La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 9

Chapter 93,574 wordsPublic domain

Come di fatti ordinarî della vita, nè storie, nè diarî se ne occupano; ne testimoniano invece le _Provviste_ dell'Archivio della città, dove la pazienza del ricercatore ha modo di confermare che in mezzo a tante cose belle ed oneste, molte ve ne avea nè oneste nè belle.

Una delle più severe prescrizioni era quella delle distanze tra bottega e bottega congenere. Non se ne poteva aprire una che non distasse quaranta palmi, partendo dalla _bancata_ (dal banco), da altra della esistente. Il Senato lo vietava: ed il venditore vecchio lo avrebbe messo a rumore a furia di ricorsi contro il nuovo. Non mancavano tuttavia modi di eludere leggi e regolamenti, e di fare degli strappi al grande organismo rappresentato dal Magistrato municipale.

Senza di questo un pescatore, _rais_ Modesto Marino, non avrebbe potuto divenire un vinaiuolo, e molto meno aprire spaccio di vino a trentasette palmi dalla bottega più vicina; nè maestro Giuseppe Errante aprirne una di concia-calzette con dieci palmi di meno di quelli prescritti dai Capitoli; nè maestro Giuseppe Arcuri ottenere un posto da vendervi sapone nella strada Macqueda con passi assai di meno dei quaranta, voluti per la bottega preesistente rimpetto alla Congregazione delle Dame. Inoltre, certa Signora non avrebbe insistito per aprire il _zagato_ che possedeva sotto il proprio villino, nello stradone di Mezzomorreale, e farvi vendere, come pel passato, non sappiamo che cosa, sorpassandosi alla mancante distanza voluta[163].

[163] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, pp. 288, 584, 612, 823.

Tanta larghezza, ed altra ancora che torna inutile rilevare, in un solo anno (1780), incoraggiava a chiedere ancora: e le domande di dispense e di eccezioni fioccavano, ed il Senato, come vigile custode degli ordinamenti del genere, così arbitro supremo in tutte le liti, dispensava, eccettuava, sentenziava indiscusso. Alla tempesta delle suppliche e delle istanze seguiva sempre la pioggia delle concessioni e delle grazie.

Ampie, quasi illimitate le facoltà del Console. Ad esso il riconoscimento dei titoli che davan diritto al maestrato; ad esso i giudizî sulle liti del mestiere tra' varî gradi dell'associazione; ad esso le sentenze di multe, di carcere, di privazione dei beneficî, di espulsione dalla maestranza; ad esso, per dir tutto, l'autorità di giudice «idioto», o, come diremmo oggi, conciliatore. Inappellabili le sue sentenze; e chi contro di esse si richiamasse ai tribunali ordinarî, veniva quasi ribelle, come uscito dalla casta che lo tutelava, condannato all'ostracismo.

Il feudalesimo delle alte classi non avrebbe potuto, sotto questo aspetto, trovare più evidente riscontro di quello che offriva questo feudalesimo del popolo.

Abbiamo detto esser forza delle Maestranze il principio religioso. L'affermazione potrebbe discutersi; ma i fatti son lì a provarla. Senza di esso le corporazioni non avrebbero avuto ragione di esistere: e crediamo di apporci al vero, partecipando alla opinione di chi non è guari ammetteva le Maestranze «aver avuto preparazione nelle compagnie religiose dette di disciplina» ed essere state «una specializzazione, una trasformazione civile di esse; onde i capitoli di alcune compagnie sono il substrato degli statuti di alcune corporazioni»[164].

[164] _G. Beccaria_, nell'_Archivio Storico sic._, nuova serie, a. XXII, pp. 264 e 276-77. Palermo, 1897.

Ogni maestranza avea il suo santo protettore: i sarti S. Oliva, i parrucchieri S. Maria Maddalena, i calzolai S. Crispino, i falegnami S. Giuseppe, i pescatori S. Pietro, ecc. Nel giorno della festa patronale i maestri non lavoravano; bensì rinnovavano le cariche ed assistevano alla messa ed alle funzioni ecclesiastiche nella cappella della corporazione, e conducevano in processione la statua del santo. Nella cappella si scorge lo sdoppiamento della società in corporazione e in confraternita, giacchè la maestranza metteva capo alla congregazione (confraternita) schiettamente religiosa, che si attaccava a quella senza farne parte integrale, anzi quasi sempre avendo amministrazione propria con la cooperazione del cappellano. In quella cappella, la confraternita, quasi sodalizio diverso dalla corporazione, che tale era essenzialmente, compieva le pratiche religiose e tutelava gl'interessi sociali, economici, amministrativi della maestranza. Lì le adunanze dei maestri, come dei congregati; lì le trattazioni degli affari, gli esami degli aspiranti al maestrato, le elezioni; lì si decidevano le sorti di tutto un corpo di artigiani. Pensiero pietoso poi, per quanto nocivo alla pubblica salute: sotto la cappella si seppellivano i confrati defunti, sì che vivi e morti erano in tacita comunione tra loro.

La maggiore delle feste religiose nelle quale il duplice carattere delle Maestranze dava pubblica e solenne mostra di sè, era quella dell'Assunta a Mezz'Agosto. Quivi in giamberga o senza, con lo spadino a fianco, antico privilegio o abuso, prendevan parte alla lieta mostra conducendo ciascuna il proprio _ciliu_, cereo, da offrire alla Vergine. Un _ruolo_ annuale a stampa, qualche giorno prima della festa, indiceva l'ordine da tenersi nella processione ed il posto che a ciascuna maestranza spettava. Chi voglia oggi trovare la ragione dell'ordine, dovrebbe indagare le origini delle singole Maestranze, la loro natura, le loro vicende, il dividersi, il fondersi, il trasformarsi loro, i privilegi e gli abusi che ne accompagnavano l'esistenza.

Queste vicende sarebbero materia per la conoscenza delle condizioni economiche e sociali del paese, pagine della storia del diritto, fatti ed aneddoti che lumeggiano il carattere del popolo siciliano.

Il Vicerè Caracciolo vide sempre male i collegi delle arti, e cercò una buona occasione per romperne la compagine.

La occasione venne propizia. Nella processione dei cerei il 15 Agosto 1782, a cagione d'una lite insorta tra due maestranze, un maestro dei gallinai venne ucciso; lo spettacolo religioso, funestato. Il Caracciolo non cercò di meglio: e senz'altro decretò l'abolizione dello spadino per gli artigiani e la graduale soppressione ora di uno, ora di un altro collegio di arti e mestieri. Primo a fare scomparire fu quello dei macinatori; secondo, quello dei Lombardi che venivano in Palermo a vender grasce; terzo, quello dei bordonari; poi quello dei cocchieri[165], contro i quali più tardi, pur restituendo qualche collegio annullato, il Governo fu sempre inesorabile.

[165] _Pollaci-Nuccio_, _Delle Maestranze in Sicilia_, nelle _Nuove Effem. Sicil._, serie III, v. V, p. 262. Pal. 1877.

Nel 1786 il Caracciolo era già andato via, ma le soppressioni continuavano ancora. La malevolenza di lui, echeggiando in Napoli, proseguiva nel suo successore; tuttavia non così sorda da non sentire le voci di reazione degl'interessati, nè così intollerante da resistere al rumore dei ceti civile e nobile, che dalle nuove riforme pigliavan pretesto ad agitarsi, non per tenerezza delle vecchie corporazioni artigiane, divenute oramai troppo prepotenti e, secondo le idee del tempo, insopportabili, ma per naturale avversione alle idee innovatrici del Caracciolo.

Le Maestranze in quell'anno venivano ridotte a 59, divise in due categorie, l'una di quindici per la vendita dei comestibili, dipendente dal Senato, (bottegai, pizzicagnoli, tavernieri, pasticcieri, macellai ecc.); l'altra di quarantaquattro, per le arti meccaniche, soggette ad una commissione governativa. Gli antichi capitoli venivano sostituiti con altri compilati dalla Giunta; abolito il privilegio del foro, formato per un cumulo di tacite acquiescenze e costituente un tribunale speciale dentro un tribunale generale: e però, il magistrato ordinario, competente a giudicare i maestri; bandite le privative; non più consentite le tasse di entrata.

Colpo più grave le Maestranze non potevano avere, sì che ne rimasero scompigliate e stordite. Ma le idee liberiste cominciavano a farsi strada in Italia, e, pel Governo di Napoli, nel Governo di Sicilia. Le Maestranze avevano fatto il loro tempo, e cadevano sotto il peso di quel privilegio col quale e pel quale si erano mantenute. Chi consideri bene la lor vita sociale, economica e industriale, rivelata dalle carte che ce ne rimangono, scoprirà subito il tarlo che le avea lentamente róse, ed il male incurabile che era venuto minandone la esistenza, un dì rigogliosa e fiorente. Oppresse da debiti per ispese che non avean compenso nelle entrate; inclinate a feste religiose imponenti gravezze non facili a sostenersi; morose a pagamenti di tasse obbligatorie, le quali, per quanto ingiuste, eran necessarie alla giornaliera funzione del magistrato, si dibattevano tra le strette del volere e del non potere. Le liti, cooperatrici delle costosissime solennità religiose nel lavoro di rovina, le rendevano inabili a qualsiasi atto di energia, escluso quello solo della giurisdizione, che i Consoli eran gelosi di esercitare sulle tre classi della corporazione: liti di gente contro gente, di associazione contro associazione, per lesione di privilegi e per non retta interpretazione di Capitoli.

Ordinarî i ricorsi per lesioni di preminenze e per negata reintegrazione in diritti perduti, o infirmati per mancata osservanza dei Capitoli. Comunissime le richieste di maestri morosi ai pagamenti, imploranti la dispensa di essi, la quale consentisse loro l'ambita elezione a cariche ufficiali, non altrimenti permessa dai Capitoli medesimi.

Il Senato, la cui competenza in siffatte liti era sempre da tutti riconosciuta e dai Vicerè riconfermata, e nel cui palazzo questi Capitoli venivano conservati, se ne occupava come delle faccende più importanti per la cosa pubblica[166].

[166] _Provviste del Senato_, a. 1780, p. 373.

Per anni ed anni i maestri d'acqua (fontanieri) litigarono per emanciparsi da un consolato, quello dei muratori, al quale non avean diritto di salire. Emancipazione simile, battagliando, conseguivano gl'intagliatori e gli scalpellini. «Semolai e vermicellai» non si stancavano dall'invocare, ciascuno nel proprio interesse, certi diritti di preferenza, loro contrastati. Dimentichi di una legge perpetua che li accomunava all'unico consolato dei paratori di chiesa, i fiorai ricusavano di prender parte secondaria ad un istituto del quale non potevano rappresentare la funzione principale e propria[167]. I pescatori, non potendo più andare d'accordo nella stessa loro corporazione, si scindevano per rioni della Kalsa, di S. Pietro, del Borgo (mand. Tribunali, Castellammare, Molo) e, sotto le bandiere dei loro santi e patroni, rivaleggiavano più che non usassero, essi di lor natura alieni da quistioni. Nelle solenni comparse officiali le ire esplodevano per malintese e mal sopportate precedenze nel ruolo.

[167] _Atti del Senato_, a. 1775-76, p. 383; a. 1777-78, p. 416.

Faticoso quanto rincrescevole il tener dietro, sulla scorta dei documenti d'archivio, a questi sodalizî, perdentisi in futili pretesti pel conseguimento d'una rappresentanza purchessia, o per l'impedimento di un consolato a quello tra essi che credevano non meritarlo. Nel vanto del loro forte passato s'affannavano a cercar vigore alla debolezza del presente: e si confortavano nel titolo di milizie reali, dato loro da Carlo III[168], rimpiangendo l'abrogazione del diploma di Filippo III, che concedeva l'altissimo privilegio di liberare ogni anno un condannato a morte[169].

[168] _Capitoli del Senato_, t. III, pp. 55-56. Pal. 1768.

[169] _Teixejra_, _op. cit._, v. I, cap. X. -- _De Vio_, _Privilegia_, a. 1612, pp. 466 e seg.

Il tempo che corse tra la campagna iniziata dal Caracciolo e la fine del secolo passò meno turbinoso di quel che si potesse al primo istante prevedere.

Risensate dall'improvviso colpo ricevuto, le Maestranze pensarono seriamente a rialzarsi. Prive in parte di armi materiali e morali, non tutte avevano espedienti a resistere. Le loro sessantamila braccia di ieri, le cento e più mila dei giorni migliori della loro vita non si moveranno più a difesa della città, non potranno più agitarsi nella rivendicazione di diritti proibitivi[170], nella restrizione di esercizî, nella osservanza di monopoli, nella imposizione di contribuzioni obbligatorie di feste e di cerei[171]; ma non rimarranno inerti. Se non altro pel loro numero, una grande energia è ancora in esse. Ora l'una, ora l'altra delle corporazioni, pensa a ricostituirsi chiedendo il riconoscimento ufficiale. La loro azione non cessa di svolgersi sotto l'alto patrocinio e la autorevole vigilanza del Senato, il quale continua a tenerne conto; il Pretore, Console dei consoli, non lascia di averli, quali li ebbe sempre, «onorati uomini»: prova patente il suo solenne invito del 1789, nel quale il voto delle Maestranze fu chiesto come suffragio del popolo[172]. Dove non possano e non vogliano ricomporsi nella soppressa forma di collegio, cercano altrimenti di ordinarsi: e gli orafi e gli argentieri ricompariscono in compagnie ad azioni, proprio nel medesimo anno (1794), in cui altra maestranza assume parvenze di confraternita (S. Filippo d'Argirò e SS. Ecce Homo), sotto la quale viene senz'altro riconosciuta.

[170] Tra le _Provviste del Senato_, a. 1784-85, pp. 435, 530, è un viglietto di S. E. al Senato perchè, in seguito alla abolizione del Collegio de' misuratori, che erano in numero di 30, intìmi loro il divieto della privativa del loro mestiere.

[171] Notevole questo: che il 15 Agosto del 1787 non potè aver luogo la solita festa dei _cilii_, perchè la riscossione delle tasse annuali dei maestri fu proibita dal Re. _Vinc. Torremuzza_, _Giornale Istorico_ inedito, p. 444. Ms. della Bibl. Com. di Palermo.

[172] Vedi innanzi, p. 91, e _De Franchis_, _Ceremoniale_ ined. pp. 488-97.

Il giorno dell'arrivo dei Reali di Napoli in Palermo (26 Dic. 1798), «non armate, colle coccarde chermisi al cappello e coi loro ufficiali indossanti le uniformi turchine e rosse», insieme con la guardia dei miliziotti della Bambina, esse si trovano schierate nella via Macqueda e nella via Toledo[173]; ed il Re ne resta grandemente compiaciuto.

[173] _A. Sansone_, _Avvenimenti_, p. XX.

Così dopo tante fortunose vicende le Maestranze rientrano nelle grazie del Governo, che nel 1812, per suo tornaconto, le ripristina quali erano state prima del 1784: provvedimento fuori luogo a favore d'una istituzione indocile alle nuove idee civili ed economiche, non compresa neanche da coloro che più erano interessati a prolungarne la esistenza.

Ott'anni ancora, ed esse si riaffermeranno nella rivoluzione del 1820, con velleità di ordine, ma con atti torbidi e minacciosi.

Sarà l'ultimo supremo sforzo d'un gigante che finisce di decrepitezza.

Il 13 Marzo del 1822 un tratto di penna di Francesco I le faceva scomparire per sempre. Di quasi 80 corporazioni non rimaneva altro che il nome![174].

[174] Sull'argomento delle Maestranze in Sicilia, oltre le pubblicazioni dell'_Orlando_, del _La Colla_, dello _Starrabba_, del _Lionti_ e i cenni del _La Lumia_ (_Storie siciliane_, v. IV), e del _Di Marzio_ (_I Gagini e la Scultura in Sicilia_, v. II), notate dal _Cusumano_ nel _Giornale degli Economisti_, v. V, fasc. 3º, e gli scritti del _Pollaci-Nuccio_ e del _Beccaria_ sopra citati, giova vedere: _F. Maggiore-Perni_, _La Popolazione_ ecc., pp. 395-621; _F. G. Savagnone_, _Le Maestranze siciliane e le loro origini dalle corporazioni artigiane nel Medio Evo_ (Pal., Amenta, 1892), che abbiamo molto utilmente tenuto sott'occhio in questa rapida corsa; _G. Scherma_, _Delle Maestranze in Sicilia, contributo allo studio della questione operaia_ (Pal., Reber, 1896), che però non abbiam potuto leggere.

_Capitolo VII._

_CARTELLI E PASQUINATE._

L'antico costume di affidare ad una statua, ad un qualunque monumento le voci di indignazione di una classe della società, del popolo o di alcune persone di esso aveva la sua applicazione nella figura marmorea del _Palermo_, in quella di bronzo di Carlo V alla Piazza Vigliena, o in altro dei luoghi più frequentati della città.

Siffatto costume era una delle tante conferme dell'assoluta mancanza di libertà di parola e della insormontabile difficoltà di dire il fatto proprio rivelando cose che potessero suscitare lo sdegno dei governanti e degli amministratori.

Nel tempo del quale ci occupiamo, e prima e dopo di esso, chi avrebbe osato parlare a viso aperto? Chi rinfacciare al Governo centrale o locale la riprovevole condotta ond'esso rendevasi colpevole in faccia alla Sicilia? Questa condotta, subìta in silenzio, deplorata nelle intime conversazioni, esecrata nei fremiti di spiriti indipendenti tra noi, era solo pubblicamente censurata nei libri d'oltremonte. Coloro che aveano visitata l'Isola, tornando alle loro case, la rivelavano nelle relazioni stampate dei loro viaggi. I _Briefe_ del D.r Bartels sono in questo genere la più severa condanna della Corte di Napoli e della Corte di Palermo[175].

[175] Si scorrano qua e là i voll. IIº e IIIº, ma particolarmente le pp. 823-24 del IIº.

Le statue pertanto e le mura dicevano quello che gli uomini non potevano o non osavano.

Di statue di _Palermo_ ve n'erano (e qui possiamo dire anche: ve ne sono) parecchie: una, p. e., dentro l'atrio del Palazzo pretorio, una nella piazzetta del Garraffo, una nella Fieravecchia: tutte tra loro somiglianti per la magrezza del re coronato che si lascia tranquillamente rodere il petto da un pingue serpente, e per la posa solenne e maestosa nella quale il re se ne sta seduto.

Quest'ultima figura era e fu lungamente la favorita dai Palermitani: ai suoi piedi i popolani del quartiere si raccoglievano chiacchierando; e dal suo collo pendevano di tanto in tanto cartelli di collera, di protesta, di minaccia, che non si sarebbero altrimenti potute ripetere senza supplizî o bastonate.

E lo stecchito sovrano, sollevantesi di mezzo all'acqua della vasca che lo attornia, rimaneva impassibile a tutte le berline alle quali lo esponevano i suoi presunti capricciosi sudditi, senza uno scatto di risentimento per le scenate che gli si facevano rappresentare. Se dopo i tumulti contro il Vicerè Fogliani (Sett. 1773) appariva in _giamberga_, parrucca, nicchio e spada al fianco, egli riaffermava la sua sovranità; se al feroce strazio di tre giovanetti, veri o non veri colpevoli, dopo quei tumulti, veniva coperto di gramaglia, egli voleva piangere col suo popolo una giustizia che sconfinava e non colpiva i veri e principali rei; e se gli si imbrattavano di pane e pasta volto e vestiti, ben a ragione avea da deplorare i pessimi comestibili che impunemente obbligavansi i suoi figli a mangiare; e quando una fitta sassaiuola di fichi lo prendeva di mira, avea tutta la ragione di riconoscersi coperto di tanta ignominia per la vigliaccheria nella quale i suoi Palermitani eran caduti di fronte alla tirannia del Governo ed alla inettitudine del Senato.

La segaligna statua di Carlo V nella Piazza Bologni, rispettata sempre nei furori delle sommosse, non era risparmiata quando il malumore serpeggiava nella cittadinanza, e quando una voce voleva farsi giungere a' capi del Governo ed a quelli della città. Era un cireneo come il vecchio Palermo e come l'aquila audace del Comune, la quale al domani d'una sanguinosa esecuzione di giustizia compariva spennacchiata e grama nella Conca d'oro, divenuta conca di.... immondezze.

E non si andava oltre quella piazza, nè si sognava di salire verso il Palazzo reale, perchè ivi erano centinaia di Svizzeri a guardia, non della città, ma del Vicerè.

L'incalzar degli eventi e le miserie cittadine resero indispensabile questa tra le meno pericolose e tra le più efficaci manifestazioni di malcontento e di rabbia.

Se la vanità della erudizione dovesse vincerla sulla parsimonia dello scrivere, potremmo prenderla molto larga in quest'argomento. Potremmo, p. e., ricordare una certa elezione di giudici capitaniali in persona di Emanuele Lo Castro, di Serafino Castelli e di Pasqualino, elezione che fece nascere il _calembour_, sanguinoso per le allusioni menelaiche al primo ed al terzo e per le birresche al secondo, che avea il nome (Castelli) comune con quello del carcere dei nobili e dei civili (Castello a mare):

Mircatu di carni grassa di _Crastu_ (Lo Castro) _pasqualinu_, pasciutu cu li malvuzzi di _Castell_'a mari.

Potremmo ricordare quella del Principe di Partanna Grifeo, a Pretore, per la quale alla porta del Palazzo di città si trovarono attaccate quattro P.P.P.P., iniziali delle parole: _Poviru_, _Palermu_, _Preturi_, _Partanna_, allusive al fare spendereccio del nuovo capo del Senato.

Potremmo anche ridere alla vecchia _giamberga_ attaccata ai rastrelli della nuova pescheria da un cenciaiuolo, unico, solitario compagno di un portatore di roba di Faenza nella piazza Marina, quando nel Vicerè Caracciolo sorse la infelice idea di un pubblico mercato in quel luogo, triste pei ricordi del S. Uffizio, disagevole per il sole di estate e le piogge d'inverno, e quindi rimasto deserto[176].

[176] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 70-71; v. XXVII, pp. 205-6 e 322. -- _Mercato di Palermo_, pp. 5-6. Ms. Qq, E, 88 della Bibl. Comun. di Palermo.

Ma questi ed altri ricordi esorbitano dal nostro periodo, ed a noi non preme raccoglierli.

Siamo al 1793: il caro dei viveri s'inacerbisce di giorno in giorno; i granai comunali si vengono esaurendo; la città, come tutta l'Italia, è minacciata di carestia, la quale, non ostante che lungamente e ripetutamente prevista, giunge con tutta la crudezza e la desolazione del suo treno.

Ridire quel che è stato detto sull'argomento, non occorre. L'Autorità senatoria viene accusata del danno; essa che, secondo le solite voci, non previde, essa che non seppe provvedere in tempo e, peggio ancora, giocò con la cassa del Comune. Pretore è il Cannizzaro, Duca di Belmurgo, e contro di lui convergono gli strali di tutta la cittadinanza, invelenita avverso a lui usuraio, arricchitosi col denaro della città, e frattanto consigliere di pazienza e di attesa!... Ma la pazienza ha un limite, e un giorno i monelli del Mercato di Ballarò si mettono a gridare per le strade:

Cu la fidi e la spiranza Un guastidduni 'un jinchi panza[177]: Preturi Cannizzaru Ha misu Palermu cu'na canna a li manu.

[177] Un pane non riesce a sfamare. _Guastidduni_, come sì è detto innanzi, forma e, secondo il sistema del tempo, peso voluto dalle mete; il quale non doveva essere inferiore a rotoli due (chilogr. 1, gr. 600) pel prezzo di un tarì (cent. 42), ed era invece sceso a poco più di metà.

Se non che, i soldati del Pretore te li acciuffano, ed il boia se ne diverte con una buona fioccata di nerbate per uno.

Evidentemente questo Pretore Cannizzaro non era nelle buone grazie del popolo, se dopo le chiassate delle Kalsitane sulle mura delle Cattive alla Marina gli si faceva anche questa.

L'anno che segue v'è tanto ben di Dio che di carestia non accade più parlare. Ma ahimè! le cose continuano come per l'innanzi, ed il pane che si avea a grosse forme è bazza se si ha per metà del peso. Di chi la colpa? Ci vuol tanto a vederlo?!... del Pretore! E tutti lo vogliono ucciso, mentre il Vicerè Principe di Caramanico fa il possibile per rendere meno gravi le conseguenze della crisi. Questo sentimento si vede espresso al Pretorio nel seguente cartello:

Lu Vicerrè supra la vara staja[178], Lu Pirituri sutta la mannara[179];

[178] Questo verso avrà potuto nascere così: «Staja lu Vicerrè supra la vara».

[179] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_ inediti, v. XVIII, op. 3, p. 105. -- _Diario_ ined., a. 1793, p. 203.

e significa che del Pretore non se ne vuole più sentire a parlare.