796, p. 379.

Ecco G. B. Salerno, per mancata fidejussione, sottrarsi in una chiesa ai rigori della legge e dopo cinque anni di perduta libertà, stando sempre dentro o innanzi la chiesa, impetrar grazia al Re che volesse condonargli la pena in considerazione d'una paralisi ond'era stato colpito durante lo asilo e della estrema miseria alla quale e lui e la sua famiglia si eran ridotti[248].

[248] _Penes Acto_ del 1799, nello Archivio Comunale di Palermo.

Ma nel privilegio erano tante condizioni, eccezioni, riserbe che l'osservanza di esso rendeva eccessivamente complicata la procedura ecclesiastica e, peggio, la criminale e civile ordinaria, quando ci fosse stato mezzo di afferrarsi ad un addentellato qualsiasi. Vi sono esempî di salvaguardia accordata dall'autorità ecclesiastica per ragioni del tutto frivole: ed un Conte, dopo d'essere stato per due mesi nel convento di S. Francesco li Chiodari, volendosi costituire alla giustizia civile, otteneva una salvaguardia della sua persona nel convento medesimo[249].

[249] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, p. 70.

E non pur complicata, ma anche elastica era quella procedura. Nelle chiese nelle quali mancavano luoghi comodi, il reo era facoltato ad uscire ogni volta che un bisogno lo imponesse. La immunità accompagnavalo anche per questo: e nessuno, in quel prosaico quarto d'ora, o per condizioni speciali patologiche, le quali potevano prolungarsi o ripetersi più volte al giorno, avea diritto di coglierlo in infrazione di legge d'asilo[250]. Guai allora, o nel momento della funzione fisiologica, o stando egli comodamente in chiesa, a mettergli le mani addosso!

[250] _Gastone_, _De spatio_, art. II.

Il 4 ottobre 1785 tre soldati della Compagnia rusticana di Capitan reale di Palermo strappavano violentemente dalla chiesa del convento francescano degli Scalzi un secolare testè rifugiatovisi per non so quale delitto audacemente commesso. Quei poveri soldati dovevano averne le tasche piene: sicchè, ghermitolo appena, lo bastonavano di santa ragione e lo graziavano d'una coltellata. Ne nasceva un putiferio, ed il Governo si affrettava a punire quanto più severamente potesse i suoi agenti infliggendo loro anche la condanna di farsi assolvere della scomunica nella quale erano incorsi.

Se vogliamo saperne qualche cosa, chiediamone al Villabianca il quale fu presente e descrisse la scena.

«L'assoluzione, egli racconta, fu data da uno dei canonici della Metropolitana, Orazio la Torre dei Principi la Torre. Vestito pontificalmente con mitra in testa e con cappa magna di color violaceo, costui si postò a sedere in sedia privata sopra di un talamo di tavole, apparato di tela azzurra, e senza coltra, che fu innalzato innanzi la porta falsa della chiesa di Porto Salvo nel Largo della Marina. Due vivandieri, o sian prebendati del Duomo, furono ad assisterlo, sedendo su due banchetti coperti di panni neri assieme con parecchi rossolilli, che son li ragazzi sagrestani della maggior chiesa. E qui facendosi salire li scomunicati, si denudarono ad essi le spalle. In questa situazione di cose gridò tosto il Canonico una erudita ed elegante concione al popolo che vi stava di sotto, concorsovi innumerabile, a portar rispetto alla chiesa, e battendo più volte i rei nelle spalle con verga di granato, s'ascoltò in tale atto la intonazione del _Miserere_ dei defunti _ad petendam Dei misericordiam_ fattavi dai suoi assistenti. Passò alla fine all'assoluzione pubblica, che a quelli concesse in ampia forma, giusta il rito di Santa Chiesa, con che prese termine il tetro, triste spettacolo»[251].

[251] _Diario_ ined., a. 1785, p. 286.

E pensare che era Vicerè D. Domenico Caracciolo.

Guardando con serenità agli effetti dell'abusiva interpretazione del diritto d'asilo sacro, il Vicerè Principe di Caramanico nel 1787 evocava le antiche discipline in proposito, ed ordinava:

«Quando gl'inquisiti prendono l'asilo della chiesa, deve da tutte le Corti capitaniali osservarsi la seguente regola: se sono rei di omicidio o di grave ferizione, che possa cagionare la morte, o pure fossero pubblici ladroni e stradarj, o rei di lesa Maestà divina ed umana, in _primo vel secundo capite_, o di dolosa decozione o di altro qualunque delitto, escluso dall'immunità ecclesiastica per l'ultima bolla di Benedetto XIV, esecutoriata in Regno, in tali casi, chiesto il braccio ecclesiastico, si prendano e si carcerino per la chiesa coll'avvertenza dello spettabile Avvocato fiscale. Tali carcerati non si possono citare, nè subire, nè restringere sino alla sentenza dell'esclusione dell'immunità, ma si devono cautelosamente custodire. Proferita quindi la sentenza esclusiva dell'immunità locali, si devono ripetere i testimonj _citato reo_. Se dal Vicario locale del Vescovo si niegasse il braccio, o pur si ritardasse al segno che potesse temersi la fuga del reo, si prenda dalla chiesa e si carceri senza il braccio ecclesiastico e se ne dia subito conto allo spettabile Avvocato fiscale con mandarglisi la relazione degli officiali, a' quali venne negato il braccio ecclesiastico».

Come si vede, qualche restrizione, un po' timidamente se si vuole, ma con una certa precisione, è fatta. Pure la preoccupazione per le conseguenze d'un passo falso, d'un abuso anche piccolo a danno dei godenti il diritto d'immunità, si tradisce in ogni parola, ed è evidente nel seguito dell'articolo:

«I rei di tutti gli altri delitti non esclusi dal sacro asilo, si lascino sopra chiesa, e sia della cura del Capitano e degli altri officiali il coglierli fuori chiesa. Se però facessero abuso del sacro asilo in qualunque maniera o con uscir fuori, o con commettere nella chiesa medesima delle enormità e tresche scandalose, o con ripostare in chiesa i furti da altri commessi: col braccio ecclesiastico, nella maniera sovra espressata, si prendano e si carcerino per la chiesa colla suddetta avvertenza; e per non incorrere nelle conseguenze di così grave partito, si compili colla maggior sollecitudine il processicolo del fatto abuso, e si mandi al Tribunale o allo spettabile Avvocato fiscale».

E per gli ecclesiastici?

«Se un prete o un chierico _in minoribus_, regolare e secolare, commette un atroce delitto, a norma del reale rescritto del 1777, la Corte Capitaniale ne compila il processo, e, finitolo, col braccio del Vicario ecclesiastico, deve arrestarlo. Se non che, pel chierico importa assicurarsi se, giusta i due requisiti del Concilio di Trento, prescritti pel godimento del foro ecclesiastico, egli abbia portato l'abito e sia andato a tonsura»[252].

[252] _Istruzioni per l'Amministrazione della Giustizia nelle occorrenze delle cause e materie criminali_, nn. XXXIV e XXXV. Vedi _Pratica per la formazione dei processi criminali composta dal_ Dr. D. _Zenobio Russo_ e _Diana_. Nuova edizione, pp. 294-96. In Palermo, Felicella.

E già prima del Caramanico altre disposizioni particolari volevano che quelli «che sono rifugiati in chiesa, non potendo star in giudizio, non possano essere intesi se non si presentano nelle forze della Giustizia» ordinaria; e che se «il reo trovasi rifugiato sopra la chiesa, la citazione o sia per affissione o per pubblico proclama sarebbe nulla»[253].

[253] _Istruzioni_, n. XXII, p. 121.

Di quest'ordinamento, che costituisce tutta una legislazione, come abbiam detto, complicata, ed una procedura più complicata ancora, che cosa rimane oggi?

Null'altro che vaghi ricordi tradizionali. Una frase del dialetto parlato accenna all'ultima forma nella quale pare essersi ridotto il privilegio. Chi _spinte o sponte_ faccia delle spese eccessive o superiori alle proprie forze, e sia o si presuma o voglia farsi credere nella via della rovina finanziaria, dolendosi di chi o con chi sia causa continua del minacciato disastro che lo porterà a fallire, esclama: _Jennu di sta manera, vaju a pigghiu la chiesa di pettu_ (andando di questo passo, io sarò costretto a correre verso la chiesa). _Pigghiari la chiesa di pettu_ significa: ridursi al verde, fallire: frase, in questo senso, non interpretata da nessun vocabolarista del dialetto!

Nei giuochi siciliani ve n'è uno, solito a farsi specialmente di sera, nel quale una frotta di fanciulli raffiguranti ladri si appiatta in un dato posto; un'altra, di birri, va in cerca di quella per catturarla. Vedendosi scoperti, i ladri si danno a precipitosa fuga; e i birri ad inseguirli fino alla sbarra, o meta, che in una delle molte varianti del giuoco si chiama _chiesa_. Se gl'inseguiti vengon presi innanzi di giungere alla meta o _chiesa_, vanno sotto, e pagano la pena; se no, appena toccano chiesa, luogo immune, non possono più esser molestati e rimangono intangibili.

Chi avrebbe mai detto che un privilegio che diede tanti grattacapi a Vicerè, che turbò tanti sogni di Capitani giustizieri, che fece tremare tanti giudici, dovesse un giorno andarsi a confinare tra i divertimenti dei monelli![254].

[254] _Pitrè_, _Giuochi fanciulleschi sic._, nn. 144, 188, 192; e p. LXIII. Palermo, 1883.

_Tout passe, tout casse, tout lasse!_

CAP. XV.

OZIOSI, VAGABONDI, ACCATTONI, «CASSARIOTE», CARESTIA.

All'ozio d'alcuni della società partecipava con altra forma, e in maniera non sai se più riprovevole o disgustosa, l'infima classe del popolo, e, in minore intensità e numero, la mezzana.

Il lavoro difettava; troppi i maestri perchè tutti potessero trovarne; scarsi gli espedienti a campare la vita, per naturale ignavia, per suggestivo esempio di chi poltriva, resa talora inetta.

Al primo giunger tra noi i forestieri rimanevano sorpresi nel vedere «il turbine di popolaglia che, dopo di aver esaurita la campagna, rigurgitava in città, dove dietro un'abbondanza indolente, si moltiplicava come gl'insetti, sui quali non è dato conoscere le vedute della natura, e che pur sembrano nati per consumare. Codesta gente, difatti, si vedeva abitualmente formicolare, ronzare nei mercati, attorno a' commestibili»[255].

[255] Un voyageur italien, _Lettres sur la Sicile_, pp. 5-6.

Gli stessi paesani ne rimanevano sconcertati. «Basta passeggiare, diceva uno di essi, una sera d'està alla Marina, o entrare in una chiesa, ove sieno le quarant'ore, per veder l'abbondanza di questi allegri pezzenti. L'Italia in verità n'è troppo ripiena, e gli oltramontani che approdano ai nostri lidi, gli osservano con maraviglia. Or non si dubita che tutti questi vilissimi sfaccendati sieno la feccia, il capo morto, anzi la peste della repubblica: il saggio braccio del Governo tante volte ha cercato darvi riparo, ma l'erba selvaggia per germogliare in un campo non ha bisogno di agricoltore». E conchiudeva: «Questa gente è detestabile: chi non ha talento per gli studi, vada alle arti; chi non è abile alle arti, faccia il facchino, piuttosto che l'ozioso»[256].

[256] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 376. Vedi anche _Bartels_, _Briefe_, v. III, pp. 579-80.

Altro siciliano, assai più autorevole, il Meli:

«Migliaia d'infingardi datisi al commodo mestiere d'accattoni, vanno trascinandosi per la città, infingendosi ciechi o storpi, e studiando con comico artifizio assalir da tutti i lati la commiserazione della pia gente, soffocando con lamentevoli strida la fioca voce de' veri poveri, perchè inabili alla fatica, sottraendo e perciò rubando loro le necessarie elemosine»[257].

[257] _Meli_, _Riflessioni_, p. 5.

Sul far della sera codesti lazzaroni gridavano a perdifiato fino a mezzanotte cercando d'impietosire e di scroccare qualche poco di limosina. Hager li sentiva gridare: «_La divina Pruvidenza!.... Puvireddu mortu di fami!... O boni servi di Diu, faciti la carità!_» Ma non si commoveva nè punto nè poco, come «nessuno si commoveva alla loro povertà esteriore. Il loro aspetto era così orribile che io, dice Hager, non vidi l'eguale in altra città; ed è paragonabile solo a quello dei fakiri dell'India»[258].

[258] _Hager_, _Gemälde_, p. 121.

Se poi di giorno guardavasi la turba degli accattoni, poteva studiarsene la natura e la provenienza. Molti di essi erano d'un ordine relativamente agiato, i quali «col solito merito della poltroneria si divorano la mattina due pagnotte calde, ben condite con lardo e salsicce; poi verso il mezzodì si comprano in un parlatoio di monastero un buon piatto di maccheroni ben incaciati, e dopo di aver trincato del vino in una taverna, si sdraiano su di una panca a dormire spensierati»[259].

[259] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 10-11.

Noi li abbiam veduti fino a quarant'anni fa questi comodi neghittosi, mangiare a due palmenti le pietanze che uscivano dai monasteri.

Il Governo li conosceva uno per uno, e sapeva chi di essi fosse vagabondo, chi _ceraolo_[260], chi romito, addestrati tutti alle male arti di spillar danaro con false apparenze. Contro i quali il 20 giugno del 1789 richiamava le antiche leggi, intese ad impedire il propagarsi della faziosa turba, che sotto colore di domandare per Dio, entrava nelle chiese elemosinando, e sotto forma di esercitare qualche mestiere, si dava a quello molto facile di commetter truffe[261].

[260] _Ciraulu_, cantambanco, cerretano.

[261] Bando del Vicerè d'Aquino, Principe di Caramanico, 20 giugno 1789.

Ma il bando riusciva inefficace a spazzare il terreno da tanti malvagi parassiti. I forestieri che si trovavano in Palermo ne vedevano sempre un gran numero assediare importuni i frati nei chiostri, i devoti nelle chiese, i civili nei pubblici uffici, i signori innanzi ai loro palazzi con parole lamentevoli molto acconce alle circostanze[262]; sicchè alla distanza di quattro anni, il bando era seguito da un altro più particolareggiato e più severo:

[262] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 582.

«Oziosi son coloro che abili a qualunque fatica, robusti, accattano la limosina innanzi o dentro la chiesa, in istrada, nei caffè, affettando piaghe e sconciature nella persona; coloro che conversano nelle taverne e si ubbriacano, che vivono frequentando bagordi, compagnie diffamate, i ladri di sacchetta, i giocatori di vantaggio, i camorristi, ecc.» Tutti «costoro saranno condannati con le catene ai piedi»[263].

[263] Bando cit. del Vicerè Caramanico, 27 maggio 1793.

Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi, componevano altra malnata genìa che adescava al giuoco i semplicioni e gl'ingenui. Ed eccola in una buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla qua e là «di varie ruote di giocatori di carte o di dadi con molte frodi del giuoco stesso e con l'intonazione musicale di orrenda bestemmia. Infelice il vincitore di oggi; sarà il perditore di domani, e, se mai la sorte seguirà a favorirlo, sarà tosto beccato dagli avidi rostri dei malandrini suoi pari; porzione taglia da sicario, da brigante, da sgherro, e fa il guardaspalle la notte a qualche ricco licenzioso; ed in questa s'inchiude la gente di servizio basso, che per lo più costa di araldi rei d'illecite voluttà e di guappi custodi di contrabbandi notturni; porzione è necessitata a fare all'amore coll'altrui roba, e si dispone a visitar le carceri, le galee e forse anche le forche; e porzione, la più inocente, sceglie il mestiere comodo di limosinar per la città»[264].

[264] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 375.

Particolarità degna di ricordo è quella di certe oscene canzoni che questi pericolosi vagabondi cantavano nei luoghi più riposti della città, dove essi si riducevano a consumare il frutto della illecita loro giornata. Tra siffatte canzoni una ve n'era che tutte le avanzava di scostumatezza: _Fra Giunipero_, contro la quale invano avean tonato bandi vicereali, editti arcivescovili, ed ultimi, sovrani rescritti, determinati specialmente da un richiamo fatto dai parrocci in una rappresentanza al Re in Palermo[265].

[265] Avviso della R. Segreteria di Giustizia e di Alta Polizia in data del 21 Ottobre 1799.

A più increscioso argomento conducono le donne reclutate nel vasto campo di Citera; le quali molto da fare davano alla polizia e ne rendevano inutile la vigilanza, inefficaci i rigori. Il Governo, nelle sue disposizioni, le accomunava sempre agli oziosi: e nel bando viceregio del 29 maggio 1793 rivelava le abitudini, i fautori ed i posti loro. Quel bando è una pagina di storia della più amara evidenza. Leggiamolo:

«Poichè è giunto alla notizia di S. E. di esser troppo avanzato il numero delle donne impudiche, che passeggiano di notte le strade e luoghi pubblici di questa Capitale insidiando colle loro lusinghe troppo scandalose i cittadini di bassa condizione per indurli a commettere disonestà in mezzo alle strade, d'onde poi ne deriva notabilissimo pregiudizio a questo pubblico e fino alla salute della gioventù; perciò volendo S. E. assolutamente ovviare simili disordini e pubblici scandali, che recano giornalmente gravissimo nocumento a questa città e suoi abitanti, ordina, provvede e comanda che da oggi innanti, suonata che sarà ora una di notte, le suddette donne impudiche, che pubblicamente e notoriamente costerà di esser tali, non possano andar camminando per le strade di questa città, o sedere sopra li scalini delle chiese e cemeterj, anco sotto il pretesto di domandar la limosina, nè restar sotto le pennate[266], tanto fuori le porte della città e della Marina e Cala di questa città; quanto nella Bocceria della Foglia, della Carne, Ballarò, Feravecchia, Cassaro e in diverse altre piazze e parti dentro e fuori di questa città, per quale cosa sogliono accadere i suddetti inconvenienti, sotto pene alle suddette donne di mal affare della frusta con otto azzottate (_frustate_), e di rader loro i capelli la prima volta, e con venti se saranno recidive, e di rader loro le ciglia»[267].

[266] _Pinnata_, tettoia.

[267] Bando cit. del Vicerè Caramanico.

Tanto scandalo non ha bisogna di comenti; bensì è da osservare che esso continuò ancora dell'altro senza speranza di fine: prova il rescritto sovrano dianzi citato, nel quale si rileva «che le donne di pubblico commercio trovansi indistintamente ad abitare ne' luoghi più frequentati della città, e col loro cattivo esempio avvelenano le innocenti e rovinano la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte girar per le strade ed ardiscono di penetrare financo dietro le porte delle chiese»[268].

[268] Avviso cit. della R. Segreteria di Giustizia ed Alta polizia. Sull'argomento vedi pure il vol. I, cap. II di quest'opera, e _Cutrera_, _Storia della prost. in Sicilia_. Palermo, Sandron, 1903.

Qui una osservazione cade opportuna. Quel che si è detto sopra le _cassariote_ potrebbe far sospettare nel basso popolo una corruzione che assolutamente non esiste. Giacchè bisogna distinguere donne perdute (e queste rappresentano sempre un numero sparuto di fronte alla gran massa della popolazione, ed uno stato di delinquenza) da donne che si serbano quali nacquero e non tentennano nè all'aura dell'ambiente, nè al vento che spira dalla terraferma. Il popolo si mantiene come si manteneva refrattario a qualsivoglia esterna influenza di corruttela, legato sempre alle sue tradizioni di rispetto a se stesso, di devozione alla morale, checchè possa esser venuto da fuori, o essersi fecondato dentro, e qualunque sia l'esempio altrui.

Questo nei tempi ordinari; che dire poi degli straordinarî?

Nel 1793 le condizioni della città erano lagrimevoli, desolanti. A cagione della precedente siccità e di una serie di errori economici del Governo e del Senato, il paese, privo di frumenti, era in piena carestia.

Gl'indigenti, uomini e donne, brulicavano come vermi. Furon viste in alcune contrade di Palermo persone cibarsi di erbe selvatiche, altre raccogliere fichi immaturi e cuocerli in aceto, altre strappare il pane che i padroni avean gettato ai cani, altre morire[269].

[269] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 45-46.

Il Meli vide che

L'erbi cchiù vivi e inutili, Li radichi nocivi Cu l'animali spartinu L'omini appena vivi.

E senza uscire da Palermo osservò pure che

'Mmenzu li strati pubblici Lu passaggeri abbucca Cu facci smunta e pallida Cu pocu d'erba in bucca[270].

[270] _Poesie: Ode a S. E. Signor D. Francisco d'Aquinu Principi di Caramanica e Vicerè di Sicilia._

La salute pubblica per conseguenza ne soffrì tanto che le febbri putride furon cagione di grande moria.

Il Monte di Pietà chiude gli sportelli. Le case dei popolani mancano delle suppellettili necessarie. Scarseggiano i letti, perchè, venduti gli stramazzi, la maggior parte dei cavalletti erano stati portati come ferro vecchio a Napoli. Appena le coperte bastano di notte a tutelare i corpi[271].

[271] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 196-200. Di ciò vedi pure vol. I. cap. VII.

Allo spettacolo di tanta desolazione Vicerè, Arcivescovo, signori, benestanti, aprono i loro forzieri. Il Senato acquista quanto più può di grano, e lo distribuisce a grandi forni, che mettono in vendita pane a dodici grani il rotolo: un rotolo quindi ed ott'once, ed anche due rotoli, un tarì la forma volgarmente detta _guastidduni_[272]. Tutte le case religiose regolari largheggiano di minestra e di pane ai bisognosi, che a quelle dei Cappuccini si presentano a decine di centinaia.

[272] «_A dodici grani_», ecc. cioè a cent. 25 di lira grammi 800 di pane; cosicchè una forma di _guastidduni_, del peso di chilogr. 1 e gr. 400, od anche di 1 e 600, veniva a costare cent. 42 di lira.

Allora il bisogno di rimandare fuori la città, nei loro paesi di nascita, i poveri, che sempre, in ogni grande calamità, affluiscono alla Capitale, come a luogo di rifugio e di salvezza. Il Principe di Caramanico a sue spese provvede per alcuni giorni del necessario alla vita quanti ve ne sono: e su carriaggi, col sussidio di quattro tarì per uno, li fa accompagnare da soldati di marina fino a Termini. Ma più ne manda e più ne vengono, finchè sopraffatto dal numero li raccoglie in un sito a Mezzomorreale.

Solo con questo mezzo e per pochi mesi la desolata città si libera del lurido vermicaio, e per esso dalle _cassariote_, cresciute all'infinito per la infinita miseria[273].

[273] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 70-71, 82-84.

Certo il Caramanico non fu solo in tante opere di carità.

La storie del Val di Mazzara, come di tutta la Sicilia, chè la Sicilia tutta fu vittima della epidemia della Capitale, è piena di nobili slanci di abnegazione.

Nella sola Cefalù il vescovo Francesco Vanni fece miracoli di beneficenza. Una iscrizione del 1797, murata da quel Senato, lo addita ai posteri: ed un'altra al Barone Giuseppe Agnello, ricorda la compra da lui fatta di 20.000 scudi di frumento per salvare il paese dalla carestia e dalla fame[274]. Ma in Palermo il Caramanico fu la vera provvidenza.

[274] _A. Candiloro_, _Historia medico-practica cephaludensis epidemicae constitutionis et morborum intercurrentium anni 1793, 94 et 95_. ecc. Panormi, apud Solli, M.DCC.XCVII. pars IIª, paragrafo XXII.