La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Part 21

Chapter 213,704 wordsPublic domain

Nel n. 26, sotto la data del 27 gennaio 1795, il _Giornale_, scarseggiando di notizie all'uopo e volendo allargare i confini di esse, faceva alcuni quesiti, pregando di risposta i corrispondenti. Chiedeva da loro, almeno ogni mese, una lettera, nella quale fosse un ragguaglio: «1º Dell'apparenza e quantità dei seminati di quel territorio e delle vicine campagne. -- 2º Dei prezzi correnti del grano, dell'orzo, delle fave, del cacio, dell'olio, del vino e di ogni altra mercantevole derrata. -- 3º Delle principali e più interessanti circostanze della stagione, avvisando, se dentro il mese il tempo sia stato notabilmente piovoso, o asciutto, freddo, o caldo, nebbioso, nevoso, accompagnato da forti venti, o da violenti tempeste, della cui natura ed effetto» avrebbe gradito «una minuta descrizione, come delle alluvioni e dei traboccamenti di fiumi e torrenti.»

Chiedeva, inoltre, appunti intorno la «Storia naturale, le varie e singolari terre, o crete, o pietre, i varj bitumi, le varie acque minerali ecc., piante rare; quali le maniere di coltivare le terre che con particolare e considerevole profitto in quel territorio si praticassero». In altro ordine di vita, domandava «avviso degli omicidj, dei furti strepitosi, o altri gravi delitti, che accadessero in quello e nei vicini paesi. Altresì di ogni altro avvenimento che credesse il sig. Corrispondente interessare la pubblica curiosità ed utilità: sia che esso riguardi le lettere, l'agricoltura, le arti, il commercio ed i costumi di quella e delle finitime popolazioni.»

E conchiudeva imponendosi ogni riserbo sui nomi dei corrispondenti.

Questa circolare confermava ed allargava il programma del giornale: programma pratico e veramente utile al pubblico. Rilievo poi del quale i giornali moderni dovrebbero per debito di giustizia far ragione a questo che è dei più antichi, è la _Cronaca siciliana_, entrata nei principali giornali di oggi, solo dopo un secolo dalla comparsa del diario del quale diciamo.

Questo _Giornale di Sicilia_, a chi potesse oggi esaminarlo, parrà o una gran cosa o un'assai piccola e meschina cosa, secondo che si guardi con la conoscenza dei tempi e del paese o con le idee dei giorni nostri. Gran cosa, giacchè nulla di simile s'era tentato fino allora, che si occupasse della cultura dell'Isola. V'era bensì, come diremo, qualche periodico letterario; ma questo sapeva troppo di erudizione perchè si dedicasse alla letteratura spicciola, e troppo grave perchè potesse andare per le mani di molti; e poi costava tre, quattro volte il _Giornale di Sicilia_, che si pagava nove tarì (L. 3,82).

La stampa non era quindi solo politica e commerciale. Lettere, arti, discipline ecclesiastiche offrivano argomento di disquisizioni e di ricerche illustrative, non anonime come i giornali politici, ma soscritte dai più lodati uomini del tempo. E qui, dove apparvero le _Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia_ e le _Notizie de' Letterati_, e fino al 1778 venti volumi di _Opuscoli di autori siciliani_; ad imitazione o continuazione di questi, dal 1778 al 1797, si arricchì il tesoro degli studî storici con altri nove, oltre che di una _Nuova Raccolta di Opuscoli di autori siciliani_.

Ad una serie di _Notizie de' letterati_, con estratti e giudizi delle opere più pregevoli del tempo (1772) si eran prestate le stampe del Rapetti; ma dopo un anno non c'eran più. La medesima sorte incontrò il _Giornale Ecclesiastico_ di Salv. M. Di Blasi, il quale venne componendovi una «Scelta di vari opuscoli appartenenti agli studi sacri», estratti dal giornale dell'abate Dinouart. La materia fu composta in due tomi e lasciò di sè ricordo buono nel clero, ma non efficace tanto da determinare alcuno ad imitarlo e seguirlo. E se vent'anni dopo, nel 1793, il parroco Giuseppe Logoteta da Siracusa volle farlo rivivere, se lo vide morir subito fra le mani, al primo tomo, senza gloria e senza pianto.

La _Conversazione Istruttiva, foglio interessante_, fu il più piccolo formato dei suoi confratelli vecchi e nuovi, uscito tra il 7 gennaio ed il 7 aprile 1792.

Semplicissima la compilazione: un dialogo tra «Dama, Cavaliere, Medico, Avvocato, Filosofo, Abbate»: sei personaggi per sei tipi del tempo. Quattordici i numeri del periodico, quattordici i dialoghi, occupanti sempre o quasi sempre tutte le otto paginette, all'ultima delle quali era fatta la grazia d'una breve notizia di agricoltura, un appunto, o un consiglio di medicina. Se non che, gli apparenti quattordici dialoghi si riducevano a un solo, interrotto alla fine d'un numero e ripreso in principio d'un altro: dialogo lunghissimo, che solo gl'intervalli di una settimana potevano far digerire.

La dama era il perno della conversazione, nella cui casa questa si svolgeva: una dama che leggeva Fontenelle ed Algarotti, e cercava di coltivare la mente come facevano alcune del suo grado. Il cavaliere era un partigiano accanito del patriziato; il medico, un conoscitore del magnetismo in voga, uno spregiudicato giudice di Mesmer e di Cagliostro, un fanatico nemico dei sistemi che i clinici dotti ed i mediconzoli ignoranti si palleggiavano, un medico di una certa cultura, che di tutto discorreva un poco: di fisio-chimica, di anatomia, di malattie correnti e fin di quelle febbri putride che dominavano in Sicilia mentre egli settimanalmente chiacchierava, e che dominarono ancora dell'altro ed infierirono nell'anno seguente. Il filosofo, un severo censore della vita e dell'educazione contemporanea, mezzo scettico, mezzo platonico, panegirista della morale e della virtù. L'avvocato scodellava le sue cognizioni di giurisprudenza con le medesime lungherie del filosofo e del medico: e l'abate, un sacerdote poco untuoso, anzi un poco fervoroso ecclesiastico. Larghe e particolareggiate le notizie di Cagliostro (nn. 5-6).

Giungevano gli ultimi giorni di Carnevale e la _Conversazione_ lasciava per la storia del Carnevale il famoso massone, che ripigliava in quaresima (n. 8) con una sfuriata contro tutti i cagliostri e le cagliostrate della società.

Gli ultimi due numeri alludevano alla Regina, additata come modello di madre!

Tra' consigli medici, ameno questo: «In gennaro senza necessità assoluta non si deve cavar sangue. Si deve usare vino bianco e delicato. Non si devono mangiare cose salse, non lavare il capo; usare spesso il miele rosato, i pomi freschi, e le mattine a digiuno si può pratticare il pepe pesto. Si dee guardare di andare fuor di casa e stare al più che si può lungi dal medico, e vicino ai cuochi» (n. 4).

CAP. XX.

IL CONTE CAGLIOSTRO.

Mentre questi fatti di vita ordinaria si svolgevano tra noi, altri straordinarî e clamorosi ne avvenivano fuori per opera ed in persona d'un siciliano: Giuseppe Balsamo, che delle sue strepitose geste riempiva l'Europa tutta.

«Giuseppe Balsamo!... chi era costui?» potrebbe chiedersi con D. Abbondio del Manzoni il lettore non bene informato: e noi lo toglieremo di dubbio aggiungendo che Giuseppe Balsamo era il _Conte Cagliostro_.

La celebrità del personaggio ci dispensa da una presentazione in regola; ma il lettore, che forse anzi senza forse lo conosce con questo nome di guerra all'Estero, non saprà ciò che egli da semplice Balsamo fece in Palermo: e se così è, qualche cosa giova pur dirne, se non altro perchè dal fanciullo si giudichi il giovane e dal giovane l'uomo.

Quando le prime vaghe notizie del futuro Cagliostro cominciarono a giungere nell'Isola, tutti sapevano delle prime capestrerie di Peppino Balsamo. E come ignorarle se la madre di lui, D.a Felice Bracconeri, in compagnia della figliuola Giovanna, nella recondita via della Perciata a Ballarò, era di continuo commiserata dalle comari del vicinato, e nota agli abitanti dell'Albergaria?

La fuga dal Seminario di S. Rocco, nel quale avealo collocato lo zio materno Matteo, non era un mistero per nessuno. Bisognava chiudere gli occhi per non vedere le sue monellerie, turarsi le orecchie per non sentire le sgridate giornaliere della povera mamma.

Affidato poi al P. Generale dei Benfratelli e condotto da lui a Caltagirone, Peppino vi avea vestito l'abito di novizio (ricordiamoci che si era al tempo in cui i voti monastici si professavano a 16 anni); ma buttato poco dopo il collare sopra un fico, se n'era tornato bel bello a casa come se nulla fosse stato. -- «Che hai fatto?...» gli aveva chiesto dolorosamente sorpresa la madre. -- «Oh che volete che facessi?! rispondeva; se tutta la giornata lavoravo come un cane ad aiutare l'aromatario, ad assistere gli ammalati, ad imparar la medicina?... E vi par piccola pena quella di leggere sempre a refettorio la vita dei santi?...» Ma i padri Benfratelli, la Casa dei quali era di fronte alla Perciata, raccontavano cose d'inferno del tristanzuolo, e fra le altre questa: che leggendo appunto, secondo le regole dei religiosi, il leggendario dei santi, ai nomi delle sante vergini avea più volte in pieno refettorio sostituito nomi di donne pubbliche di Palermo!

Tant'è: ritornato in patria, qualche occupazione doveva egli procurarsela: e se la procurava accompagnandosi coi monelli di Ballarò o buttandosi a capofitto in mezzo a tutte le brighe degli scavezzacolli suoi pari. Quando incontrava birri a condurre carcerati, era per lui una vera festa lo slanciarsi loro addosso per liberare la preda. Gli atti di ribellione alla forza pubblica avevano in lui la maggiore attrattiva, in lui, nato e cresciuto nel quartiere più rissoso della Città, ed alle risse per indole inclinato.

Lo zio Matteo Bracconeri cercava tirarlo a buona strada: ma tutt'altro che rallegrarsi poteva dell'opera sua educativa, assediato da ricorsi e da recriminazioni per la riprovevole condotta del nipote: e quando un brutto giorno ebbe la ingrata sorpresa d'un furto di roba e di danaro a suo danno, attore il suo beneficiato, non è a dire come ne rimanesse deluso. Tuttavia, non sapeva abbandonarlo: ne vedeva l'ingegno pronto e versatile, la rapida intuizione, la percezione piuttosto unica che rara, la copia degli espedienti e la parola arguta e suggestiva, e deplorava che tante qualità cospirassero ad opere malvage. All'arte del disegno parendogli più che disposto, pensò avviarvelo, e trarne ragione di mutamento delle malsane inclinazioni. Peppino vi fece progressi; ed acquistò in essa tanta valentia che un giorno visto in casa della zia un ventaglio, vi ritrasse con sì fine naturalezza due mosche, che mai persona l'ebbe a trovare spiegato che non allungasse la mano per iscacciarle.

Ma ahimè! della buona arte si servì a perfide prove, ora contraffacendo biglietti d'entrata al teatro S.a Cecilia ed ora falsificando un testamento a favore d'un Marchese Maurigi ed a scapito d'un pio istituto: il che non gli fu disagevole insinuandosi nell'animo d'un notaio suo congiunto.

Il bisogno ogni dì crescente di denaro e le difficoltà di procurarsene, acuivano in lui l'ingegno esuberante di trovati sempre nuovi e sempre audaci. Un tale s'era innamorato d'una giovane, cugina del Balsamo; il Balsamo se ne accorse e ne prese argomento per iscroccargli danaro: guadagnossi la fiducia del malcapitato, e combinò una corrispondenza in regola tra lui e lei, che non sapeva nulla, e che per nulla al mondo avrebbe osato scrivere un biglietto. Il carteggio procedeva attivo, caloroso, e quando il momento parve alla ragazza, o meglio al Balsamo, opportuno, la innamorata chiese del danaro, che lo innamorato affrettossi a mandare; sicchè non pochi furono gli scudi che l'abile autore di siffatta commedia cavò di tasca al cieco amante, il quale nulla negava a lei, neanche un orologio ed altre minuterie.

E non basta.

Scopertosi l'inganno, egli proseguiva per la sdrucciolevole via. Il superiore d'una comunità religiosa avea bisogno d'assentarsi dal convento. Conoscendo il Balsamo buono ad ottenergli una licenza, interpose l'opera di lui: e la ottenne. La licenza era falsa ed il povero baggeo l'avea pagata profumatamente.

Questa ed altrettali bricconerie non passavano sempre inosservate, nè sempre impunite. Più volte D. Peppino cadde nelle grinfe della polizia, più volte venne sottoposto a processo; ma o che le prove difettassero, o che la furberia in lui fosse maggiore dell'avvedutezza della Corte Capitaniale, o che valide aderenze di congiunti neutralizzassero il rigore delle leggi, egli ne usciva sempre impunito, e forse innocente. Una però dovea riuscirgli fatale; e a ben darsene ragione, bisogna premettere una notizia che più tardi acquistò credito in Palermo, cioè che il Balsamo fosse uno stregone.

Si raccontava che un giorno essendo egli con alcuni suoi compagni, e volendo essi mettere ad esperimento codesta sua facoltà, gli avessero chiesto che cosa facesse in quell'istante una nota dama della Città. Egli, segnato senz'altro un quadrato per terra, vi passava nel centro le mani, e tosto, mirabile a dirsi! appariva nettamente delineata la figura della dama nell'attitudine di giocare a tresetti con tre suoi amici. Stupefatti ed increduli, i compagni mandano sull'istante a verificare la cosa al palazzo di lei, e trovano la dama nè più nè meno che aveano visto nell'inesplicabile quadrato.

Con questa fama, non è da maravigliare della dabbenaggine di un argentiere d'allora, certo Marano, i cui discendenti esercitano ancora l'arte della oreficeria. Costui aggiustando fede alla occulta scienza del giovane si lasciò per inganno carpire la somma di sessant'onze (L. 765). Assicuravalo il Balsamo di un tesoro da scoprirsi, un gran tesoro, nelle vicinanze di Palermo; difficile, ma sicuro esserne il possesso e, conseguitolo, immense le ricchezze. Entrambi si recano sul luogo indicato; Balsamo comincia le operazioni: tira linee, recita parole _nere_, invoca spiriti e dopo lunghe misteriose pratiche vede apparire molti diavoli (amici suoi tutti, camuffati da demonî) che prendono a bastonate l'ingenuo argentiere. È un momento difficile per costui, a tutt'altro preparato che a questo trattamento; il quale però, vistosi in così grossolana maniera ingannato, si affretta a richiamarsene all'autorità, e giura sanguinosa vendetta del volgare giuntatore.

Palermo non faceva più pel Balsamo, e Balsamo partiva a rotta di collo.

Queste ed altre furfanterie, delle quali devono serbare ricordo gli archivi della Corte Capitaniale e della Corte Criminale del tempo, bastano a far presumere quel che D. Peppino fosse per diventare. L'isolamento del paese e le difficoltà di moderarne gli effetti facevano perdere le tracce dirette di lui; ma le indirette, vaghe, anche labili, non mancavano, e forse potevano comporre i fili del grande ordito di menzogne per le quali resterà memorabile la vita di sì famoso imbroglione.

Il romanzo (giacchè si tratta d'una specie di romanzo, quasi incredibile) si apriva a Messina e si chiudeva a Roma: a Messina, con l'amicizia d'un poliglotta ed alchimista greco o spagnuolo, Altotas, che riusciva a formar drappi a mo' di seta con la canapa ed il lino; a Roma, con l'arresto e la carcerazione in S. Leo, ove, ultima di sue geste, era il tentato strangolamento d'un confessore, da lui, reo convinto e apparentemente pentito dei suoi misfatti, richiesto, col perfido intendimento di evadere vestendone la tonaca. In questa trentina d'anni, quanti ne correvano dal precipitoso abbandono di Palermo alla morte, fu una successione tumultuosa, convulsa di avventure, che sfuggono anche al più diligente indagatore.

Da Messina ad Alessandria d'Egitto, a Rodi, a Malta, a Napoli (bisogna vedere che cosa fece lì con due siciliani, l'uno più triste dell'altro!), a Roma, a Bergamo, a Genova, ad Antibo, a Barcellona, a Madrid, a Lisbona, a Londra, ogni genere di frodi e di ciurmerie egli perpetrava, cooperatrice non sempre volontaria Lorenza Feliciani, ragazza da lui sposata a Roma e con raffinato lenocinio da lui resa complice di sua spudorata condotta.

Da tutto egli traeva danaro: dalle conoscenze che procuravasi, dalle commendatizie di alti personaggi, da amicizie che improvvisava, da un'acqua da lui composta per ridar la freschezza della pelle alle donne, da una bevanda per far ringiovanire, da un segreto per la produzione dell'oro; e poi dagli studiati abbandoni della moglie e dalle concordate sorprese. Eppure, spendereccio com'egli era per indole e per calcolo, non avea danaro che gli bastasse. Nel volger di due o tre anni dicesi avesse consumato non meno di centomila scudi, entrati per illeciti guadagni nella sua borsa. Sua caratteristica, la improntitudine, sia che egli spacciasse rimedî empirici, sia che assumesse titoli nobiliari, sia che si circondasse del fastigio di gran signore pompeggiando di mode, di parrucchieri, di maestri da ballo.

Lasciato che la Lorenza diventasse in Parigi Madama Duplesir, se ne richiamava all'autorità personale del Re; e mentre Luigi XV ordinava la cattura, in S.a Pelagia, della infedele -- artificiosamente infedele -- donna, egli, il Balsamo, in uno dei tanti processi a suo carico sosteneva non esser mai dimorato in Parigi. Arrestato un po' dappertutto, tante ragioni trovava, spesso sacrilegamente giurate sul Vangelo o sul Crocifisso, e così valide, da trarsi d'impiccio: ed avea il coraggio di tornare nei medesimi luoghi ond'era sfuggito rasentando la galera.

La truffa all'argentiere Marano nol trattenne dal rivenire a Palermo (1773): ma il Marano, implacabile contro di lui, avutone sentore, e denunziatolo, lo fece mandare alla Vicaria. Allora si volle esumare il processo pel testamento Maurigi: e buon per lui che un alto signore intervenne in modo violento; se no, gli sarebbe finita molto tragicamente.

Questo signore, amico intimo del Balsamo e più che intimo della Lorenza, prese sotto la sua protezione il catturato. Riuscitigli infruttuosi gli espedienti per liberarlo, nell'anticamera del Presidente del tribunale aggrediva il pratocinatore dell'avversario del Balsamo, e, forte com'egli era e manesco e sfrenato di volontà e potente e ricco, lo buttò per terra, lo calpestò, e forse l'avrebbe finito senza l'interposizione del Presidente. Il quale, debole e pauroso, non seppe punire il colpevole e, per la pusillanimità delle parti contrarie, mandò libero l'imputato[351].

[351] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. dei 13 e 14 apr. 1787.

Diedegli però lo sfratto: e madre e sorella, non si sa più se sorprese del nuovo esser di lui e delle vecchie abitudini loro, lo videro stavolta per sempre, partire non senza avergli prima la Giovanna prestato quattordici onze (L. 178,50), frutto di risparmî, che ahimè! non le furono più restituite!

Notizie di alternative incessanti di scrocconerie e di accuse, di ricchezze e di miserie, di trionfi e di cadute, di truffe e di guadagni, giungevano per via dei giornali esteri e di qualche viaggiatore in Palermo. Si raccontava dell'arte sua di convertire il mercurio in argento, d'indovinare i numeri del lotto, di possedere il _lapis philosophorum_. Si parlava dei suoi titoli, ora di Marchese Pellegrini (da lui già assunto prima del ritorno a Palermo), ora di Marchese d'Anna, ora di Marchese Balsam, ora di Conte Fenix, e finalmente e definitivamente di Conte Cagliostro. Con questo specioso nome la fama di lui corse per tutto e vinse le barriere degli stati d'Europa. Entrato nella Società dei Liberi Muratori, ne divenne maestro e riformatore. Molti, infiniti i seguaci e gli adepti, ciechi nel credere a prodigi che non vedevano e che nelle esaltate loro immaginazioni ingigantivano. Giammai una verità fu dato di sorprendere in bocca di lui; tutto menzogna, tutto finzione, tutto mistero: ed in questo avvolgendosi, non mai fece sapere dell'esser suo, della sua nascita, della sua patria, della sua età, dei suoi parenti.

Viaggiava quasi sempre in posta anche col seguito di più legni: servito da corrieri, camerieri, lacchè, in isplendide livree, pagate fino a 20 luigi l'una. Quartieri addobbati con fasto principesco, laute mense, vesti magnifiche per sè e la moglie, audacia di presenza, sussiego d'andamento gli crescevan credito di uomo straordinario, sì che il ritratto di lui spargevasi a migliaia di copie pertutto, e ventagli, ed anelli, e medaglioni, e bracciali lo rappresentavano in disegno, in pittura, in rilievo, in ismalto; e bronzi con la iscrizione _Divo Cagliostro_ servivano di ornamento ai salotti signorili. Si disse che i suoi occhi di fuoco leggessero in fondo all'anima, e lo si ritenne padrone della scienza e di tutte le lingue d'Europa e d'Asia!

E questo è poco.

Spargendo a larghe mani favori e beneficî, operando per via d'imposture e per fortuna di caso guarigioni, parve dove angelo di beneficenza, dove iniziatore d'una religione rinnovatrice dei corpi e delle anime, dove un intermedio all'uomo ed a Dio. In mezza Europa, ignoranti e dotti, plebei e nobili, popoli e principi se ne contendevano la vista, la parola, il tocco, l'amicizia, l'opera; ma andando però o fermandosi successivamente in Lisbona, Cadice, Malta, Pietroburgo, La Aia, Bruxelles, Venezia, Varsavia, Francoforte, Strasburgo, Napoli, Bordeaux, Passy, Basilea, Brienne, Aix, Torino, Roveredo, Trento, lasciava dietro di sè come una striscia di imbrogli, di cabale, d'inganni, di furti. Non solo l'indole irrequieta ed avventuriera lo spingevano di città in città; ma anche le conseguenze delle sue perfide arti di tutto falsificare, spillando, rullando a man salva somme talvolta favolose. E diciamo a man salva, perchè arrestato una ventina di volte, ebbe sempre la singolare abilità di salvarsi, ora corrompendo carcerieri, ora giurando il falso, come quando, imputato d'aver preso parte all'inganno d'una collana di brillanti fatto alla Regina Maria Antonietta, e chiuso nella Bastiglia, veniva dal Parlamento per mancanza di prove liberato; fatto del quale son piene le gazzette del tempo e libri usciti sotto i nostri occhi[352].

[352] _Frantz Funck-Brentano_, _L'affaire du collier d'après de nouveaux documents recueillis en partie par_ A. Régis. Cinquième édition. Paris, Hachette, 1903.

Sembra di assistere a scene fantastiche, e si è invece a fronte della più ributtante realtà: e si chiede stupefatti come mai tanto potesse avvenire con le restrizioni dei governi e sotto gli occhi di Argo delle diverse polizie d'allora.

Gli è che ovunque egli andasse l'opera sua veniva sempre diversamente giudicata dai diversi personaggi e ceti, quali sbalorditi alle sue inesplicabili guarigioni, quali incerti se in quella figura dozzinale albergasse un genio incompreso o lo spirito d'un basso ciurmadore, se un taumaturgo sommo o un cabalista volgare, un pensatore profondo o uno scaltrito improvvisatore di favole, se un grande riformatore del secolo o un essere esaltato dei successi fortuiti della sua vita vagabonda.

Quando all'aprile del 1787 il Goethe metteva piede in Palermo era fresca la _Lettera al popolo francese_ del Cagliostro (Londra, 20 giugno 1786): e faceva il giro d'Europa la polemica tra questo e Monsieur Morand, che nel _Corriere d'Europa_ strappava la maschera al sedicente Conte. E però una delle prime cose che fece fu la ricerca dei parenti dell'audace impostore. Quella ricerca fu la prima seriamente e spassionatamente condotta.

La buona e dolce madre di Giuseppe Balsamo con la figliuola Giovanna, vedove entrambe, avevano abbandonata la via della Perciata e si erano ritirate in via Terra delle Mosche vicino il Cassaro[353]. Quivi accompagnato da uno scritturale di un valente avvocato, le trovò Goethe, modeste, ignare della sorte dell'amato congiunto, impazienti di notizie di lui, che per sentita dire sapevan già divenuto un gran personaggio, segno a gravi persecuzioni ed a culto presso che divino: e la Giovanna, nelle sue grandi miserie, si rammaricava che Giuseppe, nel mar di ricchezze nel quale nuotava, si fosse dimenticato delle 14 onze da lei prestategli nell'ultima sua venuta a Palermo[354].

[353] Ci richiamiamo alla pag. 45 del vol. I, per togliere con questa l'equivoco nel quale eravamo caduti a proposito della visita di Goethe.