La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 8
[146] «_Scasciatu_ si dice quel denaro che dà il Senato ai chierici invece di franchigia». _M. Pasqualino_, _Vocab. sicil._, v. IV, p. 379, Palermo 1790. E meglio: «compenso in denaro che si paga agli Ecclesiastici per l'esenzione che debbono godere da' dazii pubblici». _Santacolomba_, _op. cit._, pag. 60.
Questo pagamento o rimborso si faceva, come sempre le cose del Municipio di Palermo, con grande stento e ritardo: e la frase: _pagari cu lu scasciatu_, pei nostri vecchi significava: essere ritroso a soddisfare i debiti pigliando tempo quasi per aspettare la riscossione di ciò che era solito una volta l'anno. _Traina_, _Nuovo Vocab. sic.-ital._, p. 178, Palermo 1868.
E i bisogni crescevano anche dopo. Il Re avea imposto al Comune un contributo annuale di 300 onze per la rovinosa fabbrica (la dicevano restaurazione) del Duomo: e la Deputazione di essa ne voleva depositate con anticipazione le rate trimestrali[147]. Nè, dopo che la Giunta Pretoriana fu sostituita con la Giunta del Presidente e di un Consigliere, le condizioni migliorarono; chè anzi si fecero più critiche, perchè l'instancabile cercator di danaro, Re Ferdinando, rafforzava le sue pretese con insistenze che pigliavan carattere d'imposizione al Senato, al Clero secolare e regolare, al Parlamento. Per poter mantenere il suo fastigio, per soddisfare ai suoi amici e servi, ed ultimamente per tener fronte alla guerra minacciosa, la Corte, caduta in istrettezze che mai le maggiori, sperava sottrarsene coi soliti donativi. I donativi venivano, ma eran gocce d'acqua sulla terra riarsa dal sole di estate; altri ne chiedeva, ed altri ottenevane straordinarî, accresciuti da contribuzioni che assumevano nomi diversi con insidiose lusinghe.
[147] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, p. 20.
La Deputazione del Regno pagava ed avrebbe pensato alla riscossione!
Morto l'Arcivescovo Sanseverino, al novello Arcivescovo s'avea da fare un dono d'argento di 200 onze (a. 1794), pagando l'arrendamento della neve[148]. Quest'Arcivescovo, pel breve allontanamento del Vicerè Principe di Caramanico, restava delegato alla Presidenza del Regno: e dovere elementare era un attestato di attenzione di 600 onze da fornirsi dai fondi civici (1794). Sarebbe stato strano poi che, tornato il Vicerè al supremo governo, non si pensasse ad una nuova e grande offerta; e una seconda volta ci si pensò. L'Arcivescovo, lui morto, veniva eletto Presidente: ed un tributo, che dicevasi _consueto_, di altre 600 onze doveva renderglisi (1795).
[148] _Provviste_, a. 1793-94, p. 46.
Al tirar delle somme, in pochi mesi la città avea messo fuori 1400 onze, per la bella faccia di una fortunata vacuità di prelato, piovuto da Monteroni (Leccese).
E fossero queste soltanto! Lopez y Royo godeva il diritto di «scegliere ogni giorno per servizio della sua casa un giovenco»; e, con le ultime riforme governative, soppresso questo diritto, riceveva un compenso annuale di onze 324,22,4[149]. La Giunta esaminava e deliberava questo pagamento all'Esattore degli introiti dell'Arcivescovo-Presidente.
[149] _Provviste_, 1798-99, p. 48. Nella _Riforma_ cit. il Senato corrispondeva all'Arcivescovo onze 571,20 l'anno, cioè: 200 per gabella di fosse di neve; 200 per accordo di non vender neve nel suo palazzo; 171,20 per dette fosse (p. 21).
E poichè di esso avea ormai piene le tasche il Sovrano, e di nominarlo, come egli ambiva, Vicerè non se la intendeva, e mandava in sua vece il Principe de' Luzzi, altri 3000 scudi per volontà del Re dal palazzo pretorio prendevano il volo pel Palazzo viceregio, sotto la ipocrita causale di «solita dimostrazione![150]».
[150] _Provviste del Senato_, 1797-98, p. 738; 1798-99, p. 22.
Potrebbe supporsi che di Presidenti o di Vicerè avidi di danaro non ve ne fosse che uno, il Lopez; ma affrettiamoci a dirlo: questo sarebbe una offesa agli altri padroni napoletani. Tutti i Vicerè fecero a gara nell'attingere alla cassa civica accampando diritti di regalie o di compensi, o diritti trasformati; e gli _Atti_ del Comune rivelano come la tanto vantata correttezza del Marchese di Villamajna non avesse trattenuto il Vicerè Caracciolo dall'imporre al Senato il pagamento di settant'onze per franchigia di cinquanta botti di vino e di trenta quintali d'orzo, per rifarsi del danno che a lui proveniva dal nuovo dazio imposto dal Comune in surrogazione del _jus_ proibitivo dei fornai[151]. E quando questo Catone in ritardo, deposto l'occhialino col quale stava perpetuamente a guardare chi passasse e che cosa si facesse nel piano del Palazzo, recavasi a Napoli, ritornando portava in tasca un regio dispaccio che imponeva al Senato il pagamento delle franchigie spettantigli nei mesi d'assenza[152].
[151] _Atti del Senato_, a. 1781-82.
[152] _Provviste_, 1783-84, p. 50. Nella _Riforma_ cit. (p. 21) si facevano buone al Vicerè a titoli diversi di franchigie, onze 483,10.
Poco importava, anzi non importava nulla, se la potenzialità economica del paese non rispondesse più, stremata a cagione di sistemi agricoli primitivi, non buoni ad accrescerla per fiacchezza di iniziativa, per manco di speculazione, per difetto di braccia, di cultura, di viabilità, di assistenza alla terra. Tutto dovea trarsi dalla città, e dove la terra non potesse, dovea trarsi dai cittadini[153].
[153] Sarebbe da aggiungere altra pagina d'ingiustizie se volesse dirsi della camorra che si esercitava dalla gente del palazzo del Vicerè e da quella dell'Arcivescovo a danno dell'Erario comunale. Il _zagàtu_, ossia monopolio dei generi, agevolava per varie forme e maniere questa camorra; del quale _zagàtu_ vedi il cap. _Maestranze_.
Preoccupato di siffatto stato di cose, del quale esso avea molta parte di responsabilità, il Governo di Napoli incaricava la Giunta del Presidente (Asmundo Paternò) e del Consultore (Simonetti) «di discutere e riconoscere quali e quanti i debiti ed i pesi di questo Senato, della Deputazione di nuove Gabelle e del pubblico pecuniario Banco ed in qual tempo contratti ed altresì le rendite annue che dalli stessi si possiedono». Trovando del disordine, essa ne indicasse la sorgente e i mezzi onde correggerlo e preservarsene per l'avvenire. Le risposte furon tre, distinte tra loro. Lasciamone due, che qui non c'interessano. Quella sul patrimonio civico, con cifre eloquenti facea vedere che il Comune introitava 70,236, 10, 9 in cifra tonda, ed esitava 82,867, 2, 4, con una perdita annuale di 12,731, 15, 3.
Tra le cose più strane a danno dell'erario, una era enorme: le spese ed i salarî per l'amministrazione delle vettovaglie, che dovevano gravare sulla vendita di queste, gravavano invece sul bilancio della città.
Come si è detto innanzi, nello spaccio dei generi alimentari il Senato vendeva al di sotto del prezzo di compra e, che è peggio, non poteva gravare sui singoli generi le spese che per ciascuno di essi sopportava. I fallimenti dei gabellotti, gli ex-computi loro fatti, le strabocchevoli partite per la sterilità del 1784-85, la mancanza di varî cespiti, le passate perdite per le provviste, erano ragioni più che forti per spiegare la sempre crescente passività.
Il regime costituzionale d'oggi si trascina tra inchieste governative su centinaia di comuni del Regno, ed offre, pascolo a curiosi ed a maligni, ad onesti e a disonesti, operazioni losche, furti, ingiustizie, favori indebitamente concessi, ovvero negligenze, guardate attraverso a lenti d'immensurabile ingrandimento. Ma la vita amministrativa dei tempi passati non andava immune da simili sconcezze. Nella _Riforma_, che compendia codesta vita nel penultimo decennio del settecento, quanti indebiti favori, quante colpevoli trascuratezze a danno del pubblico erario! Per interi decennî (dal 1778 al 1788 e poi al 1791!) non si riscotevano censi per concessioni di terreni comunali[154]. Abolito lo sparo delle artiglierie per arrivi e partenze di Vicerè, la somma della polvere occorrente continuava a figurare nelle spese; scomparsa l'Armeria pretoria, se ne portava il carico di onze 1898 sull'esausto bilancio, come pur si faceva di artiglieri e bombardieri per cannoni e bombarde che più non si sparavano; e si vantava un credito di 24,660 onze, non saputo riscuotere, sopra _partitarii_, o impresarî, o appaltatori!
[154] Se ne vuol sapere il perchè? Ce lo dice la _Riforma_ cit. (p. 55): non era stata «ancora passata la corrispondente scrittura agli ufficiali del Maestro Razionale del Senato, e per conseguenza questi non avea mandato ancora la _significatoria_ all'Officio del Tesoriere che avea l'obbligo della esazione...»: 1º Settembre 1788.
Vietate fin dall'anno 1776 le toghe d'allegrezza e di lutto, solite di attribuirsi al Pretore, ai Senatori, agli ufficiali nobili per la venuta d'un nuovo Vicerè e per morti illustri, continuava a pagarsene indebitamente il fondo di onze 328. E poi «regalie, palmarî, riconoscenze (gratificazioni), moratorie, rilasciti, difalchi, transazioni», senza intesa del Sindaco e senza approvazione della Giunta del Presidente e del Consultore.
«Vendere i capi d'annona come si comprano, escogitare i mezzi meno pesanti al pubblico, onde equilibrare il disordinato urbano patrimonio e lasciargli un annuo avanzo affinchè in ogni fine d'anno pretorio si formi un esatto ed attento bilancio degli introiti ed esiti di quell'anno, e tutto il più che avanza doversi girare ad un conto a parte del Banco, sotto titolo di Colonna, o sia peculeo pelle urgenze del Senato»; e sopratutto economia su tutta la linea: ecco i rimedi arditamente proposti.
Ma non si recedeva di un passo dalla falsa via sulla quale si tribolava.
«Da questa massa in denaro, dice poi con sicurezza invidiabile la Giunta, negli opportuni tempi far si dovranno le compre prudenziali delli tre primarj e necessarj generi di grano, latticini ed olio, di cui non può il Senato in verun conto starne senza totalmente, per occorrere al sovvenimento di questa popolazione quando vi fosse mancanza, nulla ostante la libertà a chiunque di poter vendere a consonanza degl'inculcati ordini della Maestà del Sovrano; ma pure dovrà in ogni tempo valersene per ritrovarsi provveduto in tutte le urgenze della città. Il fornimento delle varie colonne è provista fissa». «La nuova libertà di vendere varî generi di annona» non può sottrarre il Senato al dovere delle solite provviste «per moderare li prezzi a fronte de' pochi trafficanti e per non restare mancante un genere tanto sperimentato, necessario e desiderato». Condizione indispensabile; le centomila onze della consumata Colonna frumentaria devono rifornirsi![155].
[155] Per la Colonna o Monte frumentario v. il cap. _Assenteismo._
Non v'era dunque resipiscenza; nè ve ne poteva essere, perchè il riconoscimento dell'errore e quindi il passaggio dal male al bene non poteva affacciarsi alla mente dei maggiorenti ed assurgere a coscienza pubblica quando il sistema economico dominante persisteva. Si cercava il bene degli amministrati col male che involontariamente loro si faceva: male che non di rado prendeva proporzioni allarmanti pel deteriorare dei generi chiusi nei magazzini del Comune!
I suggerimenti della R. Giunta portano la data del 1786; due anni dopo erano voleri sovrani; tre anni appresso (1791) pigliavan carattere di _Riforma_[156].
[156] È quella indicata nella nota 1 di pag. 96.
Ma ahimè! se la cosa pubblica mutava indirizzo, il disavanzo cresceva, non per incuria di ufficiali, non per disonestà di Senatori, ma pei principî dei tempi e per gli errori degli uomini. Quasi tutti i danni fin qui deplorati sono dello scorcio del secolo, in seguito all'applicazione della _Riforma_. Nè essa è unica o sola, nè altre precedenti erano state più fortunate. A che valse infatti quella del 1739? a che, l'ultima del 1776?
L'anno 1793 segna la maggiore rovina delle finanze del Comune: anno di carestia e di fame, in cui il sistema della Colonna frumentaria, delle provvigioni vittuarie, delle vendite pretoriane trascinava a nuovi disastri finanziarî, che più tardi dovean tradursi nell'insopportabile caro dei viveri sia per le guerre dei Francesi (1796), sia per le truppe richieste dagl'Inglesi nel Mediterraneo e per l'affluenza dei forestieri, specialmente de' Napoletani, a Palermo (1799)[157].
[157] _Sansone_, _Gli Avvenimenti_ cit., cap. II.
Dettando l'opera tuttora, inedita sull'_Origine e giurisdizione dell'ecc.mo Senato_, il Teixejra, più volte citato, usciva dall'abituale suo riserbo nel giudicare i sovrani provvedimenti relativi all'azienda comunale. «La libertà di panizzare, egli diceva, è stata una rovina pel paese: nobili, forestieri, proprietarî, monopolisti ne hanno tratto poco utile; la povera gente gravissimo danno; povertà e libertà son due date eterogenee ed opposte così che vanno sempre in collisione; avvegnachè la introdotta libertà non fa esente il Senato di soccorrere nel bisogno i poveri; e perciò mantenersi si dee sempre una certa provvigione di grani per provvedere nei casi fortuiti il popol tutto, il quale non può restar soddisfatto del pane di voluttà, il quale non riconosce limiti per la quantità e leggi per la qualità. E vi è di più: che questo voluttuoso pane non potrà trovarsi in tutti i tempi con la uguale abbondanza, perchè nei tempi di penuria mancar sogliono queste braccia dirette soltanto dal privato guadagno e non dalla comune felicità; ed ecco in tal caso mancare questo precario sussidio, o almeno con tale minorativa che uguaglia la mancanza[158]. La libertà di panizzare (aggiungo) ha portato anche questo: che quasi tutte le comunità religiose vendono pane pubblicamente, nulla curando le chiesastiche proibizioni in canone ridotte»[159].
[158] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XV, § 242.
[159] Vedi Lettere della Sacra Congregazione in data del 15 Maggio 1685, esecutoriate in Palermo il 30 Luglio del medesimo anno. _Teixejra_, cap. XV, § 244.
Queste osservazioni hanno valore quasi officiale. Il Teixejra scriveva per incarico e con la compiacenza del Senato, il quale premiavalo di un lavoro, che era la sua glorificazione. Avrebbe potuto il glorificatore scrivere ben centoquindici pagine contro l'abolita proibizione di libera vendita decretata dal Re senza il pieno consenso del Senato? La sua dissertazione quindi rispecchia le opinioni del consesso civico: ed è tutto dire.
_Capitolo VI._
_LE MAESTRANZE._
Le Maestranze palermitane apparvero all'apogeo della loro potenza negli scomposti tumulti del 1773. Senza una rivoluzione nelle forme classiche delle rivoluzioni siciliane, il Vicerè Fogliani doveva abbandonare per sempre la Capitale e, come can battuto, andarsi ad imbarcare per Napoli. Le Maestranze lo scossero dalle fondamenta solide di 12 anni, lo mandaron via e, da Porta Nuova a Porta Felice, gli protessero la vita dalla folla schiamazzante[160].
[160] Sotto la data del Settembre 1773 il Villabianca, _Diario_, V. XX della _Biblioteca_, v. XX pag. 292, scriveva:
«Le maestranze della città, ossian collegi di arti, sono al numero di 74, e tutte poi, fatto il calcolo, press'a poco vanno a formare un corpo di 30,000 uomini atti alle armi, trovandosi quasi ogni singulo lo schioppo in casa ed armi offensive di ogni sorta per la custodia del loro tetto, ma molto più per l'uso ed il piacere della caccia e pel mestiere della guerra».
Fino a quell'anno erano state padrone dei baluardi di cinta, dei cannoni di difesa, della sicurezza notturna della città e, armate di tutto punto quali guardie cittadine, braccio forte dell'Autorità, avean fatto le ronde, mantenuto il buon ordine, fiere della fiducia che il Governo riponeva in loro.
Erano esse una istituzione con organamento politico, economico, possibile solo nel tempo della loro prosperità, e ne era forza il principio religioso. Base fondamentale il monopolio dell'arte, limite alla produzione di pochi, attentato continuo alla libera concorrenza. Regolamenti statutari riconoscevano il monopolio sulle persone e sul lavoro, ed il riconoscimento di essi da parte del Senato in Palermo come in Messina, e del Vicerè in altri paesi dell'Isola, dava alle corporazioni personalità giuridica.
Fu tempo che alle Maestranze principali se ne aggregavano delle mezzane ed anche delle infime, le quali, in mancanza di personalità propria, si acconciavano a quella dei consoli dell'arte maggiore. Se non che, questa specie di giurisdizione, nascente da inferiorità di forze economiche e morali, agitava il loro spirito e lo faceva pensare alla soggezione loro imposta o creata dalla mancanza di rappresentanti proprî. Da qui risentimenti e scissure, ricorsi e litigi, nei quali ad artisti privilegiati e ricchi di privative vedevansi mescolati «artigiani ed operai di mezzana sfera, ed intrusa gente inferiore, e presto la più servile»[161].
[161] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_, v. VII. Ms. Qq. E, 7, 9 della Biblioteca Comunale.
I deboli si dolevano delle sopraffazioni dei forti: e forti erano gli ascritti alle arti maggiori ed i _vocali_, cioè gli aventi diritto al voto (_voce_). Giacchè come non a tutti era consentito di presentarsi a lavorare senza essere prima riconosciuti lavoranti, così in seno alle Maestranze nessuno poteva dirsi maestro. Maestro era il più alto grado della scala della maestranza, ed a questo non si giungeva se non dopo alcuni anni di _lavorantado_.
Il lavorante in una bottega era pagato a tanto il giorno o a tanto per opera; ma il maestro non poteva associarselo al lavoro, perchè il lavorante non avea personalità giuridica. A lui perciò, privo di rappresentanza officiale, non era consentito aprire bottega, nè gestire, altro che temporaneamente, quella degli altri. Il suo _lavorantado_ durava tre o più anni, fino a tanto che nella maestranza non vi fosse un posto per lui, o che il lavoro esigesse maggiori braccia riconosciute o uomini patentati. Allora egli, munito degli attestati del suo tirocinio, presentavasi al Console per far gli esami tecnici di abilitazione al maestrato, pronto, non sì tosto venisse dichiarato abile, a pagarne le tasse al Consolato, le buone grazie ai futuri colleghi e alla cappella: tasse, secondo i tempi e le maestranze, variabili dai 10 tarì pei muratori (a. 1487), alle 6 onze pei forgiatori (a. 1772). L'esame versava sopra l'arte del candidato, con una o più opere. Il giudizio non era privo di una certa severità e, se sfavorevole, inappellabile.
Riconosciuto maestro, l'operaio avea raggiunta la meta delle sue aspirazioni. Non più asservimento a maestri, solo dipendenza dal Console, dignità alla quale poteva aspirare anche lui; e poi facoltà di aprir bottega, di farsi valere nel sodalizio e quindi di votare (prerogativa di grande valore); coscienza di sapere le sue gioie e i suoi dolori condivisi da tutta la corporazione, sicurezza di soccorso in caso di malattia, di assistenza alla famiglia in caso di morte, di conforto di legati alle figliuole orfane. E da parte sua conosceva bene i suoi doveri di moralità, di religione, di fratellanza, senza i quali maestro onorato non vi poteva essere; e si sarebbe guardato dal tenere più di due garzoni da istruire, dal togliere avventori ai suoi compagni, dall'accrescere lo spaccio della propria merce mandandola a vendere per le strade, dal violare un solo articolo dei Capitoli, dal disubbidire al Console, e, in generale, dall'esser tepido nel sostenere gl'interessi e il decoro della corporazione.
Contro tanta democrazia di istituzioni e di pratiche cozzavano giurisdizioni e privilegi del tutto medievali: dal privilegio di foro per sè al privilegio pei figli e pei generi, il che oggi si direbbe ingiustizia sociale. Ve n'è poi una, alla quale ogni principio moderno di libertà ripugna, il garzonato.
Il ragazzo che aspirava a diventare maestro doveva per alcuni anni obbligarsi (e l'obbligazione era legale) a star sotto il tale o tal altro maestro, avente bottega ed officina. Questi s'impegnava ad istruirlo in casa propria.
Condizioni così semplici sono veramente patriarcali; ma esse sembrano fatte a posta per nascondere stato e condizioni di cose insopportabili. L'alunno accolto in bottega ed ospitato in casa facea parte della famiglia del maestro, ma non come figlio, bensì come _picciotto_, al quale non era fatica nè basso servizio che non si comandasse; e dove egli, per negligenza o per ottusità di mente, mancasse, guai per lui! Poichè, come vi sono anime gentili, ve ne sono anche (e disgraziatamente in assai maggior numero) crudeli. Costoro, abusando di un contratto imposto dal bisogno del momento e dalla prospettiva dell'avvenire, sfruttavano i poveri ragazzi ed insegnavano loro poco e male con maniere disdicevoli a maestri ed a padri di famiglia. Le carte del tempo conservano ricordi di discepoli, i quali, stanchi dei maltrattamenti ricevuti, si richiamavano all'autorità per essere sciolti dall'obbligazione e cambiar maestro, sinonimo di padrone. Il che ci fa correre con la mente al sospetto che qualche cosa offuscasse sovente l'animo del maestro, una certa qual gelosia di mestiere, una preoccupazione che il giovanetto d'oggi potesse domani diventare un emulo forte.
Notizie di scenate fanciullesche nel tempo di maggior prosperità delle corporazioni ci soccorrono qui di luce chiarissima sulle relazioni tra le varie maestranze. Nessuno ci ha detto mai, ed ora soltanto può affermarsi con ragione, che queste relazioni non fossero sempre plausibili, e che le manifestazioni di malumori, si potessero trovare nella condotta degli allievi di esse. Di tanto in tanto costoro venivano a zuffe; dispetti lungamente sopiti erompevano in violenti attacchi, nei quali mancavano solo le armi per prender nome di battaglie. Fuori le porte della città, in campo aperto, con bandiere spiegate, in giorni precedentemente stabiliti, la ragazzaglia di alcuni mestieri e particolarmente delle due parti, degli argentieri e dei conciatori, facevano ai sassi tra loro con la evidente intenzione di offesa e di difesa, quali che fossero i risultati finali di malconci e di feriti d'ambe le parti. Come più tardi, e come forse prima, alla vittoria seguivano urli di canti di gioia dei vincitori contro i perditori sgominati, e rappresaglie che rinfocolavano odii ed eran seme maligno di future vendette.
Una di codeste sassaiuole (Gennaio 1776), sventata a tempo, impedì danni non lievi alla città ed ai privati. Il Vicerè, il Capitan Giustiziere, il Senato stettero un momento in grande ansia; ma se ne rifecero a misura di carbone quando, avuti tra le mani i capi della fallita zuffa, li gratificarono di un cavallo per uno con venti sferzate, regalate loro da un commissario invece che dal boia, come avrebbe dovuto essere: quantunque si pensasse da ultimo a condannarli, i maggiori all'esilio, ed i più piccoli dai dodici anni in giù, alla catena pei lavori forzati[162].
[162] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 165-66. V. XXVI, pp. 5-6.
Ma c'erano di mezzo i figli dei conciatori, e qualunque rigore delle Autorità e severità dei cittadini pareva giustificata.
Di limitazione in limitazione, di privilegio in privilegio, si era giunti alle più insopportabili prescrizioni. Proibito l'esercizio di un'arte a chi potesse nuocere a coloro che l'esercitavano; proibita la concorrenza sulle vendite: tutto monopolizzato sotto quel nome di _zagato_, che era un ostacolo permanente al libero svolgersi del piccolo e del grosso commercio, come al progresso delle manifatture e delle industrie. Il _zagatu_ (una volta tabaccheria, poi merceria e da ultimo pizzicheria), diritto di vendere una cosa, concesso mercè pagamento, era il monopolio per eccellenza; e di _zagati_ se ne avea quanti si riusciva ad ottenerne per via di protezioni, di influenze, di aiuti presso l'eterna officina di favori e di mercedi, il Palazzo senatorio.